Discorso d’insediamento di Gianfranco Fini

Ieri mattina, attorno alle 11.30, Gianfranco Fini è stato eletto Presidente della Camera dei Deputati con 335 preferenze al quarto scrutinio. Qui intendo riportare e commentare quei passaggi che ritengo maggiormente significativi del discorso d’insediamento.

Un deferente omaggio lo rivolgo al pontefice Benedetto XVI (Applausi), guida spirituale della larghissima maggioranza del popolo italiano e indiscussa autorità morale per il mondo intero, come dimostrato anche dal suo recente, mirabile discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
La laicità delle istituzioni è principio irrinunciabile della nostra come di ogni moderna democrazia parlamentare ed è proprio nel nome di tale principio che il Parlamento deve saper riconoscere il ruolo fondamentale che nell’arco dei secoli la religione cristiana ha avuto e ha tuttora nella formazione e nella difesa della identità culturale della nostra patria (Applausi), nella formazione e nella difesa della identità culturale della nostra patria, della nazione italiana, nazione di cui è simbolo la bandiera tricolore esposta in quest’Aula e alla quale rendo omaggio (Applausi). È in essa che si riconosce il nostro popolo.

Dopo aver ricordato i suoi ultimi predecessori (Bertinotti, Casini e Violante) e aver rivolto il suo saluto al Presidente della Repubblica Napolitano, Fini menziona Papa Ratzinger, mettendo in risalto anzitutto la rilevanza della carica da lui coperta e l’ampia riconoscenza che di questa rilevanza fa la maggior parte del popolo italiano, storicamente cattolico, e in secondo luogo il ruolo che la religione cristiana ha avuto nella formazione dell’identità culturale del nostro Paese. Qualcuno può aver storto il naso di fronte a queste affermazioni, la cui aderenza con la realtà tuttavia, almeno dal mio punto di vista, non è da mettere in discussione.

Subito dopo viene reso omaggio al tricolore italiano, in cui ’si riconosce il nostro popolo’; il valore della nostra bandiera non gode di un grande riconoscimento purtroppo, e questo direi in tutto il Paese. Quindi il fatto che Fini abbia voluto per pochi istanti ricordarne l’importanza trovo che sia veramente apprezzabile. Viene lecito pensare che un tale omaggio non deve essere uscito con grande difficoltà dalla bocca di un uomo che per tutto l’arco della sua carriera politica si è rifatto al valore del tricolore, seppur in passato per motivazioni quanto meno discutibili. Ma anche qui, se mai vi fosse qualche dubbio, e mi riferisco alla lunga militanza nel MSI, Fini cerca di spazzarlo:

Onorevoli colleghi, anche questa legislatura si apre a cavallo tra due ricorrenze di alto valore ideale e politico: il 25 aprile ed il 1o maggio. Celebrare la ritrovata libertà del nostro popolo e la centralità del lavoro nell’economia è un dovere cui nessuno si può sottrarre, specie se vogliamo vivere il 25 aprile e il 1o maggio come giornate in cui si onorano valori autenticamente condivisi e avvertiti come vivi e vitali da tutti gli italiani e, in particolar modo, dai più giovani.

D’Alema alla fine del discorso lamenterà il fatto che non si sia mai sentita la parola ‘antifascismo’, ma per quanto mi riguarda credo che queste affermazioni siano più che sufficienti. Fini rende onore a due feste che a giudizio dell’estrema destra di cui per qualche anno è stato il principale esponente sarebbero ricorrenze della sinistra, e non della nazione: il fatto che Fini ora le riconosca a pieno titolo come feste ‘di alto valore ideale’, da non discostare dunque da quel tricolore prima ricordato, basta a far capire come a livello ideologico il personaggio si sia definitivamente staccato da quell’insostenibile tradizione e cultura politica il cui apprezzamento sarebbe stato incompatibile con la carica ora coperta. E questa non è incoerenza, come latrano Santanchè e compagnia, ma fedeltà alla nostra carta costituzionale.

Eppure, penso che sia tuttora di grande significato politico e morale rammentare il valore insostituibile della libertà, bene supremo per ogni essere umano, precondizione per ogni democrazia, e penso sia lecito domandarsi se ancora oggi - sessantatré anni dopo la liberazione - la nostra libertà corra pericoli e sia davvero minacciata. Spero non meravigli se alla domanda mi sento di rispondere affermativamente, se ritengo che la Camera dei deputati debba essere consapevole che un’insidia per la nostra libertà e, di conseguenza, per la nostra democrazia a mio avviso esiste tuttora. La minaccia non viene di certo dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso, che sono ormai sepolte con il Novecento che le ha generate. I rischi per la nostra libertà sono oggi di tutt’altra natura. L’insidia maggiore viene dal diffuso e crescente relativismo culturale, dalla errata convinzione che libertà significhi assoluta pienezza di diritti e pressoché totale assenza di doveri e finanche di regole (Applausi). La libertà è minacciata nello stesso momento in cui - come sta avvenendo per alcune questioni - nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è (Applausi).

Chiudo commentando questo passaggio. Qui Fini propone un’interessante riflessione non tanto sul concetto di libertà, sulla cui importanza si esprime con frasi che non passeranno certo alla storia per la loro originalità, ma piuttosto sulle insidie poste dinanzi ad essa al giorno d’oggi. Queste insidie, a parere di Fini, non arrivano dalle ormai defunte ideologie totalitarie del secolo scorso (fascismo e comunismo), ma piuttosto da un diffuso relativismo culturale; e qui a mio avviso il nuovo Presidente della Camera non sbaglia. Esiste un certo qual nichilismo nel nostro mondo occidentale, dove proprio in nome della libertà si finisce col disconoscere qualsiasi tipo di ideale o valore, bollandoli nel migliore dei casi come anacronistici. Non è certo mia intenzione sviluppare un tema su cui filosofi e pensatori di vario genere si sono arrovellati senza trovare una soluzione da tutti condivisibile, ma mi limito ad affermare questo: non bisogna compiere l’errore di confondere la libertà con la licenza. Il giusto e l’ingiusto, come implicitamente sostiene Fini, devono essere ben distinti, ed io a tal proposito dico che il compito di tracciare la linea di demarcazione tra questi due debba spettare non al governo di turno, non alla morale del popolo, ma alla Legge italiana, che pur nelle sue pecche esiste e contribuirebbe a rendere più giustizia in questo Paese se solo fosse applicata con decenza.

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