“Elementi di stile nella scrittura”, William Strunk jr

The Elements of Style è considerato tra i più validi libri di scrittura in commercio. La prima edizione risale al 1918, quando il professore universitario William Strunk jr decise di dotare i propri allievi di un agile manualetto che racchiudesse le principali regole di grammatica e di sintassi della lingua inglese. In breve tempo la fama del libro raggiunse tutti gli Stati Uniti e diversi scrittori americani lo presero come punto di riferimento per la stesura delle proprie opere. Considerato il suo successo, The Elements of Styleapprodò all’estero, finendo per essere tradotto anche in diversi Paesi non anglofoni, fra cui il nostro. L’edizione italiana pubblicata dalla Dino Audino Editore nel 2008 (e giunta oggi alla sesta ristampa) contiene i tagli, le integrazioni e gli adattamenti resi necessari da quelle parti del testo che si riferiscono unicamente alla lingua inglese (ad esempio, la costruzione del genitivo sassone). Nonostante le dovute modifiche, il libro ha mantenuto la sua ispirazione minimale: ai quattro capitoli originari, i curatori dell’edizione italiana hanno deciso di aggiungere solamente delle note esplicative e un’utile appendice intitolata Questioni di stile. Per il resto, l’opera si snoda in una prima parte dedicata alla grammatica (in particolare alla punteggiatura) e in una seconda parte che affronta le varie problematiche sottese alla composizione del periodo e all’uso delle forme verbali. Infine, l’autore affida a due capitoletti conclusivi la trattazione di alcune questioni di forma (come l’uso delle maiuscole, del corsivo, l’indicazione dei numerali, ecc…) e un elenco commentato di “parole ed espressioni spesso usate impropriamente”.
A proposito di questo libr
o, Stephen King scrisse: “La maggior parte dei libri sulla scrittura sono pieni di scemenze. Una rispettabile eccezione alla regola di cui sopra è The Elements of Style. Non ci sono scemenze in quel libro e, se ce ne sono, sono meno che veniali. Vi dico fin d’ora che tutti gli aspiranti scrittori dovrebbero leggere The Elements of Style”. Per quanto mi riguarda, ho letto con interesse le pagine di questo manualetto, trovandovi a più riprese delle indicazioni indubbiamente argute, che cercherò di tenere a mente per il futuro. Nel complesso, però, mi pare che il testo sia eccessivamente sintetico e che conservi un non so che di estraneo e quindi di inefficace per l’aspirante scrittore italiano. In altri termini, chi dovesse avvicinarsi a questo libro si attenda un valido sostegno per la scrittura, ma non quello strumento necessario o indispensabile che molti descrivono.

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“Prima comparsa di Fra Cappuccio”, Arnaldo Fusinato

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Illustrazione tratta dal giornale letterario triestino La Ciarla

Son Fra Cappuccio (al secolo Frontino)/Quondam buon uomo, ed ora cappuccino“. Si presenta così Arnaldo Fusinato in una poesia inviata nell’aprile 1859 al giornale la Ciarla, periodico letterario triestino diretto dallo scrittore italo-greco Demetrio Livaditi. Vestendo i panni immaginari di un frate (come aveva già fatto per il Pungolo sotto lo pseudonimo di “Fra Fusina”), il poeta veneto mette in versi con tono scherzoso il suo appello alla libertà di stampa, contro le limitazioni imposte dal regime austriaco dell’epoca.
Non mancano inoltre le allusioni di stampo patriottico. Siamo a pochi giorni dallo scoppio della Seconda guerra d’indipendenza, e Fusinato scrive: “…un cuore, come a voi, m’arde nel petto/che spera, come voi, ma spera e tace…”. Impossibile poi non notare il parallelo implicito tra la resurrezione di Cristo e il risorgimento dell’Italia contenuto nei seguenti versi: “E’ ver, son giorni di mestizia questi/Ma questi dì non dureranno eterni/Verrà la Pasqua a rallegrare i mesti/Chè Dio ne’ suoi voleri alti e supremi/Ha disposto che dopo la Passione/Venga la Pasqua di Resurrezione”.
A causa del suo pronunciato colore nazionale, pochi giorni dopo il giornale la Ciarla fu costretto a cessare le proprie pubblicazioni.

Scusate della Ciarla, o redattore,
Se un intruso fra i piedi vi si caccia;
Ho le mie carte in regola, o signore,
E per servirvi ho ancor buone le braccia;
Son Fra Cappuccio (al secolo Frontino)
Quondam buon uomo, ed ora cappuccino.

Per cui temere non dovete mai
Ch’io, rotto il santo fren che ci governa,
Vi tiri sovra l’animo de’ guai,
Con grave danno della vita eterna.
Il mio dir sarà sempre naturale,
Conforme alla prudenza e alla morale.

Aspra impresa al dì d’oggi è in un giornale
Scrivere, in cui l’ahi! Troppo spinto zelo
Ti osserva tutto a suon di cannocchiale,
E cerca di trovare nell’uovo il pelo;
Pure ogni detto, ogni fola, ogni ciancia
Cercherò di pesar nella bilancia.

E ve le spedirò le mie poesie
Dopochè le avrà ben purgate il vaglio;
Anzi se mai coteste fantasie
Paresser degne a voi d’un qualche taglio
V’infondo ampio poter, tagliate pure,
Che star bramo lontan dalle censure.

E d’ogni altro giornale a preferenza
Il vostro ho scelto, perché a mio giudizio,
Altri molti, sebbene in apparenza
Vi si mostrino scevri da ogni vizio
Pure, scusate il franco complimento
Fuori son belli, e han la magagna drento.

O troppo ciancia parlator molesto
O sputa a ogni quistion filosofemi;
Con lance iniqua, giudice son chiesto,
Pene e lodi dispensa e biasimi e premi;
Srive è ver, ma scrivendo o piange o scherza,
Coi lazzi punge, e bestemmiando sferza.

Il simpatico vostro che indossosi
Del galantuomo sempre la divisa
E al suo mandato ognor fedel serbossi,
Mi fece innamorar di lui per guisa
Che non posso capir più nella pelle
Se non gli mando anch’io di me novelle.

Dunque se non vi spiace, anch’io mi metto
Nelle man vostre e mi fo a voi seguace,
Chè un cuore, come a voi, m’arde nel petto,
Che spera, come voi, ma spera e tace…
Spera che grato siavi anche il mio braccio,
E mi stringiate del fraterno abbraccio.

Ma mi dirà taluno: Ora che tutto
E’ disposto a cilicio, a penitenza,
Come nasconder puoi l’interno lutto
E mostrarti brioso in apparenza;
E scriver versi di stile faceto
Col cor compunto e l’animo inquieto?

E’ ver, son giorni di mestizia questi,
Ma questi dì non dureranno eterni.
Verrà la Pasqua a rallegrare i mesti;
Chè Dio ne’ suoi voleri alti e supremi
Ha disposto che dopo la Passione
Venga la Pasqua di Resurrezione.

Verrà la Pasqua e allor vestita a festa
La Chiesa Santa si farà più bella;
Squillerà il bronzo a render manifesta
Della nuova mercè l’era novella;
E il sacro cereo ardente innalzerà
Di fede, di speranza e carità.

Rispettabile pubblico e cortese,
Egregia Redazione della Ciarla,
A voi confido a tutto rischio e spese
Questa poesia, che abbiate a giudicarla;
Ch’io intanto attenderò la decisione
Titubando in judici expectatione.

“Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito”, Elena Aga Rossi

CefaloniaPer lo storico, la vicenda di Cefalonia resta una delle più difficili da raccontare e da spiegare, sia per i molti interrogativi lasciati aperti dalle lacune della documentazione sia per lo stratificarsi di ricostruzioni e finanche travisamenti succedutisi negli anni

Elena Aga Rossi

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nell’isola greca di Cefalonia si consumò il più sanguinoso scontro armato nei Balcani tra l’esercito italiano e quello tedesco. I combattimenti – originati dal rifiuto della Divisione Acqui di consegnare le armi all’ormai ex alleato – si protrassero per poco più di una settimana ed ebbero il loro tragico epilogo nel criminale eccidio di centinaia di militari italiani che si erano già arresi.

Nel 2001 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi definì i fatti di Cefalonia come “il primo atto della resistenza di un’Italia libera contro il fascismo”. Da allora le pubblicazioni su questa vicenda si sono moltiplicate, ma molti dei suoi aspetti sono rimasti oscuri e controversi. Infatti, se da un lato le fonti concordano in modo pressoché unanime nel riconoscere il valore dimostrato in battaglia dalla Divisione Acqui e l’estrema dignità con cui gli ufficiali italiani si presentarono davanti al plotone di esecuzione, dall’altro lato il ruolo di alcuni dei principali protagonisti della vicenda e la grave crisi disciplinare che investì la divisione davanti alla scelta di combattere sono stati al centro di accesi dibattiti tra gli stessi superstiti dell’eccidio.

Fin dall’immediato dopoguerra, infatti, le vicende di Cefalonia si sono prestate ad interpretazioni divergenti. Per alcuni furono un eroico episodio di resistenza, generato da uno spontaneo moto anti-nazista delle truppe. Per altri, invece, si trattò di una strage da imputare all’irresponsabilità di alcuni ufficiali italiani (che incitarono la divisione a una battaglia persa in partenza) e al colpevole abbandono della divisione da parte dello Stato italiano.

Elena Aga Rossi, una delle più affermate storiografe italiane, ha cercato recentemente di gettare luce su questi avvenimenti nel suo libro Cefalonia – La resistenza, l’eccidio, il mito, edito dal Mulino nel 2016.

Con l’ausilio di nuove fonti, il saggio ripercorre giorno per giorno gli eventi che si svolsero sull’isola greca dalla fatidica data dell’8 settembre a quella del 24 settembre, giorno dell’eccidio. Nell’esposizione dei fatti Elena Aga Rossi mantiene un equilibrio encomiabile, reso ancora più complesso da un quadro delle fonti estremamente variegato e contraddittorio.

L’operato di Antonio Gandin (comandante della divisione), l’attività sobillatrice degli ufficiali Apollonio e Pampaloni, il discusso numero delle vittime e le motivazioni che spinsero le truppe italiane a battersi contro quelle tedesche sono tutti elementi a cui l’autrice cerca di dare un’esatta collocazione al fine di “por fine alle polemiche e recuperare una memoria per quanto possibile unitaria di una delle prime iniziative della resistenza, e di certo di quella che ebbe l’esito più drammatico”.

“La corsa per Trieste”, Geoffrey Cox

coxNegli ultimi giorni dell’aprile del 1945, mentre la guerra contro la Germania nazista era ad un passo dalla conclusione, una colonna di mezzi militari alleati sfrecciava per le strade del Veneto e del Friuli, gettata in avanti a capofitto verso la città di Trieste.

Si trattava della Seconda divisione di fanteria neozelandese, guidata dal generale Bernard Freyberg e “venuta in Italia dagli antipodi del mondo” dopo aver calcato le polverose strade della Grecia e le ardenti sabbie di El Alamein. Essa costituiva in quell’angolo d’Italia l’avanguardia dell’esercito anglo-americano che risalendo le valli del Po aveva sbaragliato le ultime difese dei soldati della Wermacht.

Una volta giunta in Friuli, la divisione neozelandese non ebbe più come obiettivo quello di sconfiggere le truppe tedesche, ormai in pieno disfacimento, bensì arrivare il prima possibile a Trieste, dove si stava precipitando anche la Quarta Armata Jugoslava, determinata ad occupare la città per incorporarla nella Repubblica Jugoslava del Maresciallo Tito.

La Venezia Giulia, assieme alla Boemia, era l’unica zona d’Europa in cui gli Alleati non avevano stabilito in anticipo una netta linea di demarcazione. Gli Jugoslavi puntavano quindi a prendere il possesso della regione per mettere il mondo davanti al fatto compiuto.

La marcia a ritmi serrati dei soldati “kiwi” (così chiamati per il nome di uno strano uccello senza ali che vive solo in Nuova Zelanda) e la delicatissima situazione politico-militare che essi si trovarono ad affrontare una volta arrivati nel capoluogo giuliano formano l’oggetto de La corsa per Trieste (titolo originale: The race for Trieste), un interessantissimo reportage di Sir Geoffrey Cox, all’epoca Capo del Servizio Informazioni della sua divisione e, in quanto tale, testimone oculare privilegiato di quegli eventi.

Da buon anglosassone, Cox ci ha lasciato una descrizione dei fatti lineare, asciutta ed equilibrata. Il suo libro, pubblicato per la prima volta nel 1977, rappresenta tutt’oggi una delle principali fonti storiche sull’inquieto dopoguerra triestino.

La corsa per Trieste non è un diario militare, ma una rivisitazione ragionata degli episodi che videro per protagonisti i soldati neozelandesi, alla luce dei successivi sviluppi della politica internazionale e del contenuto di alcune significative comunicazioni tra il primo ministro inglese Winston Churchill, il presidente statunitense Harry Truman e il feldmaresciallo Harold Alexander, comandante supremo delle forze alleate nel Mediterraneo.

Lo sfondamento delle linee tedesche

La narrazione di Cox parte da lontano, dalle ultime battaglie combattute sugli argini dei fiumi della Romagna contro le truppe tedesche nei primi giorni dell’aprile 1945. Per un centinaio di pagine Trieste non viene neppure nominata. Del resto, la città giuliana non è ancora nel mirino dei comandi militari alleati. Si tratta senza dubbio della parte meno coinvolgente del libro: la fatidica “corsa” non è ancora iniziata e le vicende descritte sono quelle di una guerra di posizione che ricorda da vicino le battaglie della Grande Guerra. Nonostante ciò, anche in queste pagine è possibile rinvenire qualche informazione interessante, come il morale delle truppe alleate impegnate sul fronte italiano e la loro concezione del nemico, ormai prossimo alla capitolazione. Gli esiti del conflitto erano ormai evidenti a tutti, ma i soldati erano ancora costretti a combattere. Lo spreco di tante vite umane è alla radice di un sentimento di colpa che l’autore affida a queste parole:

Bisognava farsi forza e cercare nella propria memoria il ricordo dei campi di concentramento e delle camere a gas, e soprattutto dire a se stessi che se non fosse capitato ai Tedeschi, sarebbe toccato a noi, per soffocare nella propria coscienza la consapevolezza di star deturpando con un orrendo delitto quelle assolate distese verdi in quel pomeriggio d’aprile”

Simili considerazioni si trovano anche in un altro passaggio, dove Cox racconta di un mattina in cui gli fu chiesto un parere sull’opportunità di bombardare il paese di Budrio per ostacolare la ritirata dei Tedeschi:

Davanti a noi, nelle loro case e nelle cantine, stavano nascosti e sgomenti gli Italiani di questa cittadina anonima, che non fu mai protagonista di grandi eventi storici né nel passato, né nel presente. Ebbene, noi in quel momento dovevamo decidere se la distruzione delle loro case rientrava nel nostro piano di distruzione del nemico. Laggiù, sui campi d’aviazione, i bombardieri medi erano gravidi di bombe, pronti a partire. Aspettavano solo che un nostro segnale indicasse loro l’obiettivo. Avevamo cinque minuti di tempo

Il bombardamento non ebbe luogo, ma il dilemma davanti al quale si trovò Cox la dice lunga sul genere di guerra che venne ingaggiato in quegli anni e spiega perché nel 1945 l’Europa fosse ridotta a un cumulo di macerie.
A seguito di un pesante attacco sferrato sulle rive del fiume Senio, le truppe alleate riuscirono a sfondare la linea difesa dai Tedeschi. Proseguirono quindi verso il Po, attraverso la pianura romagnola. Lungo il cammino trovarono ancora degli ostacoli, ma la breccia ormai era stata aperta:
a quel punto la marcia alleata poteva essere solo rallentata, non fermata.

Il rapporto con i partigiani italiani

A partire da questo momento l‘azione degli anglo-americani si intrecciò con quella di alcuni gruppi partigiani, che nel frattempo erano insorti contro i Tedeschi e avevano preso il controllo di diversi centri cittadini. Stando al racconto di Geoffrey Cox, il rapporto che i suoi connazionali strinsero con i partigiani fu inizialmente improntato a una certa diffidenza. Fino ad allora, infatti, la divisione neozelandese aveva avuto scarse opportunità di contatto con il movimento partigiano in Italia e si era pertanto abbandonata ai tipici pregiudizi anti-italiani:

La maggioranza dei nostri soldati non aveva motivo di aspettarsi che questi Italiani fossero molto diversi da quelli conosciuti nel deserto: spacconi, esibizionisti, talvolta coraggiosi, ma tal l’altra addirittura riluttanti a sostenere una battaglia pro-forma. Con la tipica mentalità semplicistica che si tende ad assumere in guerra, i soldati neozelandesi generalizzavano ritenendo quell’atteggiamento un difetto nazionale degli Italiani, senza prendere in considerazione alcun’altra spiegazione. Non pensavano, per esempio, che gli Italiani non ci mettevano il cuore in quella guerra, e non avevano alcun incentivo a combattere a fianco dei Tedeschi – che detestavano – contro gli Inglesi, cui si sentivano, invece, legati da tradizionale amicizia

A tali pregiudizi si aggiungeva la constatazione che nel il tipo di guerra condotto fin a quel momento i partigiani italiani non avevano potuto offrire alcun valido aiuto. Essi, infatti, operando come meri sabotatori dietro le linee nemiche, non erano certo nelle condizioni di collaborare alla distruzione dei settori più fortificati dei Tedeschi. Tutto questo portava i Neozelandesi a considerare la loro azione come quella di “bande di ragazzi esaltati, spesso più dannosi che utili”. Solo gli eventi successivi mutarono questo atteggiamento di riluttanza. Negli ultimi giorni della guerra, infatti, la macchina messa in moto dai partigiani si rivelò decisamente efficace, tanto che i soldati “kiwi” dovettero ricredersi: “Senza l’aiuto dei partigiani che conquistarono i ponti sui vari fiumi e canali, impedendone la distruzione, ogni nostro passo in avanti sarebbe stato molto più lento e faticoso”. E ancora: “I partigiani nella zona di Padova catturarono più di 15.000 prigionieri tedeschi, e ne uccisero 497, nel corso di poche ma intense battaglie […] Non si può certo negare che l’opera svolta dai partigiani fosse imponente”. Man mano che risalivano la pianura padana, gli anglo-americani si imbattevano sempre più frequentemente in paesi e villaggi già liberati dai partigiani. Ancora prima di arrivare a Padova, essi si resero conto di avere ottime possibilità di giungere velocemente a Trieste, addirittura prima degli Jugoslavi: “Da quel momento la nostra avanzata attraverso Padova e verso il Piave rientrava in una nuova direttiva: l’obiettivo non era più semplicemente sconfiggere i Tedeschi, ma possibilmente prevenire gli Jugoslavi nella presa di Trieste. Si iniziava la corsa per Trieste”.

Abbiamo infilato il piede nella porta”

La questione di Trieste stava molto a cuore a Winston Churchill, il quale vedeva in questo angolo nord-orientale dell’Adriatico l’accesso ad una più ampia influenza su parte dell’Europa centrale. Egli riteneva inoltre che nella futura contesa tra l’Italia e la Jugoslavia per il possesso della città sarebbe stato più saggio sostenere gli Italiani, al fine di creare una frattura tra loro e i comunisti e favorire amichevoli rapporti con gli Stati Uniti e l’Inghilterra. In un messaggio inviato il 27 aprile al presidente Harry Truman, il primo ministro inglese ricordava che il suo predecessore alla Casa Bianca “attribuì sempre enorme importanza a Trieste, che, egli pensava, sarebbe dovuta divenire un porto internazionale, uno sbocco sull’Adriatico per l’intera regione danubiana”. Infine concludeva: “Ciò che conta è arrivare a Trieste prima che la occupino i guerriglieri di Tito. Penso pertanto che non si debba attendere un sol minuto di più. Lo status definitivo di Trieste potrà essere deciso con comodo. Il possesso rappresenta i nove-decimi del diritto”.
Quando il generale Freyberg ricevette l’ordine di raggiungere Trieste non era ancora consapevole delle traversie che vi avrebbe incontrato; intuiva soltanto che “
la situazione era piuttosto imbarazzante, perché il Maresciallo Tito voleva portare la sua Armata Jugoslava a Trieste”. Anche i soldati neozelandesi erano all’oscuro di quello che li attendeva nella città giuliana. Un’anticipazione la ebbero tuttavia a Monfalcone, quando invece di trovare una folla esultante per il loro arrivo (come era accaduto a Mestre, a Padova e in molti paesi del Friuli) furono inghiottiti dall‘indifferenza generale di una città piena di bandiere jugoslave e di scritte inneggianti a Tito:

“Repentinamente l’atmosfera era cambiata del tutto. C’era una differenza, difficile da definirsi, ma palpabile, fra questa gente e queste strade, e quelle che avevamo incontrato allontanandoci dal Piave […] Ci sentivamo stranieri in un paese strano, come se passando l’Isonzo avessimo valicato una frontiera invisibile, ma tangibile. Ed in effetti era proprio così. Eravamo passati dall’Italia a quella che sarebbe diventata una “Terra di nessuno” fra l’Europa Occidentale e l’Europa Orientale. E come ogni Terra di nessuno era estremamente inospitale

Trieste era sempre più vicina. Qui, a differenza che altrove, i Tedeschi non si erano ancora arresi. Con la Quarta Armata Jugoslava del generale Drapŝin in rapido avvicinamento e le forze partigiane del IX Corpo sloveno pronte a scendere dalla foresta di Tarnova al primo segnale, la fazione filo-italiana della resistenza triestina rappresentata dal CLN decise di prendere l’iniziativa. Alle quattro del mattino del 30 aprile i partigiani italiani diedero dunque il via all’insurrezione e i loro comandanti riuscirono ad insediarsi nella Prefettura, imponendosi come governo provvisorio della città. Il giorno successivo gli Jugoslavi fecero il loro ingresso a Trieste, anticipando i Neozelandesi e scalzando il CLN dalle precarie posizioni di potere raggiunte. La lotta però non era finita: i Tedeschi infatti si difendevano ancora in alcune roccaforti, come il Castello e il Palazzo di Giustizia. Il pomeriggio del 2 maggio, mentre gli Jugoslavi erano impegnati ad affrontare le ultime resistenze tedesche, la divisione neozelandese entrò in città, accolta da folle eccitate ed esultanti: “Erano soprattutto Italiani che sventolavano il tricolore e ci salutavano in italiano. Si sentivano evidentemente sollevati dal nostro arrivo”. I Neozelandesi avevano perso la corsa per Trieste, ma possedevano ancora una carta importantissima da giocare: contribuire a scacciare definitivamente il tedesco e guadagnarsi così almeno una parte del merito per la liberazione della città. In effetti, sotto lo sguardo furibondo degli Jugoslavi, il grosso della guarnigione tedesca preferì arrendersi proprio alla divisione neozelandese. Con il loro scatto finale i soldati “kiwi” arrivarono giusto in tempo per raccogliere la resa germanica. Come commentò successivamente Churchill, si era riusciti ad infilare il piede nella porta proprio all’ultimo momento”.

Una pace ben strana”

Con la cacciata dei Tedeschi, la guerra a Trieste poteva dirsi conclusa. Essa, tuttavia, come annotò Cox, “aveva lasciato dietro di sé una pace ben strana”. Due eserciti stavano occupando la stessa città e se da un lato i Neozelandesi ammiravano sinceramente l’Armata partigiana di Tito, dall’altro lato non si poteva certo dire che il sentimento fosse ricambiato: il generale jugoslavo Arso Jovanovic, ad esempio, si disse decisamente adirato per l’improvvisa comparsa della seconda divisione neozelandese oltre l’Isonzo. I soldati jugoslavi non mostrarono un atteggiamento molto diverso, preferendo trincerarsi dietro “una barriera di riservatezza che scoraggiava qualsiasi tentativo di rapporto individuale nella Venezia Giulia”. Nel frattempo in città si era diffuso il terrore tra la popolazione italiana. L’amministrazione civile di Trieste era stata temporaneamente attribuita agli Jugoslavi, i quali praticarono fin da subito un massiccio numero di arresti e deportazioni. Presso il quartier generale dei Neozelandesi, fissato al Grand Hotel di Trieste, cominciò presto ad affluire una marea di delegazioni, fra cui i partigiani italiani del CLN, che protestavano “perché gli Jugoslavi non aggredivano e deportavano nell’interno della Jugoslavia solo gli ex-fascisti, ma arrestavano anche gli Italiani antifascisti che non volevano che la città diventasse jugoslava”.
Il 12 maggio furono esposti dei manifesti che preparavano il terreno per l’annessione di Trieste alla Jugoslavia, con lo status di città autonoma. Ogni altra soluzione, affermava il manifesto, “era semplicemente un piano manifesto od occulto, di coloro che erano di fatto fascisti”. Un’ordinanza della settimana precedente vietava ogni dimostrazione di sentimenti nazionali, di qualunque origine essi fossero, ma il divieto era inevitabilmente unilaterale. Infatti, mentre i tricolori italiani (privi di stella rossa al centro) erano possibile bersaglio del fuoco jugoslavo, la città era tranquillamente tappezzata di bandiere blu, bianche e rosse della Jugoslavia.
Non furono questi provvedimenti, comunque, a suscitare l’indignazione delle truppe alleate. Ciò che offendeva più di ogni altra cosa, secondo Cox, era la politica di spietata repressione di ogni forma di opposizione. Gli arresti su larga scala e le deportazioni indiscriminate raggiunsero un livello intollerabile: basti pensare che quando gli Alleati assunsero il controllo della città un mese più tardi c’erano ben duemila nomi nella lista delle persone scomparse nella sola Trieste. È vero, come ricorda l’autore, che gli Jugoslavi stavano uscendo da uno dei conflitti più cruenti della loro storia e che ricordandosi come erano stati trattati dagli Italiani ora li ripagavano con ugual moneta. Allo stesso tempo, però, in quel periodo di pace, per i soldati neozelandesi era evidente un fatto:

Gli Jugoslavi stavano facendo passare agli Italiani dei momenti davvero terribili, ed una nazione stava brutalmente calpestando un’altra. Di certo non tutti coloro che, piangendo, venivano al nostro campo parlando di mariti arrestati, erano fascisti […]. Molti erano, o si sentivano, Italiani, presi di mira solo perché volevano che la loro città, di sentimenti italiani, rimanesse all’Italia

A seguito di questi fatti i soldati alleati presero in simpatia la popolazione italiana e divennero invece fortemente ostili agli Jugoslavi. “Il Neozelandese” scrive Cox “si limitava a constatare che a Trieste c’era una maggioranza italiana e che c’erano Italiani in tutta la zona. Da ciò traeva la conclusione che gli Jugoslavi non avevano diritto di governare in quella terra. Il suo senso di giustizia subiva continuamente l’affronto di arresti arbitrari e di un’atmosfera raggelata dalla paura”.

Ci ricordano Hitler, Mussolini e il Giappone”

Su sollecitazione personale di Winston Churchill gli Americani decisero di entrare con forza nella questione triestina. Entrambe le parti avvertivano il rischio di un’espansione territoriale incontrollata da parte degli Jugoslavi, i quali non paghi di aver occupato l’Istria e Trieste erano sconfinati perfino in Carinzia, territorio già attribuito alla zona d’influenza occidentale con gli accordi di Yalta. Il presidente Truman esponeva così il suo pensiero:

Secondo me, non si tratta di schierarci da una parte o dall’altra in una controversia tra Italia e Jugoslavia […] Si tratta fondamentalmente di decidere se i nostri due Paesi intendono permettere ai nostri alleati di intraprendere un’incontrollata espansione territoriale o di perseguire tattiche che ci ricordano troppo da vicino quelle di Hitler e del Giappone. L’occupazione jugoslava di Trieste, punto chiave di quel territorio e sbocco vitale di buona parte dell’Europa centrale, avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre le aree direttamente interessate

Inglesi ed Americani ritenevano che il destino della Venezia Giulia andasse discusso al tavolo della pace. Nell’immediato si rendeva però necessario instaurare un Governo Militare Alleato sulla regione, che da un lato avrebbe assicurato alle truppe anglo-americane un collegamento ferroviario con l’Austria e dall’altro avrebbe posto un freno alle mire espansionistiche di Tito. Le trattative furono affidate al generale Morgan, ma la risposta jugoslava fu inizialmente un secco rifiuto: Tito infatti riteneva di aver conquistato sul campo quel territorio e si sentiva legittimato a rivendicarlo come parte integrante della Jugoslavia. Egli probabilmente pensava che Stalin sarebbe intervenuto in suo soccorso e anche per questo non esitò nel fare la voce grossa. Tuttavia commise un errore, poiché il dittatore sovietico mantenne sempre un prudente silenzio sulla questione triestina, non ritenendo opportuno creare motivi d’attrito con Americani ed Inglesi per il possesso una striscia di terra nell’alto Adriatico.
La situazione rischiava di divenire incandescente. Churchill scriveva al feldmaresciallo Alexander che se Tito persisteva nel suo rifiuto di porre le truppe jugoslave sotto il comando alleato o di ritirarsi dalla zona, ne sarebbe conseguito inevitabilmente un conflitto armato. I soldati neozelandesi a Trieste sapevano di questa eventualità e sul punto Cox annota: “Se fossero stati chiamati a combattere lo avrebbero fatto con sufficiente prontezza, non fosse altro per porre fine alle continue tensioni e alle incessanti persecuzioni che colpivano i civili intorno a loro”. Il 19 maggio il feldmaresciallo Alexander trasmetteva alle proprie truppe un comunicato durissimo contro gli Jugoslavi:

La nostra politica, enunciata pubblicamente, prevede che ogni cambiamento territoriale abbia luogo solo dopo approfondito esame e dopo esaurienti consultazioni e delibere dei vari Governi interessati. È comunque intenzione apparente del Maresciallo Tito imporre le sue pretese sulla Venezia Giulia e sul territorio intorno a Villaco e Klagenfurt con l’uso delle armi e con l’occupazione militare. Azioni del genere ci ricordano fin troppo da vicino Hitler, Mussolini e il Giappone. È per impedire azioni di questo tipo che noi abbiamo combattuto questa guerra… È nostro dovere tenere questi territori in amministrazione fiduciaria, finché la Conferenza della Pace non disporrà definitivamente il loro destino

Privo del sostegno sovietico ed esposto al pericolo di un conflitto armato contro le truppe alleate, Tito fu costretto a rivedere la propria posizione. Con gli accordi siglati a Belgrado il 9 giugno, la Venezia Giulia venne divisa in due distinte aree lungo la cosiddetta “linea Morgan”: Trieste, Gorizia, Monfalcone e Pola passarono sotto il controllo di un’amministrazione militare alleata, mentre il resto della regione (quasi tutta l’Istria e Fiume) rimaneva in mano alla Jugoslavia, in attesa delle determinazioni della Conferenza della Pace.
Così finì la lotta per Triestescrive Cox, ultimo campo di battaglia della Seconda guerra mondiale sul Fronte Mediterraneo, e primo capo di battaglia della Guerra Fredda”.

“Ricordo di Marie A.”, Bertolt Brecht

Nuvola

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l’amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d’estate
c’era una nube ch’io mirai a lungo:
bianchissima nell’alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell’amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l’ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall’alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento
.

(traduzione di Roberto Fentonani)

Il giornalismo triestino e la Conferenza di pace di Parigi del 1946

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Tra i pochi documenti accolti negli atti della Conferenza di pace di Parigi del 1946 a sostegno del diritto italiano sulla Venezia Giulia figura un opuscolo sulla storia del giornalismo triestino dal titolo Giornali e periodici di Trieste dal 1781 al 1946, edito a cura dell’Associazione della Stampa Giuliana. Si tratta di un libretto bibliografico contenente l’elenco di tutte le pubblicazioni periodiche che hanno visto la luce a Trieste dalla fine del Settecento al termine della Seconda Guerra Mondiale. L’introduzione, scritta in italiano, è stata tradotta in due lingue: inglese e francese. Destinatarie di questa “memoria” erano infatti le potenze vincitrici, prime fra tutte Stati Uniti, Regno Unito e Francia.
L’intento dichiarato era
quello di dimostrare l’italianità della città, contro le pretese annessionistiche jugoslave. Con la forza dei numeri, l’Associazione della Stampa Giuliana argomentava che Trieste “è sempre stata, com’è oggi, una città squisitamente italiana, nella vita degli affari come in quella della cultura”. Infatti, stando a un prospetto statistico inserito nell’opera, delle 691 testate pubblicate a Trieste, 618 erano in lingua italiana. Seguivano i giornali in lingua slovena o serbo-croata (43), tedesca (19), greca (5), francese (5) e inglese (1).
Politica e storiografia formano un inestricabile groviglio nelle rivendicazioni territoriali sulla regione giuliana, sia da parte italiana che da parte slava. Questo documento, stampato in un numero limitatissimo di copie, ne è una lampante dimostrazione.

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Ecco il testo (in inglese) dell’appello rivolto dall’Associazione della Stampa Giuliana alle potenze vincitrici:

With the aim of offering a useful contribution to an ethnical enquiry of said territory, on the basis of solid elements, the Associazione della Stampa Giuliana (Julian Press Association) has compiled the following test of all periodical publications, issued in Trieste as from the beginning of eighteenth century up to date.
Such documentation speaks the clear language of facts and incontrovertible testimonials. It is not the result of a propagandistic improvisation, nor can it be denied or falsified. It has the consistence and the limpidity of facts that time has consacrated to history. As far as the past is concerned it can be checked by anyone, for its sources are freely available; and as for the present there is hardly any need for special enquiries.
In other words a documented reality, leaving no space to doubts on what, from an ethnical point of view, is the fundamental if not the sole element: the language proves that if the geographical position of Trieste and the importance of its harbour have made of this city a place open to any current of traffic and of thought, Trieste itself has always been, as it is at present, a purely Italian city both as regards business and culture.
In said publication are mentioned all papers and magazines which have been issued in Trieste and not merely those of a centenary age, but also those that have lasted for a few months, for they are likewise representative of life and character of a region that looks upon Trieste as its moral capital.
The following conspectus shows a statistical synopsis of publications issued in different languages, as well as the particular results during the period from their origins up to 1915, which period is generally regarded as the most fit and serene to base one’s considerations on the nationalities now under contestation. The sweeping majority of newspapers and magazines issued in the Italian language would of course appear even more strikingly if one could mention the consistency of their issues, which are, proportionally, far more considerable.

CONSPECTUS OF PERIODICAL PUBLICATIONS ISSUED IN TRIESTE FROM 1781 TO MARCH 1946

Language

Beginning of issuing year

Up to 1915 N.

Total N.

Italian

1784

451

618

Slav

1866

29

43

German

1781

16

19

Greek

1855

5

5

French

1866

5

5

English

1855

1

1

Bibliografia:

Giornali e periodici di Trieste dal 1781 al 1946, edito a cura dell’Associazione della Stampa Giuliana (due copie di questo opuscolo sono conservate presso la Biblioteca Civica Attilio Hortis di Trieste);

– Bruno Astori, Funzione storica del giornalismo a Trieste, nella Rassegna storica del Risorgimento, luglio dicembre 1951, p. 226-234.

“La ciociara”, Alberto Moravia

CiociaraIl romanzo è una cronaca della guerra, un libro sugli orrori della guerra

(Alberto Moravia al suo editore, Valentino Bompiani)

La guerra chiude gli uomini in una “tomba di indifferenza e di malvagità, li deturpa nell’animo, rendendoli apatici, duri di cuore e privi di pietà verso le disgrazie altrui. Questa è l’idea principale che attraversa le pagine della Ciociara di Moravia, dove la triste storia di Cesira e di sua figlia Rosetta è l’emblema di un’Italia dilaniata e sfigurata dalle tragedie del secondo conflitto mondiale. Le disavventure delle due protagoniste – costrette ad abbandonare Roma nell’estate del 1943 per la paura dei bombardamenti e a rifugiarsi tra i monti della Ciociaria – fanno da tessuto narrativo ad una più ampia meditazione su un imbruttimento morale che non risparmia quasi nessuno. La carestia, i prezzi folli della borsa nera, la mancanza di un tetto dove trovare riparo e l‘imperscrutabile malignità degli occupanti mettono a durissima prova i malcapitati del tempo, costringendoli a una lotta per la sopravvivenza dove non c’è spazio per “le leggi e il rispetto degli altri e il timor di Dio” e i valori dell’epoca di pace sono irrimediabilmente capovolti.
Le uniche luci a brillare nello scenario cupo e miserevole descritto da Moravia sono quelle di due giovani ragazzi: Rosetta e Michele (uno studente sfollato con cui le protagoniste instaurano presto un rapporto di amicizia). Pur animati da opposti ideali – Rosetta è estremamente religiosa, mentre Michele crede ferventemente nel socialismo – questi due personaggi appaiono puri, genuini e sorprendentemente saldi in un mondo che continua a precipitare. Tuttavia, seppur in maniera diversa, la guerra non tarderà ad allungare le sue mani anche su di loro. La ciociara, per buona parte, è la storia di queste gioventù spezzate, di due promettenti vite che in un contesto differente avrebbero ottenuto ben altra sorte.
Dopo La romana, pubblicato nel 1947, questo romanzo conferma una volta di più l’estrema sensibilità di Alberto Moravia nella descrizione dei personaggi femminili, una sensibilità che trova pochi pari nella letteratura italiana contemporanea.
Tutta la vicenda è filtrata attraverso gli occhi di Cesira, una donna semplice e di umili origini. Il racconto è pertanto improntato a una semplicità di espressione che rende la lettura fluida e agevole. Chiunque può tranquillamente avvicinarsi a questo libro, senza quella sorta di timore reverenziale che tante volte rende titubanti davanti alla lettura di un classico.