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Uno degli argomenti della filosofia moderna più celebri è senza dubbio la ‘scommessa’ di Pascal, delineata nell’opera Pensèes (Pensieri) che raccoglie le principali riflessioni del filosofo francese.

Dio esiste o no? Secondo Pascal tutti dobbiamo rispondere a questa domanda, nessuno escluso; l’epochè scettica, ovvero la sospensione del giudizio, qui non è applicabile perché chi decide di non scegliere in realtà una scelta l’ha presa.

Il faut parier, cela n’est pas volontarie. Vous êtes embarqués” (bisogna scegliere, non è una cosa che dipenda dal vostro volere, ci siete dentro): vale a dire che siamo tutti ‘embarquès’ sulla nave della vita, dunque non possiamo astenerci dal dare risposte, specialmente di fronte a una domanda come quella riguardante l’esistenza divina.

Assodato che tutti dobbiamo scegliere tra l’esistenza e la non esistenza di Dio, come possiamo essere aiutati nella nostra risposta dalla ragione? In nessun modo, sentenzia Pascal. Il filosofo francese si dice convinto del fatto che la ragione qui non può determinare proprio nulla, perché Dio non può essere né dimostrato né respinto con argomentazioni logiche o filosofiche.

Ed è a questo punto che viene teorizzata la scommessa:

“Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell’esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste”

Questa è in breve la condizione di chi scommette in favore dell’esistenza di Dio: se vince, come premio per la sua fede, avrà la beatitudine eterna, mentre se perde finisce col rimetterci solo dei beni finiti, cioè quelli che offre la nostra vita terrena e che Pascal non esita a definire un ‘nulla’. Quindi già per questo motivo varrebbe la pena scommettere su Dio. L’argomentazione poi prosegue e si fa di carattere puramente logico:

Siccome c’è uguale probabilità di vincita e di perdita, se aveste da guadagnare solamente due vite contro una, vi converrebbe già scommettere. Ma, se ce ne fossero da guadagnare tre, dovreste giocare (poiché vi trovate nella necessità di farlo); e, dacché siete obbligato a giocare, sareste imprudente a non rischiare la vostra vita per guadagnarne tre in un giuoco nel quale c’è eguale probabilità di vincere e di perdere. Ma qui c’è un’eternità di vita e di beatitudine. Stando così le cose, quand’anche ci fosse un’infinità di casi, di cui uno solo in vostro favore, avreste pur sempre ragione di scommettere uno per avere due; e agireste senza criterio, se, essendo obbligato a giocare, rifiutaste di arrischiare una vita contro tre in un giuoco in cui, su un’infinità di probabilità, ce ne fosse per voi una sola, quando ci fosse da guadagnare un’infinità di vita infinitamente beata. Ma qui c’è effettivamente un’infinità di vita infinitamente beata da guadagnare, una probabilità di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita., e quel che rischiate è qualcosa di finito. Questo tronca ogni incertezza: dovunque ci sia l’infinito, e non ci sia un’infinità di probabilità di perdere contro quella di vincere, non c’è da esitare: bisogna dar tutto”

Chi scommette ha il 50% di probabilità sia di vincere che di perdere. Dunque se ci fossero da guadagnare due vite contro una, dice Pascal, converrebbe già scommettere, e a maggior ragione se le vite da guadagnare non fossero due, ma tre. Il fatto è che qui non ci sono due, tre o quattro vite, ma un’infinità di vita infinitamente beata. Anche se ci fossero infinite probabilità di perdere, contro una sola di vincere, converrebbe scommettere, perché non si perde nulla e si ha la possibilità di guadagnare una vita infinita. Ma in questo caso le probabilità di perdere, come detto fin da principio, non sono infinite, bensì finite: 50%. Non bisogna esitare dunque: qui esiste una possibilità su due di guadagnare l’infinito, e quindi bisogna dare tutto, scommettendo su Dio.

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