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Si può aver pietà dei propri nemici, rendersi conto che sono uomini anche loro. La cattiva sorte che vivono oggi per mano nostra toccherà anche noi, perché il volgere della fortuna non esclude nessuno.

Cartagine, 146 AC. Il comandante romano Scipione Emiliano dà ordine al suo esercito di radere al suolo la città nemica, ormai ridotta agli stenti da un lungo assedio. Ma una volta impartito il comando, Scipione sembra rendersi conto della disumanità dell’atto che i suoi soldati stanno per compiere, e alla vista di Cartagine che viene data alla fiamme scoppia in lacrime. Il condottiero romano realizza che quello poteva essere il destino anche della sua città, e che i suoi acerrimi nemici altro non erano se non uomini come lui. Il singolare e toccante episodio è raccontato dallo storico greco Polibio.

Scipione, voltatosi subito verso di me, mi prese la destra e disse: “Polibio, è un grande momento, ma, non so come, ho la terribile sensazione che un giorno qualche altro darà lo stesso ordine riguardo alla mia patria” […] e al vedere come quella città stava allora finendo nella più completa e irreparabile distruzione, si dice sia scoppiato in lacrime ed abbia pianto davanti a tutti sulla sventurata sorte dei nemici. Dopo aver riflettuto tra sé ed aver considerato come la fortuna di ogni città, nazione, impero cambi inevitabilmente, non meno di quella degli uomini e che così era capitato a Ilio, un tempo prospera città, agli imperi di Assiria, Media e Persia che pure erano stati i più grandi del loro tempo e alla Macedonia, la cui intensa luce si era spenta proprio da poco, o per precisa volontà, o perché gli erano sfuggiti, se ne uscì con questi versi:

Giorno verrà che Ilio sacra perisca

e Priamo, e la gente di Priamo buona lancia

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