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La naturalezza e la spontaneità non appartengono a tutti. Molti infatti danno troppa importanza al pensiero altrui e assumono dei comportamenti forzati, che hanno come unico fine quello di mettersi al riparo da critiche esterne. Ma questo modo di vivere, portato avanti quotidianamente, finisce per sfinire la persona: non esiste infatti momento di pace per chi teme sempre di dire o fare qualcosa che non piaccia agli altri, chiunque essi siano. “Non è piacevole nè rilassante la vita di chi indossa perennemente una maschera”, dice Seneca. Qui ho voluto riportare il passo del De tranquillitate animi (Sulla serenità dell’animo) che sviluppa proprio questo argomento: l’inquietudine generata dalla mancanza di spontaneità.

maschera

Est et illa sollicitudinum non mediocris materia, si te anxie componas nec ullis simpliciter ostendas, qualis multorum vita est, ficta, ostentationi parata: torquet enim assidua observatio sui et deprehendi aliter ac solet metuit. Nec umquam cura solvimur, ubi totiens nos aestimari putamus quotiens aspici. Nam et multa incidunt quae invitos denudant, et, ut bene cedat tanta sui diligentia, non tamen iucunda vita aut secura est semper sub persona viventium.
At illa quantum habet voluptatis sincera et per se inornata simplicitas, nihil obtendens moribus suis! Subit tamen et haec vita contemptus periculum, si omnia omnibus patent: sunt enim qui fastidiant quicquid propius adierunt. Sed nec virtuti periculum est ne admota oculis revilescat, et satius est simplicitate contemni quam perpetua simulatione torqueri. Modum tamen rei adhibeamus: multum interest, simpliciter vivas an neglegenter.
Multum et in se recedendum est: conversatio enim dissimilium bene composita disturbat et renovat affectus et quicquid imbecillum in animo nec percuratum est exulcerat. Miscenda tamen ista et alternanda sunt, solitudo et frequentia. Illa nobis faciet hominum desiderium, haec nostri, et erit altera alterius remedium: odium turbae sanabit solitudo, taedium solitudinis turba.

Traduzione

Un’altra cosa che ci dà motivo non lieve di inquietudine è la mancanza di spontaneità e naturalezza.

Si è costretti troppo spesso ad assumere pose forzate, a non mostrarsi al prossimo per quello che si è. La vita di molte persone è condizionata dall’ostentazione. Eppure è un tormento doversi sempre controllare e stare perennemente in guardia, col timore di essere sorpresi in un atteggiamento diverso da quello consueto. Come ci si può sentire sereni, liberi dall’angoscia, se si vive nel perenne timore di essere osservati e giudicati?

Sono parecchie le situazioni che ci disarmano mettendo a nudo il nostro vero io, e, anche ammettendo che possa essere utile l’atto di controllarsi in sé, non è piacevole né rilassante la vita di chi indossa perennemente una maschera. Quant’è serena invece la semplicità schietta e spontanea, non priva di grazia, di un comportamento senza veli! E’ vero che un siffatto modo di vivere spesso attira critiche, se non disprezzo, come accade inevitabilmente quando tutto è sotto gli occhi di tutti: c’è infatti chi disprezza facilmente ciò che ha sotto gli occhi. Ma la virtù non teme alcuna perdita di valore agli occhi di nessuno, ed è preferibile essere disprezzati per la propria spontaneità che tormentati da una continua, soffocante finzione. Anche della spontaneità, comunque, si faccia un uso equilibrato: c’è differenza tra il vivere in modo autenticamente spontaneo e in modo trasandato e volgare.

E’ importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine.

tratto dal De tranquillitate animi, Caput XVII, Seneca; la traduzione in italiano è di Silvio Ruffo

 

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