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Cum feliciter tam ego Constantinus Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid est divinitatis in sede caelesti, nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere.

Trovandoci noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, felicemente assieme in Milano, per trattare i vari affari relativi al bene e alla sicurezza pubblica, tra le cose che più ci sembrano di utilità generale, credemmo di dover innanzi tutto regolare la questione che concerne il culto della divinità, concedendo così, tanto ai Cristiani quanto a tutti gli altri, di seguire liberamente la religione che più loro aggrada, affinché la divinità che ha la sua sede nel cielo, qualunque essa sia, possa guardare con occhio benigno e propizio noi e chi è sotto la nostra autorità. (Editto di Milano, 313 DC)

Storicamente, la negazione o la limitazione di libertà religiose non ha mai costituito un progresso per l’umanità, anzi. Per questo motivo, a prescindere dalle valutazioni che si possono fare relativamente al culto islamico, ho accolto con preoccupazione l’esito del referendum svizzero che ha sancito il divieto di costruire nuovi minareti.

Non sono tuttavia indifferente verso il problema politico che riguarda la religione musulmana e i suoi tanti fedeli sparsi ormai in tutt’Europa: trovo comprensibili la diffidenza e il timore suscitati dagli attentati terroristici di New York, Madrid e Londra e credo che sottovalutare il rischio costituito dal fondamentalismo islamico sarebbe un errore imperdonabile. Premesso ciò, mi sono chiesto: quale futuro avrà nella nostra Europa la libertà religiosa? Il suo processo di affermazione non era forse giunto all’apice e quindi alla fine nelle tante dichiarazioni delle attuali costituzioni occidentali? Faremo un passo indietro o ci sarà un’ulteriore evoluzione di questo diritto? E’ una domanda che dovremmo farci tutti prima di dire con tanta spensieratezza ‘facciamo come in Svizzera’ (in questo senso sono rimasto allibito di fronte alla superficialità dimostrata da alcuni nostri ministri leghisti).

Attualmente si sta verificando un fenomeno singolare: molti cittadini europei si sentono indifesi e vulnerabili a causa di un loro diritto fondamentale (già, chè se non si potesse scegliere quale fede professare sarebbe un bel pasticcio). Un principio cardine della democrazia, che dovrebbe tutelare, ora sembra mettere a repentaglio la nostra sicurezza o quanto meno esporla a grossi rischi. Pare che non ci fosse nessun problema finchè la libertà religiosa concedeva di essere atei, protestanti, testimoni di Geova o ebrei senza dover subire sanzioni o restrizioni da parte dello Stato. Ma adesso che si tratta di accogliere questi fedeli musulmani i dubbi sono aumentati, a partire dalla controversa questione delle moschee: vanno alzate oppure no? Si tratta di semplici luoghi di culto o di potenziali covi di terroristi?

Il problema della libertà religiosa è più complesso di come possa apparire, perché se da una parte è evidente che non ci si possa bendare gli occhi di fronte ai rischi del fondamentalismo islamico, dall’altra è altrettanto innegabile che una limitazione alla libertà di culto costituirebbe un passo indietro rispetto alle importanti conquiste fatte dalla nostra civiltà sul piano dei diritti individuali. Vogliamo forse tornare ad avere uno Stato confessionale, ovvero uno Stato che professa come propria una determinata religione e tutt’al più ne tollera qualcun’altra?  Dev’esser ben chiaro che di alternative non ne esistono, a meno che non si segua la strada opposta dell’ateismo di Stato, sul solco dell’esperienza sovietica e di tutti i regimi comunisti, strada altrettanto pericolosa a mio avviso, perché come la prima (Stato confessionale) mina la libertà di professare la propria fede, attuando dunque un’odiosa restrizione.

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