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Lo si sente dire spesso. “Una volta non era così”, “i giovani di oggi”, “ai miei tempi” e via dicendo. E’ un luogo comune abbastanza diffuso che una volta le cose andassero certamente meglio di ora: le nuove generazioni (nell’opinione della maggioranza) non sono mai migliori di quelle che le hanno precedute.

Si tratta di un’idea antica, la stessa sottesa nel famoso mito esiodeo dell’età dell’oro, ma anche nella Genesi, dove in principio tutto era perfetto: l’idea – cioè – che il presente sia peggiore del passato.

Cito un passo delle Nuvole di Aristofane, scritto all’incirca 2500 anni fa. Si tratta di un’esaltazione della propria generazione. Cambiamo i termini, ma non la sostanza dei rimproveri che vengono rivolti ancora oggi ai giovani.

“Vi dirò com’era l’educazione d’una volta, quando eravamo in voga io e le mie affermazioni di giustizia, quando la temperanza era norma. Tanto per cominciare guai se li sentivi aprir bocca; andavano a lezioni di musica, tutt’insieme quelli dello stesso quartiere, sfilando in bell’ordine, per strada, senza mantello, anche se nevicava fitto. Il maestro insegnava loro a cantare (e guai se accavallavano le cosce) canzoni tipo “Espugnatrice Pallade, tremenda” oppure “Di lungi un grido”, intonando l’armonia tramandata dagli avi. Se qualcuno di loro faceva il buffone o ci infilava un melisma come quelli che vanno di moda oggi, quelle melodie impossibili alla Frinide, si beccava un sacco di botte per oltraggio alle Muse. E a lezione di ginnastica, quando erano seduti, i ragazzi dovevano tenere le cosce ben unite per non mostrare nulla di tormentoso a chi stava di fronte”.

Nell’ordine, i giovani sono implicitamente accusati: di fare casino;  di essere disordinati; di non aver sopportazione per le intemperie; addirittura, di ascoltare cattiva musica (!); di dissacrare; e infine, di essere troppo disinibiti. Critiche assolutamente attuali.

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