In Italia si assiste ormai da anni ad un’anomalia politica sconosciuta agli altri grandi Paesi occidentali. Mi riferisco al fatto che quasi tutti i partiti sono di recentissima formazione e hanno per leader il loro stesso fondatore. E’ il caso del Pdl (Berlusconi), di Sinistra Ecologia Libertà (Vendola), Futuro e Libertà (Fini), Italia dei Valori (Di Pietro), Lega Nord (Umberto Bossi), Udc (Casini), Movimento 5 Stelle (Grillo), Api (Rutelli), Mpa (Lombardo), solo per citare i principali. Anche noi un tempo avevamo dei partiti “storici” (Dc, Pci, Psi, Msi, etc…) ma Tangentopoli ha cambiato la situazione. Oggi non si vota più un partito ma un uomo, un leader. Infatti sono gli stessi politici a catalizzare l’attenzione sulla propria persona piuttosto che sui programmi; allo stesso tempo gli avversari sono più inclini a criticare il leader del partito opposto piuttosto che il partito in sé.

Questo sistema ha provocato almeno due storture. La prima: invece di parlare di politica si parla di persone, e gli stessi elettori sono portati a valutare meno le idee e più i leader. Berlusconi ha un grande successo proprio perché non ha eguali in Italia in fatto di leadership, di oratoria e di captazione del consenso. In un sistema di segno opposto dove si votano i partiti e si considerano con maggiore attenzione le idee, molto probabilmente Berlusconi non governerebbe (vista l’attuale situazione di crisi e dato che le crisi favoriscono sempre i governi conservatori, probabilmente ci sarebbe un altro governo di centro-destra, magari più serio di quello che attuale).

La seconda stortura è dovuta all’assenza di primarie all’interno dei partiti: le primarie infatti poco si addicono a tutti quei partiti creati da una singola persona che sia ancora in vita, perché a questa spetta di diritto la leadership.

L’unico partito che si discosta da questo quadro anomalo è il Pd,  il solo partito storico rimasto nella politica italiana (discende infatti, seppur alla lontana, dal Partito Comunista). Fino a qualche anno fa era in compagnia di Alleanza Nazionale (Movimento Sociale), ma ora non ce ne sono altri. Deve eleggere il suo leader perché non ha un fondatore: per questo è l’unico partito italiano che utilizza le primarie, non per altri motivi. Chi lo vota è indubbiamente più un affezionato che un soggetto ammaliato dal leader del momento, a differenza di quanto accade per gli elettori di Vendola, Fini, Berlusconi e via dicendo. Il criterio di chi vota Pd dunque è lo stesso che animava tutti gli elettori italiani durante la Prima Repubblica: “voto il partito, non l’uomo”.

Tuttavia non mancano i problemi: in un sistema dove i leader contano così tanto, non averne uno forte è terribilmente penalizzante. Ed è questa secondo me la peggiore disgrazia del Pd: non avendo avuto negli ultimi anni dei leader forti è apparso debole di fronte all’opinione pubblica che invece chiede a gran voce un capo. Gli altri difetti passano in secondo piano: è vero che al suo interno il Pd ha molte contraddizioni  e incoerenze, ma vale lo stesso per tutti gli altri partiti. Non è forse un’incoerenza, ad esempio, proclamare i valori del Cristianesimo ed aver divorziato due volte? Non è incoerente avere nella stessa coalizione ex-fascisti nazionalisti ed indipendentisti convinti? Non è incoerente vendersi all’opinione pubblica come comunisti di ferro e cattolici convinti allo stesso tempo? All’elettorato le incoerenze non interessano più di tanto, e certamente interessano ancora meno se si votano uomini al posto delle idee. Va aggiunto che un leader forte è capace di nascondere le contraddizioni più eclatanti (Berlusconi è un maestro in questo).

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