Possiamo imporre le nostre leggi ai Paesi del terzo mondo? E se sì, in quale misura? L’Italia può o deve prendere spunto dall’esperienza legislativa di altri Paesi occidentali?

Vediamo: in Inghilterra non esiste una costituzione e in Francia i pubblici ministeri dipendono dal potere esecutivo. Cosa accadrebbe in Italia se non avessimo una costituzione e se i pm non fossero indipendenti? Be’ non serve fare molte ipotesi o lavori di fantasia, una situazione del genere l’abbiamo già vissuta sotto il fascismo, dove lo Statuto Albertino era carta straccia e i pm erano manovrati dal regime mussoliniano. Questo per dire che ogni Paese è una realtà a se stante, e che i paragoni con le leggi degli altri Stati lasciano il tempo che trovano: ogni nazione deve trovare le sue leggi, ovvero quelle che più si adattano al carattere della popolazione locale.

A tal proposito cito due grandi illuministi: il francese Montesquieu e l’italiano Beccaria. Il primo dice:

“[Le leggi] devono essere talmente adatte ai popoli per i quali sono istituite che è incertissimo se quelle di una nazione possano convenire ad un’altra”

Ma non si ferma qui e va oltre, legando l’efficacia delle leggi addirittura alla condizione climatica e alla posizione geografica dello Stato. Scrive infatti:

“[Le leggi] devono essere corrispondenti alle caratteristiche fisiche del Paese; al clima- freddo, ardente o temperato – ; alle qualità del suolo, alla sua situazione, alla sua ampiezza; al genere di vita dei popoli, agricoltori, cacciatori o pastori; devono rifarsi al grado di libertà che la costituzione può permettere, alla religione degli abitanti, all’indole di essi, alla loro ricchezza, al numero, al commercio, agli usi e costumi. E’ quindi necessario che vengano considerate sotto tutti questi punti di vista”.

Il legislatore deve dunque tener conto dello spirito della popolazione. Questo tuttavia non significa che debba “adagiarsi” sui vizi e sui difetti di un popolo. Il legislatore infatti deve disciplinare l’esistente, non giustificarlo. Cesare Beccaria conclude la sua opera “Dei delitti e delle pene” con queste parole:

“Concludo con una riflessione, che la grandezza delle pene dev’essere relativa allo stato della nazione medesima. Più forti e sensibili devono essere le impressioni sugli animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio. Vi vuole il fulmine per abbattere un feroce leone che si rivolta al colpo del fucile. Ma a misura che gli animi si ammolliscono nello stato di società cresce la sensibilità e, crescendo essa, deve scemarsi la forza della pena, se costante vuole mantenersi la relazione tra l’oggetto e la sensazione”.

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