Integrare significa occidentalizzare

Quando si parla di multiculturalismo il pensiero passa subito agli Usa, dove – dopo tanti anni di convivenza tra etnie differenti – la principale carica politica del Paese è passata a un afro-americano. Questa circostanza merita un’attenta riflessione.

Il padre di Barack Obama era un immigrato kenyota, di cultura afro-islamica. Credo si possa affermare con certezza che se il figlio fosse cresciuto come lui, non sarebbe mai divenuto presidente degli Stati Uniti d’America. E questo non perché ci sia qualcosa di male ad essere musulmani o di cultura africana: cerco solo di essere realista. Obama è potuto giungere alla Casa Bianca anzi tutto perché si è affrancato dalla cultura del padre e ha acquisito una mentalità statunitense, o meglio, occidentale.

Lo stesso discorso, mutatis mutandis, dovrebbe valere per quegli immigrati che arrivano in Europa e in particolare nel nostro Paese.

Se desideriamo veramente la loro integrazione è necessario che si occidentalizzino. Altrimenti, se ogni comunità straniera presente sul suolo italiano rimane chiusa in sé stessa e conserva integralmente le proprie radici culturali, si prospetta un futuro di separazione, o meglio, di ghettizzazione. Il massimo a cui potremo aspirare sarà un rispetto reciproco: puro formalismo che coprirebbe una sostanza di diffidenza, se non addirittura di rivalità o intolleranza.
E’ evidente che non possiamo occidentalizzare tutti gli immigrati che arrivano in Italia, perché quelli che non sono più bambini conserveranno inevitabilmente un rapporto profondo con la madre Patria: nelle migliori delle ipotesi potranno adattarsi al nostro stile di vita, ma intimamente rimarranno cinesi, rumeni, senegalesi e via dicendo. I flussi migratori devono altresì essere sostenibili, altrimenti l’integrazione non sarebbe materialmente possibile: si verrebbero a creare enormi sacche di emarginati sociali o di sfruttati (qualcuno ricorda i fatti di Rosarno?).
Quello che noi italiani possiamo certamente fare è integrare la cosiddetta “seconda generazione”, cioè i figli degli immigrati. Per questo è assolutamente necessario che si provveda con legge a stabilire che tutti i nati in territorio italiano siano di diritto cittadini italiani. A molti può sembrare una mera formalità, ma non lo è. Questi bambini devono sentirsi italiani fin dalla nascita, non devono sentirsi esclusi dalla nostra società, devono diventarne parte.

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4 thoughts on “Integrare significa occidentalizzare

  1. Mi mette tristezza vedere come uno studente universitario possa avere idee così culturalmente arretrate. Confondi integrazione con assimilazione, vedi le culture altrui come qualcosa che costituisce un problema anziché una occasione per conoscere, condividere, arricchirti. Ti riconosci in un concetto fumoso e vago di “cultura occidentale”.
    Mi chiedo se tu sia mai uscito davvero dall’Italia e se ti sia capitato di avere amici di altre nazionalità.
    Penso siano esperienze che dovresti darti una mossa a fare…

  2. A me mette tristezza vedere così tanti luoghi comuni condensati in poche righe. Ti sei scordata di scrivere: ” viviamo tutti sotto lo stesso cielo, non ci sono confini, vogliamoci tutti bene, viva la pace”.

    Qui nessuno nega che la conoscenza di culture diverse dalla propria possa arricchire. Anzi (anche se non bisogna dare per scontato che arricchisca sempre, dipende dall’animo delle persone: probabilmente se incontrassi un aspirante shahid le probabilità di un arricchimento culturale sarebbero basse).
    Io però non parlo di semplice conoscenza, ma di convivenza. La questione è diversa. La convivenza tra culture differenti è senza dubbio problematica: non nel senso che sia nociva o pericolosa, ma nel senso che chiede uno sforzo ad ambedue le parti.

    Sì, mi riconosco nella cultura occidentale (concetto tutt’altro che vago e fumoso), credo sia normale per un italiano, così come per un pakistano è naturale riconoscersi nella cultura islamica, non vedo cosa ci sia di sbagliato. O neghi l’esistenza delle culture?

    Certo che ne ho conosciute, e in modo non superficiale. Che ne sai di me? Non giudicare chi non si conosce è una basilare regola di civiltà: nonostante i mille viaggi all’estero evidentemente non l’hai ancora imparata.

  3. Io non giudico te, giudico quello che scrivi, dal momento che l’hai reso pubblico.
    Il buonista “volemose bene” qua non c’entra proprio nulla, e son d’accordo con te quando dici che la convivenza richiede uno sforzo da ambedue le parti.
    Altra cosa però è chiedere che l’altro neghi la propria cultura, la propria identità in nome di un adeguamento culturale, come fai nel tuo post.
    Io il concetto di “cultura occidentale” lo vedo troppo vasto e troppo vago. Io mi sento veneta, italiana ed europea. Un pakistano potrà essere musulmano, ma non puoi parlarmi di cultura islamica, mettendomi insieme un pakistano e un marocchino, che sono diversi pure linguisticamente. Così come sono diversi culturalmente un cileno e un cubano, o un catalano e un andaluso (e ti posso assicurare che ci sono in catalogna famiglie andaluse o galiziane che hanno avuto e hanno problemi di integrazione).
    Poi che l’assimilazione rappresenti una soluzione rimane tutto da dimostrare: in francia, ad esempio, non sembra essere andata molto bene. E proprio con gli immigrati di seconda generazione.

  4. E da quello che ho pubblicato si evince forse che non ho mai viaggiato all’estero e che non ho mai avuto amici di altre nazionalità? E se anche non avessi viaggiato molto, perché dovrei darmi una mossa a farlo? Non potrei, ad esempio, avere pochi soldi per permettermi lunghi viaggi?

    Dici di sentirti veneta, italiana ed europea (ti condivido) e al contempo affermi che il concetto di cultura occidentale è vago. Se rifletti bene però anche il concetto di identità europea è vasto: possono starci dentro tanto il pastore sardo quanto il finanziere svedese (siamo sicuri che abbiano molto più da raccontarsi di un marocchino e di un pakistano?) Tu stessa ricordi giustamente che esistono differenze culturali addirittura tra cittadini di uno stesso Paese europeo. Ma nonostante ciò – tu che ti senti veneta – dichiari di sentirti anche europea. Come vedi, ci si può sentire parte di qualcosa di più grande di una ristretta zona geografica.

    So di ragazze musulmane – nate qui in Veneto e che ho conosciuto – che tengono nascoste relazioni con ragazzi italiani perché in famiglia non lo accetterebbero mai. Infatti, secondo quella cultura, il marito della figlia deve essere musulmano perché i futuri figli prenderanno la religione del padre, non della madre. La questione mi sembra di grande rilievo. Simili principi cozzano o no con la nostra cultura, con le idee sancite nelle nostre carte costituzionali? Cosa bisogna fare dunque? Quando dici che dobbiamo integrarci, cosa intendi? Andiamo nello specifico: cosa acquisiresti ad esempio della cultura islamica e a cosa rinunceresti invece della tua cultura?

    Hai mai pensato che le leggi che tutelano la libertà e l’eguaglianza della donna non sono leggi divine, calate dai cieli, ma sono state invece scritte da popoli occidentali e che come tali sono espressione di una cultura occidentale?

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