Esiste un paesino in Montenegro, Perasto, dove secondo alcune stime vivono circa 140 persone che parlano come madre lingua il dialetto veneziano (pur con inevitabili inflessioni del luogo). Dal momento che a Perasto vi sono complessivamente 349 abitanti, si tratta di una parte consistente della popolazione locale, quasi il 40%. E’ un dato molto curioso, che non è dovuto (come qualcuno potrebbe pensare) a recenti immigrazioni italiane nella piccola città. Quelle poche decine di montenegrini che parlano il dialetto veneziano sono in realtà i discendenti dei vecchi abitanti di Perasto, città che dal ‘300  al 1797 appartenne al dominio della Repubblica di Venezia. Il legame tra le due città era strettissimo: da una parte gli abitanti di Perasto erano grati alla Repubblica poiché li difendeva dalla minaccia turca (gli ottomani presero quasi tutti i Balcani ma non questa piccola città montenegrina e gli altri possedimenti veneziani in Dalmazia); d’altre parte i veneziani avvertivano distintamente la fedeltà di Perasto (della quale avevano avuto prova in più occasioni) e le conferirono l’onore di conservare il gonfalone di guerra della Serenissima.

Quando Napoleone nel 1797 invase i territori della Repubblica Veneta, Venezia cessò di esistere come stato indipendente dopo quasi mille anni di vita. Per gli abitanti di Perasto fu uno shock: la città che essi consideravano come propria patria e che gli aveva garantito protezione e ricchezza per secoli si dissolveva e passava in mano straniera. Napoleone in poche settimane cedette Venezia e tutti i suoi possedimenti all’Impero d’Austria, il quale nell’estate del 1797 diresse il proprio esercito verso Perasto (situata all’estremità meridionale dei territori veneziani) per prendere il controllo della città. Gli abitanti, per evitare di consegnare agli austriaci il gonfalone della Repubblica che conservano da secoli, lo seppellirono in un luogo ancora oggi sconosciuto. Il capitano della guardia Viscovich pronunciò in quell’occasione il famoso discorso passato alla storia come “Ti con nu, nu con Ti”, che rappresenta l’ultimo atto d’amore e di dedizione di questa piccola città montenegrina a Venezia:

“In sto amaro momento, che lacera el nostr cor, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio, al Gonfalon de la Serenissima Republica, ne sia de conforto, o cittadini, che la nostra condotta passata e de sti ultimi tempi, rende non solo più giusto sto atto fatal, ma virtuoso, ma doveroso par nu.

Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tutta l’Europa, che Perasto ha degnamente sostenudo fin a l’ultimo l’onor del Veneto Gonfalon, onorandolo co sto atto solenne, e deponendolo bagnà del nostro universal amarissimo pianto.

Sfoghemose, cittadini sfoghemose pur, e in sti nostri ultimi sentimenti coi quali sigilemo la nostra gloriosa carriera corsa sotto al Serenissimo Veneto Governo, rivolgemose verso sta Insegna che lo rappresenta, e su de ela sfoghemo el nostro dolor.

Par trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre par Ti, o San Marco: e fedelissimi sempre se avemo reputà Ti con nu, nu con Ti; e sempre con Ti sul mar nu semo stai illustri e vittoriosi.

Nissun con Ti ne ha visto scampar, nissun con Ti ne ha visto vinti e spaurosi! E se i tempi presenti, infelicissimi per imprevidenza, par dissension, par arbitri illegali, par vizi offendenti la natura e el gius de le genti, non Te avesse tolto da l’Italia, par Ti in perpetuo sarave le nostre sostanze, el nostro sangue, la vita nostra e, piuttosto che vederTe vinto e desonorà dai toi, el coraggio nostro, la nostra fede se avarave sepelio sotto de Ti!

Ma za che altro no ne resta da far par Ti, el nostro cor sia l’onoratissima to tomba, e el più puro e el più grande to elogio le nostre lagreme!”

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