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La nostra Costituzione è ancora attuale? La domanda è legittima se si pensa all’anno della sua promulgazione (1948) e alle tante proposte di riforma avanzate negli ultimi tempi, su tutte quella riguardante la forma di governo, visto che molti desiderano una repubblica presidenziale.

Diverse cose sono cambiate dal dopoguerra. Non solo la società italiana e i suoi bisogni, ma anche i tempi della politica (che oggigiorno richiedono maggior speditezza rispetto agli anni quaranta), la partecipazione all’Unione Europea, i mezzi di comunicazione, la globalizzazione, l’immigrazione, etc…

Paesi occidentali come la Francia si sono dati in tempi recenti nuove costituzioni a fronte di cambiamenti storici e sociali. In Italia questo sembra essere un tabù, al punto tale che nonostante si avanzino proposte di riforma della Costituzione e  si istituiscano commissioni di “saggi” per valutare e ponderare eventuali modifiche, nessuno tuttavia ha ancora avuto il coraggio di chiedere la convocazione di una nuova Assemblea Costituente, di chiedere cioè la stesura ex novo della costituzione della Repubblica Italiana.

Certo, l’indubbia qualità dell’attuale testo costituzionale parrebbe sufficiente a giustificare l’assenza di proposte simili. I motivi principali però – a mio parere – sono sostanzialmente due: il primo è la cronica incapacità del legislatore italiano degli ultimi sessant’anni ad operare rivisitazioni organiche e complessive del diritto e delle sue fonti. Il legislatore italiano da molto tempo ormai preferisce rammendare, rattoppare, abrogare leggi, commi, introdurre nuovi articoli –bis/-ter/-quater, modificare quelli già esistenti, togliere qualche parolina qua e là e aggiungerne qualcun’altra altrove. Questo odioso metodo di legiferare si è manifestato addirittura con la stessa Costituzione, che in diversi punti (dalla fine degli anni novanta ad oggi) è stata oggetto di modifiche e riforme, su tutte quella del Titolo V relativo al rapporto tra Stato e Regioni operata nel 2001 e per ultima quella che ha introdotto il pareggio di bilancio, su spinta dell’Ue.

E’ come se il legislatore italiano fosse incapace di ridisciplinare da capo a fondo intere materie, di elaborare nuovi codici (tre su quattro di quelli attualmente vigenti sono stati emanati sotto Mussolini), insomma, di riscrivere il proprio diritto quando necessario. E questa inettitudine non può che riflettersi anche sulla legge fondamentale dello Stato: come può riscrivere la propria Costituzione un popolo che non è nemmeno in grado di darsi  – ad esempio – un nuovo codice penale?

La seconda ragione che impedisce attualmente all’Italia di darsi una nuova costituzione è più profonda, perché ha a che fare con la sua coscienza storica: abbandonare la costituzione del ’48 equivarrebbe a privarsi di un autentico cimelio, una sorta di oggetto “sacro” che meglio di ogni altra cosa è capace di rappresentare quel nuovo ordine venuto a crearsi nel dopoguerra a seguito della caduta del fascismo. L’autorevolezza e il riconoscimento della nostra costituzione derivano in massima parte dal particolare contesto storico in cui è nata, dalla sua natura di atto fondativo di una nuova repubblica sorta sulla resistenza, al termine di un conflitto mondiale. Tutti sanno che una nuova costituzione promulgata al giorno d’oggi non avrebbe assolutamente quello stesso prestigio e quella stessa forza. Probabilmente la parola “costituzione” non farebbe più pensare a qualcosa di intoccabile, e parole come “incostituzionale” o “anticostituzionale” non farebbero più pensare a qualcosa di inaudito o di intollerabile.

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