Venezia, proclamazione della repubblica di San Marco

Daniele Manin fu il celebre patriota che guidò la rivolta di Venezia contro l’Impero Austriaco nel 1848. L’impresa dell’indipendenza da Vienna tuttavia fallì un anno e mezzo dopo, quando Venezia – assediata e ridotta alla fame – fu costretta ad arrendersi, a sventolare quella famosa ‘bandiera bianca’ di cui parla Arnaldo Fusinato nella sua poesia più conosciuta.

Manin dovette così prendere la via dell’esilio. Si rifugiò a Parigi, dove morì nel 1857. Qui visse impartendo lezioni d’italiano, ma non smise mai di adoperarsi per la causa nazionale. Sono anni di gran fervore in Italia: moltissimi desiderano l’unificazione, ma divergono fra loro per la forma che dovrà assumere il nuovo Stato. Così, alcuni sostengono la monarchia sabauda ed auspicano l’unificazione sotto la dinastia Savoia; altri (come Mazzini e Garibaldi) sono contrari all’opzione monarchica e desiderano piuttosto la proclamazione di una Repubblica italiana; altri ancora propugnano per l’Italia una soluzione simile a quella statunitense: una confederazione repubblicana di Stati liberi.

Nello scritto che segue (del gennaio 1856), il patriota veneziano sintetizza la propria posizione circa la questione italiana. Dopo aver affermato la propria preferenza per una repubblica di tipo federale ed aver auspicato la riunione dei patrioti italiani in un sol partito, Manin spiega le ragioni del suo sostegno ideale alla monarchia sabauda.

Manin

Parigi, 22 gennaio 1856

Per ben comprendere e giudicare la mia condotta in quanto concerne la quistione italiana, bisogna distinguere – perdonate alla fretta l’uso di nomi ambiziosi – il pensatore e l’uomo politico.

Come pensatore ed a priori, credo che la repubblica sia il migliore dei governi, e che l’esercizio della libertà sia più largo e sicuro con la forma federale.

Come uomo politico, vado con paziente cura cercando quello che è praticamente possibile; e quando parmi averlo trovato, m’ingegno d’indirizzare la mia azione per la via che stimo ad essa pratica possibilità conducente.

Ho lungamente meditato sull’arduo problema del riscatto italiano, ed ho diligentemente analizzate le varie opinioni apparentemente tanto diverse delle varie frazioni di patriotti. Le pratiche conclusioni, che mi è sembrato di poterne tirare, son queste:

1° Le varie frazioni di patriotti italiani sono concordi nei punti essenziali.
2° Bisogna constatare questa concordia, trovare una formula che chiaramente ne esprima i termini, inscrivere questa formula sopra una bandiera, rannedare intorno a questa bandiera le varie frazioni di patriotti, e costituire così il grande partito nazionale.

Il primo punto essenziale, sul quale tutti i patriotti italiani sono d’accordo, è l’indipendenza. Ma perché l’indipendenza sia solidamente costituita e conservata, è necessario che l’Italia, cessando d’essere una espressione geografica, diventi una individualità politica. Tre sono le forme possibili d’individualità politica: unità monarchica, unità repubblicana e confederazione repubblicana. La parola unificazione comprende queste tre forme. Dunque il secondo punto parimente essenziale è l’unificazione. Questi due punti sono reciprocamente connessi ed inseparabilmente legati: l’Italia non può essere unificata se non è indipendente, e non può durare indipendente se non è unificata. Ecco pertanto i cercati due termini della formula, ecco l’iscrizione della bandiera nazionale: INDIPENDENZA ED UNIFICAZIONE.

Ho proposto questa formula, ho mostrato questa bandiera, ho invitato a schierarvisi intorno tutti i sinceri patriotti italiani.
Chiamo sinceri patriotti italiani quelli che amano l’Italia sopra ogni altra cosa, e considerando come l’ordine subordinato le quistioni di forma monarchica e repubblicana, sono pronti ad ogni sacrifizio per fare l’Italia, cioè per renderla indipendente ed una; e quindi, tanto i repubblicani che amano l’Italia più della repubblica, quanto i realisti che amano l’Italia più d’una dinastia qualsiasi.

Ho motivo di credere che questo invito non sia rimasto senza frutto. Al di fuori del partito puro piemontese e del partito puro mazziniano, v’è la gran massa, la grande maggioranza dei patriotti italiani. Questa, per diventare il grande partito nazionale, ed assorbire gli altri, aveva bisogno d’una bandiera propria, con una iscrizione concisa che ne esprimisse nettamente le aspirazioni. Ciò ora esiste. L’impulsione è data: parmi lecito sperare che il tempo farà il resto.

Il partito piemontese, ed il partito mazziniano, hanno entrambi, a mio avviso, il torto d’essere troppo esclusivi. Il primo rifiuta il concorso dei repubblicani, ed il secondo rifiuta il concorso dei realisti. L’uno pare che dica: Più dell’Italia, amo la dinastia di Savoia; e l’altro pare che dica: Più dell’Italia, amo la forma repubblicana.

Ora, s’egli è vero, come a me sembra, che per preparare la grande opera della emancipazione italiana sia necessario riunire tutte le forze della nazione, e non dividerle; s’egli è vero, come a me sembra, che nè i realisti soli, nè i repubblicani soli, sieno abbastanza forti per riuscire isolatamente; parmi riesca evidente che nè il partito mazziniano, nè il partito piemontese, hanno le condizioni volute per essere, o per diventare il grande partito nazionale.

Il grande partito nazionale dovrebbe dunque costituirsi sotto l’influenza d’una idea di conciliazione, d’opinione e di concordia, al di fuori dei partiti piemontese e mazziniano, che rappresentano idee di esclusione, di disunione e di discordia. Esso dovrebbe chiamare a sè ed assorbire tutto ciò che di veracemente patriottico esiste in quei partiti, i quali verrebbero così gradatamente a scomparire, od a convertirsi in piccole consorterie di pochi settarii.

E come, in quanto a patriottismo sincero ed operoso, non credo ad alcuno secondo il grande italiano Giuseppe Mazzini, mi parrebbe lecito nutrire la speranza ch’egli pure si lascerebbe indurre ad aggiungere un nuovo eminente servigio ai tanti già resi alla causa della diletta sua patria, sacrificando le preferenze di setta per entrare nel partito della nazione.

La costituzione del partito nazionale, che nei limiti delle poche mie forze tento procurare, sarebbe, se non erro, un gran passo nella strada che dee condurre alla redenzione italiana.
Molti altri importanti e difficili resterebbero certamente da fare, ma questo primo servirerebbe a prepararli e a facilitarli.

Il partito nazionale comprenderebbe patriotti realisti e patriotti repubblicani. Vincoli potenti d’unione e di concordia fra loro sarebbero, la comunione dello scopo, e la ferma risoluzione di sacrificare le loro predilezioni di forma politica in quanto per la consecuzione di quello scopo fosse richiesto.

Bisognerebbe rendere ancora più intima questa unione, ancora più forte questa concordia, trovando il modo di fondere quelle due frazioni in guisa da costituirne un tutto compatto. Per ciò si esigerebbero concessioni reciproche, dalle quali potesse risultare un accordo, o transazione, o, come voi dite, compromesso. Nel rinvenire i termini di questo compromesso sta il vero nodo della quistione. A sciogliere questo nodo debbono pensare tutti i veri amici d’Italia. Io per parte mia ho proposta una soluzione. Se altri ne trova una migliore, l’accetto.

Il Piemonte è una grande forza nazionale. Molti se ne rallegrano come d’un bene, alcuni lo deplorano come un male, nessuno può negare che sia un fatto. Ora i fatti non possono dall’uomo politico essere negletti: egli deve constatarli, e cercare di trarne partito.

Rendersi ostile, o ridurre inoperosa questa forza nazionale nella lotta per l’emancipazione italiana, sarebbe follia. Ma è un fatto che il Piemonte è monarchico. E’ dunque necessario che all’idea monarchica sia fatta una concessione, la quale potrebbe avere per corrispettivo una convalidazione dell’idea unificatrice.

A mio avviso, il partito nazionale italiano dovrebbe dire:

“Accetto la monarchia, purché sia unitaria: accetto la casa di Savoia purché concorra lealmente ed efficacemente a fare l’Italia, cioè a renderla indipendente ed una. – Se no, no – cioè se la monarchia piemontese manca alla sua missione, cercherò di fare l’Italia con altri mezzi, ed anche ricorrendo, ove bisogni, ad idee divergenti dal principio monarchico.”

Ora mi domanderete forse come io creda che la monarchia piemontese debba condursi per adempiere alla sua missione.
Ecco la mia risposta:
La monarchia piemontese, per essere fedele alla sua missione,
Dee sempre tenere dinanzi agli occhi, come regola di condotta, lo scopo finale, consistente nell’italiana INDIPENDENZA ED UNIFICAZIONE;
Dee profittare d’ogni occasione, d’ogni opportunità, che le permetta di fare un passo in avanti nella via conducente verso quello scopo;
Non dee a verun patto, e sotto verun pretesto, far mai alcun passo retrogrado, o divergente;
Dee con cura vigilante e vigorosa cercar d’allontanare e rimuovere tutto ciò che in quella via le potesse riuscire d’impedimento o d’inciampo;
Dee quindi evitare tutto ciò che in qualunque modo le potesse legare le mani, astenersi da ogni accordo coi perpetui nemici d’Italia, l’Austria ed il papa, e a nessun prezzo prender parte a trattati che confermino o riconoscano quella posizione territoriale e politica, ch’essa è chiamata a distruggere;
Dee mantenersi il nucleo, il centro d’attrazione della nazionalità italiana;
Dee impedire che altri nuclei, che altri centri d’attrazione si formino;

Quando la grande battaglia del riscatto nazionale sarà impegnata, dee prendervi parte risolutamente, e non deporre la spada finchè l’Italia non sia fatta, arrischiando senza esitazione di perdere il trono di Piemonte per conquistare il trono d’Italia.*

* Dalle Lettere di Daniele Manin a Giorgio Pallavicino sulla Quistione italiana

Annunci