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Gli azzurri sono straniti e insieme furenti. Volano calcioni sesquipedali. Nell’area di Ceresoli avvengono scene di gladiatoria e persino cinica violenza. Gli inglesi incominciano ad accorgersi di aver esagerato nell’umiliarci”

Fra le tante partite passate alla storia della Nazionale italiana di calcio un posto particolare merita la sconfitta per 3-2 contro l’Inghilterra nel 1934, allo stadio Highbury di Londra.

Si tratta probabilmente della sconfitta più celebre della nostra rappresentativa, per come essa maturò e per la fama dei nostri avversari. Gli Inglesi erano gli inventori del football, e per questo godevano al tempo di un prestigio senza pari. Si permisero addirittura di non partecipare ai primi tre campionati del mondo (’30, ’34 e ’38): li consideravano inutili, i migliori erano loro a prescindere. Tuttavia si toglievano lo sfizio di organizzare a casa loro un incontro amichevole con la squadra vincitrice del torneo: toccò nel ’30 all’Uruguay e nel ’34 all’Italia (al suo primo titolo mondiale).

La partita di Highbury passò alla storia perché la Nazionale italiana – in dieci uomini dal secondo minuto e sotto di tre gol dopo meno di un quarto d’ora – sfiorò il pareggio nella ripresa, dando eccellente prova del suo valore su un campo a dir poco ostile.

Riporto di seguito la cronaca della partita di Gianni Brera. Scritta anni dopo il match, qualcuno nel leggerla si domandò se fosse più memorabile la partita o il racconto che ne fece il celebre giornalista sportivo.

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Come già nel 1930 con l’Uruguay, l’Inghilterra si è degnata di invitare l’Italia a una conferma del proprio valore. La data proposta per l’incontro è il 14 novembre: o prendere o lasciare. In novembre il cielo inglese è un innaffiatoio. Se ci fate caso, tutti i confronti importanti per gli inglesi hanno luogo in novembre: sull’erba fradicia, il loro gioco mazzolato e veloce non ha quasi avversari.

Poichè il conto in cui viene tenuta l’Italia non è molto alto, i maestri si degnano di collaudaurci ma non ritengono di aprire Wembley per dei povericristi come noi. L’incontro avverrà dunque ad Highbury, sul campo dell’Arsenal. Pozzo ha ricevuto ordine da Roma di combinare ad ogni costo e dopo vane insistenze ha accettato la data e il luogo. Sua intenzione sarebbe stata di giocare in primavera: ma gli inglesi non ne hanno voluto sapere.

L’incontro di Highbury viene ricordato da tutti gli italiani in termini di retorica delirante. Nelle sue memorie, Pozzo ne ha quasi pudore ma il fatto è che la squadra gli si è ulteriormente invecchiata dopo il mondiale. Lo sforzo l’ha molto logorata: due benestanti quali Combi e Schiavio hanno chiuso la carriera; lo stesso Monti ha superato i 33: è duro assai riprendere, dopo certe fatiche. Pozzo sostituisce Combi con Ceresoli, che è in forma spettacolosa, e Schiavio con Meazza; il posto di interno destro viene preso da Serantoni, molto grato al Peppin, suo maestro e donno nell’Ambrosiana.

Gli inglesi sanno di Monti che è un pericolo pubblico, e forse badano di sistemarlo prima che possa fare danno anche a loro, orgogliosi professionisti della pedata. Non sono contemplate sostituzioni e, del resto, nessuno si accorge che Monti si è fratturato un dito del piede e ha dovuto abbandonare il campo. Gli inglesi si avventano con la terrific stàmina di sempre. Sopraffatta sul ritmo, la nostra difesa viene infilata tre volte nel giro di soli 12′. Si profila una Waterloo mortificante. E per fortuna Ceresoli para un calcio di rigore!

Gli azzurri sono straniti e insieme furenti. Ferraris IV prende il posto di Monti, Serantoni retrocede in mediana. Volano calcioni sesquipedali. Nell’area di Ceresoli avvengono scene di gladiatoria e persino cinica violenza. Gli inglesi incominciano ad accorgersi di aver esagerato nell’umiliarci. I dieci leoni di Highbury contengono il passivo in tre reti nel primo tempo: e nel secondo vincerebbero addirittura  se Orsi non fosse annichilito dalla fifa. Peppin Meazza si trova due palloni utili e li infila: uno di piede al volo; uno di testa, su punizione di Ferraris IV. Sbabliano gol fatti Guaita e Ferrari. Latita come sempre – quando fa caldo – il violinista Orsi.

Nonché lodare gli azzurri campioni del mondo, la stampa inglese ha l’aria di deplorare che undici campioni come i loro non abbiamo insistito nell’umiliare quei dieci poveracci di wops (italiani). Ma da noi è ben diversa musica, come si può capire. Il calcio ha preso il sopravvento sul ciclismo, del quale non riusciamo a vincere il campionato mondiale dall’anno 1932. Di quanto dice la critica straniera non ci si cura più di tanto: in effetti, qualcuno che è stato ad Highbury nel 1934 mi racconterà di aver visto tutto fuorché calcio da parte italiana: calcioni, spintoni, cravatte, sputi in faccia (da parte di Serantoni; ma la nebbia fluttuante ha impedito al mio interlocutore di controllare i gesti di Allemandi e Ferraris IV).

Racconto queste cose per non entrare nel novero dei piaggiatori: ammetto però di essermi esaltato a mia volta nell’ascoltare Carosio. Leggendo i giornali ho poi cercato di capire come fosse andata realmente: ahimè, le cronache erano improntate come sempre all’enfasi, non all’esame tecnico della partita.

(tratto da “Storia critica del calcio italiano”, Gianni Brera)

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