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Qualche giorno fa è apparso sul Corriere della Sera un articolo di Valeria Della Valle sulla recente fortuna della lingua italiana all’estero, specialmente nel campo della cucina (ma non solo). Fra le altre cose, la giornalista affermava che l’italiano è attualmente la quarta lingua più studiata al mondo, il che mi ha fatto piacere ma non mi ha stupito più di tanto: chiunque abbia viaggiato un po’ all’estero e abbia conosciuto persone di altre nazionalità avrà sicuramente avuto modo di notare quanto la nostra lingua sia apprezzata e quanto piacciano i suoi suoni. L’italiano infatti è una lingua che brilla al contempo per eleganza e vivacità. Sono diversi dunque gli stranieri che iniziano un corso di italiano o che magari acquistano un dizionario o una grammatica italiana: alla fine demordono o non approfondiscono più di tanto lo studio perché l’italiano purtroppo ha il difetto di essere parecchio difficile da imparare. Ma l’interesse per la nostra lingua all’estero c’è ed è vivo.

Paradossalmente l’italiano non gode della stessa fortuna a casa propria. I prestiti linguistici dall’inglese spuntano ormai da ogni parte, anche quando non servirebbero. Basta vedere il nostro attuale lessico politico, che sta abusando di inutili anglicismi. Tra i più recenti ricordo la “spending review” di Monti, mentre ora è la volta del “job act” di Renzi. Non so dire cosa ci dietro a questo costante ricorso alla lingua inglese nella politica italiana. Forse l’intenzione di rendersi incomprensibili, o più probabilmente l’idea che una proposta dal nome inglese appaia più innovativa e accattivante di una dal nome italiano. Può darsi. Nel frattempo i nostri politici quando usano l’italiano lo fanno spesso in modo volgare. Le coalizioni adesso si chiamano “inciuci” e gli avversari non si battono ma si “asfaltano” (parola più adatta allo sport che ad altre questioni). E queste espressioni non sono nemmeno tra le peggiori. Anche il lessico purtroppo denota una certa decadenza della nostra classe politica.

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