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“La congiura del silenzio”

Nonostante l’elevato numero di vittime e l’alto valore morale che caratterizzò la scelta dell’Acqui di non piegarsi ai tedeschi, il massacro di Cefalonia è stato per lungo tempo un tabù nella memoria della Resistenza. Solo negli ultimi anni la storia di questi soldati è stata portata alla conoscenza dell’opinione pubblica. Per quali ragioni?

1. La politica

Si può affermare tranquillamente che tutti i partiti della Prima Repubblica sono stati complici di un oblio motivato da ragioni ideologiche o di stretta opportunità politica.

La sinistra ha sempre vantato fin dai tempi del PCI una sorta di “primogenitura” del movimento resistenziale. In accordo con tale visione, l’autentica resistenza e in quanto tale l’unica veramente meritevole di memoria è quella delle brigate partigiane, preferibilmente di stampo socialista.
A Cefalonia invece – così come in tutti gli altri episodi di resistenza al tedesco da parte di truppe del Regio Esercito – sono morti militari che fino a pochi giorni prima avevano combattuto una guerra fascista. I soldati della Acqui inoltre hanno sacrificato la propria vita per preservare l’onore militare e per un sentimento di fedeltà alla monarchia sabauda: tutti ideali palesemente avversi all’ideologia di sinistra. Si capisce dunque per quale ragione questi uomini morti al grido di “Viva il Re, viva l’Italia!” non abbiano trovato adeguato spazio nella storiografia, nella stampa e perfino nel ricordo istituzionale di quella parte politica che, complice la DC, ha di fatto monopolizzato la memoria della Resistenza (l’unica voce autorevole che si levò a sinistra contro la “congiura del silenzio” su Cefalonia fu quella di Sandro Pertini, primo Presidente della repubblica a visitare quei luoghi in una visita del 1980).

La stessa DC, che conobbe la propria ascesa al potere con la nuova forma repubblicana, non aveva particolari ragioni per ricordare una divisione fedele al re. A questo si deve aggiungere la necessità di mantenere buoni rapporti col partito alto-atesino SVP, fedele alleato in Parlamento dei democristiani. Non è più un mistero infatti che buona parte degli autori delle stragi furono proprio sud-tirolesi arruolati da poco tempo nell’esercito del Terzo Reich con l’intento di sfruttarne il risentimento anti-italiano montato dopo il 1918.

Per ragioni diverse infine anche la destra missina non ha  voluto conservare il ricordo della divisione Acqui, diversamente da altri episodi dimenticati della seconda guerra mondiale, come la battaglia di El Alamein o il massacro delle foibe. Il motivo è fin troppo evidente: per l’ideologia fascista i soldati di Cefalonia erano vili traditori dell’alleato tedesco.

2. L’esercito e le opposte interpretazioni sul comportamento degli ufficiali

Nell’esercito (e non solo) molti hanno puntato il dito contro il comportamento “sedizioso” e indisciplinato delle truppe rispetto ai comandi nei giorni immediatamente precedenti allo scontro con la Wermacht. Il generale Gandin, da molti ritenuto in procinto di accordarsi coi tedeschi, fu addirittura oggetto di un attentato da parte del carabiniere Nicola Tirino che gli lanciò contro una bomba a mano. Vi era dunque indubbiamente un clima turbolento nella divisione, che non si addiceva certo al rispetto delle gerarchie militari e che secondo alcune accuse infamanti sarebbe stato creato ad arte da alcuni ufficiali “carrieristi” (su tutti Apollonio e Pampaloni) i quali avrebbero manovrato i soldati contro il generale Gandin per costringerlo a combattere. Non sono mancati coloro i quali hanno sostenuto che la strage di Cefalonia fosse da addebitare più a questi ufficiali italiani che ai soldati della Wermacht, stravolgendo così i fatti e togliendo qualsiasi valore ai motivi della lotta e alla grande capacità di sacrificio mostrato dalla divisione durante i combattimenti. Vi sono state inoltre purtroppo delle polemiche tra alcuni superstiti eccellenti, con accuse e denigrazioni reciproche volte a mettere in cattiva luce l’avversario per il comportamento tenuto dopo la strage.
Il generale Gandin poi fu accusato anche da morto di tradimento, nonostante avesse condotto fino alla fine e con ogni sforzo la resistenza contro l’esercito tedesco una volta deciso di combattere (per un’analisi più completa di questi aspetti controversi della vicenda si rimanda al testo di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando, pagg. 178-9, oltreché a “Italiani dovete morire” di Alfio Caruso, pagg. 267-279).

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