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giorn_scrutNegli ultimi anni ho fatto più volte lo scrutatore, all’inizio anche con una certa partecipazione emotiva: non mi sentivo, insomma, un semplice scribacchino temporaneamente funzionale all’apparato burocratico statale, ma mi piaceva pensare di essere un ingranaggio necessario, seppur minuscolo, alla ‘grande macchina’ della democrazia. Col tempo – direi approssimativamente da quando ho smesso di guardare alla politica con la beata ingenuità di chi pensa di cambiare il mondo – i miei sentimenti sono cambiati, e forse non solo i miei a giudicare dal lento ed inesorabile calo dell’affluenza alle urne da parte degli italiani. Ecco allora che in un tempo di crescente disaffezione verso la politica e i rituali della democrazia, pensavo che leggere questo breve racconto di Italo Calvino, La giornata d’uno scrutatore, scritto a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, potesse restituirmi a quella visione un po’ fatata degli anni scorsi. Purtroppo, non è stato così. Intanto, l’opera di Calvino descrive una situazione in cui è quasi impossibile riconoscersi per chi come me è stato recentemente al seggio, perché lontana nel tempo e del tutto peculiare: il protagonista Amerigo infatti è un intellettuale comunista che nel ’53 viene nominato scrutatore al famoso Cottolengo di Torino, un istituto cattolico dove si dà cura e assistenza ai malati di mente. Si tratta di un racconto dal sapore autobiografico, “più di riflessioni che di fatti”, come afferma lo stesso autore. Il tono, soprattutto nella prima parte, è di accesa polemica, perché il Cottolengo finisce per diventare la grande metafora del potere democristiano di quegli anni, con tutte le scorrettezze e i piccoli abusi annessi e connessi (minorati mentali legittimati al voto, incapaci di intendere e di volere portati in cabina da preti e monache, e via dicendo…). A dominare il racconto sono il rancore, un’ acida ironia e un sentimento di rassegnazione. Frequenti sono le dissertazioni, spesso di ampio respiro, sul clima politico di quegli anni ma anche sulla condizione umana, sul dolore e l’infelicità. Il quadro che ne esce è sicuramente estraneo a qualsiasi mitizzazione di quel periodo storico. Devo ammettere purtroppo che fatta eccezione per qualche spunto, la lettura mi è risultata noiosa e talvolta anche poco scorrevole.

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