Tag

, , , , , , , , , , , , ,

22marzo

Nel marzo del 1848, anticipando Milano di pochi giorni, la città di Venezia si ribella all’Austria e si autoproclama repubblica. A guida della rivolta c’è il giovane e stimato avvocato Daniele Manin, liberato dalle carceri austriache assieme all’amico Niccolò Tommaseo, celebre letterato e liberale di origini dalmate. Il nuovo Stato veneziano, sorto sulle ceneri della gloriosa repubblica marinara, viene costituito con l’intento di una successiva e progressiva unione al resto dell’Italia, come dichiarato dallo stesso Manin: “Con questo non intendiamo già di separarci dai nostri fratelli italiani, ma anzi formeremo uno di que’ centri, che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di quest’Italia in un sol tutto”.
Tuttavia la politica dell’unione “a piccoli passi” propugnata dai veneziani trova l’ostacolo del re piemontese Carlo Alberto, il quale dopo pochi mesi chiede anche a loro di accettare la sua monarchia. Così nel luglio del 1848, su indicazione dello stesso Daniele Manin, i delegati dell’Assemblea di Venezia accettano la fine della repubblica e la conseguente annessione al Regno di Sardegna, consapevoli della difficile posizione della città lagunare nel caso di una prolungata lotta in solitaria contro l’Austria.
Non si tratta però di una scelta indolore. Fra i più convinti oppositori dell’opzione annessionistica c’è il dalmata Niccolò Tommaseo, secondo il quale, se da un lato “Venezia per certo non può né deve rimanersene sola”, dall’altro il Piemonte farebbe meglio a rinunciare ai suoi intenti di fusione, per permettere invece la nascita di una confederazione italiana, all’interno della quale, salva l’unità nazionale, Venezia e le altre regioni d’Italia possano governarsi in autonomia per tutto ciò che “non riguarda le utilità generali dello Stato”.

tommaseo

4 luglio 1848

Giacchè siamo, o cittadini, al secondo punto, cioè se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, o associarsi al Piemonte, non debbo tacere che la questione, posta così, sempre più mi dimostra l’inopportunità del trattarla in queste strette di guerra.

Perché potrebb’essere che l’aggregazione deliberata adesso paresse atto invalido a chi la giudicherà con animo riposato, e preparasse fomiti di discordie e rivoluzioni; potrebb’essere che l’aggregazione intempestiva nocesse al Piemonte stesso, suscitando le pestifere gare municipali, delle quali vediamo già un doloroso principio. In tale frangente né Venezia né il Piemonte può conoscere quale sia veramente il suo meglio.

Detto questo perché la coscienza me l’imponeva, ripeto che il domandare se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, non è porre la questione nel debito modo. Venezia per certo non può né deve rimanersene sola; ma può il tempo e deve inevitabilmente condurre tal mutamento nelle pubbliche cose, che la solitudine di Venezia venga a aver fine in molti altri modi che quest’uno dell’aggregarsi al Piemonte. Posta così la questione, e vietatoci ormai dalla prima deliberazione dell’assemblea d’indugiare, ne segue di necessità quella che chiamano fusione. Or poich’io non accetto le due premesse, posso non dare il mio voto; ma debbo insieme adoprarmi, quant’è in me, a rendere men pregiudicevole alle sorti avvenire d’Italia il voto altrui. Dirò dunque gl’inconvenienti che son più da temere nell’associazione al Piemonte; perch’altri ne cerchi in tempo i rimedi.

Il Piemonte finora è poco noto al rimanente di Italia; ch’anzi, non molti anni fa, si reputava esso stesso non essere Italia. Converrà dunque, per forza d’istruzioni che abbiano riguardo alle varie nature e alle tradizioni delle stirpi varie, far sì che ogni dispetto e sospetto tra le diverse provincie si dilegui. Il Piemonte, che per bocca di parecchi suoi benemeriti e valorosi scrittori nelle dottrine era guelfo, cioè amico al papato, ne’ fatti della politica è alquanto ghibellino, in questi rispetti, che mostra talvolta certa mal gelata gelosia della civile autorità del pontefice, che ha dato finora troppa parte ai patrizi nelle pubbliche cose. Bisogna che il settentrione d’Italia s’inchini al mezzogiorno laddove il mezzogiorno prevale per civiltà più antica e per italianità più profonda: bisogna che ogni privilegio di nascita o di titolo sia rotto ormai con un giogo. Il Piemonte entrando in possessione del Lombardo e del Veneto, se ascolta le cupidigie e le ambizioni di pochi malcauti, tratterà le provincie come conquista, tenterà di sottrarre a mano a mano delle fatte promesse, disputerà della sedia del regno, della sede del parlamento, dei commerciali vantaggi; si chiamerà addosso gl’impacci de’ grandi Stati e de’ piccoli municipi; e quanto maggiormente ampliato il suo regno, tanto più municipali saranno gl’intendimenti suoi. Bisogna al contrario che il Piemonte molto dia, acciocchè molto gli sia dato, se pure e’ non vuol perdere quello stesso ch’egli ha. Gli bisogna non soverchiare s’e’ non vuol essere soverchiato; non diffidare s’e’ non vuol perire per l’altrui diffidenza. Gli bisogna non solo rispettare i veri diritti municipali viventi nelle varie parti dello Stato novello, ma, dove non sono crearli, ridurli a uniformità; rispettare l’eredità inviolabile delle memorie, acciocchè il suo non paia dominio straniero. Gli bisogna a ciascuna provincia lasciare che, salva l’unità, si governi, quanto può, da se stessa; che le facoltà, le forze, i vantaggi sieno per tutte le parti in modo equabili distribuiti. Adesso che Germania, e Austria stessa, è forzata a mettersi per le vie liberali, tocca al Piemonte far sì che dagli stranieri in equità non sia vinto. Tocca a Venezia determinare ben chiare le condizioni del cedere, e non solamente richiedere che un’assemblea costituisca il suo patto politico, ma specificatamente richiedere che il parlamento alternamente s’aduni nel seno suo; che ella elegga i suoi magistrati e maestri; che la sua marineria mercantile e guerriera rifiorisca; che in quanto non riguarda le utilità generali dello Stato, ella da altra città non dipenda. Molto può certamente Venezia ed il Veneto apprendere dal Piemonte: le abitudini d’amministrazione regolare e ferma, la solidità degli studi, le istituzioni militari naturate nel popolo. E può il Piemonte altresì dalle altre parti d’Italia attingere un qualche bene, se voglia non assorbire l’Italia in sé, ma viemeglio italianarsi, egli stesso.

Due cose principalmente può e deve Venezia e Lombardia dal Piemonte richiedere, che tutta Italia, fino all’ultimo confine segnato dalla favella, compreso il Friuli e quel che chiamano Tirolo italiano, sia libero: e che in vincoli di confederazione si unisca il Piemonte all’altre regioni d’Italia; che una dieta istituiscasi in Roma, nella qual dieta ragionare de’ comuni diritti e doveri. Sarà questo l’indizio delle fraterne volontà del Piemonte, se tra il mezzogiorno e il settentrione d’Italia si stringeranno per opera sua patti di concordia generosa.
Conchiudo. Se volete associazione e non sudditanza, ponete bene le condizioni; giacché la vostra debolezza, per grave che sia, non distrugge i vostri diritti, i diritti de’ figli vostri, non toglie gli altrui doveri.*

* Da Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano – Storia e testi, Laterza, 1968-1999

Annunci