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PaoloFrancescaGradara[1]Il termine passione è usato comunemente in senso positivo, come sinonimo di amore (che nella nostra cultura è quanto di meglio possa capitare nella vita di una persona). In altre situazioni assume un valore neutro, come quando viene utilizzato nel suo significato di passatempo o di particolare inclinazione a qualche attività: “quali sono le tue passioni?” è la domanda che tutti quanti ci siamo sentiti fare almeno qualche volta durante una nuova conoscenza o un colloquio di lavoro.

Forse ci si dimentica però che la parola passione nasce con un significato ben diverso. Dal latino patire, la passione è infatti prima di tutto una sofferenza fisica o dell’animo, qualcosa da cui si è schiacciati e che si è costretti proprio malgrado a subire. Non a caso il termine passivo condivide la stessa origine.

Nel mondo antico, anche per l’influsso della morale stoica, la passione era percepita come qualcosa di nocivo per l’animo: “le passiones diventano irrequietezza, quell’essere mosso e agitato senza direzione che distrugge la calma del saggio. La parola passio riceve così un senso accentuamente peggiorativo: ogni stato di irrequietezza e di agitazione provocato dalle cose del mondo va evitato per quanto possibile; compito del saggio è di non incontrare il mondo, almeno interiormente, di non farsi turbare da esso, di essere impassibile*. Riflettendoci con un po’ di attenzione, è davvero complesso trovare un’opera letteraria dell’antichità dove la passione non dispieghi i suoi effetti distruttivi: si pensi all’Iliade e alla guerra tra Troiani e Achei scatenata dall’amore di Elena per Paride; all’odio cieco di Achille causato dalla morte dell’amato Patroclo; o al travolgente sentimento di Didone per Enea nel più celebre poema di Virgilio; e ancora, all’ira di Medea che divorata dalla gelosia per Giasone arriva ad uccidere i due figli da lui avuti. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. In tutti questi casi la passione si presenta come una perturbazione dell’animo portatrice di sventure e di violenza.

Con l’avvento del Cristianesimo, la parola mantiene la sua accezione negativa di dolore e sofferenza, con particolare riferimento al Cristo e alla sua passione. Sant’Agostino definisce passio come motus animi contra rationem, moto interiore contrario alla ragione. Rimane dunque ferma l’idea greco-romana di una forza impetuosa e travolgente che minaccia di allontanare l’uomo dalla felicità e di spezzare i delicati equilibri che sorreggono la sua vita. Anche nelle opere letterarie del Medio-Evo infatti la passione conosce quasi solo esiti tragici: è il caso dell’amore tra Paolo e Francesca, a cui Dante dedica un canto della Divina Commedia, o della struggente storia di Tristano e Isotta, di origini celtiche, ma anche del tradimento di Ginevra, moglie di re Artù, col cavaliere Lancillotto. Che dire poi del dolore cantato nella poesia dei trovatori per la donna amata?

In definitiva, la nostra attuale concezione di passione è ben lontana dal suo significato originario ed autentico di sofferenza. Non è affatto semplice però affermare cosa abbia condotto a questo radicale mutamento di senso del termine, accentuatosi in particolare nell’ultimo secolo, con una vastissima produzione letteraria, cinematografica e musicale tesa in gran parte a dipingere la passione amorosa non come qualcosa di distruttivo ma di nobile e gratificante.

* E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblica nella tarda antichità latina e nel Medioevo, Milano, 1970

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