Repubblica o monarchia? Il voto nelle regioni

L’Italia che si presentò al voto nel giugno del 1946 per decidere tra monarchia e repubblica era un Paese diviso non solo dalle sue ultime vicissitudini belliche, ma anche da sensibilità politiche differenti che in parte possiamo riscontrare ancora oggi.

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Così la scelta tra monarchia e repubblica racconta prima di tutto un’Italia divisa tra Centro-Nord e Sud. I cittadini dell’Italia centro-settentrionale votarono in maggioranza per la repubblica (a Trento si registrò il dato più alto a livello nazionale: 85%). Quelli dell’Italia meridionale e insulare mostrarono invece un forte attaccamento alla corona sabauda, specialmente nella provincia di Napoli (dove la repubblica ottenne solo il 21,1% dei voti complessivi).

La differenza può essere spiegata prima di tutto con l’occhio rivolto ai fatti più vicini al voto: l’Italia centro-settentrionale aveva appena vissuto l’invasione tedesca e la guerra civile, e si era sentita abbandonata dal re, fuggito da Roma a Brindisi dopo l’armistizio del ’43; l’Italia meridionale dal canto suo non aveva subito le stesse lacerazioni di quella centro-settentrionale e quindi, pur nella miseria e distruzione della guerra, continuò a provare dedizione per la figura del sovrano, il quale si rifugiò proprio al Sud, mantenendo la propria carica grazie al riconoscimento degli Alleati, che nello sbandamento generale del Paese compresero la convenienza di non detronizzare Vittorio Emanuele III, rimasto ormai uno dei pochissimi punti di riferimento istituzionale (se non l’unico).

Con l’eccezione di Trento (che tramite il voto repubblicano esprimeva forti desideri di autonomia) le regioni più repubblicane d’Italia furono Toscana, Emilia, Marche, Umbria, non a caso le stesse che nei decenni successivi fornirono più voti ai partiti di sinistra. Le ideologie di ispirazione socialista, per evidenti ragioni, non si sposavano affatto con la tradizione e la simbologia monarchiche.
Ma i dati regionali raccontano anche altre realtà, che affondano le proprie radici in sensibilità politiche maturate nel corso dei secoli. Così il Piemonte fu la regione centro-settentrionale meno repubblicana, per via del suo storico legame con la casata dei Savoia. Venezia e Genova invece, che vissero per lunghi secoli l’esperienza repubblicana, mostrarono molte meno simpatie per la monarchia. Napoli e tutto il meridione non conobbero mai la repubblica nella propria storia, se non in brevissimi e transitori frangenti (come quello della Repubblica napoletana del 1799). La fedeltà ai Savoia dei meridionali si spiega dunque anche con una propensione storica alla forma monarchica, che da lunghissimi secoli, sotto dinastie e casati differenti, aveva sempre retto quelle terre.
L’Alto Adige e la Venezia Giulia (i cui destini nazionali non erano ancora stati decisi) non votarono.

I dati complessivi raccontano un Paese dove nonostante tutto la corona sabauda mantenne un forte riconoscimento a livello popolare. Lo scarto tra repubblica e monarchia non fu affatto netto, tanto che ancora oggi tiene banco la tesi dei brogli elettorali a favore della repubblica.
Sicuramente la forma repubblicana era più capace di interpretare il desiderio di rinnovamento nazionale e le nuove istanze democratiche. La monarchia infatti risultava compromessa dal suo rapporto col fascismo.
Molti italiani però vedevano nel re una figura super-partes, estranea alla politica e come tale più capace di incarnare l’unità del Paese rispetto ad un qualsiasi rappresentante scelto dai partiti con un mandato a termine. Una larga fetta della popolazione era poi affascinata dalla tradizione e dall’aspetto quasi religioso dell’istituto monarchico. Tantissimi inoltre non dimenticavano che erano stati i Savoia a unire l’Italia e vedevano dunque in essi il collegamento ideale con l’Italia risorgimentale e i suoi valori.
Non va dimenticato che Benito Mussolini si vide impossibilitato a disfarsi del re e della monarchia, il che a ben pensare è davvero una circostanza singolare in una dittatura, che di regola non conosce figure istituzionali più alte del dittatore. Quando Adolf Hitler visitò Roma nel 1938, riferendosi a Vittorio Emanuele III disse al duce queste parole: “Perché non te ne liberi?“. Il fascismo però  – a differenza di altre dittature – dovette fare i conti col larghissimo consenso popolare di cui godeva il re, e si vide costretto, per non inimicarsi l’opinione pubblica, a mantenerlo nella propria carica (ma quando ebbe l’opportunità di costituire un proprio Stato scelse con la RSI la forma repubblicana).

[ immagine in alto scaricata da: http://goo.gl/1FV4IB ]

13 pensieri riguardo “Repubblica o monarchia? Il voto nelle regioni

  1. Bellissimo articolo! Le contraddizioni che questo paese si porta avanti fin dall’Unità, ben prima del referendum, sono ancora presenti, non riusciamo proprio a liberarcene. A volte mi chiedo: ma se fosse rimasto il re, la storia sarebbe stata tanto diversa? Guardando la Spagna, ad esempio, si potrebbe credere di no… dipende da che re ci sarebbe toccato in sorte…

    1. Diversa non credo. Molti comunque ritengono che Umberto II sarebbe stato un ottimo sovrano. Sulla sua discendenza nutro invece fortissimi dubbi.
      Diciamo che forse mantenere la monarchia avrebbe giovato al sentimento nazionale e conservato al nostro Stato un legame più forte con le sue origini. D’altra parte però, come ammise lo stesso Umberto II, mentre una repubblica può reggersi col 51% dei consensi, una monarchia deve avere un consenso plebiscitario, come lo ha ad esempio in Inghilterra e in Olanda e come lo aveva anche qui in Italia prima del settembre 1943.

  2. che pezzo interessante:…anche io come te, per quello che ho letto (la storia è una delle mie passioni), penso che Umberto II sarebbe stato un ottimo sovrano, ma poi ci sarebbe stata una discendenza di una pochezza unica.Comunque il dubbio resta, visto come siamo messi attualmente: forse, chissà….ciaooo

  3. Il mio sentimento nazionale si ferma ad un orgoglio di tipo naturale: ci sono nata, ci sono cresciuta e ne amo la storia (quella antica). Il mio senso di appartenenza è dato più dal conoscere i dialetti (vera ricchezza culturale), che la lingua italiana stessa. Detto ciò, andrò contro corrente dicendo che, nel giono del due giugno, io non ci vedo proprio un bel niente da festeggiare. Penso che “l’unità italiana” sia stata una delle mosse politiche più sbagliate di ogni tempo e che quelli che oggi definiamo “eroi” nazionali, a parer mio, non sono stati poi cosí grandi. Anzi, ho vari motivi che me li fanno odiare, ma dovrei scrivere un libro per poterne parlare.
    Di certo, fossi nata a quel tempo, mi sarei schierata dalla parte della monarchia (si lo so che non avrei potuto votare, ma avrei accompagnato col fucile gli uomini di famiglia a votare :P:P 😛 ) Tuttavia, referendum o no, vedendo quel velino da strapazzo che oggi sarebbe stato erede e re, credo che era evidentemente destino della povera Italia finire in mano ai pirla. Senza scampo.

    1. I dialetti sono una ricchezza da conservare, ma è evidente a tutti che al mondo esistono poche letterature col prestigio e la storia di quella italiana. La nostra storia antica è senz’altro affascinante, ma abbiamo dato parecchio alla civiltà occidentale anche nel medioevo e nel rinascimento. Nonostante tutto, sono sempre stato orgoglioso di essere italiano. Il mondo ci guarda al contempo con un senso di ammirazione e di scherno, ma è normale, perché siamo un incredibile ed unico miscuglio di virtù e piccolezze. Come immaginerai, sull’unità d’Italia ho un pensiero nettamente diverso dal tuo, anche se sono consapevole che non tutto fu felice e che il progetto unitario dei patrioti risorgimentali è rimasto tuttora irrealizzato. E questo non perché parliamo ancora il dialetto o prepariamo piatti regionali diversi, ma perché non si è ancora diffusa quell’idea comune a tutte le altre grandi nazioni che consiste nella necessità di remare assieme nell’interesse della collettività, e non ognuno per conto suo, per il proprio tornaconto o per quello degli amici o della famiglia.

      p.s. al referendum del 1946 avresti potuto votare anche tu, per la prima volta 🙂

      1. Si infatti!!! Sul voto mi sono subito resa conto che mi sono sbagliata, proprio perchè si stava parlando del referendum, occasione in cui per la prima volta votarono le italiane. Svista imperdonabile!
        Ad ogni modo non credo di pensarla cosí diversamente da te, perchè concordo su ogni tua singola parola. Semplicemente credo che le modalità scelte non furono quelle più adatte, tanto che, per determinati errori, oggi ancora paghiamo le conseguenze. Io manco dall’Italia ormai da qualche annetto e ciò che mi arriva dagli amici di facebook (da ciò che pubblicano e commentano) è fatto di odio raziale e di divisione totale, fra italiani in primis. È vero che siamo un popolo di una bellezza unica, ma è anche vero che ci siamo impantanati senza riuscire ad andare avanti.

  4. Incredibile!Un articolo che parla e discute di storia seriamente. Senza falsi pietismi e con asciutta obiettività. Sono anni che cerco qualcosa di simile, qualcosa che mi dia un senso meno amaro di solitudine intellettuale.
    Hai detto qui le cose fondamentali: poco scarto tra le due ipotesi, grande compromissione monarchica dopo la fuga di Brindisi, enorme differenza tra le due italie uscite nel 43 dall’armistizio a Cassibile.
    Bravo Signor Pistolato, riuscirà in questo ambiente improbabile a portare avanti il suo lavoro? Glielo auguro di cuore.

  5. Mi permetto di rientrare sull’argomento poichè credo che sia di importanza fondamentale: anni fa su un blog diverso da questo da cui ti commento ( diverso ma ancora esistente) scrivevo che “Se dovessi guardare all’atteggiamento tenuto dai Savoia ritengo che più di 10 milioni di voti siano una vergogna, se invece dovessi riflettere a questi primi 60 anni di regime repubblicano non posso fare a meno di pensare che più di 12 milioni di voti siano stati malriposti.

    In ambedue i casi non vedo cosa ci sia oggi da festeggiare, infatti la gente fondamentalmente se ne frega: forse che non sia stata adeguatamente educata? O forse la quantità di menzogne e mezze verità è stata negli anni tale da annichilire anche gli spiriti più battaglieri. Non puoi immaginare come da italiano e da siciliano scrivo queste cose con infinita amarezza.

  6. Vero.
    Il fatto che, alcuni anni dopo il referendum, ad una domanda sui presunti brogli a favore della repubblica, Togliatti abbia risposto “I parti difficili vanno aiutati” potrebbe essere solo una boutade ma anche un’indiretta conferma della manomissione parziale del voto.
    Sia come sia, il fatto che il referendum tutto sommato non sia stato una vittoria da plebiscito indica che davvero in Italia la monarchia era molto popolare.

  7. Pensa che io avevo una mia collega più giovane di me, a Napoli che era favorevole al ritorno dei Savoia perchè secondo lei avevano fatto del bene a Napoli, pur non avendolo mai conosciuto. Forse non le avevano detto della strage e del saccheggio che hanno fatto con “l’unità d’Italia” (ma questa è un’altra storia). Sta di fatto che in certi posti con la repubblica, la monachia o le dittature le cose non cambiano, pur avendo avuto un passato abbastanza recente fiorente.

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