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copertina_stuparich_bDalla stazione di Portonaccio di Roma, un ventiquattrenne di Trieste con la passione per la letteratura e l’Italia parte in guerra come volontario verso il fronte dell’Isonzo per combattere l’impero di cui è suddito e realizzare il sogno risorgimentale di una Trieste italiana. Si tratta di Giani Stuparich, figlio di padre istriano e madre ebrea, trasferitosi da pochi anni nel Regno d’Italia, a Firenze, per laurearsi in Lettere. Assieme a lui, sul treno che lo condurrà alle trincee del Carso, ci sono il fratello Carlo e l’amico Scipio Slataper. Tutti e tre fantasticano di un’avanzata rapida che li porterà in breve tempo all’amata città natale, dove potranno finalmente riabbracciare i loro cari e far sventolare il tricolore. Loro malgrado, conosceranno in pochi giorni una realtà ben diversa da quella immaginata, dove l’eroismo patriottico e i nobili ideali cedono il passo alla tragedia della morte, al sudiciume delle trincee e alle snervanti attese che precedono gli assalti:

Come un velo mi si dirada davanti agli occhi: la grande pianura che abbiamo attraversato baldanzosi, in un’aureola di gloria, si restringe in quella buca terrosa piena di cadaveri

Guerra del ’15, che nelle intenzioni dell’autore vuole essere il “documento psicologico e personale” di un “semplice gregario”, racconta “con annotazioni fatte sul momento, di giorno in giorno, anzi d’ora in ora” la durezza della vita del soldato italiano nei primi mesi della Grande guerra, con una descrizione minuta e realistica delle difficilissime condizioni ambientali ed interiori che i militari dovevano fronteggiare quotidianamente, sotto la minaccia dei proiettili nemici e l’incalzare della morte, la vera signora della guerra:

E’ la volta del nostro battaglione, il quale deve tentare la conquista delle trincee nemiche che tutta l’altra notte e tutto ieri hanno resistito ai nostri assalti. Penso, con calma, che bisognerà morire. Con calma, ma non senza commozione. In fondo, subito dopo i primi giorni, ci siamo accorti che in guerra, avanti tutto, si muore; poi si combatte, poi si vince o si perde, e da ultimo appena c’è la speranza di poter sopravvivere, feriti o incolumi; ne abbiamo discusso a lungo e tranquillamente, Carlo ed io. E se si muore, meglio morire nell’assalto. Ma si ha un bel parlarne spesso, un credersi preparati sempre; no, alla morte bisogna riprepararsi ogni volta

Giani Stuparich, che ha desiderato la guerra al punto da arruolarsi come volontario, non sembra pentirsi né della sua scelta né degli ideali patriottici che l’hanno ispirata, ma la sua convinzione iniziale pare tramutarsi lentamente in un’astratta concezione del dovere, sicché, al pari dei suoi compagni, finisce inevitabilmente preda dell’amaro disincanto e dello scoramento collettivo causati dai sanguinosissimi attacchi a cui purtroppo non seguono che avanzamenti modesti, per via delle fortissime posizioni naturali difese dagli austriaci sulle alture del Carso. Trieste, che prima appariva così vicina da potervi giungere con un balzo, diventa in poco tempo lontana ed irraggiungibile, facendo sembrare vano ogni sforzo e sacrificio per avvicinarsi ad essa.
Particolarmente intensi e carichi di dolcezza sono i passaggi in cui l’autore indugia sul suo affetto per il fratello Carlo (di tre anni più giovane e che morirà appena un anno dopo) e per la madre, che li attende entrambi nella casa di Trieste senza poter comunicare con loro, perché disertori e soldati di un esercito nemico dell’Austria.
Per chi vuole leggere un resoconto fedele e realistico di quei primi mesi di guerra, senza accenti di retorica, né militarista né pacifista, questo è senz’altro il libro giusto.

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