“Il male oscuro”, Giuseppe Berto

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“Riuscirò mai a leggere un libro quasi del tutto privo di punteggiatura?”. Questo è ciò che mi sono domandato quando ho iniziato a sfogliare il celebre romanzo di Giuseppe Berto Il male oscuro, pubblicato nel 1964, vincitore di importanti premi letterari a livello nazionale e conosciuto appunto per questo suo originale e audace metodo narrativo, caratterizzato da periodi lunghi intere pagine e pensieri collegati l’uno all’altro mediante mere associazioni di idee. Siccome in passato non avevo mai affrontato una lettura simile, l’ho presa come una sfida con me stesso, e se prima di cominciare ero diffidente e scettico, oggi, arrivato all’ultima pagina del libro, non posso che chiamarmi decisamente soddisfatto, se non addirittura entusiasta. La scrittura di Berto è limpida e cristallina. Le parole scorrono davanti agli occhi con facilità e linearità impressionanti. Mai, davvero, avrei creduto che periodi interminabili come quelli di questo romanzo potessero essere sostenuti con così poco sforzo e risultare alla fine tanto godibili. La narrazione infatti è accompagnata da una brillante e spassosa ironia, che rende divertenti molte delle vicende raccontate, nonostante l’argomento trattato sia tutt’altro che allegro.

Ma di cosa parla il libro, qual è il suo tema? Il male oscuro è la storia di uno scrittore della provincia veneta trasferitosi a Roma, il quale aspira a realizzare il capolavoro letterario capace di portarlo finalmente alla “gloria”. Per sua sfortuna, in questo ambizioso intento è impedito da una misteriosa malattia, che si rivelerà poi essere nevrosi d’ansia, per la quale non sa darsi pace e di cui cerca disperatamente di comprendere l’origine, ripercorrendo col pensiero la sua intera vita, in particolar modo il difficile rapporto col padre morto, verso il quale prova uno smisurato senso di colpa dopo esservi stato perennemente in conflitto fin dall’infanzia. Il libro è dunque il racconto di una malattia e della ricerca di una sua cura attraverso la forma del dialogo interiore e della psicoanalisi. Si capisce allora che lo stile originale scelto dall’autore non è casuale, perché l’assenza di punteggiatura e i lunghi periodi sono la volontaria riproposizione in forma scritta del torrente di pensieri che attraversa la mente del protagonista, secondo lo schema di quello che nella letteratura novecentesca è stato definito “stream of consciousness”, cioè flusso di coscienza.

Il male oscuro, nel raccontare il travaglio psicologico di un uomo, traccia un ritratto della sofferenza umana in cui tutti quanti possiamo riconoscerci. E’ questo uno dei suoi punti di forza, assieme alla rielaborazione in chiave umoristica del passato. Pochi libri mi hanno fatto ridere come questo: mi sento dunque di consigliarlo a chi è giù di morale. La sua lezione più importante, almeno per me, è stata che qualsiasi negatività portiamo dentro è comunque attinente all’uomo, quindi nulla di inguaribile o di talmente raro da allontanarci irreparabilmente dai nostri simili. L’autoironia che permea l’intero testo è un’esortazione a evitare di prendersi troppo sul serio e di cadere in sterili vittimismi.

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4 thoughts on ““Il male oscuro”, Giuseppe Berto

  1. L’ho letto, diversi anni fa. Anche io ebbi il tuo stesso timore all’inizio della lettura, ma mi resi conto che “doveva” essere letto.
    E’ un bel libro, che offre molte risposte circa i rapporti intrafamigliari, semmai queste possano essere all’origine del “male oscuro”. La moderna psicanalisi ha fatto un passo indietro è ha lasciato il campo alla farmacologia psichiatrica, essendo ormai acclarato che certe nevrosi sono i risultati di cattivi scambi chimici di alcuni neurotrasmettitori. Se ti interessa questo tipo di lettura, ti consiglio di leggere “E liberaci dal male” scritto da Giovanni Cassano e Serena Zoli.

    • Ti ringrazio per il consiglio. So che c’è un altro libro di Berto simile a questo, “La cosa buffa”, che poi è lo stesso romanzo di cui si parla frequentemente nel Male oscuro, quello che nelle intenzioni originarie di Berto doveva essere il suo “capolavoro”.

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