“Il nome della rosa”, Umberto Eco

“E quindi una biblioteca non è uno strumento per distribuire la verità, ma per ritardarne l’apparizione?” chiesi stupito.
“Non sempre e non necessariamente. In questo caso lo è.”

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Un libro sulla potenza dei libri. Penso che questa potrebbe essere una definizione calzante per Il nome della rosa di Umberto Eco.
La storia è ambientata nel novembre del 1327 in un’abbazia dell’ordine benedettino situata su un monte dell’Italia settentrionale e famosa per l’immensa biblioteca (colma di manoscritti introvabili), le splendide ricchezze accumulate dai remoti tempi della sua fondazione e le stupefacenti reliquie gelosamente conservate nella cripta della chiesa. Qui la vita dei monaci cammina da secoli secondo gli austeri e consolidati ritmi della regola, e all’apparenza nulla di maligno sembra insidiarsi all’interno delle mura del vecchio monastero, fino a quando la morte misteriosa e terribile di alcuni monaci turba profondamente l’animo di tutti e rischia di mettere in pericolo l’esistenza stessa di quel luogo consacrato alla preghiera.
Per la sua fama di uomo arguto e il lungo passato da inquisitore, Guglielmo da Baskerville, un dotto frate francescano di origini inglesi, riceve dall’abate l’incarico di indagare sugli atroci ed inspiegabili delitti. Deve fare in fretta, però, perché negli stessi giorni l’abbazia accoglierà due delegazioni, una pontificia ed una imperiale (di cui egli stesso è parte) per un incontro di fondamentale importanza ai fini del futuro dell’ordine francescano, da molti ad Avignone considerato in odore di eresia per i ripetuti richiami alla povertà.
Ad accompagnare Guglielmo c’è il novizio Adso da Melk, un giovane benedettino tedesco tolto alla tranquillità del proprio monastero in Germania per assistere il frate inglese nella sua difficile missione. Sarà proprio lui che ormai ottantenne deciderà di raccontare per iscritto la storia degli avvenimenti di cui è stato testimone in gioventù nell’abbazia maledetta.
La narrazione quindi corre su un doppio binario, con Adso anziano che dall’alto dei suoi anni può ragionare attentamente sulle vicende che Adso giovane ha vissuto con innocenza e scarsa esperienza del mondo. In questa dialettica tra io-vecchio e io-giovane, ricordi straordinariamente nitidi e ricche riflessioni si alternano continuamente in un racconto che non perde mai il suo interesse.

La nebbia fitta che sul tramonto dell’autunno avvolge le possenti mura del monastero, i meandri bui ed umidi dell’Edificio, i luoghi sacri e inaccessibili dell’abbazia, i passaggi segreti, la misteriosissima biblioteca, le terrificanti ed apocalittiche figure scolpite sul portale della chiesa, l’oscuro passato di alcuni monaci, le torbide e proibite vicende amorose che si consumano di notte, il secolare cimitero dove pare si aggirino degli spettri: tutto contribuisce a conferire alla narrazione quella luce opaca, inquietante ma incredibilmente affascinante che nella nostra immaginazione siamo soliti attribuire al Medioevo e che, nel contempo, tanto si addice a quello che può benissimo definirsi un romanzo thriller.
Umberto Eco è superlativo nella precisa e particolareggiata rappresentazione degli ambienti e dei luoghi di quest’abbazia italiana del XIV secolo (come dimenticare le congetture dei protagonisti per capire come muoversi nel labirinto o la descrizione del portale della chiesa contenuta nelle prime pagine del libro?) ma non si limita a questo. In quello che è unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro, riesce infatti ad intersecare tra loro trame di politica e religione (senza mai annoiare, anzi) e trame molto più minute, che riguardano i rapporti personali dei monaci e la storia remota dell’abbazia.
Il risultato è un’opera appassionante, che lascia il lettore in sospeso tra mille ipotesi per centinaia di pagine e lo trascina in preda alla curiosità sino ai capitoli finali, che catturano per profondità ed intensità.

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21 thoughts on ““Il nome della rosa”, Umberto Eco

  1. Ricordo con piacere la lettura di questo romanzo e ogni volta che ne sento parlare mi vien voglia di recuperarlo e gustarne di nuovo ogni pagina, comprese le particolareggiate descrizioni e le avventure nei meandri del labirinto!

  2. In effetti non c’é. Dicevo che l’ho letto almeno cinque volte dalla sua prima apparizione; insieme a Memorie di Adriano è stato per lungo tempo il mio libro sul compodino. La migliore produzione letteraria degli anni ’80, almeno secondo me.

      • Hai ragione, secondo me il film banalizza molto alcuni aspetti della narrazione, splendida, di Eco

      • Purtroppo è quello che succede con molti film tratti da opere molto complesse e ricercate, come in questo caso. In un’intervista dell’epoca Eco disse che la sceneggiatura finale del film era quanto di più vicino alla trama originale si potesse avere, considerato il fatto che doveva essere strizzata in 2 ore di proiezione. Credo che il film abbia reso bene l’atmosfera cupa, a tratti angosciante, che domina in tutto il romanzo. Il fatto che Guglielmo sia stato impersonato da Sean Connery, poi, è un extra non da poco.

      • Sì, è vero Juana, sono d’accordo sulla presenza e interpretazione magistrale di Sean Connery…per il resto forse dovrei precisare che amo poco la trasposizione sul grande schermo di opere, come tu ben dici, complesse e ricercate. Mentre ho letto più volte il libro, mi sono limitata a guardare il film solo una volta. Ci dovrei tornare sopra 🙂

      • Stessa cosa io. È difficile ritrovare in un film tutto quello che s’è visto con gli occhi della fantasia, e non riesco a credere che ci sono persone (ne conosco almeno 2!) che preferiscono guardare prima il film, o il libro per loro diventa automaticamente una delusione. Immagino sia questione di abitudine!

  3. Un piacere ritrovare questo grande, bellissimo romanzo, specialmente quando si è in fase di riletture. Una bella recensione di un libro che, almeno per me, è rimasto unico. Apprezzo infatti moltissimo Eco studioso e saggista, ma non cerco neppure più di leggere un suo romanzo. Quelli che sono seguiti a Il nome della rosa, confesso, non ne ho finito uno. Ogni tanto ci riprovo, ma non funziona. Una cosa che mi interroga. Saranno i romanzi o sarà una pecca mia?

  4. Bella recensione, l’ho letto diverse volte e ogni volta ho trovato qualcosa di più. Invece mi ha molto deluso il film, a parte Sean Connery e altri bravissimi interpreti, per la voluta e ricercata bruttezza della maggior parte dei personaggi. Comunque la magnifica descrizione del portale della cattedrale è una lezione, che mi ricorda quelle di un professore del liceo, su come una società nella quale la maggior parte delle persone non sapeva leggere e scrivere viveva le cosiddette arti figurative. E mi viene in mente che qualcosa abbiamo anche perso, forse, noi per i quali esse rappresentano spesso solo un contorno della parola scritta.

  5. Lo lessi due volte, poco più che diciottenne, perché anche io volevo seguire come un pulcino le orme di mio padre …(grande lettore) . Ricordo ancora la soddisfazione …per aver ultimato il progetto…insolite conquiste di uno strano adolescente, lo so!

  6. Chi non ha nulla da dire che non lo dica, questo avrebbe dovuto fare Eco, che conosco per le malefatte semiologiche.
    Non ho visto il film ne letto il libro e non lo farò, così non avrò il rimpianto di aver perso tempo sul nulla.

    • Devo completare il mio giudizio su Eco, scarno, per mancanza di tempo.
      Lo traggo dal mio articolo: “sul linguaggio”.
      https://eugenetics.wordpress.com/sul-linguaggio/
      …………………………….
      “Si tratta di farci l’abitudine e di comporre il nostro linguaggio in maniera
      semplice e diretta, senza voler apparire colti e forbiti ‐ grave difetto delle
      classi più acculturate ‐ che usano la conoscenza per porsi al disopra dell’altro.
      Ci sono intere categorie professionali; dai giudici, agli avvocati, ai
      commercialisti, ma anche molti tecnici, che non riescono proprio a comunicare e sono in malafede, perché il tal modo possono scaricarsi da responsabilità e prevenire obiezioni.
      Le comunicazioni burocratiche pubbliche e private, sono tornate ad essere
      minacciose, con un linguaggio contorto, studiato a puntino per far passare il lettore all’ultima riga, dove è esposto chiaramente l’importo che devi sborsare, per non dar luogo ai provvedimenti che attueranno nei tuoi confronti in caso di contestazione.
      ……………………………………….

      “Umberto Eco, nel suo romanzo “In nome della rosa” ha scritto le prime cento pagine in modo ostico, per “selezionare” (termine suo) i lettori che potevano seguirlo da quelli più pigri.
      Così ha dichiarato a “Che tempo che fa”, diretto da Fabio Fazio.
      Faccio tesoro di questa informazione, per non leggere quel suo romanzo e sono certo che non perderò nulla, dallo storpiatore della semiologia; sempre per il principio che se non leggi qualcosa da uno, lo leggerai da qualcun altro.”

      Negli studi, nelle ricerche, ci sono i “complicatori” di professione, che scrivono libri di testo incomprensibili, illeggibili.
      Lì dove basterebbero poche parole per esprimere un concetto, ce ne mettono decine, del tutto inutili. Reinventano il linguaggio per far bella figura coi colleghi universitari, per distinguersi subito grazie alla loro grossa t.d.m.
      Uno di questi è Flavio Manieri.
      Leggetevi la sua introduzione su “Psicoanalisi e società” (Newton Compton, 1969) di S. Freud, occupa quasi la metà del libro di 376 pagg.

      Esiste il “razzismo culturale” che affligge molti laureati, del quale neanche si accorgono, come accade per il proprio “body odor”, l’olezzo che tutti emaniamo.
      E’ proprio una forma mentis, la loro, che non riescono a scrollarsi di dosso e stupisce trovarla spesso proprio in coloro che dovrebbero insegnare, come i professori universitari.
      Ci si accorge di loro facilmente dal linguaggio, si affacciano dalla loro torre d’avorio e sproloquiano, per farti pesare la loro cultura, ma valgono anche gli atteggiamenti, la mimica affettata, la postura.
      Si è colti nella misura in cui si riesce a trasmettere agli altri le proprie conoscenze.

  7. Un capolavoro. Il film non l’ha assolutamente valorizzato, anzi, ha banalizzato la trama, indugiando sui particolari più scabrosi e cruenti. Ne ricordo una visione da adolescente che mi turbò non poco. Non ho più avuto la voglia di rivederlo quando lo hanno riproposto in tv. Il libro, invece, lo rileggerei e lo consiglierei.

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