“La condanna dell’Italia nel trattato di pace”, Attilio Tamaro

DSCN3100.JPGCirca un anno fa, frugando tra i libri usati di una bancarella alla ricerca di qualcosa che attirasse la mia attenzione, mi sono imbattuto in un volume di inizio anni ’50, con una copertina rigida rossa e circa trecento facciate ingiallite. Titolo: La condanna dell’Italia nel trattato di pace. Autore: Attilio Tamaro (bisnonno della più celebre scrittrice Susanna Tamaro). Di cosa parlava?
È storia nota che l’Italia, dopo aver perso la seconda guerra mondiale, abbandonò la monarchia per la repubblica e adottò una nuova costituzione: si tratta di eventi epocali nella vicenda della nostra nazione sui quali, com’è normale che sia, esiste una bibliografia sterminata. Invece, ben poco è stato scritto e quasi nulla sappiamo del trattato di pace che l’Italia sottoscrisse da Paese sconfitto il 10 febbraio 1947 a Parigi, o meglio, ricordiamo soltanto la perdita dell’Istria e delle colonie in Africa, e qualcuno forse rammenterà pure la frase con cui Alcide De Gasperi aprì il proprio discorso alla Conferenza di Parigi: “sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Eppure negli anni immediatamente successivi alla guerra il trattato di pace e il suo contenuto interessarono parecchio l’opinione pubblica italiana, soprattutto per la questione di Trieste, città dall’altissimo valore simbolico dopo la guerra ‘15-‘18 e il cui destino appariva più che mai incerto. In generale, diversi nostri illustri rappresentanti spesero parole dalle quali traspariva una forte delusione per un trattato che per come andava formandosi appariva vendicativo, oltremodo lesivo degli interessi nazionali italiani ed ingiustamente umiliante, dal momento che sembrava non tenere in minimo conto la cobelligeranza iniziata nell’autunno del 1943 e l’apporto del movimento partigiano alla causa alleata. A tal proposito, il socialista ed antifascista Gaetano Salvemini scrisse: “Non vedo che cosa i vincitori avrebbero potuto fare di peggio se gli Italiani avessero continuato a battersi disperatamente fino all’ultimo momento ai servizi di Hitler […] Le clausole territoriali del Trattato di pace sono ripugnanti ad ogni senso di giustizia […]. Il Trattato di pace è terribile per le infinite servitù economiche con cui aggrava in permanenza il popolo italiano”.
1946.08.10 - dg a parigiLo stesso De Gasperi, allora capo del governo, in un telegramma inviato il primo agosto 1946 a Pietro Nenni, ministro degli Esteri in pectore, espresse tutto il suo rammarico con queste parole: “Ieri sera al Consiglio dei Ministri il trattato è stato considerato come puramente punitivo e tale che, se non modificato, ritiensi inaccettabile” (entrambe le citazioni, sia di Salvemini che di De Gasperi, sono riportate da Ernesto Galli della Loggia nel suo interessante saggio La morte della patria). Parole di dura condanna furono pronunciate un anno più tardi anche dal filosofo antifascista Benedetto Croce davanti all’Assemblea Costituente in sede di ratifica del trattato (qui potete leggere il testo integrale del suo intervento).
Tuttavia, nonostante la disapprovazione di ampie frange della politica e dell’opinione pubblica nazionale, l’Italia – convinta di non avere alternative e soprattutto ansiosa di chiudere una pagina buia della propria storia – ratificò il trattato di pace, il quale già a partire dagli anni immediatamente successivi scivolò pian piano nel dimenticatoio. Per quale motivo? Semplice: le mutate condizioni internazionali – con la sopravvenuta necessità per gli Usa di avere nel nostro Paese una valida difesa a ridosso del blocco sovietico – avrebbero condotto alla revisione di molte clausole originariamente previste, col risultato di ridurre significativamente la complessiva portata sanzionatoria del testo, specialmente sotto il profilo economico-militare, mentre sul piano territoriale si registrava il ritorno nei confini italiani della città di Trieste (ottobre 1954).

Ho dovuto dilungarmi su questi aspetti perché diversamente non si sarebbe compresa la mia curiosità per un libro simile: La condanna dell’Italia nel trattato di pace è forse l’unica opera dell’epoca interamente dedicata al tema, in un quadro storiografico generale che si è disinteressato della questione, ritenendola poco rilevante alla luce degli sviluppi successivi.
Il piglio polemico dell’autore, facilmente riconoscibile dal titolo, riporta al diffuso e trasversale clima di recriminazioni che precedettero la firma del documento. Il taglio dell’opera è decisamente di tipo nazionalista: Attilio Tamaro, diplomatico e storiografo triestino, era stato infatti prima un irredentista e poi un sostenitore del regime di Mussolini, almeno fino al 1943, anno in cui venne espulso dal partito fascista per la sua contrarietà alle leggi razziali.
La sua vasta conoscenza del diritto internazionale e le affermate competenze nel campo storiografico ne fanno comunque un commentatore qualificato, dalla cui opera (con i dovuti distinguo e le necessarie cautele) è possibile comprendere molte delle criticità del trattato di pace per come venne prima formulato e poi ratificato.Antonio Meli Lupi
Volendo sintetizzare al massimo il contenuto del libro, che sostanzialmente è un vigoroso attacco al trattato, descritto come un ingiusto diktat delle potenze vincitrici contro il nostro Paese, Tamaro se la prende in particolare con la miopia degli Alleati, i quali, nulla opponendo alle mutilazioni territoriali alla frontiera orientale italiana richieste da jugoslavi e russi, non solo avrebbero commesso un torto alla storia delle popolazioni di quelle regioni, ma avrebbero anche colpevolmente ignorato l’importanza strategica della Venezia Giulia in un ipotetico conflitto armato contro il blocco sovietico. L’effettiva smilitarizzazione dell’Italia e le pesanti clausole economiche, oltre ad umiliare ingiustamente un Paese che a partire dal 1943 aveva collaborato con gli eserciti alleati, esponevano la penisola al rischio di un’invasione da Oriente dalle conseguenze imprevedibili per tutto il blocco democratico-occidentale. In quanto triestino, Tamaro dedica buona parte del suo saggio alla critica di quelle disposizioni che privano l’Italia della sovranità sul capoluogo giuliano e accusa le potenze vincitrici di aver indebitamente avvantaggiato la Jugoslavia, nonostante la sua popolazione si fosse dimostrata tutt’altro che anti-tedesca nel corso del conflitto.

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14 thoughts on ““La condanna dell’Italia nel trattato di pace”, Attilio Tamaro

  1. Molto interessante, ho letto anche il discorso di De Gasperi; se trovo su internet quello di Leo Valiani al Parlamento durante la discussione sul trattato (o Diktat) lo pubblico: ho sempre sentito dire che Valiani votò contro per ragioni sentimentali essendo fiumano, ma il suo discorso è lucido e ben argomentato e andrebbe conosciuto di più.

  2. Sì, insomma, sono discorsi.
    Avendo perso la guerra, non rimaneva che accettare il trattato di pace, sia pure a malincuore, ci mancherebbe.
    Qualche lamentela, però, si perdona sempre, come in questo libro di Tamaro, basta che sia sommessa e non duri a lungo, e così è stato.
    Ricordo, fra realtà e mito, il “Vae victis” di Brenno.

    Il contributo dell’Italia dopo l’8 settembre fu assai modesto, limitandosi a consegnare le armi rimaste, poichè l’esercito, senza comando, si dileguò, in parte fatto prigioniero dai tedeschi, che riuscirono a battere i pochi nuclei rimanenti.
    L’attività della resistenza fu irrisoria e deleteria.
    L’Italia è stata liberata dagli eserciti alleati, bisogna che qualcuno lo ricordi, ogni tanto, che dovettero assistere i “battaglioni” di resistenti con vettovagliamenti ed armi per le loro azioni terroristiche, per la loro guerra personale dichiarata ai fascisti, che portò a sanguinose ritorsioni, contro i civili; i partigiani colpivano e fuggivano sui monti, secondo un “codice d’onore” tutto italiano.
    La guerra civile dichiarata dai comunisti e altri partiti, che poi fondarono la Repubblica – avevano bisogno di crearsi un “passato di gloria” – causò 80 mila morti (di cui 23 mila partigiani, con oltre 50 mila morti fra tedeschi e fascisti, per non dire degli ammazzamenti operati dai partigiani per vendetta, a guerra finita) e 50 mila feriti. In ogni guerra civile i morti sono più numerosi dei feriti, ricordando che vince la guerra chi uccide di più.
    La resistenza fu totalmente inutile, l’Italia sarebbe stata conquistata dagli alleati e, inevitabilmente, la RSI sciolta, senza bisogno di una guerra civile.
    Per contro, i partigiani, quando ormai erano sicuri dell’arrivo degli alleati, coi tedeschi in fuga, facevano “insorgere” le città, per attribuirsene la liberazione.
    Una sorta di “facite ammuina”. In fatto di teatralità gli italiani non li batte nessuno.
    Forse in futuro avremo il coraggio di riscrivere la vera storia della seconda guerra mondiale e anche quella del fascismo, raccontando tutte le canagliate dei partigiani e degli alleati taciute, con maggiore serenità, a favore della verità.

      • L’ideologia mussoliniana per l’impero ci portò ad alcune guerre ed invasioni inutili, dispendiose, cruente, di nessun vantaggio per l’Italia, per le quali eravamo impreparati in tutti i sensi.
        L’altro grave errore furono le leggi razziali, per piacere a Hitler, forse nel timore di un’invasione.
        La Francia ci offrì Riga e Tenda, per rinunciare alla guerra e c’è il sospetto che le marocchinate concesse dal generale francese Alphonse Juin, furono per il disprezzo conseguente alla dichiarazione di guerra alla Francia.
        L’adesione al blocco occidentale attenuò, in parte, le cessioni territoriali, facilitando il rientro di Trieste.
        A differenza dell’Italia, per l’alto Adige, al quale concesse ampia autonomia, Tito scatenò una pulizia etnica, che produsse circa 380 mila profughi, oltre a migliaia di morti, a guerra finita, anche per vendicarsi dell’occupazione italiana conseguente alla “guerra di aprile”, scatenata da Hitler. Al popolo balcanico non piacque l’occupazione italiana, condotta con metodi coloniali.
        Ritengo che il trattato di pace poteva essere ancor più punitivo, se gli USA non avessero avuto di mira una sorta di colonizzazione dell’Italia per le scelte economiche future e le alleanze al blocco occidentale, in cambio di aiuti.
        Senza la guerra, il regime fascista poteva durare quanto quello di Salazar, ma il Duce era già vecchio nel ’45.

  3. Due cose.

    Prima: Attilio Tamaro non è il “bisnonno” di Susanna Tamaro. La scrittrice è infatti figlia di un fratello di Attilio. Quindi, semmai, è lo zio.

    Seconda: sul Trattato di pace del 1947 esistono varie altre opere. Cercando un po’ su books.google se ne ha subito conferma.

    Tra i primi titoli che escono ne segnalo due in particolare, molto noti. Il primo è un vero e proprio “classico”: è cioè l’edizione del testo del Trattato con commenti e addende varie, curata da Giuseppe Vedovato e a lungo usata in ambito universitario. La seconda è un noto testo di Sara Lorenzini (prof.ssa associata dell’Università di Trento) edito dal Mulino. Solo per dirne due.

    E non parliamo del dettaglio sul tema del confine orientale italiano, dove praticamente i titoli si sprecano. I più noti – per chi non li conosce – sono quelli di Diego De Castro (il maggiore esperto in materia), che ha pubblicato più opere di varie centinaia di pagine. L’ultima – piuttosto nota e tuttora in catalogo – è “La questione di Trieste” (editore Lint), composta di 2 grossi volumi di 2000 pagine delle quali più della metà è ovviamente dedicata al Trattato di Pace.

    Questo per dire che non è vero quando Pistolato scrive che il libro di Tamaro (lo cito) “è forse l’unica opera interamente dedicata al tema, in un quadro storiografico generale che si è disinteressato della questione”.

    Ancor più se, come lo stesso Pistolato fa notare, si tratta di un testo da prendere molto con le molle, data sia l’impostazione polemica (e pregiudiziale) dell’autore, sia – a maggior ragione – tutto il resto che è stato prodotto.

    • Buonasera! Può rivolgersi direttamente a me. Quanto al grado di parentela tra Attilio e Susanna ho fatto riferimento a un dato riportato da Wikipedia, che come fonte citava a sua volta un articolo del Corriere della Sera del 1998. Mi è parso un dato attendibile non solo per il buon nome del quotidiano, ma anche per il fatto che Attilio è del 1884 mentre Susanna è del 1957 (quindi tra i due ci sono ben 73 anni di differenza). Lei invece è proprio sicuro che si tratti dello zio?

      Quanto alla presunta unicità dell’opera, ammetto di essere stato un po’ precipitoso; ad ogni modo, ho scritto “forse”, e non mi riferivo certo alla miriade di testi che sono stati pubblicati sul confine orientale, ma solo alle monografie sul trattato.

      • Correggo: il padre di Susanna Tamaro era figlio di un fratello di Attilio, nato a Trieste nel 1885. Non quindi fratello lui stesso. Perciò, Attilio è stato non lo zio, bensì il pro-zio di Susanna.

        Traggo questi dati da un insieme di informazioni che da anni vado raccogliendo per un lavoro proprio su Attilio Tamaro.

        E anche l’articolo del Corriere della Sera non dice (se non sbaglio, dato che ora non è più leggibile gratuitamente) quanto si trova nella voce wikipediana su Attilio. Voce, peraltro, carente sotto molti punti di vista, aggiungo.

        Quanto alle monografie scritte sul Trattato di pace, confermo: non ne mancano affatto, come ho scritto, e anche nel complesso, senza dover per forza ricadere sulle tematiche specifiche relative al confine orientale.

        Per cui questo libro di Tamaro (interessantissimo sul piano della lettura storiografica) perde inevitabilmente molto di valore. Per ovvi motivi.

  4. A proposito poi del discorso di Valiani (richiamato da papagena49), qui chi vuole può leggerlo integralmente: http://www.camera.it/_dati/Costituente/Lavori/Assemblea/sed202/sed202.pdf

    E’ abbastanza lungo, per cui mi astengo dal citare i (vari) passaggi relativi al problema giuliano. Il quale mi viene da dire che indubbiamente stava a cuore a Valiani (lui era fiumano), ma altrettanto appare non del tutto indicativo (almeno a mio avviso) se si ragiona su come Valiani terminò quel suo discorso.

    Ecco infatti le sue precise parole:

    “Ad ogni modo io concludo con la filosofia di Croce: è indispensabile un atteggiamento di durezza da parte dell’Italia lungo questo cammino pericoloso; occorre un atteggiamento di strenua difesa della nostra indipendenza anche dalle pressioni più benevole e più paterne. Ci vuole anche la fede, ma soprattutto la fede nella capacità dei popoli e delle pubbliche opinioni di spezzare il sistema delle zone d’influenza, di obbligare i Governi ad un atteggiamento internazionale diverso da quello attuale.

    Quella di Croce è anche la filosofia della democrazia socialista indipendente, che non ricade né nel massimalismo né nel riformismo. Per questo, nella situazione attuale, mi è impossibile dare il mio voto alla ratifica del Trattato”.

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