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aristofaneCommedia teatrale del 392 a.C.. Ad Atene lo Stato vive una crisi profonda e nessuno sa più cosa inventarsi per risollevarne le sorti. Stufe e avvilite da una democrazia corrotta dove ognuno pensa solo al proprio tornaconto, Prassagora e le altre donne della città decidono in gran segreto di travestirsi da uomini e di infiltrarsi in massa nell’assemblea cittadina al posto dei mariti per far approvare un decreto rivoluzionario che attribuisca loro tutti i poteri politici. E ci riescono: forti della maggioranza artificiosamente raggiunta, le donne di Atene destituiscono gli uomini da ogni carica e prendono le redini del governo.

Ci sono ottime ragioni per cui le donne si dimostreranno all’altezza del comando della città, più dei loro stessi mariti. La coraggiosa e intraprendente Prassagora ne illustra almeno due: innanzitutto, in quanto madri, garantiranno la pace evitando che i loro figli vadano in guerra; in secondo luogo, essendo già amministratrici e tesoriere nelle loro case, faranno sicuramente un ottimo uso del denaro pubblico senza sperperarlo.

Dopo un’iniziale e diffusa perplessità, anche gli uomini sembrano convincersi dalla bontà del rovesciamento delle parti: “pare sia l’unica cosa che ancora non è successa nella nostra città” dice Cremete all’amico Belpiro, marito di Prassagora.

Alla confusione dei ruoli sociali segue quella dei beni personali e dei rapporti familiari: mirando all’attuazione di un programma di totale uguaglianza, le donne sanciscono l’abolizione della proprietà privata e dei legami di parentela a favore di un sistema dove tutti mettano in comune sostanze, figli, mariti, mogli, padri e madri. Così non ci saranno più debitori e creditori, ladri e derubati, adulteri e tradimenti e scompariranno finalmente anche i tribunali. Infine, siccome tutte le donne, anche quelle brutte o anziane, hanno diritto ad essere amate, un divertente decreto prevede che qualsiasi uomo, prima di avere rapporti con una bella giovane, debba fare l’amore con una vecchia. La commedia termina proprio con la scena di tre anziane che si contendono avidamente un ragazzo il quale stava dirigendosi dalla propria amata sperando di eludere la nuova legge.

Con Le donne al parlamento (titolo originale: Ecclesiazuse) il commediografo ateniese Aristofane aggiunge un altro pezzo al suo filone utopico e sviluppa in chiave farsesca un’idea che alla sua epoca doveva apparire veramente ridicola, più o meno come oggi potrebbe sembrare a noi quella di un governo di quattordicenni. Il potere politico affidato alle donne è la bizzarria su cui si fonda l’intero assetto comico dell’opera e dalla quale l’autore fa derivare una serie di situazioni ancora più stravaganti e perciò destinate ad accendere l’ilarità del pubblico, al tempo interamente maschile. L’emarginato si trasforma in forza egemone e mette in atto un completo capovolgimento della società, che si ritrova improvvisamente indifferenziata. Invece di ristabilire l’ordine minacciato dalla crisi, le donne ne stabiliscono uno del tutto nuovo; invece di riportare Atene alle sue gloriose tradizioni e virtù, si inventano una morale e delle regole sbalorditive che dovrebbero fare della città una specie di paradiso in terra dove non si fanno più guerre o cause in tribunale e dove tutti hanno garantito il pane e l’amore. Ad andare in scena è la fantasia, o meglio l’irrealtà.

Per quanto quest’opera possa a prima vista apparire straordinariamente attuale almeno nel suo tema principale, cioè quello della partecipazione politica femminile, in realtà una più attenta analisi suggerisce una quasi totale mancanza di seri spunti di riflessione per noi moderni e per le nostre democrazie. Come lettore mi sono domandato se la satira che ispira questa commedia voglia trasmettere un messaggio di generale scetticismo e disincanto circa le qualità morali di tutti, donne e uomini. Tuttavia, credo che a voler interpretare in questo modo l’opera si cada nel rischio di piegarla eccessivamente a prospettive che non appartengono né al tempo né al sistema di valori dell’autore. Aristofane infatti non prende sul serio l’idea di un governo di donne, nemmeno in termini di paradosso. Se proprio si vuole cercare un intento politico nella sua commedia, lo si può individuare al massimo nella critica alla situazione di crisi e corruzione in cui versava l’Atene dell’epoca, e magari (anche se qui forse è spingersi troppo oltre) in una denuncia delle possibili degenerazioni della democrazia. Nulla di più: il vero obiettivo sembrerebbe infatti quello di suscitare il riso negli spettatori attraverso la rappresentazione di una realtà grottesca e irrealizzabile.

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