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mobydickNon molto tempo fa qualcuno annotò che il romanzo “è una macchina per generare interpretazioni” (Umberto Eco, Postille a “Il nome della rosa”, 1983). Osservazione nient’affatto nuova, se vogliamo, ma che calza alla perfezione per un testo come Moby Dick, che nonostante i lineamenti del romanzo d’avventura e la dimensione conseguentemente realistica (accentuata dalle frequenti digressioni sulla baleneria) si presenta come un’opera dall’alto valore allegorico, tale da appassionare generazioni di letterati e lettori nella ricerca del suo significato più autentico. Moby Dick è entrato nell’immaginario collettivo non solo grazie alle ancestrali fantasie suscitate dalla lotta tra il mostro marino e il temerario capitano Achab, ma anche per la natura intrinsecamente simbolica di questa lotta. Il mito della balena bianca deve molto all’affascinante enigma interpretativo sotteso all’intera trama, la cui soluzione diventa la principale motivazione nella corsa all’ultima pagina.

Trama

La voce narrante di Moby Dick è Ismaele, un giovane maestro di scuola che vive nell’America del Nord della prima metà dell’ottocento e che non avendo nulla di particolarmente caro a terra decide di darsi alla navigazione dell’oceano. Ismaele compie i suoi primi viaggi da marinaio sulle navi mercantili e in breve tempo scopre nella vita di mare la migliore via di fuga contro le avversità dell’esistenza: “è un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso […], allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto”. Desideroso di avventure sempre più coinvolgenti, abbandona il commercio marittimo per cimentarsi nella rischiosa caccia alle balene. Si dirige dunque verso l’isola di Nantucket, il più famoso porto di baleniere degli Stati Uniti. Inconsapevole di ciò che lo attende, salpa sul Pequod, la nave del capitano Achab, il quale ha giurato vendetta contro Moby Dick, un gigantesco capodoglio bianco che nella precedente caccia gli ha mozzato una gamba. Il Pequod e tutto il suo equipaggio sono dunque lanciati all’inseguimento della balena, in una ricerca che, fin dall’inizio, sembra gravata da un’ombra di maledizione e che, per essere ispirata unicamente a un cieco desiderio di vendetta, appare folle e destinata a un esito drammatico.

Achab e la balena

I due capitoli più belli di Moby Dick sono Il cassero e La sinfonia. Entrambi descrivono con grande efficacia l’irrazionale ossessione del capitano Achab, che sceglie deliberatamente di sacrificare quanto resta della sua vita e delle proprie energie all’uccisione della balena, rinunciando a tutto il resto, a partire dalla famiglia e dai legami umani a lui più cari, senza curarsi delle tragiche conseguenze a cui rischia di andare incontro. Il tormento della vendetta consuma interamente Achab, il quale abbandona tutte le sue doti di raziocinio in preda a un delirio di onnipotenza. La balena da lui inseguita con tanta tenacia è descritta da Melville come un animale dalla forza terrificante e dall’intelligenza malvagia. Per questo motivo più di qualcuno ha pensato di interpretare la balena come l’emblema delle forze oscure della natura, se non come l’incarnazione del male stesso.

Per me la Balena Bianca è questo muro, che mi è stato spinto accanto. Talvolta penso che di là non ci sia nulla. Ma mi basta. Essa mi occupa, mi sovraccarica: io vedo in lei una forza atroce innerbata da una malizia imperscrutabile. Questa cosa imperscrutabile è ciò che odio soprattutto: e sia la Balena Bianca il dipendente o sia il principale, io sfogherò su di lei questo mio odio. Non parlarmi di empietà, marinaio: io colpirei il sole, se mi facesse offesa”.

È questo probabilmente il passaggio più esplicito del romanzo, ma ancora non ci dice molto su cosa rappresenti il duello tra il monomaniaco Achab e l’inafferrabile Moby Dick. Molti hanno paragonato Achab all’Ulisse di Dante e in effetti le somiglianze sono parecchie: entrambi i personaggi sono dominati da un unico pensiero e terminano ingloriosamente la propria parabola, inghiottiti dal mare: tuttavia, se nella vicenda dell’eroe omerico cantata dal Poeta è la sete di conoscenza a determinare la tragedia, nel personaggio di Melville non pare riscontrarsi una simile tensione. Non è la brama di conoscenza a trascinare Achab nell’abisso, ma l’insensata presunzione di poter condurre la propria azione oltre ogni limite umano. Il desiderio di vendetta è la passione che brucia lentamente Achab e che lo priva sciaguratamente della capacità di discernere tra bene e male, tra ragionevolezza e follia. Per questa ragione, nonostante i tantissimi riferimenti più o meno espliciti all’Antico Testamento, Moby Dick mi è sembrata un’epopea più greca che cristiana: a dannare Achab non è tanto un’offesa recata a Dio, ma il suo pertinace rifiuto a riconoscere l’esistenza di un confine che l’uomo non dovrebbe mai superare e di cui invece dovrebbe essere sempre consapevole e riverente.

Stile

Una delle caratteristiche più singolari del capolavoro di Melville è la mescolanza di stili che si alternano tra un capitolo e l’altro, come se l’autore avesse voluto cantarci le meraviglie della balena nel maggior numero di forme letterarie possibili. Si succedono così la narrativa tipica del romanzo d’avventura, il tono lirico del poema, la descrizione asettica del trattato scientifico e l’ispirazione manifestamente teatrale di molti dialoghi. Allo stesso tempo, non è raro che l’autore tragga spunto da una nozione di cetologia o di caccia alle balene per una riflessione a sfondo filosofico o spirituale. Una simile operazione letteraria può apparire nei suoi esiti confusionaria e disorientante, e a tratti obiettivamente lo è. Essa risponde tuttavia a una precisa scelta contenutistica ancor prima che stilistica, perché Melville, attraverso la balena, nutre l’ambiziosa pretesa di raccontarci per disteso il mondo e le leggi universali che lo governano, e non trova modo migliore di farlo se non mescolando scienze, filosofia, epica, avventura, religione e gli stili che di volta in volta meglio si addicono a queste materie. La prosa dello scrittore americano è ricca e sovrabbondante, e sacrificando spesso la mera narrazione alla pretesa poco fa descritta non c’è da stupirsi se pecca in linearità e scorrevolezza. Le pagine richiedono una costante attenzione al lettore, il quale, non senza fatica, riceve in cambio una notevole quantità di spunti di riflessione. Per questo Moby Dick è uno di quei libri che alla fine restano e lasciano il segno.

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