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618iwivizklL’autore ricostruisce con pazienza e perseveranza la dolorosa storia di una sua lontana parente, una storia che sembrava irrimediabilmente consegnata a un destino di oblio e di silenzio e che invece un evento inaspettato ha fatto riaffiorare in tutta la sua drammaticità. Nell’estate del 2003 Alessio Alessandrini scopre di essere erede di un piccolo appezzamento di terreno a Summaga di Portugruaro (Ve), precedentemente intestato a una certa Maria Luigia Trevisiol. Chi era costei? Una sorella della nonna, a quanto pare. Peccato che nessuno in famiglia ne abbia mai parlato o anche solo fatto cenno. La sua memoria è stata inspiegabilmente cancellata: non ne rimane alcuna traccia, se non un lembo di terra vicino alla ferrovia e che ora il Comune intende espropriare. Tuttavia, l’autore non impiegherà troppo tempo per comprendere da sé i contorni di una vicenda che ha dello spaventoso.
Maria Luigia Trevisiol aveva solo quindici anni quando nel 1908 il padre la portò con sé a Venezia per quello che sembrava un viaggio di piacere e che si rivelò invece l’inizio di una lunghissima e tormentata fine: il ricovero nel manicomio di San Clemente, il primo di una fitta serie che non l’avrebbe più vista ritornare a casa nemmeno per una notte e che si sarebbe conclusa solo con la sua morte nel dicembre 1959. Il dramma di questa povera donna è tutto nelle cartelle cliniche a suo nome, che riportano costantemente la medesima diagnosi: epilessia. La ragazza dunque non aveva nessun disturbo della psiche: era semplicemente epilettica, in un tempo in cui però la scienza medica non sapeva quasi nulla di questa malattia, che l’ignoranza e la superstizione popolare riconducevano sbrigativamente alle possessioni demoniache. La storia di Maria Luigia Trevisiol è una storia come tante, purtroppo, ma non per questo meno sconsolante e ingiusta. A risuonare tristemente dalle pagine del libro è l’eco di una vita vissuta ai margini della società e stroncata proprio quando stava per sbocciare, costretta a un lento ma inesorabile annichilimento e alla repressione dei più comuni desideri e sogni, oltreché a un’inguaribile e penosa solitudine. “Sono di fronte all’abisso di un’esistenza cancellata” scrive Alessandrini. “Una vita umile finché si vuole ma negata, tarpata, violata. Mi pare che il sottile spiraglio di luce che mi viene offerto su questa lontana vicenda si configuri come un invito, come un richiamo di responsabilità, come un impegno morale”. La vicenda di questa sfortunata donna viene romanzata dal pronipote, che ne intervalla l’appassionato racconto con vicende della famiglia e del Veneto di allora, un mondo contadino descritto una volta tanto senza nostalgie di un’età perduta. Il romanzo è uno stimolo ad apprezzare il valore del ricordo, l’unica arma a nostra disposizione contro le ingiustizie del passato.

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