“Dalla Serenissima al Regno d’Italia. Il plebiscito del 1866”, Angela Maria Alberton

plebiscito_per-segnalazione-uscitaIl centocinquantesimo anniversario dell’unione del Veneto al Regno d’Italia (1866-2016) è stato l’occasione per molteplici dibattiti sulle modalità attraverso le quali questa regione è passata dal dominio dell’Austria alla sovranità italiana. Principale oggetto di discussione è stato il plebiscito tenutosi nell’ottobre del 1866, mediante il quale la popolazione maschile delle province venete fu chiamata ad esprimere la propria volontà di annessione allo Stato appena formatosi sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II. Al riguardo, specialmente negli ultimi decenni, un filone revisionista particolarmente battagliero ha parlato di “truffa”, di “brogli” e di “inganno”, facendo così intendere che le popolazioni del Veneto sarebbero state ingiustamente private del loro diritto naturale ad autodeterminarsi.

Un libro di recente pubblicazione che analizza queste contestate vicende storiche è Dalla Serenissima al Regno d’Italia – Il plebiscito del 1866 di Angela Maria Alberton (dottoressa di ricerca in Scienze storiche e già autrice di Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento). L’opera è divisa in due parti: nella prima, viene approfondita la questione veneta per come fu fronteggiata all’epoca non solo dall’Italia, ma anche dagli altri governi europei (Francia, Austria, Inghilterra e Prussia). Nella seconda, si affronta l’argomento della cessione del Veneto e del tanto vituperato plebiscito, rispetto al quale l’autrice si prefigge di rispondere puntualmente alle seguenti domande: chi lo volle? qual era il suo valore?
Infine, il libro si conclude con un interessante capitolo sulle reali chance che dalle vicende diplomatiche e belliche del tempo potesse sorgere un Veneto autonomo, vale a dire né austriaco né italiano.

Senza anticiparne ulteriormente i contenuti, mi limito a segnalare agli interessati di storia nazionale questo libro, nella speranza che possa essere debitamente considerato nel dibattito su un argomento che, per ragioni estranee alla storiografia, appare sempre più spinoso.

3 pensieri riguardo ““Dalla Serenissima al Regno d’Italia. Il plebiscito del 1866”, Angela Maria Alberton

  1. Temo che sul Risorgimento in generale continueremo a studiare per qualche secolo: troppo forte è ancora adesso l’aura leggendaria di cui fu subito circondato nel tentativo di infondere il sentimento nazionale nella popolazione. L’opera è tuttora da concludere, in effetti: da una parte la maggior parte degli Italiani vide calare dall’alto l’unità nazionale come decisione presa da altri alle proprie spalle, percependone subito i due aspetti peggiori – coscrizione obbligatoria e tasse – senza conoscerne i vantaggi eventuali; in generale si volle infondere un un popolo l’amor di patria senza dargli una vera ragione di provarlo, tant’è vero ci tuttora lo Stato e spesso e diffusamente percepito come un corpo estraneo. Se aggiungiamo che il solo momento in cui un numero rilevante di Italiani si sentì davvero incluso nella vita pubblica, paradossalmente, fu il ventennio fascista, capiamo perché ancor oggi l’amor patrio si mescoli al senso di colpa, soprattutto a fronte di tanta propaganda europeista. È un groviglio inestricabile il cui denominatore comune è oggi come allora, una classe dirigente che, se va bene, rappresenta solo sé stessa, quando non è dittatoriale o asservita ad altri interessi. Quindi, in realtà, almeno in parte ci sono ragioni storiografiche nella contestazione e nelle polemiche, solo che servirebbe una pacata analisi senza strumentalizzazioni.

    1. Condivido a grandi linee il tuo pensiero. Mi permetto però di aggiungere una riflessione.

      L’aura leggendaria di cui parli persiste – ma debolmente – solo a livello scolastico e istituzionale. Dico ‘debolmente’ perché mi pare che anche a questi livelli il racconto del Risorgimento come mito fondativo abbia subito una profonda crisi: nelle aule scolastiche questa rappresentazione ha fatto il posto a una trattazione stanca e sbrigativa, mentre in politica è quasi del tutto assente, eccezion fatta per qualche raro intervento del Presidente della Repubblica di turno (sono finiti però da un pezzo i tempi in cui i capi-partito richiamavano i protagonisti del Risorgimento nei loro discorsi; l’ultimo credo sia stato Bettino Craxi).

      Le premesse per una trattazione meno oleografica di quest’epoca ci sarebbero tutte, e a mio modo di vedere in realtà sono già state raccolte da una vasta letteratura accademica che ispirandosi ora alla critica gramsciana, ora ad altre, ha messo in luce parecchi aspetti politici che sicuramente non alimentano la leggenda-Risorgimento.

      Il problema è che questa letteratura, pur abbondante, ha scarsissimo seguito. Attualmente vanno molto più di moda i pamphlet anti-risorgimentali, che essendo scritti il più delle volte con livore e intenti politici più o meno dichiarati, non contribuiscono in minima parte a una discussione seria sull’argomento, se non quando si tratta di confutarne le tesi.

      1. Purtroppo è sempre più facile colpire alle spalle o sotto la cintura, che intavolare una discussione seria. Personalmente, se gli studi in questo campo dipendessero da me, cercherei una via di mezzo: niente miti e niente pamphlet, solo uno studio serio, per raccontarci finalmente le cose come sono andate; costi quel che costi. Sarebbe un metodo utile per tutta la Storia d’Italia, che comincio a pensare non sia mai normale.

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