Il Comitato mazziniano di Treviso (1850-1851)

A Treviso, dopo il fallimento rivoluzionario del 1848, il primo tentativo di azione politica in funzione anti-austriaca va ascritto a un ristretto gruppo di patrioti, i quali, tra la fine del 1850 e l’inizio del 1851, costituirono in città un comitato rivoluzionario d’ispirazione mazziniana. I membri del comitato, a quanto consta, erano quattro: Luigi Pastro (medico e futuro senatore del Regno d’Italia), Angelo Giacomelli (possidente e futuro podestà di Treviso), Fausto Fontebasso (possidente) ed Ettore Cazzaor (giurista). Il sodalizio trevigiano non era del tutto indipendente, ma costituiva un’articolazione a livello provinciale di un Comitato nazionale istituito per il Lombardo – Veneto a Mantova, con a capo il sacerdote Enrico Tazzoli, a suo volta in diretto contatto con Giuseppe Mazzini, all’epoca esule a Londra. Scopo del comitato era organizzare una rete di soggetti che potessero agire in modo coordinato nel caso in cui gli eventi avessero nuovamente arriso alla causa nazionale. Per sovvenzionare questa trama cospirativa, lo stesso Mazzini aveva ideato il lancio di un prestito nazionale di 10 milioni di lire, suddiviso in 50.000 cartelle da 100 lire ciascuna e 200.000 da 25 lire ciascuna con un interesse del 6%. Le somme raccolte sarebbero state tenute in deposito presso alcune banche di Londra e il rimborso delle cartelle sarebbe stato effettuato dal nuovo governo nazionale italiano. L’attività del Comitato, tuttavia, fu stroncata sul nascere da due imponenti processi politici, il primo tenutosi a Venezia nel 1851 e il secondo a Mantova tra il 1852 e il 1853. L’inquisizione austriaca, pur non riuscendo a penetrare a fondo nell’azione dell’organizzazione mazziniana e delle sue dipendenze provinciali, si concluse con la condanna alla forca o al carcere duro di diversi affiliati, ponendo così fine al movimento e alle sue mire rivoluzionarie. Unico fra gli associati trevigiani a subire conseguenze di una certa gravità dalla reazione austriaca fu il medico Luigi Pastro, originario di Selva del Montello, condannato a 18 anni da scontarsi nella fortezza di Theresienstadt, in Boemia (pena successivamente ridotta a tre anni grazie a un’amnistia).

Fonti storiche sul Comitato trevigiano e loro divergenze

Chi scrive non ha consultato gli atti dei due processi penali di Venezia e Mantova, ma considerato l’immediato rilascio di Fausto Fontebasso e di Ettore Cazzaor e la sorte egualmente benevola capitata ad Angelo Giacomelli qualche tempo più tardi, appare inverosimile che tra le carte dell’indagine austriaca possa trovarsi qualche notizia di rilievo sul Comitato mazziniano di Treviso. Le autorità asburgiche, come racconta lo stesso Giacomelli nelle sue memorie, avevano soltanto subodorato l’esistenza di un gruppo rivoluzionario nella Marca, ma non erano state in grado di carpire maggiori informazioni al riguardo. Diversamente, i nostri quattro trevigiani, invece di essere liberati dopo poco tempo o di trascorrere qualche anno di fortezza in Boemia, sarebbero più probabilmente finiti sul patibolo.
Del Comitato trevigiano, tuttavia, parlano più o meno diffusamente due suoi affiliati, ovvero Luigi Pastro e Angelo Giacomelli, autori rispettivamente dei Ricordi di prigione (1851-1853) e delle Reminiscenze della mia vita politica (1848-1853).

Purtroppo, come capita spesso con le memorie, i due testi non combaciano del tutto: pur presentando qualche punto in comune, divergono infatti su altre (importanti) questioni. Il resoconto più dettagliato è sicuramente quello di Giacomelli. Vediamo comunque entrambe le versioni.

Versione di Angelo Giacomelli: nella seconda metà del mese di novembre del 1850, Luigi Pastro, medico di 28 anni con condotta in Villorba, ha un colloquio riservato con Angelo Giacomelli, di anni 34. I due non si conoscono personalmente, ma soltanto di nome, avendo entrambi partecipato alle rivolte del ‘48 ed essendo uno medico e l’altro appartenente a un’agiata famiglia del trevigiano. In questo colloquio, Pastro informa Giacomelli della formazione di un comitato nazionale a Mantova, in intesa con Mazzini, e della necessità di sue diramazioni territoriali in tutto il Lombardo-Veneto. A Venezia si era già formato un comitato regionale per il Veneto e Pastro era stato incaricato, proprio da alcuni affiliati e amici di Venezia, di costituire un centro d’azione anche a Treviso, assumendone la presidenza. Pastro però, non ritenendo di accettare un ruolo di simile responsabilità, contatta Giacomelli, definendolo la persona più adatta all’incarico. Giacomelli accetta la proposta, riservandosi di conferire qualche giorno più tardi con i cospiratori veneziani (Giovanni Zambelli e Bernardo Canal) per avere maggiori informazioni e istruzioni. In questo primo incontro con gli associati di Venezia, Giacomelli si impegna ad aggregare altri due soggetti al comitato trevigiano, individuandoli nei suoi amici Ettore Cazzaor e Fausto Fontebasso, “giovani egregi, di carattere risoluto e fermo, ed animati del più fervido amor patrio”. Di Luigi Pastro, invece, Giacomelli non avrebbe potuto avvalersi, in quanto non domiciliato a Treviso, “condizione necessaria, stante lo scarso numero dei componenti il comitato”. I colleghi di Venezia, soddisfatti dell’operazione, danno ulteriori istruzioni a Giacomelli sull’incarico da lui assunto, concordando “formule e convenzioni della corrispondenza”. Giacomelli, Fontebasso e Cazzaor organizzano la propria attività di propaganda, dividendola per distretti. Nel dicembre del 1850 Giacomelli ha un ultimo incontro con i patrioti veneziani, che lo mettono al corrente del progetto di sequestrare l’imperatore austriaco in un suo imminente viaggio a Venezia, proposito che il cospiratore trevigiano boccia fin dall’inizio, bollandolo come “insano”, “difficile” e “assai problematico”. Nelle sue memorie Giacomelli non accenna ad alcun altra attività del Comitato trevigiano, limitandosi a ricordare la sua fuga in Piemonte nel giugno 1851 dopo che il padre lo aveva avvisato di una perquisizione nella sua abitazione da parte della polizia austriaca e del conseguente rischio di essere arrestato.

Versione di Luigi Pastro: nel marzo del 1851 Luigi Pastro riceve l’invito a costituire un Comitato rivoluzionario a Treviso direttamente da Giuseppe Mazzini. Ne declina tuttavia la presidenza, ritenendo che un incarico così gravoso debba essere assunto da una persona più ricca e influente e quindi con mano più libera. Convoca dunque Ettore Cazzaor e Fausto Fontebasso (non è specificato nel testo come e dove li abbia conosciuti), i quali, informati del rischio dell’operazione, accettano comunque di associarsi a Pastro. Nel mese di maggio il Comitato trevigiano è formato, ma il 24 giugno 1851 Pastro viene arrestato e ogni attività viene dunque spenta sul nascere.

Una possibile spiegazione

I due racconti convergono su quattro punti: l’iniziale incarico conferito a Luigi Pastro per formare un comitato mazziniano trevigiano, la partecipazione al comitato stesso di Cazzaor e Fontebasso, il mancato svolgimento di concrete operazioni (tutte rimaste allo stato embrionale) e la fine di ogni attività nel giugno 1851, dopo una prima retata di arresti da parte della polizia austriaca. Sul resto, a partire dalla data d’inizio delle attività, non c’è concordanza. Come se ciò non bastasse, nel racconto di Pastro viene addirittura omessa la figura di Giacomelli!

Le incongruenze, tuttavia, possono avere una spiegazione. E’ probabile infatti che i due resoconti si riferiscano a due fasi diverse dell’attività del comitato. Giacomelli ricorda la prima, mentre Pastro descrive, sia pur succintamente, la seconda.

Nella prima fase Pastro chiede a Giacomelli di formare un comitato e di assumermene la presidenza, contattando previamente alcuni suoi amici veneziani, dai quali aveva ricevuto la stessa proposta. Giacomelli si attiva in tal senso, recluta Cazzaor e Fontebasso, stabilisce ruoli ed organizzazione del comitato, ma in un nuovo incontro con i colleghi di Venezia (che egli stesso afferma essere l’ultimo) ha una diversità di vedute sul progetto di sequestrare l’imperatore d’Austria, progetto che definisce espressamente “insano”. Molto probabilmente, anche se la circostanza non è confermata né da Giacomelli né da Pastro, questa discussione sul sequestro di Francesco Giuseppe provoca l’estromissione di Giacomelli dall’organizzazione. Sono pur sempre i veneziani, come conferma lo stesso Giacomelli, ad avere lo scettro del comando in Veneto, e realisticamente gli stessi, delusi dalle titubanze del patriota trevigiano, avranno interrotto i contatti per tornare dal loro amico Pastro all’inizio dell’anno successivo (il marzo 1851 citato nelle memorie del medico di Villorba). E qui inizia la seconda fase del comitato trevigiano, quella che che ci racconta Pastro, il quale però, con tutta probabilità, esagera nell’affermare che l’invito gli sarebbe giunto da Mazzini in persona. I due, dopo tutto, non si conoscevano, e pertanto appare molto più verosimile che la proposta sia giunta dagli amici veneziani menzionati da Giacomelli. Pastro, avendo forse già incontrato i patrioti scelti in precedenza da Giacomelli, ovvero Fontebasso e Cazzaor, si è rivolto direttamente a loro per ottenere il benestare alla prosecuzione dell’attività cospirativa in sua compagnia. Tutto si è poi concluso a giugno, a seguito degli arresti e delle perquisizioni austriache.

Fonti:

  • Luigi Pastro, Ricordi di prigione (1851-1853)
  • Angelo Giacomelli, Reminiscenze della mia vita politica (1848-1853)
  • Giuseppe Alù, Storia e storie del Risorgimento a Treviso

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