“Alto tradimento. Il processo contro Pietro Fortunato Calvi e correi (1853-1855)”, Alessandro Sacco

Esistono diverse ricerche dedicate al patriota veneto Pietro Fortunato Calvi, nato nel 1817 a Briana di Noale (Venezia) e resosi celebre nel 1848 per la guida del Cadore contro le truppe austriache. La biografia recentemente firmata dal professor Alessandro Sacco e pubblicata da Cierre Edizioni (2018) si distingue dalle precedenti per due aspetti: la restrizione del campo d’indagine agli ultimi anni di vita di Calvi – che coincidono con il fallito tentativo rivoluzionario nel bellunese nel 1853 e la conseguente condanna a morte per “alto tradimento” – e il ricorso ai verbali dell’inquisizione austriaca (i cosiddetti “costituti”) come fonte privilegiata per la ricostruzione degli eventi. Con riferimento a questo secondo aspetto, l’autore osserva che “una parte importante della vita di Calvi, dei suoi compagni – come di tanti patrioti – ci sarebbe ignota se non ci venisse narrata dai protocolli delle inquisizioni e dei processi”. Il carattere segreto delle cospirazioni risorgimentali, infatti, imponeva una comunicazione quasi esclusivamente orale di informazioni, fatti e persone coinvolte nelle trame anti-austriache, le quali dunque, il più delle volte, ci sono note nella misura in cui le autorità asburgiche ne vennero a conoscenza, avviando le indagini del caso. D’altro canto, le memorie stese dai protagonisti di quell’epoca, pur non rare, sono spesso redatte anni dopo lo svolgimento dei fatti, e in diversi casi risultano viziate da intenti agiografici, cioè di esaltazione acritica di un determinato personaggio o evento storico. Le carte austriache, al contrario, stante la maniacale attenzione per il dettaglio da parte degli organi inquirenti e la maggiore vicinanza temporale agli eventi, ci offrono un quadro tendenzialmente più fedele alla verità storica (sia pur con qualche distinguo, come vedremo). Di tale circostanza dava atto un grande studioso di processi intentati contro i patrioti risorgimentali, Alessandro Luzio, che nella sua opera dedicata al celebre processo Pellico-Maroncelli, intitolava il capitolo introduttivo La sincerità degli atti officiali austriaci e scriveva: “La procedura segreta austriaca, così funesta per i patrioti, avvinghiati nelle sue spire, può dirsi provvidenziale per lo storico, che – mercé quella congerie opprimente di costituti, di verbali, di rapporti, di note – è oggi in grado di ricostruire perfettamente le drammatiche lotte giudiziarie dei liberali italiani con gli inquisitori dell’ I. R. Governo”1.

Un limite, a dire il vero, lo incontrano anche gli atti processuali asburgici: non sempre, infatti, i patrioti interrogati erano sinceri nelle loro risposte. Tra i due estremi dell’accusato che “cantava” tutto e di quello che – nonostante le fustigate, le minacce di condanna a morte e le false promesse di libertà – si trincerava in un ostinato silenzio, negando ogni accusa2, vi era un’ampia zona grigia di patrioti che messi alle strette raccontavano parecchio, omettendo tuttavia diversi elementi e prestando particolare attenzione a non pregiudicare altre persone, specialmente se non coinvolte nel processo. In questa zona grigia si situa indubbiamente anche Calvi. Catturato in Trentino con una gran mole di documenti compromettenti (come la corrispondenza con Mazzini e Kossuth), il patriota di Noale si reputò perduto fin da principio e ritenne inutile confutare o nascondere circostanze rese evidenti dalle carte sequestrategli. Nell’interrogatorio del 18 ottobre 1853 (riportato per intero nel libro di Sacco), Calvi rispose puntualmente alle domande del commissario, fornendo una discreta quantità di informazioni, almeno finché si trattava di nomi e persone residenti in Piemonte o comunque fuori dall’Austria. Viceversa, quando le domande cominciarono a piegare sui suoi appoggi in Veneto, il patriota ribatté senza fronzoli: “… io non aveva nessuna relazione, non era diretto a nessuno, ed anche se lo fossi stato non lo direi, perché sarebbe un’infamia”. E ancora: “Io che non ho temuto le baionette austriache non posso nemmeno temere quelle misure di rigore che la Giustizia dice di poter contro di me attivare, qualora continuassi a voler mantenere il silenzio riguardo agli altri miei compagni”. La Corte non poté che prenderne atto, descrivendo Calvi come un uomo dal “temperamento serio ed altiero ed indole ferma; sostenuto e che sente molto l’onore, indifferente per la sua sorte, non avendo mai dimostrato il menomo turbamento, recandosi piuttosto a vanto le sue prestazioni per la rivoluzione e quindi ben lontano dallo spiegare pentimento e ravvedimento”. Colpisce infine, per l’aderenza al ritratto eroico dipinto dalla storiografia risorgimentale (o “ufficiale”, come preferiscono definirla i suoi detrattori), quanto scritto da mano asburgica nella relazione alla sua condanna a morte, tenutasi a Mantova il 4 luglio 1855: “Il condannato dimostrò negli ultimi minuti grande pacatezza d’animo, e montò il patibolo con fermezza e coraggio, senza dirigere parola al pubblico”.

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, consiglio – oltre alla lettura del testo di Sacco – la consultazione dei verbali del processo, disponibili al seguente link: https://edizioni.cierrenet.it/wp-content/uploads/2018/06/costituti-per-sito.pdf

1 Alessandro Luzio, “Il processo Pellico-Maroncelli secondo gli atti officiali segreti”, Tipografia Editrice L. F. Cogliati, Milano, 1903, pagina 8.

2 Un celebre esempio di questo secondo tipo di patriota fu il trevigiano Luigi Pastro, coinvolto nel grande processo tenutosi a Mantova tra il 1852 e il 1853 contro diversi cospiratori mazziniani del Lombardo – Veneto, passati poi alla storia come “martiri di Belfiore” (dal luogo dove si tennero le esecuzioni capitali). Per il suo tenace rifiuto a ogni sorta di confessione, Pastro ottenne l’appellativo di “eroe del silenzio”. Anni più tardi, stese le proprie memorie del processo nel libro “Ricordi di prigione”.

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