“La corsa per Trieste”, Geoffrey Cox

coxNegli ultimi giorni dell’aprile del 1945, mentre la guerra contro la Germania nazista era ad un passo dalla conclusione, una colonna di mezzi militari alleati sfrecciava per le strade del Veneto e del Friuli, gettata in avanti a capofitto verso la città di Trieste.

Si trattava della Seconda divisione di fanteria neozelandese, guidata dal generale Bernard Freyberg e “venuta in Italia dagli antipodi del mondo” dopo aver calcato le polverose strade della Grecia e le ardenti sabbie di El Alamein. Essa costituiva in quell’angolo d’Italia l’avanguardia dell’esercito anglo-americano che risalendo le valli del Po aveva sbaragliato le ultime difese dei soldati della Wermacht.

Una volta giunta in Friuli, la divisione neozelandese non ebbe più come obiettivo quello di sconfiggere le truppe tedesche, ormai in pieno disfacimento, bensì arrivare il prima possibile a Trieste, dove si stava precipitando anche la Quarta Armata Jugoslava, determinata ad occupare la città per incorporarla nella Repubblica Jugoslava del Maresciallo Tito.

La Venezia Giulia, assieme alla Boemia, era l’unica zona d’Europa in cui gli Alleati non avevano stabilito in anticipo una netta linea di demarcazione. Gli Jugoslavi puntavano quindi a prendere il possesso della regione per mettere il mondo davanti al fatto compiuto.

La marcia a ritmi serrati dei soldati “kiwi” (così chiamati per il nome di uno strano uccello senza ali che vive solo in Nuova Zelanda) e la delicatissima situazione politico-militare che essi si trovarono ad affrontare una volta arrivati nel capoluogo giuliano formano l’oggetto de La corsa per Trieste (titolo originale: The race for Trieste), un interessantissimo reportage di Sir Geoffrey Cox, all’epoca Capo del Servizio Informazioni della sua divisione e, in quanto tale, testimone oculare privilegiato di quegli eventi.

Da buon anglosassone, Cox ci ha lasciato una descrizione dei fatti lineare, asciutta ed equilibrata. Il suo libro, pubblicato per la prima volta nel 1977, rappresenta tutt’oggi una delle principali fonti storiche sull’inquieto dopoguerra triestino.

La corsa per Trieste non è un diario militare, ma una rivisitazione ragionata degli episodi che videro per protagonisti i soldati neozelandesi, alla luce dei successivi sviluppi della politica internazionale e del contenuto di alcune significative comunicazioni tra il primo ministro inglese Winston Churchill, il presidente statunitense Harry Truman e il feldmaresciallo Harold Alexander, comandante supremo delle forze alleate nel Mediterraneo.

Lo sfondamento delle linee tedesche

La narrazione di Cox parte da lontano, dalle ultime battaglie combattute sugli argini dei fiumi della Romagna contro le truppe tedesche nei primi giorni dell’aprile 1945. Per un centinaio di pagine Trieste non viene neppure nominata. Del resto, la città giuliana non è ancora nel mirino dei comandi militari alleati. Si tratta senza dubbio della parte meno coinvolgente del libro: la fatidica “corsa” non è ancora iniziata e le vicende descritte sono quelle di una guerra di posizione che ricorda da vicino le battaglie della Grande Guerra. Nonostante ciò, anche in queste pagine è possibile rinvenire qualche informazione interessante, come il morale delle truppe alleate impegnate sul fronte italiano e la loro concezione del nemico, ormai prossimo alla capitolazione. Gli esiti del conflitto erano ormai evidenti a tutti, ma i soldati erano ancora costretti a combattere. Lo spreco di tante vite umane è alla radice di un sentimento di colpa che l’autore affida a queste parole:

Bisognava farsi forza e cercare nella propria memoria il ricordo dei campi di concentramento e delle camere a gas, e soprattutto dire a se stessi che se non fosse capitato ai Tedeschi, sarebbe toccato a noi, per soffocare nella propria coscienza la consapevolezza di star deturpando con un orrendo delitto quelle assolate distese verdi in quel pomeriggio d’aprile”

Simili considerazioni si trovano anche in un altro passaggio, dove Cox racconta di un mattina in cui gli fu chiesto un parere sull’opportunità di bombardare il paese di Budrio per ostacolare la ritirata dei Tedeschi:

Davanti a noi, nelle loro case e nelle cantine, stavano nascosti e sgomenti gli Italiani di questa cittadina anonima, che non fu mai protagonista di grandi eventi storici né nel passato, né nel presente. Ebbene, noi in quel momento dovevamo decidere se la distruzione delle loro case rientrava nel nostro piano di distruzione del nemico. Laggiù, sui campi d’aviazione, i bombardieri medi erano gravidi di bombe, pronti a partire. Aspettavano solo che un nostro segnale indicasse loro l’obiettivo. Avevamo cinque minuti di tempo

Il bombardamento non ebbe luogo, ma il dilemma davanti al quale si trovò Cox la dice lunga sul genere di guerra che venne ingaggiato in quegli anni e spiega perché nel 1945 l’Europa fosse ridotta a un cumulo di macerie.
A seguito di un pesante attacco sferrato sulle rive del fiume Senio, le truppe alleate riuscirono a sfondare la linea difesa dai Tedeschi. Proseguirono quindi verso il Po, attraverso la pianura romagnola. Lungo il cammino trovarono ancora degli ostacoli, ma la breccia ormai era stata aperta:
a quel punto la marcia alleata poteva essere solo rallentata, non fermata.

Il rapporto con i partigiani italiani

A partire da questo momento l‘azione degli anglo-americani si intrecciò con quella di alcuni gruppi partigiani, che nel frattempo erano insorti contro i Tedeschi e avevano preso il controllo di diversi centri cittadini. Stando al racconto di Geoffrey Cox, il rapporto che i suoi connazionali strinsero con i partigiani fu inizialmente improntato a una certa diffidenza. Fino ad allora, infatti, la divisione neozelandese aveva avuto scarse opportunità di contatto con il movimento partigiano in Italia e si era pertanto abbandonata ai tipici pregiudizi anti-italiani:

La maggioranza dei nostri soldati non aveva motivo di aspettarsi che questi Italiani fossero molto diversi da quelli conosciuti nel deserto: spacconi, esibizionisti, talvolta coraggiosi, ma tal l’altra addirittura riluttanti a sostenere una battaglia pro-forma. Con la tipica mentalità semplicistica che si tende ad assumere in guerra, i soldati neozelandesi generalizzavano ritenendo quell’atteggiamento un difetto nazionale degli Italiani, senza prendere in considerazione alcun’altra spiegazione. Non pensavano, per esempio, che gli Italiani non ci mettevano il cuore in quella guerra, e non avevano alcun incentivo a combattere a fianco dei Tedeschi – che detestavano – contro gli Inglesi, cui si sentivano, invece, legati da tradizionale amicizia

A tali pregiudizi si aggiungeva la constatazione che nel il tipo di guerra condotto fin a quel momento i partigiani italiani non avevano potuto offrire alcun valido aiuto. Essi, infatti, operando come meri sabotatori dietro le linee nemiche, non erano certo nelle condizioni di collaborare alla distruzione dei settori più fortificati dei Tedeschi. Tutto questo portava i Neozelandesi a considerare la loro azione come quella di “bande di ragazzi esaltati, spesso più dannosi che utili”. Solo gli eventi successivi mutarono questo atteggiamento di riluttanza. Negli ultimi giorni della guerra, infatti, la macchina messa in moto dai partigiani si rivelò decisamente efficace, tanto che i soldati “kiwi” dovettero ricredersi: “Senza l’aiuto dei partigiani che conquistarono i ponti sui vari fiumi e canali, impedendone la distruzione, ogni nostro passo in avanti sarebbe stato molto più lento e faticoso”. E ancora: “I partigiani nella zona di Padova catturarono più di 15.000 prigionieri tedeschi, e ne uccisero 497, nel corso di poche ma intense battaglie […] Non si può certo negare che l’opera svolta dai partigiani fosse imponente”. Man mano che risalivano la pianura padana, gli anglo-americani si imbattevano sempre più frequentemente in paesi e villaggi già liberati dai partigiani. Ancora prima di arrivare a Padova, essi si resero conto di avere ottime possibilità di giungere velocemente a Trieste, addirittura prima degli Jugoslavi: “Da quel momento la nostra avanzata attraverso Padova e verso il Piave rientrava in una nuova direttiva: l’obiettivo non era più semplicemente sconfiggere i Tedeschi, ma possibilmente prevenire gli Jugoslavi nella presa di Trieste. Si iniziava la corsa per Trieste”.

Abbiamo infilato il piede nella porta”

La questione di Trieste stava molto a cuore a Winston Churchill, il quale vedeva in questo angolo nord-orientale dell’Adriatico l’accesso ad una più ampia influenza su parte dell’Europa centrale. Egli riteneva inoltre che nella futura contesa tra l’Italia e la Jugoslavia per il possesso della città sarebbe stato più saggio sostenere gli Italiani, al fine di creare una frattura tra loro e i comunisti e favorire amichevoli rapporti con gli Stati Uniti e l’Inghilterra. In un messaggio inviato il 27 aprile al presidente Harry Truman, il primo ministro inglese ricordava che il suo predecessore alla Casa Bianca “attribuì sempre enorme importanza a Trieste, che, egli pensava, sarebbe dovuta divenire un porto internazionale, uno sbocco sull’Adriatico per l’intera regione danubiana”. Infine concludeva: “Ciò che conta è arrivare a Trieste prima che la occupino i guerriglieri di Tito. Penso pertanto che non si debba attendere un sol minuto di più. Lo status definitivo di Trieste potrà essere deciso con comodo. Il possesso rappresenta i nove-decimi del diritto”.
Quando il generale Freyberg ricevette l’ordine di raggiungere Trieste non era ancora consapevole delle traversie che vi avrebbe incontrato; intuiva soltanto che “
la situazione era piuttosto imbarazzante, perché il Maresciallo Tito voleva portare la sua Armata Jugoslava a Trieste”. Anche i soldati neozelandesi erano all’oscuro di quello che li attendeva nella città giuliana. Un’anticipazione la ebbero tuttavia a Monfalcone, quando invece di trovare una folla esultante per il loro arrivo (come era accaduto a Mestre, a Padova e in molti paesi del Friuli) furono inghiottiti dall‘indifferenza generale di una città piena di bandiere jugoslave e di scritte inneggianti a Tito:

“Repentinamente l’atmosfera era cambiata del tutto. C’era una differenza, difficile da definirsi, ma palpabile, fra questa gente e queste strade, e quelle che avevamo incontrato allontanandoci dal Piave […] Ci sentivamo stranieri in un paese strano, come se passando l’Isonzo avessimo valicato una frontiera invisibile, ma tangibile. Ed in effetti era proprio così. Eravamo passati dall’Italia a quella che sarebbe diventata una “Terra di nessuno” fra l’Europa Occidentale e l’Europa Orientale. E come ogni Terra di nessuno era estremamente inospitale

Trieste era sempre più vicina. Qui, a differenza che altrove, i Tedeschi non si erano ancora arresi. Con la Quarta Armata Jugoslava del generale Drapŝin in rapido avvicinamento e le forze partigiane del IX Corpo sloveno pronte a scendere dalla foresta di Tarnova al primo segnale, la fazione filo-italiana della resistenza triestina rappresentata dal CLN decise di prendere l’iniziativa. Alle quattro del mattino del 30 aprile i partigiani italiani diedero dunque il via all’insurrezione e i loro comandanti riuscirono ad insediarsi nella Prefettura, imponendosi come governo provvisorio della città. Il giorno successivo gli Jugoslavi fecero il loro ingresso a Trieste, anticipando i Neozelandesi e scalzando il CLN dalle precarie posizioni di potere raggiunte. La lotta però non era finita: i Tedeschi infatti si difendevano ancora in alcune roccaforti, come il Castello e il Palazzo di Giustizia. Il pomeriggio del 2 maggio, mentre gli Jugoslavi erano impegnati ad affrontare le ultime resistenze tedesche, la divisione neozelandese entrò in città, accolta da folle eccitate ed esultanti: “Erano soprattutto Italiani che sventolavano il tricolore e ci salutavano in italiano. Si sentivano evidentemente sollevati dal nostro arrivo”. I Neozelandesi avevano perso la corsa per Trieste, ma possedevano ancora una carta importantissima da giocare: contribuire a scacciare definitivamente il tedesco e guadagnarsi così almeno una parte del merito per la liberazione della città. In effetti, sotto lo sguardo furibondo degli Jugoslavi, il grosso della guarnigione tedesca preferì arrendersi proprio alla divisione neozelandese. Con il loro scatto finale i soldati “kiwi” arrivarono giusto in tempo per raccogliere la resa germanica. Come commentò successivamente Churchill, si era riusciti ad infilare il piede nella porta proprio all’ultimo momento”.

Una pace ben strana”

Con la cacciata dei Tedeschi, la guerra a Trieste poteva dirsi conclusa. Essa, tuttavia, come annotò Cox, “aveva lasciato dietro di sé una pace ben strana”. Due eserciti stavano occupando la stessa città e se da un lato i Neozelandesi ammiravano sinceramente l’Armata partigiana di Tito, dall’altro lato non si poteva certo dire che il sentimento fosse ricambiato: il generale jugoslavo Arso Jovanovic, ad esempio, si disse decisamente adirato per l’improvvisa comparsa della seconda divisione neozelandese oltre l’Isonzo. I soldati jugoslavi non mostrarono un atteggiamento molto diverso, preferendo trincerarsi dietro “una barriera di riservatezza che scoraggiava qualsiasi tentativo di rapporto individuale nella Venezia Giulia”. Nel frattempo in città si era diffuso il terrore tra la popolazione italiana. L’amministrazione civile di Trieste era stata temporaneamente attribuita agli Jugoslavi, i quali praticarono fin da subito un massiccio numero di arresti e deportazioni. Presso il quartier generale dei Neozelandesi, fissato al Grand Hotel di Trieste, cominciò presto ad affluire una marea di delegazioni, fra cui i partigiani italiani del CLN, che protestavano “perché gli Jugoslavi non aggredivano e deportavano nell’interno della Jugoslavia solo gli ex-fascisti, ma arrestavano anche gli Italiani antifascisti che non volevano che la città diventasse jugoslava”.
Il 12 maggio furono esposti dei manifesti che preparavano il terreno per l’annessione di Trieste alla Jugoslavia, con lo status di città autonoma. Ogni altra soluzione, affermava il manifesto, “era semplicemente un piano manifesto od occulto, di coloro che erano di fatto fascisti”. Un’ordinanza della settimana precedente vietava ogni dimostrazione di sentimenti nazionali, di qualunque origine essi fossero, ma il divieto era inevitabilmente unilaterale. Infatti, mentre i tricolori italiani (privi di stella rossa al centro) erano possibile bersaglio del fuoco jugoslavo, la città era tranquillamente tappezzata di bandiere blu, bianche e rosse della Jugoslavia.
Non furono questi provvedimenti, comunque, a suscitare l’indignazione delle truppe alleate. Ciò che offendeva più di ogni altra cosa, secondo Cox, era la politica di spietata repressione di ogni forma di opposizione. Gli arresti su larga scala e le deportazioni indiscriminate raggiunsero un livello intollerabile: basti pensare che quando gli Alleati assunsero il controllo della città un mese più tardi c’erano ben duemila nomi nella lista delle persone scomparse nella sola Trieste. È vero, come ricorda l’autore, che gli Jugoslavi stavano uscendo da uno dei conflitti più cruenti della loro storia e che ricordandosi come erano stati trattati dagli Italiani ora li ripagavano con ugual moneta. Allo stesso tempo, però, in quel periodo di pace, per i soldati neozelandesi era evidente un fatto:

Gli Jugoslavi stavano facendo passare agli Italiani dei momenti davvero terribili, ed una nazione stava brutalmente calpestando un’altra. Di certo non tutti coloro che, piangendo, venivano al nostro campo parlando di mariti arrestati, erano fascisti […]. Molti erano, o si sentivano, Italiani, presi di mira solo perché volevano che la loro città, di sentimenti italiani, rimanesse all’Italia

A seguito di questi fatti i soldati alleati presero in simpatia la popolazione italiana e divennero invece fortemente ostili agli Jugoslavi. “Il Neozelandese” scrive Cox “si limitava a constatare che a Trieste c’era una maggioranza italiana e che c’erano Italiani in tutta la zona. Da ciò traeva la conclusione che gli Jugoslavi non avevano diritto di governare in quella terra. Il suo senso di giustizia subiva continuamente l’affronto di arresti arbitrari e di un’atmosfera raggelata dalla paura”.

Ci ricordano Hitler, Mussolini e il Giappone”

Su sollecitazione personale di Winston Churchill gli Americani decisero di entrare con forza nella questione triestina. Entrambe le parti avvertivano il rischio di un’espansione territoriale incontrollata da parte degli Jugoslavi, i quali non paghi di aver occupato l’Istria e Trieste erano sconfinati perfino in Carinzia, territorio già attribuito alla zona d’influenza occidentale con gli accordi di Yalta. Il presidente Truman esponeva così il suo pensiero:

Secondo me, non si tratta di schierarci da una parte o dall’altra in una controversia tra Italia e Jugoslavia […] Si tratta fondamentalmente di decidere se i nostri due Paesi intendono permettere ai nostri alleati di intraprendere un’incontrollata espansione territoriale o di perseguire tattiche che ci ricordano troppo da vicino quelle di Hitler e del Giappone. L’occupazione jugoslava di Trieste, punto chiave di quel territorio e sbocco vitale di buona parte dell’Europa centrale, avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre le aree direttamente interessate

Inglesi ed Americani ritenevano che il destino della Venezia Giulia andasse discusso al tavolo della pace. Nell’immediato si rendeva però necessario instaurare un Governo Militare Alleato sulla regione, che da un lato avrebbe assicurato alle truppe anglo-americane un collegamento ferroviario con l’Austria e dall’altro avrebbe posto un freno alle mire espansionistiche di Tito. Le trattative furono affidate al generale Morgan, ma la risposta jugoslava fu inizialmente un secco rifiuto: Tito infatti riteneva di aver conquistato sul campo quel territorio e si sentiva legittimato a rivendicarlo come parte integrante della Jugoslavia. Egli probabilmente pensava che Stalin sarebbe intervenuto in suo soccorso e anche per questo non esitò nel fare la voce grossa. Tuttavia commise un errore, poiché il dittatore sovietico mantenne sempre un prudente silenzio sulla questione triestina, non ritenendo opportuno creare motivi d’attrito con Americani ed Inglesi per il possesso una striscia di terra nell’alto Adriatico.
La situazione rischiava di divenire incandescente. Churchill scriveva al feldmaresciallo Alexander che se Tito persisteva nel suo rifiuto di porre le truppe jugoslave sotto il comando alleato o di ritirarsi dalla zona, ne sarebbe conseguito inevitabilmente un conflitto armato. I soldati neozelandesi a Trieste sapevano di questa eventualità e sul punto Cox annota: “Se fossero stati chiamati a combattere lo avrebbero fatto con sufficiente prontezza, non fosse altro per porre fine alle continue tensioni e alle incessanti persecuzioni che colpivano i civili intorno a loro”. Il 19 maggio il feldmaresciallo Alexander trasmetteva alle proprie truppe un comunicato durissimo contro gli Jugoslavi:

La nostra politica, enunciata pubblicamente, prevede che ogni cambiamento territoriale abbia luogo solo dopo approfondito esame e dopo esaurienti consultazioni e delibere dei vari Governi interessati. È comunque intenzione apparente del Maresciallo Tito imporre le sue pretese sulla Venezia Giulia e sul territorio intorno a Villaco e Klagenfurt con l’uso delle armi e con l’occupazione militare. Azioni del genere ci ricordano fin troppo da vicino Hitler, Mussolini e il Giappone. È per impedire azioni di questo tipo che noi abbiamo combattuto questa guerra… È nostro dovere tenere questi territori in amministrazione fiduciaria, finché la Conferenza della Pace non disporrà definitivamente il loro destino

Privo del sostegno sovietico ed esposto al pericolo di un conflitto armato contro le truppe alleate, Tito fu costretto a rivedere la propria posizione. Con gli accordi siglati a Belgrado il 9 giugno, la Venezia Giulia venne divisa in due distinte aree lungo la cosiddetta “linea Morgan”: Trieste, Gorizia, Monfalcone e Pola passarono sotto il controllo di un’amministrazione militare alleata, mentre il resto della regione (quasi tutta l’Istria e Fiume) rimaneva in mano alla Jugoslavia, in attesa delle determinazioni della Conferenza della Pace.
Così finì la lotta per Triestescrive Cox, ultimo campo di battaglia della Seconda guerra mondiale sul Fronte Mediterraneo, e primo capo di battaglia della Guerra Fredda”.

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“Dalla Serenissima al Regno d’Italia. Il plebiscito del 1866”, Angela Maria Alberton

plebiscito_per-segnalazione-uscitaIl centocinquantesimo anniversario dell’unione del Veneto al Regno d’Italia (1866-2016) è stato l’occasione per molteplici dibattiti sulle modalità attraverso le quali questa regione è passata dal dominio dell’Austria alla sovranità italiana. Principale oggetto di discussione è stato il plebiscito tenutosi nell’ottobre del 1866, mediante il quale la popolazione maschile delle province venete fu chiamata ad esprimere la propria volontà di annessione allo Stato appena formatosi sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II. Al riguardo, specialmente negli ultimi decenni, un filone revisionista particolarmente battagliero ha parlato di “truffa”, di “brogli” e di “inganno”, facendo così intendere che le popolazioni del Veneto sarebbero state ingiustamente private del loro diritto naturale ad autodeterminarsi.

Un libro di recente pubblicazione che analizza quelle contestate vicende storiche è Dalla Serenissima al Regno d’Italia – Il plebiscito del 1866 di Angela Maria Alberton (dottoressa di ricerca in Scienze storiche e già autrice di Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento). L’opera è divisa in due parti: nella prima, viene approfondita la questione veneta per come fu fronteggiata all’epoca non solo dall’Italia, ma anche dagli altri governi europei (Francia, Austria, Inghilterra e Prussia). Nella seconda, si affronta l’argomento della cessione del Veneto e del tanto vituperato plebiscito, rispetto al quale l’autrice si prefigge di rispondere puntualmente alle seguenti domande: chi lo volle? che valore aveva?
Infine, il libro si conclude con un interessante capitolo sulle reali chance che dalle vicende diplomatiche e belliche del tempo potesse sorgere un Veneto autonomo, vale a dire né austriaco né italiano.

Senza anticiparne ulteriormente i contenuti, mi limito a segnalare agli interessati di storia nazionale questo libro, nella speranza che possa essere debitamente considerato nel dibattito su un argomento che, per ragioni estranee alla storiografia, appare sempre più spinoso.

Il passaggio tra Settecento e Ottocento a Treviso nelle memorie di Don Luigi De Gobbis (parroco di Monigo)

Chi non registra è un balordo
e, se li nostri maggiori così non avesser fatto,
il mondo sarebbe ancora fanciullo

(versi dal diario di Don Luigi De Gobbis)

La Biblioteca Comunale di Treviso conserva un manoscritto davvero prezioso sulla vita cittadina nel periodo compreso tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Si tratta del diario del parroco di Monigo Don Luigi De Gobbis (1754 – 1832), un documento rimasto pressoché sconosciuto fino a quando lo storico locale Giovanni Netto (1923 – 2007) non lo ha riesumato assegnandogli il meritato posto nella ricostruzione delle vicende trevigiane di quegli anni. Il diario è formato da ben quattro volumi, che testimoniano almeno mezzo secolo di storia della Marca, passando in rassegna sia gli snodi politici più rilevanti dell’epoca, sia una sfilza di eventi di scarso spessore storico, ma non per questo meno interessanti e gustosi alla lettura.

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Don Luigi De Gobbis nacque nella parrocchia del Duomo il 21 maggio 1754, quando Treviso era ancora un possedimento veneziano. La sua famiglia, benestante e molto numerosa, apparteneva al ceto mercantile della città. Il giovane parroco compì il proprio apprendistato sotto la guida dello zio Antonio, prete di Morgano. Successivamente, nel 1782, venne nominato curato di Melma (l’odierna Silea) e poi, a partire dal 1787, si insediò nella parrocchia di Monigo, che allora contava circa cinquecento fedeli, quasi tutti contadini. Da questa nuova sede non si sarebbe più spostato: vi rimase fino alla propria morte, per quasi 45 anni. Alla luce dei suoi scritti e del loro registro letterario, possiamo affermare che De Gobbis avesse ricevuto un’ottima istruzione. Le numerose citazioni tratte da libri e giornali dell’epoca dicono che aveva certamente una buona biblioteca e che si teneva costantemente aggiornato sugli sviluppi della politica locale e nazionale. Le annotazioni quotidiane sui mutamenti climatici e sullo stato dei raccolti, nonché sui prezzi dei principali generi alimentari, testimoniano un carattere particolarmente pignolo e attento ai dettagli, compresi quelli più minuziosi. A quanto pare, il tempo per leggere e scrivere non doveva mancargli: dopo tutto, la piccola Monigo era una parrocchia decisamente tranquilla e per molte faccende si poteva pur sempre contare sul valido aiuto del cappellano Pezzoldi, originario del Friuli.

Quando De Gobbis divenne parroco di Monigo, non poteva certo immaginare che il mondo in cui aveva sempre vissuto fosse ormai agli sgoccioli. I primi sentori arrivarono nel 1793: tra un marzo “umido e piovoso” e “uno scarso raccolto di granoturco temporivo” ad agosto, il giovane sacerdote annotava gli incredibili fatti di Francia di cui aveva letto sui giornali: il re Luigi XVI e la consorte Maria Antonietta erano stati decapitati.

gallichetruppeTre anni più tardi, dopo un temporale notturno di fine giugno, scrive: “La notte del 29 venendo ai 30 caddero due fulmini tre passi lontano dalla mia canonica al dissopra della pergola dell’orto. A fulgure et tempestate libera nos Domine”. Ma la vera tempesta, il vero sconvolgimento, sarebbe arrivato pochi mesi dopo. Era l’esercito di un giovane ed ambizioso generale francese, il ventisettenne Napoleone Bonaparte. Le sue truppe erano dirette verso l’Austria, ma passarono per la terraferma veneta. De Gobbis accolse sconsolato la notizia: “Novembre 1796. Al primo del suddetto mese si videro per la prima volta alle porte della città di Treviso le truppe francesi che combattono contro le truppe imperiali [le truppe austriache, nda]. Per sì funesto accaduto la mia chiesa parrocchiale al dopo pranzo fu sempre chiusa, né si fecero le consuete solenni funzioni.

Quando la Francia si sconvolge
ne sente il mondo e danni e doglie”

Dal canto suo, la popolazione trevigiana non si dimostrò altrettanto rammaricata dell’evento, anzi. Sempre De Gobbis, infatti, scrive: “Accolsero con festa gli stranieri, danzarono nelle pubbliche piazze e s’illusero veramente che dovesse cominciare quei giorni una nuova età dell’oro”.

Nel marzo 1797, quando ormai la sopravvivenza della repubblica di Venezia appariva sempre più compromessa, il parroco dava segni di un’accresciuta preoccupazione nel suo diario. Egli temeva sopra ogni cosa che i principi rivoluzionari provenienti dalla Francia potessero dare un colpo fatale alla religione e all’amministrazione del culto.

Il 12 maggio 1797 l’antica repubblica lagunare cessava di esistere e De Gobbis ne dava conto con una nota di sarcasmo: “Maggio. Addì 12 Venezia non si arrese no, ma si gettò in seno alle, dolci e tante desiate dai felloni, gallicane generosissime truppe ed eserciti”.

Nel novembre dello stesso anno il prete di Monigo raccontava un episodio rivelatore dello stato di disordine in cui era caduta la città dopo l’arrivo delle truppe francesi. Infatti, per due notti consecutive venne assalito nella propria canonica da una banda di malfattori, che riuscì a scacciare con l’aiuto di qualche parrocchiano e … di alcune armi da fuoco: “Quei diavoli ritornarono per assalirmi, ma siccome nella precedente giornata feci provvista di copiose belliche munizioni, archibusi di grosso calibro e uomini in casa e giovani coraggiosi, così al primo sentore fecimo da molti balconi terribile incessante foco con fissette di polvere a palla, comperate dai soldati francesi impossessori di Treviso, di Venezia e di tutti gli stati della Veneta Repubblica, a tal grado che precipitosamente fuggirono gli assalitori, ripieni di pericolo e di spavento”. Infine, con toni quasi catastrofici, concludeva: “La giustizia non avea il suo corso a Treviso a motivo delle galliche truppe.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa
tanto direi di lor, che cominciar non oso

Tutto era disordine, anarchia, diurne e notturne somme vessazioni, insopportabili aggravi e militari requisizioni, calpestata la religione, odiati i sacri ministri, spogliate le chiese, distinti ed apprezzati gli empi, abbattuti i buoni, l’impudicizia in trionfo, in trono la più avanzata iniquità ed abbominazione”. E poco dopo, rimarcava: “Non est amicus noster qui bona nostra tollit”.

In esecuzione al trattato di Campoformio col quale la Francia cedeva la caduta repubblica veneta agli Asburgo, nel gennaio 1798 le prime truppe austriache facevano il loro ingresso a Treviso. Erano gli stessi avvenimenti di cui più tardi Ugo Foscolo scrisse: “Il sacrificio della patria è consumato: tutto è perduto e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”. Il nostro parroco, dal canto suo, era decisamente meno interessato a questioni di onore e patriottismo, e vedeva piuttosto nel nuovo governo della cattolica Austria una garanzia di stabilità, ordine e rispetto del culto, e con lui, a quanto pare, il resto dei trevigiani: “Alla mattina delli 16 suddetto partirono da Treviso le truppe francesi, et all’ore due pomeridiane entrarono gloriosamente fra gli evviva e gioia universale le truppe imperiali, a prender possesso della città. In tale lietissimo incontro furono date infinite feste pubbliche per tre giorni consecutivi, come pure in tutte le chiese di Treviso e della Diocesi, in ringraziamento a Sua Divina Maestà per sì felice avvenimento.

A nemico che fugge, ponti d’oro”

treviso__btv1b6500127wTuttavia, la città di Treviso (come il resto dei vecchi possedimenti veneziani) era destinata ad essere nuovamente rimpallata tra francesi ed austriaci, i quali se la scambiarono altre due volte negli anni seguenti. Le successive memorie di De Gobbis sono pertanto un alternarsi di invettive contro i francesi ed encomi agli austriaci, mentre il ricordo della repubblica veneziana, antico baluardo della “libertà italiana”, sembrava essersi tristemente perduto. Queste infatti sono le parole con cui il parroco di Monigo descriveva i festeggiamenti di Venezia per il compleanno dell’Imperatore d’Austria: “Febbraio 1803. Grandissimi spettacoli ed ecclesiastiche funzioni addì 12 furono in specialità a Venezia, ricordando la festa del giorno di nascita di S. M. Imp e Re nostro sovrano Francesco II. Pregando Sua Divina Maestà per la lunga conservazione dei suoi preziosi giorni e di quelli di tutta l’augusta famiglia”.

Lasciando in disparte gli avvenimenti politici dell’epoca, nelle pagine del parroco troviamo diversi spaccati di storia cittadina. Solo per citarne alcuni, abbiamo la tromba d’aria che si abbatté su Treviso nel 1805 (causando ingenti danni), l’istituzione del primo cimitero comunale (1809) e la visita del celebre scultore Antonio Canova, che fu accolta dal popolo con un entusiasmo e una gioia quasi incontenibili (1819). Vi sono poi narrati altri fatti, meno importanti per la città ma di sicuro interesse per la parrocchia di Monigo, come l’acquisto dal demanio delle statue che attualmente abbelliscono gli ingressi al sagrato della chiesa (1815).

Fonti:

– Diario di Don Luigi De Gobbis, conservato presso la Biblioteca Comunale di Treviso (sede Borgo Cavour). I quattro manoscritti (ms 1059, 1058, 1395 e 1396) sono stati recentemente restaurati e chiunque volesse prenderne visione li troverà in ottime condizioni.

Giovanni Netto, Mezzo secolo di vita trevigiana nel diario di Luigi De Gobbis arciprete di Monigo: 1786 – 1831, in Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso, N.s., n. 6 (1988/89), p. 7- 72.

– Mario Cutuli, Quando a Treviso si diceva “OUI!”, in Il liceo classico Antonio Canova. Due secoli di storia di un’istituzione scolastica, GMV Libri, Treviso, 2007, p. 25 – 37.

“La condanna dell’Italia nel trattato di pace”, Attilio Tamaro

DSCN3100.JPGCirca un anno fa, frugando tra i libri usati di una bancarella alla ricerca di qualcosa che attirasse la mia attenzione, mi sono imbattuto in un volume di inizio anni ’50, con una copertina rigida rossa e circa trecento facciate ingiallite. Titolo: La condanna dell’Italia nel trattato di pace. Autore: Attilio Tamaro (bisnonno della più celebre scrittrice Susanna Tamaro). Di cosa parlava?
È storia nota che l’Italia, dopo aver perso la seconda guerra mondiale, abbandonò la monarchia per la repubblica e adottò una nuova costituzione: si tratta di eventi epocali nella vicenda della nostra nazione sui quali, com’è normale che sia, esiste una bibliografia sterminata. Invece, ben poco è stato scritto e quasi nulla sappiamo del trattato di pace che l’Italia sottoscrisse da Paese sconfitto il 10 febbraio 1947 a Parigi, o meglio, ricordiamo soltanto la perdita dell’Istria e delle colonie in Africa, e qualcuno forse rammenterà pure la frase con cui Alcide De Gasperi aprì il proprio discorso alla Conferenza di Parigi: “sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Eppure negli anni immediatamente successivi alla guerra il trattato di pace e il suo contenuto interessarono parecchio l’opinione pubblica italiana, soprattutto per la questione di Trieste, città dall’altissimo valore simbolico dopo la guerra ‘15-‘18 e il cui destino appariva più che mai incerto. In generale, diversi nostri illustri rappresentanti spesero parole dalle quali traspariva una forte delusione per un trattato che per come andava formandosi appariva vendicativo, oltremodo lesivo degli interessi nazionali italiani ed ingiustamente umiliante, dal momento che sembrava non tenere in minimo conto la cobelligeranza iniziata nell’autunno del 1943 e l’apporto del movimento partigiano alla causa alleata. A tal proposito, il socialista ed antifascista Gaetano Salvemini scrisse: “Non vedo che cosa i vincitori avrebbero potuto fare di peggio se gli Italiani avessero continuato a battersi disperatamente fino all’ultimo momento ai servizi di Hitler […] Le clausole territoriali del Trattato di pace sono ripugnanti ad ogni senso di giustizia […]. Il Trattato di pace è terribile per le infinite servitù economiche con cui aggrava in permanenza il popolo italiano”.
1946.08.10 - dg a parigiLo stesso De Gasperi, allora capo del governo, in un telegramma inviato il primo agosto 1946 a Pietro Nenni, ministro degli Esteri in pectore, espresse tutto il suo rammarico con queste parole: “Ieri sera al Consiglio dei Ministri il trattato è stato considerato come puramente punitivo e tale che, se non modificato, ritiensi inaccettabile” (entrambe le citazioni, sia di Salvemini che di De Gasperi, sono riportate da Ernesto Galli della Loggia nel suo interessante saggio La morte della patria). Parole di dura condanna furono pronunciate un anno più tardi anche dal filosofo antifascista Benedetto Croce davanti all’Assemblea Costituente in sede di ratifica del trattato (qui potete leggere il testo integrale del suo intervento).
Tuttavia, nonostante la disapprovazione di ampie frange della politica e dell’opinione pubblica nazionale, l’Italia – convinta di non avere alternative e soprattutto ansiosa di chiudere una pagina buia della propria storia – ratificò il trattato di pace, il quale già a partire dagli anni immediatamente successivi scivolò pian piano nel dimenticatoio. Per quale motivo? Semplice: le mutate condizioni internazionali – con la sopravvenuta necessità per gli Usa di avere nel nostro Paese una valida difesa a ridosso del blocco sovietico – avrebbero condotto alla revisione di molte clausole originariamente previste, col risultato di ridurre significativamente la complessiva portata sanzionatoria del testo, specialmente sotto il profilo economico-militare, mentre sul piano territoriale si registrava il ritorno nei confini italiani della città di Trieste (ottobre 1954).

Ho dovuto dilungarmi su questi aspetti perché diversamente non si sarebbe compresa la mia curiosità per un libro simile: La condanna dell’Italia nel trattato di pace è forse l’unica opera dell’epoca interamente dedicata al tema, in un quadro storiografico generale che si è disinteressato della questione, ritenendola poco rilevante alla luce degli sviluppi successivi.
Il piglio polemico dell’autore, facilmente riconoscibile dal titolo, riporta al diffuso e trasversale clima di recriminazioni che precedettero la firma del documento. Il taglio dell’opera è decisamente di tipo nazionalista: Attilio Tamaro, diplomatico e storiografo triestino, era stato infatti prima un irredentista e poi un sostenitore del regime di Mussolini, almeno fino al 1943, anno in cui venne espulso dal partito fascista per la sua contrarietà alle leggi razziali.
La sua vasta conoscenza del diritto internazionale e le affermate competenze nel campo storiografico ne fanno comunque un commentatore qualificato, dalla cui opera (con i dovuti distinguo e le necessarie cautele) è possibile comprendere molte delle criticità del trattato di pace per come venne prima formulato e poi ratificato.Antonio Meli Lupi
Volendo sintetizzare al massimo il contenuto del libro, che sostanzialmente è un vigoroso attacco al trattato, descritto come un ingiusto diktat delle potenze vincitrici contro il nostro Paese, Tamaro se la prende in particolare con la miopia degli Alleati, i quali, nulla opponendo alle mutilazioni territoriali alla frontiera orientale italiana richieste da jugoslavi e russi, non solo avrebbero commesso un torto alla storia delle popolazioni di quelle regioni, ma avrebbero anche colpevolmente ignorato l’importanza strategica della Venezia Giulia in un ipotetico conflitto armato contro il blocco sovietico. L’effettiva smilitarizzazione dell’Italia e le pesanti clausole economiche, oltre ad umiliare ingiustamente un Paese che a partire dal 1943 aveva collaborato con gli eserciti alleati, esponevano la penisola al rischio di un’invasione da Oriente dalle conseguenze imprevedibili per tutto il blocco democratico-occidentale. In quanto triestino, Tamaro dedica buona parte del suo saggio alla critica di quelle disposizioni che privano l’Italia della sovranità sul capoluogo giuliano e accusa le potenze vincitrici di aver indebitamente avvantaggiato la Jugoslavia, nonostante la sua popolazione si fosse dimostrata tutt’altro che anti-tedesca nel corso del conflitto.

“La Grande Guerra”, Mario Isnenghi e Giorgio Rochat

grande guerra

Con il libro La Grande Guerra, di cui la casa editrice il Mulino nel 2014 ha dato alle stampe la quarta edizione, i professori universitari Mario Isnenghi e Giorgio Rochat hanno offerto al grande pubblico una completa e documentata sintesi del primo conflitto mondiale, dedicata specialmente alle vicende belliche del fronte italiano e alle sue dirette implicazioni sulla vita politico-sociale della penisola, adeguatamente ripercorse alla luce del quadro europeo ed internazionale di allora.

L’opera è il frutto del lavoro congiunto di due storici dagli stili e dalle preparazioni differenti. In particolare, Giorgio Rochat cura l’aspetto militare del conflitto e accompagna le sue ricostruzioni storiche con una notevole mole di numeri e statistiche, mentre Mario Isnenghi concentra la propria analisi sui risvolti sociali, ideologici e letterari della guerra, con ricchi e frequenti riferimenti ad opere, intellettuali ed attori del mondo politico del tempo. Il risultato è una storia generale della Grande Guerra che include tutti gli aspetti maggiormente rilevanti di quel “memorabile accumulo di vissuto collettivo”.

La differenza di impostazione tra i due storici è ben visibile non solo nei temi trattati, ma anche nella scrittura: divulgativa e diretta quello di Rochat, più sofisticata e meno immediata quello di Isnenghi. Dalle pagine del testo si evince comunque una linea storiografica condivisa, che merita senz’altro qualche cenno, anche per meglio comprendere quale genere di approccio e di interpretazione dei fatti storici sia stato adottato dagli autori. Ebbene, in un contesto politico ed editoriale come quello degli ultimi decenni, dove il racconto popolare e locale della grande guerra riscuote sempre maggior successo e dove l’aspra critica in chiave pacifista del conflitto ha trovato ormai una vasta eco anche a livello istituzionale e commemorativo, quest’opera si rivela senza dubbio “un libro di battaglia e intrinsecamente controcorrente”, come affermato dagli stessi Isnenghi e Rochat nella prefazione alla quarta ed ultima edizione. Ciò non significa, si badi bene, che i due autori abbraccino nostalgicamente una interpretazione agiografica e nazionalista di quel conflitto. Tutt’altro. Il loro lavoro, lontano sia dai vecchi toni dell’esaltazione acritica sia da quelli più recenti dalla denuncia pacifista, cerca piuttosto il giusto punto di equilibrio tra visioni diverse e talvolta opposte delle vicende belliche di quel periodo. Il fine dichiarato è quello di ristabilire i significati della Grande Guerra “quali apparvero agli uomini e alle donne mobilitati sulle illusioni, e i valori e disvalori di allora”, smettendola di “immaginarsi sempre i nostri, a seconda del vento che tira, o come i più bravi o come i più inetti e criminali”, tenendo invece conto di “standard d’epoca, senza assolutizzare una storia nazionale, nel bene o nel male”.

Degne di menzione infine sono le ricchissime note bibliografiche che si trovano suddivise per argomento al termine del libro: con la loro indicazione di testi e monografie in materia, costituiscono uno strumento davvero utile per chiunque voglia approfondire, tramite una propria ricerca personale, singole tematiche sociali, militari, politiche o letterarie della prima guerra mondiale.

“L’identità italiana”, Ernesto Galli Della Loggia

identità italianaL’Italia, forte di una straordinaria posizione geografica, ha goduto nel corso dei secoli di una molteplicità di stimoli ed apporti esterni che ne hanno fatto una terra ricca di storia, civiltà e cultura.

Non esiste altro paese al mondo, se non sbagliamo, che per ben due millenni e mezzo circa sia riuscito non solo a non far perdere notizia di sé, non solo a restare per un motivo o per l’altro sempre ben visibile agli occhi del mondo, ma addirittura ad occupare così ripetutamente un posto di prima fila”.

Eppure, nonostante un glorioso passato e una vicenda storica che ha in sé dell’irripetibile, l’Italia non si è dimostrata capace di vincere le sfide della modernità. A mancare all’appello sono soprattutto un sentimento civico e una cultura dello Stato e delle istituzioni, dietro cui si staglia il preoccupante sfondo di un’unità nazionale avvertita da molti come debole e artificiale.

L’identità italiana di Ernesto Galli Della Loggia, edito da Il Mulino, si propone di illustrare quali siano i caratteri storici ed antropologici che stanno alla base dell’identità del nostro Paese, e che, sedimentandosi nel corso dei secoli, sul terreno comune e antico formato dall’intreccio dell’eredità latina e del retaggio cattolico, hanno prodotto quei grandi capolavori e quelle eccellenze che tutti noi conosciamo, ma dall’altro lato hanno anche ostacolato – e ostacolano tuttora – la realizzazione di uno Stato moderno e veramente democratico nella penisola. Dalla debolezza storica dell’autorità statale (sia prima che dopo il 1861) al ruolo predominante di pochi e ristretti gruppi di potere (le oligarchie), dal nepotismo dilagante al ruolo invadente della politica, dall’esistenza secolare di una miriade di centri urbani fra loro antagonisti a una classe di intellettuali troppo lontana dal popolo e dai suoi sentimenti, per non citare la millenaria propensione degli italiani alle appartenenze circoscritte (famiglia, amici, fazione, partito, gruppo sociale, “clan” di vario genere) che si sono sempre poste in contrasto con la cura di un bene più alto, quello della collettività nazionale. Insomma, sono davvero moltissimi quei fattori sociali che tornano ciclicamente nella storia italiana, seppur con sfumature ed intensità differenti a seconda della latitudine, e che hanno contribuito a causare la deprecabile situazione attuale.

Ci sono tante Italie, ma è pur vero che esiste un’Italia, che tiene insieme e comprende tutte le altre”. L’idea di un’Italia come pura espressione geografica, terra non di una ma di tante patrie diverse, non trova albergo nel saggio dello storico. Egli ritiene che le identità nazionali siano sempre, in qualche misura, il frutto di una costruzione intellettuale, come del resto accade per ogni forma di coscienza collettiva (di religione, di classe, ecc…); tuttavia, con riguardo al caso italiano, la manifesta debolezza dell’identità nazionale non sarebbe la conseguenza della fragilità di una siffatta invenzione, ma piuttosto l’esito di tutti quegli antichi difetti poco fa elencati.

“L’Italia e i suoi invasori”, Girolamo Arnaldi

L'Italia e i suoi invasori

Per una sorta di legge del contrappasso, l’Italia che con Roma nell’antichità aveva dominato gran parte del mondo allora conosciuto, a partire dal V secolo cominciò ad essere conquistata da popoli stranieri, che spesso invasero il suo territorio non solo per raccogliere quanti più beni e ricchezze potevano, ma anche per rimanere e mettere radici. “Se per un italiano […] ‘l’Italia è un’illusione, anzi un miraggio, un oggetto del desiderio’, sta di fatto che, per gli stranieri, l’Italia è stata per secoli, sciaguratamente per noi, un desiderio soddisfatto”.
L’Italia e i suoi invasori (Editori Laterza, 2004), scritto dall’esperto di storia medievale Girolamo Arnaldi, è un appassionante libro di divulgazione storica sul rapporto tra italiani e stranieri dalla caduta dell’Impero romano d’occidente allo sbarco delle truppe anglo-americane in Sicilia durante la seconda guerra mondiale. Mille e cinquecento anni di storia del nostro Paese sono così ripercorsi dalla penna dell’autore secondo un’originale chiave di lettura, che permette di valutare tanto i contributi positivi che dall’esterno sono arrivati alla cultura e all’identità nazionale italiana, quanto le origini di molti mali che ancora oggi ci attanagliano. In particolare risulta evidente fin dai tempo del Medioevo la mancanza di una concordia nazionale tale da consentire la difesa di interessi comuni contro aggressioni e ingerenze straniere.

“Ricordi di prigione”, Luigi Pastro

DSCN1300Circa due settimane fa, guardando tra i libri di casa, mi sono trovato tra le mani i Ricordi di prigione di un mio concittadino, Luigi Pastro, nato nel 1822 a Selva del Montello, nel trevigiano. Dato il mio interesse per la memorialistica ho iniziato subito a sfogliarne le pagine e devo ammettere che si è trattata di una piacevole scoperta. Il dottor Pastro – un giovane medico di provincia dalle umili origini – fu tra i protagonisti di un episodio del Risorgimento oggi dimenticato, ma che al tempo suscitò indignazione e commozione in tutta Europa: il processo di Mantova che dal 1852 al 1855 condannò alla morte per impiccagione diversi patrioti e rivoluzionari italiani che dopo il fallimento della prima guerra d’indipendenza avevano continuato ad opporsi alla presenza di un governo austriaco nel lombardo-veneto. La triste vicenda passò alla storia col nome di “martiri di Belfiore”, dal luogo di Mantova dove vennero eseguite le pene capitali. Pastro fu tra gli imputati di quel processo, e rinchiuso in isolamento per due anni nelle carceri di Venezia, Verona e Mantova si rifiutò sempre di confessare, nonostante le pressioni e gli abusi dei carcerieri e dell’autorità inquisitoria. Passò tutto il tempo del processo dietro le sbarre, con una catena al piede, in una cella spoglia, angusta e malsana, senza compagni di prigione, privato della possibilità di leggere, scrivere o intrattenersi in qualunque altra attività. Schiacciato dall’angoscia del suo incerto destino e dalla disperazione della solitudine, messo a durissima prova dai lunghi digiuni imposti e dalle precarie condizioni igieniche del carcere, che ne aggravarono seriamente lo stato di salute, il trevigiano Pastro dovette trovare per due anni il modo di sconfiggere il tempo, “il più fiero nemico del prigioniero”. Così tra sonetti improvvisati a voce e comunicazioni con vicini di cella realizzate grazie al “linguaggio del muro” (un codice dove ad un determinato colpo sul muro corrisponde una lettera dell’alfabeto) egli trascorse quelle penose ed interminabili giornate che lo dividevano dalla pronuncia della temuta sentenza.

Per il tema trattato, Ricordi di prigione rimanda senza dubbio al più celebre scritto di Silvio Pellico Le mie prigioni, e costituisce un’interessante pagina di storia locale e nazionale, impreziosita da valori come l’abnegazione, la dedizione agli amici e la fedeltà agli ideali di una vita.

Repubblica o monarchia? Il voto nelle regioni

L’Italia che si presentò al voto nel giugno del 1946 per decidere tra monarchia e repubblica era un Paese diviso non solo dalle sue ultime vicissitudini belliche, ma anche da sensibilità politiche differenti che in parte possiamo riscontrare ancora oggi.

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Così la scelta tra monarchia e repubblica racconta prima di tutto un’Italia divisa tra Centro-Nord e Sud. I cittadini dell’Italia centro-settentrionale votarono in maggioranza per la repubblica (a Trento si registrò il dato più alto a livello nazionale: 85%). Quelli dell’Italia meridionale e insulare mostrarono invece un forte attaccamento alla corona sabauda, specialmente nella provincia di Napoli (dove la repubblica ottenne solo il 21,1% dei voti complessivi).

La differenza può essere spiegata prima di tutto con l’occhio rivolto ai fatti più vicini al voto: l’Italia centro-settentrionale aveva appena vissuto l’invasione tedesca e la guerra civile, e si era sentita abbandonata dal re, fuggito da Roma a Brindisi dopo l’armistizio del ’43; l’Italia meridionale dal canto suo non aveva subito le stesse lacerazioni di quella centro-settentrionale e quindi, pur nella miseria e distruzione della guerra, continuò a provare dedizione per la figura del sovrano, il quale si rifugiò proprio al Sud, mantenendo la propria carica grazie al riconoscimento degli Alleati, che nello sbandamento generale del Paese compresero la convenienza di non detronizzare Vittorio Emanuele III, rimasto ormai uno dei pochissimi punti di riferimento istituzionale (se non l’unico).

Con l’eccezione di Trento (che tramite il voto repubblicano esprimeva forti desideri di autonomia) le regioni più repubblicane d’Italia furono Toscana, Emilia, Marche, Umbria, non a caso le stesse che nei decenni successivi fornirono più voti ai partiti di sinistra. Le ideologie di ispirazione socialista, per evidenti ragioni, non si sposavano affatto con la tradizione e la simbologia monarchiche.
Ma i dati regionali raccontano anche altre realtà, che affondano le proprie radici in sensibilità politiche maturate nel corso dei secoli. Così il Piemonte fu la regione centro-settentrionale meno repubblicana, per via del suo storico legame con la casata dei Savoia. Venezia e Genova invece, che vissero per lunghi secoli l’esperienza repubblicana, mostrarono molte meno simpatie per la monarchia. Napoli e tutto il meridione non conobbero mai la repubblica nella propria storia, se non in brevissimi e transitori frangenti (come quello della Repubblica napoletana del 1799). La fedeltà ai Savoia dei meridionali si spiega dunque anche con una propensione storica alla forma monarchica, che da lunghissimi secoli, sotto dinastie e casati differenti, aveva sempre retto quelle terre.
L’Alto Adige e la Venezia Giulia (i cui destini nazionali non erano ancora stati decisi) non votarono.

I dati complessivi raccontano un Paese dove nonostante tutto la corona sabauda mantenne un forte riconoscimento a livello popolare. Lo scarto tra repubblica e monarchia non fu affatto netto, tanto che ancora oggi tiene banco la tesi dei brogli elettorali a favore della repubblica.
Sicuramente la forma repubblicana era più capace di interpretare il desiderio di rinnovamento nazionale e le nuove istanze democratiche. La monarchia infatti risultava compromessa dal suo rapporto col fascismo.
Molti italiani però vedevano nel re una figura super-partes, estranea alla politica e come tale più capace di incarnare l’unità del Paese rispetto ad un qualsiasi rappresentante scelto dai partiti con un mandato a termine. Una larga fetta della popolazione era poi affascinata dalla tradizione e dall’aspetto quasi religioso dell’istituto monarchico. Tantissimi inoltre non dimenticavano che erano stati i Savoia a unire l’Italia e vedevano dunque in essi il collegamento ideale con l’Italia risorgimentale e i suoi valori.
Non va dimenticato che Benito Mussolini si vide impossibilitato a disfarsi del re e della monarchia, il che a ben pensare è davvero una circostanza singolare in una dittatura, che di regola non conosce figure istituzionali più alte del dittatore. Quando Adolf Hitler visitò Roma nel 1938, riferendosi a Vittorio Emanuele III disse al duce queste parole: “Perché non te ne liberi?“. Il fascismo però  – a differenza di altre dittature – dovette fare i conti col larghissimo consenso popolare di cui godeva il re, e si vide costretto, per non inimicarsi l’opinione pubblica, a mantenerlo nella propria carica (ma quando ebbe l’opportunità di costituire un proprio Stato scelse con la RSI la forma repubblicana).

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Il ‘mirabile podestà’ di Spalato: Antonio Bajamonti

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Fra le figure più ingiustamente dimenticate della politica italiana dell’ottocento si deve sicuramente annoverare quella del dalmata Antonio Bajamonti, podestà di Spalato dal 1860 al 1882 (eccetto per il biennio 1864-1865), in un periodo in cui la città era soggetta al dominio dell’Austria.

Ultimo italiano a ricoprire tale carica, Bajamonti seppe segnalarsi dapprima per un costante impegno alla modernizzazione della sua città e alla pace tra slavi e italiani, e successivamente – al mutare in peggio delle condizioni dei propri connazionali – per la strenua e orgogliosa difesa dei diritti della minoranza italiana della Dalmazia contro le prevaricazioni dei nazionalisti croati appoggiate dal governo asburgico.

Brevi cenni sulla presenza italiana in Dalmazia

La Dalmazia divenne una terra mistilingue e multietnica a partire dal VII secolo d.C., quando popolazioni di ceppo slavo vi calarono in massa costringendo gran parte degli autoctoni di lingua romanza a riparare in prossimità del mare. Si spiega così la bipartizione etnica che caratterizzò le località dalmate almeno fino al XIX secolo: latino-romanze nei centri della costa, slave nel contado e nei villaggi interni. Le popolazioni di lingua romanza rimasero preponderanti nelle zone costiere anche grazie alla fisionomia della regione, che rendeva più agevoli i contatti commerciali e culturali con l’altra sponda dell’Adriatico che non con il montuoso retroterra balcanico. Il dominio centenario della Repubblica di Venezia su queste terre fece il resto e contribuì a tenere in vita la componente autoctona della Dalmazia, la quale nel frattempo andava mischiandosi con l’elemento veneziano (affine per origini latine e tradizioni marittime), acquisendone persino la lingua. Allo stesso tempo l’espansione slava non conobbe un vero e proprio arresto, anzi. Molti infatti furono coloro i quali nel corso dei secoli emigrarono dai Balcani per sfuggire alla dominazione ottomana, trovando così protezione nella Dalmazia governata dalla Serenissima, la quale a sua volta trovava giovamento dalla loro manodopera e dal loro impegno militare. In molte circostanze inoltre Venezia stessa sostituì quella parte di popolazione locale perita a causa di pestilenze, malattie e calamità naturali di vario genere con immigrati di etnia slava, al fine di assicurare una pronta ripresa delle città colpite.
Con la fine della gloriosa Repubblica nel 1797, la Dalmazia passò dapprima in mano napoleonica e successivamente sotto il dominio austriaco. Agli inizi del XIX secolo gli italiani della regione erano qualcosa di più che una semplice minoranza: secondo un censimento del generale francese Marmont (1809) rappresentavano infatti il 29% della popolazione totale, quasi interamente concentrati sulle coste e nelle isole. Fu attorno alla metà del secolo – col risveglio delle coscienze nazionali – che il delicato equilibrio tra le diverse etnie delle regione cominciò a sfaldarsi.

Bajamonti: studi e inizio attività politica

Antonio Bajamonti nacque a Spalato nel 1822 da Giuseppe, magistrato, ed Elena Candido, nativa di Sebenico, frequentò il liceo della sua città e nonostante una certa propensione per le materie classiche si iscrisse nel 1841 alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Padova. Fu in quest’ambiente favorevole al circolo delle idee liberali che si appassionò alla politica e fece propria la dottrina democratica e patriottica di Giuseppe Mazzini. Quando nella primavera del 1848 Venezia insorse contro l’Austria e Spalato votò la propria unione all’antica capitale lagunare, fu tra i primi a schierarsi nella guardia nazionale della sua città natale.

Fallita l’esperienza rivoluzionaria, Bajamonti sposò la concittadina Luigia Crussevich nel 1849 ed esercitò la professione di medico, che dovette però abbandonare già nel 1851 a causa del fisico gracile. Da quel momento si dedicò incessantemente alla sua vera passione, la politica. Nel 1853 subì un breve arresto da parte delle autorità imperiali a causa dei suoi ideali mazziniani, ma pochi anni dopo, nel 1860, fu eletto podestà di Spalato coi voti degli autonomisti, un movimento politico prevalentemente italiano che in opposizione ai nazionalisti croati mirava all’autonomia della Dalmazia all’interno dell’Impero austro-ungarico, rifiutandone l’annessione alla Croazia (anch’essa dominio asburgico).

Il Partito Autonomista

Gli autonomisti dalmati, ben rappresentati da Bajamonti, furono politicamente dominanti fino agli anni ’70 del secolo XIX, tanto da incontrare inizialmente anche il consenso di diversi slavi della Dalmazia. Essi consideravano la propria terra come un ponte tra il mondo latino-occidentale e quello slavo-orientale, in accordo con l’ideale della ‘nazione dalmata’ espresso da Niccolò Tommaseo nel suo scritto Ai Dalmati. Propugnavano dunque una politica di distensione tra italiani e slavi della Dalmazia che permettesse di preservare l’originario carattere latino della regione, retaggio romano e veneziano, senza pregiudicare i diritti nazionali delle masse slave.
Funzionale al loro programma era la modernizzazione infrastrutturale della Dalmazia, giacché solo con nuove strutture ed efficaci collegamenti ad oriente e ad occidente essa avrebbe potuto fungere da ponte tra mondi diversi.

Opere pubbliche

Fu così che Bajamonti si impegnò assiduamente per portare sensibili migliorie alla sua Spalato: nel decennio 1865-1875 dotò la città dell’illuminazione a gas, di un ospedale, della diga del porto, di scuole tecniche, della Banca Dalmata e della Società operaia. Venendo incontro alle richieste nazionali avanzate dalla popolazione croata, istituì sette scuole slave e si prodigò per l’utilizzo del croato, accanto all’italiano, nei pubblici uffici. Attento anche alla vita culturale, fece costruire uno splendido teatro in stile rinascimentale, capace di tenere duemila posti. Infine, sempre a lui si devono gli imponenti lavori di restauro dell’acquedotto di Diocleziano, che permisero l’afflusso in città di notevoli quantità d’acqua dopo secoli. A sigillo di quest’ultima opera, commissionò una fontana monumentale (chiamata più tardi Bajamontusa dagli spalatini) che fu per anni motivo di vanto e d’orgoglio per la gente del posto, fino a quando nel 1947 non fu distrutta con la dinamite dai partigiani di Tito che la ritennero erroneamente un simbolo fascista (per via di una decorazione somigliante ad un fascio littorio).
Sempre di Bajamonti furono i progetti di una linea regolare di vapori tra Spalato e Pescara e di una ferrovia che da Spalato si congiungesse a Belgrado attraverso Sarajevo.
Gli storici sono unanimi nel riconoscergli un ruolo decisivo nella modernizzazione di Spalato: sotto il suo governo, la città fece quel salto di qualità tecnologico e infrastrutturale reso necessario dai tempi e dalla nuova rivoluzione industriale. Non si deve dimenticare infine che a buona parte delle opere realizzate Bajamonti partecipò attivamente col suo stesso patrimonio, accumulando anche debiti.

I contrasti con Vienna e l’oppressione degli italiani

Nonostante gli evidenti meriti nell’amministrazione di Spalato, Bajamonti dovette soffrire più volte l’ostilità del potere centrale austriaco, ormai sempre più determinato a ridurre il peso politico e sociale degli italiani nei suoi territori. Il difficile mantenimento dei confini imperiali e la minaccia proveniente dal movimento risorgimentale spinsero infatti il governo di Vienna ad appoggiare misure sfavorevoli nei confronti dei suoi sudditi italiani, considerati inaffidabili e ostili alla Corona. Vennero così avvantaggiate altre nazionalità dell’impero, come quella croata, più fedele e leale al dominio asburgico. Il 12 novembre 1866, subito dopo la sconfitta patita contro la Prussia e l’Italia nella terza guerra d’indipendenza, l’imperatore Francesco Giuseppe fece emanare quanto segue:

Sua Maestà ha espresso il preciso ordine di opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Territori della Corona, e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione – a seconda delle circostanze – delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo, mediante un adeguato affidamento di incarichi a magistrati politici ed insegnanti, nonché attraverso l’influenza della stampa in Tirolo meridionale, Dalmazia e Litorale adriatico [Trieste ed Istria]”

La slavizzazione dell’Adriatico orientale era dunque funzionale alla migliore conservazione del potere imperiale. Essa seguiva una linea già espressa anni prima dal federmaresciallo Radetzky: “Bisogna slavizzare la Dalmazia per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione
I primi ad essere colpiti da questa politica di snazionalizzazione furono i rappresentanti delle amministrazioni locali, sostituiti via via da elementi croati più ligi alla casata degli Asburgo. La lingua italiana cominciò a sparire dagli uffici pubblici, nonostante vi fosse adoperata da secoli. Le scuole italiane vennero progressivamente chiuse (alla fine del secolo ne rimasero alcune solo nella città di Zara)*. Era ormai sotto gli occhi di tutti che i nazionalisti croati, forti del sostegno asburgico, avrebbero scardinato l’assetto multietnico della Dalmazia depennando la cultura, la lingua e la rappresentanza politica italiana. Il loro obiettivo era garantire alla Croazia il pieno accesso al mare, rimuovendo lo scomodo elemento italiano insediato da secoli proprio sulle coste. Bajamonti reagì pubblicamente e vigorosamente a tali imposizioni, con discorsi infuocati alla Dieta provinciale di Zara e al Parlamento di Vienna. Il governo austriaco cominciò dunque a studiare il modo per cacciarlo dalla scena politica. Pur di allontanarlo dalla sua Spalato, si arrivò ad offrirgli anche una prestigiosa rappresentanza diplomatica nel Regno d’Italia. Ogni tentativo fu però vano, perché Bajamonti non volle saperne di abbandonare la Dalmazia e la sua lotta per i diritti degli italiani. Si dovette perciò procedere altrimenti. Nel novembre del 1880, col pretesto di alcuni tafferugli che coinvolsero la polizia austriaca, il consiglio municipale di Spalato venne sciolto e il comune commissariato. Bajamonti perdeva così il governo della città, che passò per due anni ad un commissario regio. Sempre nel 1880, dopo questi fatti, vennero chiuse tutte le scuole italiane di Spalato. Nel 1881 si registrò l’incendio doloso del teatro fatto costruire pochi anni prima ed infine nel 1882 si tennero le elezioni per il nuovo podestà, in un clima intimidatorio dove la città venne sottoposta ad occupazione militare, con una nave da guerra austriaca ancorata al porto e i suoi cannoni puntati sulla città. Fu così che vinse il partito gradito agli Asburgo, quello nazionalista croato, che fra i vari provvedimenti eliminò l’uso della lingua italiana nei rapporti con la cittadinanza.

Le ultime battaglie

Allontanato ormai definitivamente dal governo della propria città, Bajamonti continuò la propria attività politica nella Dieta dalmata (una sorta di assemblea regionale), dove si scontrò a più riprese con l’avvocato Filomeno Gaetano Bulat, suo acerrimo nemico, capo del partito nazionale croato e nuovo podestà di Spalato. Nel suo ultimo discorso tenuto nel 1887 davanti alla Dieta, Bajamonti si scagliò in particolare contro la cancellazione dell’italiano nelle pubbliche amministrazioni, ricordando la sua istituzione di sette scuole slave a Spalato nel 1860, l’introduzione del croato negli uffici e l’antica accoglienza – non corrisposta – che le popolazioni italiane riservarono in Dalmazia agli slavi sotto il governo di Venezia: “Gli italiani, anziché combattere le vostre aspirazioni, anziché calpestare i vostri diritti e schiacciare il vostro avvenire, si sono prestati, con interesse leale e vero, perché la lingua slava fosse modestamente introdotta nelle scuole e negli uffici. […] Noi fin dai primi tempi vi abbiamo accolto sui nostri lidi con affetto e sincerità e voi ce ne discacciate, con poco patriottismo e ci assegnate come unica dimora il mare: ‘u more’ – che è il vostro programma. […] Noi vi abbiamo dato istruzione e voi ci volete condannare all’ignoranza; noi non abbiamo mai pensato di sopprimere in voi il sentimento di nazionalità, né la lingua, ed alcuni di voi raccoglierebbero tutti noi in un cumulo per farci saltare in aria con un paio di chilogrammi di dinamite”.
Negli ultimi anni della sua vita Bajamonti fu schiacciato dai debiti contratti non per sé, ma per il rinnovamento della sua città. Perseguitato dai creditori, ridotto in povertà e ammalato, morì a Spalato il 13 gennaio 1891. Rimase celebre la sua amara (e profetica) affermazione: “A noi, italiani di Dalmazia, non rimane altro diritto che quello di soffrire”.

* Sul tema della della politica repressiva adottata contro gli italiani della Dalmazia sotto l’impero austriaco si rimanda all’articolo “L’agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe” di Marco Vigna, pubblicato sul Nuovo Monitore Napoletano il 20/10/2013.

Niccolò Tommaseo e la fusione di Venezia col Piemonte

22marzo

Nel marzo del 1848, anticipando Milano di pochi giorni, la città di Venezia si ribella all’Austria e si autoproclama repubblica. A guida della rivolta c’è il giovane e stimato avvocato Daniele Manin, liberato dalle carceri austriache assieme all’amico Niccolò Tommaseo, celebre letterato e liberale di origini dalmate. Il nuovo Stato veneziano, sorto sulle ceneri della gloriosa repubblica marinara, viene costituito con l’intento di una successiva e progressiva unione al resto dell’Italia, come dichiarato dallo stesso Manin: “Con questo non intendiamo già di separarci dai nostri fratelli italiani, ma anzi formeremo uno di que’ centri, che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di quest’Italia in un sol tutto”.
Tuttavia la politica dell’unione “a piccoli passi” propugnata dai veneziani trova l’ostacolo del re piemontese Carlo Alberto, il quale dopo pochi mesi chiede anche a loro di accettare la sua monarchia. Così nel luglio del 1848, su indicazione dello stesso Daniele Manin, i delegati dell’Assemblea di Venezia accettano la fine della repubblica e la conseguente annessione al Regno di Sardegna, consapevoli della difficile posizione della città lagunare nel caso di una prolungata lotta in solitaria contro l’Austria.
Non si tratta però di una scelta indolore. Fra i più convinti oppositori dell’opzione annessionistica c’è il dalmata Niccolò Tommaseo, secondo il quale, se da un lato “Venezia per certo non può né deve rimanersene sola”, dall’altro il Piemonte farebbe meglio a rinunciare ai suoi intenti di fusione, per permettere invece la nascita di una confederazione italiana, all’interno della quale, salva l’unità nazionale, Venezia e le altre regioni d’Italia possano governarsi in autonomia per tutto ciò che “non riguarda le utilità generali dello Stato”.

tommaseo

4 luglio 1848

Giacchè siamo, o cittadini, al secondo punto, cioè se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, o associarsi al Piemonte, non debbo tacere che la questione, posta così, sempre più mi dimostra l’inopportunità del trattarla in queste strette di guerra.

Perché potrebb’essere che l’aggregazione deliberata adesso paresse atto invalido a chi la giudicherà con animo riposato, e preparasse fomiti di discordie e rivoluzioni; potrebb’essere che l’aggregazione intempestiva nocesse al Piemonte stesso, suscitando le pestifere gare municipali, delle quali vediamo già un doloroso principio. In tale frangente né Venezia né il Piemonte può conoscere quale sia veramente il suo meglio.

Detto questo perché la coscienza me l’imponeva, ripeto che il domandare se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, non è porre la questione nel debito modo. Venezia per certo non può né deve rimanersene sola; ma può il tempo e deve inevitabilmente condurre tal mutamento nelle pubbliche cose, che la solitudine di Venezia venga a aver fine in molti altri modi che quest’uno dell’aggregarsi al Piemonte. Posta così la questione, e vietatoci ormai dalla prima deliberazione dell’assemblea d’indugiare, ne segue di necessità quella che chiamano fusione. Or poich’io non accetto le due premesse, posso non dare il mio voto; ma debbo insieme adoprarmi, quant’è in me, a rendere men pregiudicevole alle sorti avvenire d’Italia il voto altrui. Dirò dunque gl’inconvenienti che son più da temere nell’associazione al Piemonte; perch’altri ne cerchi in tempo i rimedi.

Il Piemonte finora è poco noto al rimanente di Italia; ch’anzi, non molti anni fa, si reputava esso stesso non essere Italia. Converrà dunque, per forza d’istruzioni che abbiano riguardo alle varie nature e alle tradizioni delle stirpi varie, far sì che ogni dispetto e sospetto tra le diverse provincie si dilegui. Il Piemonte, che per bocca di parecchi suoi benemeriti e valorosi scrittori nelle dottrine era guelfo, cioè amico al papato, ne’ fatti della politica è alquanto ghibellino, in questi rispetti, che mostra talvolta certa mal gelata gelosia della civile autorità del pontefice, che ha dato finora troppa parte ai patrizi nelle pubbliche cose. Bisogna che il settentrione d’Italia s’inchini al mezzogiorno laddove il mezzogiorno prevale per civiltà più antica e per italianità più profonda: bisogna che ogni privilegio di nascita o di titolo sia rotto ormai con un giogo. Il Piemonte entrando in possessione del Lombardo e del Veneto, se ascolta le cupidigie e le ambizioni di pochi malcauti, tratterà le provincie come conquista, tenterà di sottrarre a mano a mano delle fatte promesse, disputerà della sedia del regno, della sede del parlamento, dei commerciali vantaggi; si chiamerà addosso gl’impacci de’ grandi Stati e de’ piccoli municipi; e quanto maggiormente ampliato il suo regno, tanto più municipali saranno gl’intendimenti suoi. Bisogna al contrario che il Piemonte molto dia, acciocchè molto gli sia dato, se pure e’ non vuol perdere quello stesso ch’egli ha. Gli bisogna non soverchiare s’e’ non vuol essere soverchiato; non diffidare s’e’ non vuol perire per l’altrui diffidenza. Gli bisogna non solo rispettare i veri diritti municipali viventi nelle varie parti dello Stato novello, ma, dove non sono crearli, ridurli a uniformità; rispettare l’eredità inviolabile delle memorie, acciocchè il suo non paia dominio straniero. Gli bisogna a ciascuna provincia lasciare che, salva l’unità, si governi, quanto può, da se stessa; che le facoltà, le forze, i vantaggi sieno per tutte le parti in modo equabili distribuiti. Adesso che Germania, e Austria stessa, è forzata a mettersi per le vie liberali, tocca al Piemonte far sì che dagli stranieri in equità non sia vinto. Tocca a Venezia determinare ben chiare le condizioni del cedere, e non solamente richiedere che un’assemblea costituisca il suo patto politico, ma specificatamente richiedere che il parlamento alternamente s’aduni nel seno suo; che ella elegga i suoi magistrati e maestri; che la sua marineria mercantile e guerriera rifiorisca; che in quanto non riguarda le utilità generali dello Stato, ella da altra città non dipenda. Molto può certamente Venezia ed il Veneto apprendere dal Piemonte: le abitudini d’amministrazione regolare e ferma, la solidità degli studi, le istituzioni militari naturate nel popolo. E può il Piemonte altresì dalle altre parti d’Italia attingere un qualche bene, se voglia non assorbire l’Italia in sé, ma viemeglio italianarsi, egli stesso.

Due cose principalmente può e deve Venezia e Lombardia dal Piemonte richiedere, che tutta Italia, fino all’ultimo confine segnato dalla favella, compreso il Friuli e quel che chiamano Tirolo italiano, sia libero: e che in vincoli di confederazione si unisca il Piemonte all’altre regioni d’Italia; che una dieta istituiscasi in Roma, nella qual dieta ragionare de’ comuni diritti e doveri. Sarà questo l’indizio delle fraterne volontà del Piemonte, se tra il mezzogiorno e il settentrione d’Italia si stringeranno per opera sua patti di concordia generosa.
Conchiudo. Se volete associazione e non sudditanza, ponete bene le condizioni; giacché la vostra debolezza, per grave che sia, non distrugge i vostri diritti, i diritti de’ figli vostri, non toglie gli altrui doveri.*

* Da Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano – Storia e testi, Laterza, 1968-1999

“Nell’Italia soggetta all’Austria – Vicende dei miei anni d’insegnamento”, Ernst Gnad

GnadIl professore boemo Ernst Gnad ha solo vent’anni quando viene mandato in Italia dal governo austriaco ad insegnare la lingua tedesca ai giovani studenti delle scuole del Regno Lombardo-Veneto. Dal 1853 il tedesco è diventato infatti un insegnamento obbligatorio in tutti i territori della corona perché, come avverte il Piano ministeriale asburgico, “veramente è indispensabile che in un grande Impero almeno le persone colte delle sue parti possano intendersi tra loro”. Succede così che il giovane Gnad, grazie alla sua passione per la lingua e le lettere italiane, ottiene ben presto una cattedra in Veneto, in una terra per lui fino ad allora sconosciuta e solo immaginata. E’ il 1856.

Nel suo libro di memorie pubblicato ad Innsbruck nel 1904, l’autore racconta con dovizia di particolari gli anni trascorsi nelle città di Padova, Udine e Venezia, regalandoci un interessantissimo e prezioso resoconto del clima sociale e politico che fermentava in quegli anni in una regione ostile al governo dell’Austria e desiderosa di un riscatto nazionale.

A causa delle agitazioni politiche del tempo (siamo in pieno Risorgimento) la situazione che Ernst Gnad deve affrontare in Italia non è certamente delle più agevoli per chi come lui è tedesco e al servizio dell’”oppressore” austriaco. Suo malgrado, comprende fin dall’inizio che per ottenere la stima o quanto meno il rispetto della popolazione locale – a partire da colleghi ed allievi – deve compiere enormi sforzi. Una volta arrivato viene subito avvertito: “Sono tempi difficili. I giovani non vogliono saperne del tedesco e ti daranno molto da fare”. Infatti i problemi non tardano a manifestarsi per il giovane professore, che deve dar fondo a tutte le sue energie e alla sua razionalità per svolgere in modo accettabile la propria professione. Il rapporto con gli studenti è complicato, perché gli episodi di insubordinazione contro l’insegnamento del tedesco nelle scuole italiane sono all’ordine del giorno: intere classi che escono al momento della lezione o scene mute durante le prove di profitto, unite ad altre manifestazioni di aperta sfida all’autorità. Ciò nonostante, Ernst Gnad riesce ad imporsi in più frangenti e soprattutto a guadagnarsi la considerazione e talvolta anche la simpatia dei propri alunni, che in più di un’occasione gli confessano privatamente di disertare le sue lezioni non per astio nei suoi confronti o disinteresse verso la materia ma per ragioni prettamente politiche.

Le manifestazioni patriottiche del Veneto di allora trovano grande spazio nella narrazione dell’autore, il quale, pur essendo un fedele e devoto suddito asburgico, non mostra mai alcun risentimento nei confronti degli italiani e del loro desiderio di rivincita nazionale, di cui anzi sembra quasi comprendere le ragioni più sincere e profonde.

Per il resto, il libro è un interessante e curioso susseguirsi di eventi di vita quotidiana narrati da un giovane che, fin dall’inizio della sua permanenza in Italia, rimane affascinato dalla luminosità del cielo e dal calore del sole che si trovano al di qua delle Alpi e non può fare a meno di provare buoni sentimenti per una popolazione che definisce “singolare […], un misto di di mediocrità e di grandezza, di errori e di virtù, come se si trattasse di un bambino viziato dal suo limpido cielo felice”, capace col proprio carattere “di dare un bagliore di amabilità e di grazia ai suoi difetti e alla sua sgarbatezza”.

Costretto a ritornare in patria dopo l’unione del Veneto al Regno d’Italia nel 1866, Ernst Gnad riceve con sua sorpresa dalla nuova amministrazione italiana la lusinghiera proposta di rimanere insegnante a Padova cambiando semplicemente materia e passando al greco antico. Per un sentimento di fedeltà al suo Paese non gli è però possibile accettare. Torna tuttavia a Padova qualche mese più tardi per salutare e ringraziare conoscenti e colleghi, e proprio in quell’occasione viene accolto calorosamente anche dai suoi vecchi studenti, rallegrati e festanti per l’imminente visita di Giuseppe Garibaldi in città, alla quale assiste personalmente.

“Ritorneranno”, Giani Stuparich

RitornerannoLo scrittore Giani Stuparich nasce a Trieste nel 1891, sotto l’impero austro-ungarico. Nel 1915, allo scoppio della guerra tra Italia ed Austria, sceglie assieme al fratello Carlo di arruolarsi come volontario per l’esercito italiano.
Il suo romanzo Ritorneranno (1941) trae spunto da queste vicende personali per raccontare la storia di una famiglia triestina dove tre giovani fratelli – Marco, Sandro e Alberto Vidali – decidono di lasciare la propria città natale ed unirsi alle truppe italiane, mentre il padre Domenico viene chiamato alle armi dall’Austria per combattere in Galizia contro l’esercito russo. L’incrollabile speranza nel loro ritorno consente alla madre Carolina e alla figlia Angela di vivere meno dolorosamente la lunghissima attesa a Trieste. “Ritorneranno” è il motivo che risuona più spesso in casa Vidali, dove la ricomposizione della famiglia finisce per confondersi con l’agognata redenzione di Trieste all’Italia.
Gli affetti familiari e l’amor di patria sono il filo conduttore dell’intero racconto. La trama tiene sospeso il lettore e riesce a farlo vibrare della tensione, dell’attesa e delle ansie dei protagonisti senza mai scadere nella retorica. La cornice all’interno della quale si delineano gli eventi è quella dolorosa e lacerante della guerra, illustrata nel corso del romanzo in tutti i suoi aspetti, compresi quelli più contraddittori: desiderata ardentemente come il mezzo necessario per conquistare la libertà e l’indipendenza, essa infatti finisce inevitabilmente per palesare anche il suo volto cruento, feroce, sanguinario, spesso distante dalla dimensione ideale dei protagonisti. “Egli poteva misurare la differenza del sentimento con cui ora tornava per la seconda volta al fuoco, da quello con cui vi era andato la prima volta. Canto abbandono, passione: il cuore era inebriato. E come lui, i suoi fratelli. Adesso invece l’animo pacato, spoglio di illusioni, il cuore quasi inerte”. Stuparich non esalta la guerra, pur essendo stato un volontario. Tuttavia Ritorneranno non può essere considerato propriamente un romanzo “contro” la guerra: rimane infatti salda la concezione del dovere insita nell’impegno bellico, così come l’indispensabilità dell’attaccamento verso la propria nazione e della lealtà verso i compagni. Tornare insieme a casa, a Trieste, e tornare da vincitori: è questo il desiderio che, malgrado tutto, malgrado gli aspetti disumani e tristi della guerra, animerà per l’intero corso della storia i fratelli Vidali.
Gran parte del romanzo è dedicata all’attesa delle due donne della famiglia, la stessa vissuta da milioni di madri, mogli, sorelle e fidanzate di quel periodo: lunga, logorante, sfibrante. Quasi infinita. Turbata spesso da lutti altrui, che sembrano presagire il proprio, e agitata così tante volte da impetuosi attacchi di nostalgia e malinconia.
Questo doppio filone narrativo consente al lettore di immedesimarsi in entrambi i drammi, quello più terribile dei soldati al fronte e quello comunque tormentato delle donne rimaste sole nelle loro case, ad attendere il ritorno dei loro cari.
Ritorneranno è infine un elogio del quotidiano, delle cose semplici, di tutte quelle piccole realtà che normalmente sembrano non aver alcun peso, ma che in tempo di guerra sono il desiderio più forte ed autentico di chiunque le abbia viste allontanarsi, forse per sempre.

“Nata in Istria”, Anna Maria Mori

istriaCos’è oggi l’Istria? Probabilmente un semplice nome sulla cartina geografica oppure, come ancora accade, una fiamma di discordia tra opposte fazioni politiche. Dici “Istria” e a seconda del credo politico dell’interlocutore ti senti rispondere “fascismo, fascisti” oppure “foibe, esodo, comunismo”. Nient’altro. Sembra del tutto smarrita la curiosità per questo triangolo di terra, per la sua storia millenaria, il suo splendido mare, le sue cittadine, la sua struggente bellezza.
La scrittrice Anna Maria Mori, esule istriana nata a Pola, ci accompagna nella terra della sua infanzia, questa meravigliosa penisola dell’Adriatico, un tempo Italia, oggi divisa tra Croazia e Slovenia, per raccontarcene non solo le dolorose vicende dei tempi più recenti, ma anche il fascino, la natura, i luoghi e le tradizioni.
“Volevo ritrovare la mia bellezza di nata in Istria” afferma l’autrice, che aggiunge: “non sarà meglio dirsi e dire: ‘io vengo da una grande bellezza’, che non ‘io vengo da una grande tragedia’?” Ed è così che piano piano, in un viaggio di ricordi lontani ma nitidissimi, l’Istria viene restituita a se stessa, ai suoi boschi, al suo mare, ai suoi odori, ai suoi colori, ai suoi sapori, alle sue ricette e al suo dialetto, così simile a quello veneziano. Perché il ricordo non può essere solo quello orrendo e straziante delle foibe, ma deve abbracciare tutto quel piccolo mondo perduto, fatto di vita quotidiana, di natura e di pietre, che in quelle terre sembrano parlare più degli uomini.
“Nata in Istria” (vincitore del Premio Recanati 2006) ha il merito di recuperare l’umanità frammentata e dispersa dopo il doloroso esodo del dopoguerra. Lo fa dando voce anche ai protagonisti di quella storia, esuli e rimasti, tutti uniti dalla stessa malinconia e dallo stesso amore per il loro paese.
Come lettore, sento di dover ringraziare l’autrice: il suo è un ritratto delicato e insieme appassionato che rinfranca lo spirito.

“Bella e perduta – L’Italia del Risorgimento”, Lucio Villari

risorgimento“Non una voce stanca e nostalgica, ma quella di un giovane, allegro e lievemente incantato, dovrebbe raccontare le avventure e gli avvenimenti che hanno portato al risorgimento dell’Italia”

Inizia così il libro Bella e perduta del professor Lucio Villari, una breve storia del Risorgimento italiano il cui intento appare chiaro fin dalle primissime pagine: ricordare che quel periodo, a dispetto dell’immagine impolverata ed ingiallita che ne abbiamo, fu prima di tutto opera di giovani, dei loro sacrifici, delle loro speranze ed anche delle loro illusioni; fu un moto tenace e inarrestabile di giovani uomini e donne che desideravano più di ogni altra cosa modernizzare, liberare e unire il proprio Paese. Proprio per questo non si possono abbandonare quelle vicende “ai depositi antiquari della nostra storia nazionale” ma bisogna invece recuperarle e dargli il giusto riconoscimento, perché la forza morale e il desiderio di giustizia che le animarono possano essere d’esempio anche oggi, soprattutto per le nuove generazioni.

Il libro – che si sfoglia con piacere grazie alla vena narrativa del suo autore – ripercorre le tappe più significative di quella storia, inquadrandola come parte di un più vasto risveglio politico, economico e sociale che abbracciò tutta l’Europa di allora, senza trascurare naturalmente la specificità del movimento italiano e il desiderio dei nostri patrioti di camminare con le proprie gambe (“l’Italia farà da sé”). Lo slancio verso la modernità e la giustizia sociale – mai dissociato dal sentimento nazionale – fu la vera molla del nostro Risorgimento e ci insegna ancora oggi come pure nelle difficoltà economiche e politiche nulla sia davvero “perduto” finché si comprende la necessità di una reazione unitaria e si conserva intatta la fiducia nelle proprie capacità e qualità nazionali. Forse è questa la lezione più preziosa che ci ha lasciato in eredità il Risorgimento ed è anche il motivo per cui – accanto ai De Gasperi e ai Berlinguer – sarebbe opportuno ricordare i Mazzini, i Bandiera, i Nievo, i Cavour, i Pisacane e tanti altri, oggi troppo spesso scordati se non addirittura dileggiati.

Un diario di viaggio: “Istria” di Carlo Yriarte

istriaNel 1875 lo scrittore francese Carlo Yriarte scrive di un suo lungo viaggio attraverso la costa dell’Adriatico che da Venezia lo porta a Trieste, in Istria, nel golfo del Quarnero e in Dalmazia. Avendo già letto il diario relativo al tragitto in Dalmazia (di cui ho dato una recensione qui) ed essendone rimasto soddisfatto, ho voluto procurarmi il resoconto del precedente passaggio in Istria, finendo così per fare il viaggio dell’autore al contrario.
Mi sono avvicinato a quest’opera con una curiosità ancora maggiore rispetto a quella precedente, perché in fondo l’Istria dell’800 era una terra vicinissima all’Italia per cultura, lingua e composizione etnica: gli italiani infatti erano netta maggioranza nei centri abitati e sulle coste, mentre gli slavi erano presenti soprattutto nelle campagne, che abitavano quasi interamente. L’idea di veder raccontata l’Istria di allora da un viaggiatore straniero mi convinceva parecchio, perché credevo fosse una garanzia di imparzialità e di equidistanza tra le due diverse etnie della regione. Devo ammettere invece di essere andato incontro a una piccola delusione.
Yriarte infatti nella sua descrizione di persone, luoghi e situazioni è particolarmente attratto da tutto ciò che appare lontano dal mondo moderno e finisce dunque per illustrarci quasi solo la parte slava della popolazione, più pittoresca sia nell’abbigliamento che nella vita quotidiana rispetto alla parte italiana, che era invece totalmente somigliante a qualsiasi altra popolazione occidentale. Questa impostazione narrativa tuttavia lascia davvero a desiderare se si considera che gli italiani dell’Istria avevano anch’essi un antico e interessantissimo bagaglio di tradizioni, dialetti ed usanze: avrei senz’altro gradito leggerne un resoconto nel diario di Yriarte. L’incompletezza nella descrizione dei caratteri della popolazione locale è il vero limite dell’opera, che però presenta comunque qualche aspetto degno di nota. Infatti, oltre alla precisione e all’erudizione con cui l’autore ci descrive via via la storia delle città istriane e dei loro monumenti, all’inizio del diario e in un altro paio di passaggi troviamo l’amara conferma di uno scontro nazionale in atto fin da allora:

“E’ impossibile al viaggiatore straniero di non riconoscere l’antagonismo flagrante tra l’elemento italiano e quello slavo”

Già sotto il dominio asburgico dunque covavano in Istria quelle rivalità e quei dissapori nazionali che le sarebbero stati fatali negli anni a venire, specialmente dopo l’ultimo conflitto mondiale, da cui il tessuto etnico della piccola penisola adriatica è uscito completamente stravolto. Si tratta di un fatto confermato da molte altre fonti e attorno al quale una certa storiografia dovrebbe sicuramente riflettere.

Un diario di viaggio: “Dalmazia” di Carlo Yriarte

dalmaziaQualche settimana fa ho trovato in una bancarella di libri a Porto Santa Margherita di Caorle un curioso diario di viaggio di fine ‘800 di un certo Carlo Yriarte, giornalista francese di origini spagnole nato a Parigi nel 1833.
Il libro (tradotto dai Fratelli Treves nel 1883 e recentemente ripubblicato da Edizioni Biblioteca dell’Immagine) è il resoconto di un lungo viaggio intrapreso dall’autore nel 1875 attraverso la Dalmazia, governata in quegli anni dall’Impero Austro-Ungarico. Nella sua ricchezza di descrizioni ed informazioni, il diario di Yriarte costituisce uno splendido affresco su una realtà oggi scomparsa, quella della nazione dalmata, un tempo multietnica e distinta dalla Croazia, anche se completamente slava nelle zone interne. A circa ottant’anni dalla caduta della Repubblica di Venezia (che dominò quelle terre per diversi secoli) lo scenario che si presenta agli occhi del nostro viaggiatore è il seguente:

“La costa è dappertutto veneta, da Zara a Cattaro, ma come nell’Istria, e ancora più che nel Margraviato, la campagna è slava, e la civiltà spira alla porta delle città che formano come l’orlatura del mare”

Yiarte non è un viaggiatore occasionale ma un uomo colto, che dimostra una profonda conoscenza della storia e dei costumi locali: per ogni città che visita si premura di spiegarne le origini, l’alternarsi delle dominazioni e le sue vicende più recenti. La Dalmazia descritta nel suo diario è una terra povera, incolta, poco fertile e dall’industria quasi inesistente: “E’ uno dei pochi paesi d’Europa dove possiate ancora soffrire la fame, la sete e il freddo”, annota a un certo punto. Tuttavia, per un curiosissimo ed inspiegabile contrasto, questi luoghi offrono anche un’esplosione di colori vivi, di abiti sgargianti, di mercati e feste locali colme di vita. Yriarte è particolarmente attirato dagli usi e dalle abitudini della gente del posto: ne descrive minutamente l’abbigliamento, gli accessori, le abitazioni ed anche quei monumenti e quelle piazze rinascimentali così simili a quelle italiane. L’autore non manca di addentrarsi nella campagna, per darci così un interessante spaccato della popolazione slava delle zone interne.

In quanto francese, Yriarte loda a più riprese i meriti della breve dominazione napoleonica, a cui però probabilmente dà troppa importanza a scapito dell’elemento veneziano, che a tratti sembra quasi disprezzare. Glielo perdoniamo: i francesi amano da sempre dare eccellenti descrizioni (solo) di se stessi.
Splendidi i disegni che accompagnano la narrazione e che sono stati abbozzati da Yriarte stesso durante le varie soste.

Una lettura consigliata a chiunque voglia tuffarsi nella storia di quelle terre, oggi così poco conosciute da noi italiani nonostante le incancellabili tracce lasciate lì dai nostri antenati.

“Dello amore della patria”, Demetrio Livaditi

Livaditi

L’operetta patriottica Dello amore della Patria scritta in pieno Risorgimento dal mio avo Demetrio Livaditi è stata recentemente inserita nel motore di ricerca Google Libri dalla Biblioteca Nazionale di Firenze. Ne possedevo già il testo per averlo fotocopiato alla Biblioteca Civica Attilio Hortis di Trieste il dicembre scorso, ma è stato comunque un motivo di vera soddisfazione vederlo pubblicato sul web, in una postazione facilmente accessibile a chiunque.

In questo breve scritto l’autore si propone di dimostrare come fra tutti gli amori esistenti quello per il proprio Paese sia il più puro e il più disinteressato possibile. La trattazione ha dunque un carattere principalmente filosofico, anche se, a dire il vero, speravo che il testo contenesse pure dei riferimenti autobiografici: dopo tutto nei due anni immediatamente precedenti alla sua pubblicazione Demetrio Livaditi aveva dovuto abbandonare la propria città natale proprio per “amor di Patria” e successivamente si era arruolato nell’esercito sabaudo sempre per lo stesso ideale. Pazienza: probabilmente conoscerò qualcosa in più della sua vita altrove.

Intanto pubblico il collegamento alla sua opera, a cui potete accedere cliccando sull’immagine del frontespizio qui sopra riprodotta. Qui sotto invece, un piccolo estratto:

S’ama dunque la patria con amore infinito, indomabile; s’ama di essa, nonché altro, i lochi, gli uomini; s’ama la lingua, i costumi; s’ama l’aria, il cielo, i monti, le selve; s’ama il terreno, i sassi; s’ama ogni cosa che accoglie la patria, ogni memoria che a lei si riferisca, ogni sudore che per lei si versi, ogni danno che si patisca, ogni ingiuria che si riceva, ogni calamità che per essa ne sopravvenga. Ogni sentimento, ogni effetto illustra e fa bello questo sacro amore.

Esso doma qualunque altra affezione, per grande e singolare e profonda che ella sia; rompe ogni proposito che ad esso si contrapponga; affina e scalda, non altrimenti che l’amore per lo studio; affatica come quello che t’occupa per gli averi; arde come l’amor per la donna, e solleva d’animo, come quello che in te spira per l’amicizia.Però non soffre i disinganni di essi; perciocchè, non principia con intento di bene proprio; non progredisce con aspettative di diletto, e con isperanza di utilità avvenire; non ha, insomma, la sua radice nell’amor di se stesso.

“Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo”, Emilio Gentile

Emilio GentileUna delle più recenti pubblicazioni sul tema della Grande Guerra (di cui quest’anno ricorre il centesimo anniversario) è quella dello storico italiano Emilio Gentile, “Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo”, edita da Laterza lo scorso febbraio. L’opera – accompagnata da diverse interessanti illustrazioni – offre una buona sintesi dei principali avvenimenti della prima guerra mondiale, delle sue cause e della sua eredità.

Nel 1914 la civiltà più avanzata del pianeta precipita in modo quasi inspiegabile in un conflitto di proporzioni mai viste. Tutto lo sviluppo tecnologico conseguito fino a quel momento viene messo al servizio della guerra, della distruzione totale del proprio nemico. Nel giro di pochissimi anni si passa dunque dall’idea di un progresso quale strumento al servizio dell’umanità alla verità amara di una modernità in cui “era insito un destino di catastrofe”. Per questa ragione molti intellettuali europei del tempo hanno visto nella Grande Guerra “la fine di un mondo”, vale a dire la morte della civiltà europea, la cui epoca trionfante, con la sua fede nella ragione e nel progresso, pareva ormai aver chiuso la sua parabola. Seguiranno infatti la perdita del primato europeo nel mondo, una nuova guerra mondiale, ancora più tragica della precedente, e la divisione in blocchi del vecchio continente, ridotto a sfera d’influenza di altre potenze.

Questo saggio di Emilio Gentile (che dedica anche alcuni approfondimenti alla situazione italiana), pur non aggiungendo nulla di rilevante al dibattito storiografico è sicuramente una buona opera introduttiva al tema, adatta al grande pubblico, consigliabile dunque a tutti coloro i quali vogliono approcciarsi in futuro alla Grande Guerra con un bagaglio di conoscenze che vada oltre l’ordinario apprendimento scolastico.

Il massacro della divisione Acqui a Cefalonia – parte 2

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cefalonia1

“La congiura del silenzio”

Nonostante l’elevato numero di vittime e l’alto valore morale che caratterizzò la scelta dell’Acqui di non piegarsi ai tedeschi, il massacro di Cefalonia è stato per lungo tempo un tabù nella memoria della Resistenza. Solo negli ultimi anni la storia di questi soldati è stata portata alla conoscenza dell’opinione pubblica. Per quali ragioni?

1. La politica

Si può affermare tranquillamente che tutti i partiti della Prima Repubblica sono stati complici di un oblio motivato da ragioni ideologiche o di stretta opportunità politica.

La sinistra ha sempre vantato fin dai tempi del PCI una sorta di “primogenitura” del movimento resistenziale. In accordo con tale visione, l’unica forma di resistenza meritevole di memoria era quella delle brigate partigiane, preferibilmente di stampo socialista.
A Cefalonia invece – così come in tutti gli altri episodi di resistenza al tedesco da parte di truppe del Regio Esercito – sono morti militari che fino a pochi giorni prima avevano combattuto una guerra fascista. I soldati della Acqui inoltre hanno sacrificato la propria vita per preservare l’onore militare e per un sentimento di fedeltà alla monarchia sabauda: tutti ideali estranei alle ideologie di stampo marxista. Si capisce dunque per quale ragione questi uomini morti al grido di “Viva il Re, viva l’Italia!” non abbiano trovato adeguato spazio nella storiografia, nella stampa e perfino nel ricordo istituzionale di quella parte politica che, complice la DC, ha di fatto monopolizzato la memoria della Resistenza (l’unica voce autorevole che si levò a sinistra contro la “congiura del silenzio” su Cefalonia fu quella di Sandro Pertini, primo Presidente della repubblica a visitare quei luoghi in una visita del 1980).

La stessa DC, che conobbe la propria ascesa al potere con la nuova forma repubblicana, non aveva particolari ragioni per ricordare una divisione fedele al re. A questo si deve aggiungere la necessità di mantenere buoni rapporti col partito alto-atesino SVP, fedele alleato in Parlamento dei democristiani. Non è più un mistero infatti che buona parte degli autori delle stragi furono proprio sud-tirolesi arruolati da poco tempo nell’esercito del Terzo Reich con l’intento di sfruttarne il risentimento anti-italiano montato dopo il 1918.

Per ragioni diverse infine anche la destra missina non ha  voluto conservare il ricordo della divisione Acqui, diversamente da altri episodi dimenticati della seconda guerra mondiale, come la battaglia di El Alamein o il massacro delle foibe. Il motivo è fin troppo evidente: per l’ideologia fascista i soldati di Cefalonia erano vili traditori dell’alleato tedesco.

2. L’esercito e le opposte interpretazioni sul comportamento degli ufficiali

Nell’esercito (e non solo) molti hanno puntato il dito contro il comportamento “sedizioso” e indisciplinato delle truppe rispetto ai comandi nei giorni immediatamente precedenti allo scontro con la Wermacht. Il generale Gandin, da molti ritenuto in procinto di accordarsi coi tedeschi, fu addirittura oggetto di un attentato da parte del carabiniere Nicola Tirino che gli lanciò contro una bomba a mano. Vi era dunque indubbiamente un clima turbolento nella divisione, che non si addiceva certo al rispetto delle gerarchie militari e che secondo alcune accuse infamanti sarebbe stato creato ad arte da alcuni ufficiali “carrieristi” (su tutti Apollonio e Pampaloni) i quali avrebbero manovrato i soldati contro il generale Gandin per costringerlo a combattere. Non sono mancati coloro i quali hanno sostenuto che la strage di Cefalonia fosse da addebitare più a questi ufficiali italiani che ai soldati della Wermacht, stravolgendo così i fatti e togliendo qualsiasi valore ai motivi della lotta e alla grande capacità di sacrificio mostrato dalla divisione durante i combattimenti. Vi sono state inoltre purtroppo delle polemiche tra alcuni superstiti eccellenti, con accuse e denigrazioni reciproche volte a mettere in cattiva luce l’avversario per il comportamento tenuto dopo la strage.
Il generale Gandin poi fu accusato anche da morto di tradimento, nonostante avesse condotto fino alla fine e con ogni sforzo la resistenza contro l’esercito tedesco una volta deciso di combattere (per un’analisi più completa di questi aspetti controversi della vicenda si rimanda al testo di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando, pagg. 178-9, oltreché a “Italiani dovete morire” di Alfio Caruso, pagg. 267-279).