Maestri ed insegnanti

Alberto_Manzi_-_Non_è_mai_troppo_tardi“Insegnare” deriva dal latino in-signare, vale a dire imprimere un segno, incidere, fissare. L’arte dell’insegnamento consiste infatti nel trasmettere conoscenze e concetti in modo tale che rimangano ben scolpiti nella mente di chi li apprende. Non si tratta affatto un’abilità comune perché richiede un’ottima capacità comunicativa, in particolare nel catturare l’attenzione di chi ascolta, toccandone le corde interiori e stimolando pensiero ed immaginazione.
Il termine “maestro” ha anch’esso un’origine latina: da magister, composto di magis- (più) e -ter (suffisso comparativo), può tranquillamente essere tradotto con “maggiore”, “il più grande”. Il maestro dunque è essenzialmente un capo – o un’autorità – che ha guadagnato la sua posizione tramite l’erudizione in un determinato campo del sapere. Grazie al suo grado di conoscenza maggiore egli si pone come un esempio, indica una strada da seguire, costituisce in definitiva un modello da emulare. Chiunque infatti abbia avuto un buon maestro avrà senz’altro sentito il desiderio di assomigliargli, di avvicinarsi alle sue competenze e al suo sapere.

La passione

PaoloFrancescaGradara[1]Il termine passione è usato comunemente in senso positivo, come sinonimo di amore (che nella nostra cultura è quanto di meglio possa capitare nella vita di una persona). In altre situazioni assume un valore neutro, come quando viene utilizzato nel suo significato di passatempo o di particolare inclinazione a qualche attività: “quali sono le tue passioni?” è la domanda che tutti quanti ci siamo sentiti fare almeno qualche volta durante una nuova conoscenza o un colloquio di lavoro.

Forse ci si dimentica però che la parola passione nasce con un significato ben diverso. Dal latino patire, la passione è infatti prima di tutto una sofferenza fisica o dell’animo, qualcosa da cui si è schiacciati e che si è costretti proprio malgrado a subire. Non a caso il termine passivo condivide la stessa origine.

Nel mondo antico, anche per l’influsso della morale stoica, la passione era percepita come qualcosa di nocivo per l’animo: “le passiones diventano irrequietezza, quell’essere mosso e agitato senza direzione che distrugge la calma del saggio. La parola passio riceve così un senso accentuamente peggiorativo: ogni stato di irrequietezza e di agitazione provocato dalle cose del mondo va evitato per quanto possibile; compito del saggio è di non incontrare il mondo, almeno interiormente, di non farsi turbare da esso, di essere impassibile*. Riflettendoci con un po’ di attenzione, è davvero complesso trovare un’opera letteraria dell’antichità dove la passione non dispieghi i suoi effetti distruttivi: si pensi all’Iliade e alla guerra tra Troiani e Achei scatenata dall’amore di Elena per Paride; all’odio cieco di Achille causato dalla morte dell’amato Patroclo; o al travolgente sentimento di Didone per Enea nel più celebre poema di Virgilio; e ancora, all’ira di Medea che divorata dalla gelosia per Giasone arriva ad uccidere i due figli da lui avuti. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. In tutti questi casi la passione si presenta come una perturbazione dell’animo portatrice di sventure e di violenza.

Con l’avvento del Cristianesimo, la parola mantiene la sua accezione negativa di dolore e sofferenza, con particolare riferimento al Cristo e alla sua passione. Sant’Agostino definisce passio come motus animi contra rationem, moto interiore contrario alla ragione. Rimane dunque ferma l’idea greco-romana di una forza impetuosa e travolgente che minaccia di allontanare l’uomo dalla felicità e di spezzare i delicati equilibri che sorreggono la sua vita. Anche nelle opere letterarie del Medio-Evo infatti la passione conosce quasi solo esiti tragici: è il caso dell’amore tra Paolo e Francesca, a cui Dante dedica un canto della Divina Commedia, o della struggente storia di Tristano e Isotta, di origini celtiche, ma anche del tradimento di Ginevra, moglie di re Artù, col cavaliere Lancillotto. Che dire poi del dolore cantato nella poesia dei trovatori per la donna amata?

In definitiva, la nostra attuale concezione di passione è ben lontana dal suo significato originario ed autentico di sofferenza. Non è affatto semplice però affermare cosa abbia condotto a questo radicale mutamento di senso del termine, accentuatosi in particolare nell’ultimo secolo, con una vastissima produzione letteraria, cinematografica e musicale tesa in gran parte a dipingere la passione amorosa non come qualcosa di distruttivo ma di nobile e gratificante.

* E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblica nella tarda antichità latina e nel Medioevo, Milano, 1970

L’origine del termine “cecchino”

cecchino

In italiano “cecchino” è il tiratore scelto che, appostato da lunghe distanze, spara di sorpresa, con elevato grado di precisione.
Il termine nacque nelle trincee italiane della Grande Guerra, in quanto “cecchini” erano chiamati – con intento dispregiativo – i soldati dell’impero austro-ungarico (specialmente i tiratori scelti), da “Cecco Beppe”, soprannome popolare dell’imperatore asburgico Francesco Giuseppe.

“L’inglese non cancelli la nostra identità”, Claudio Magris

In questo articolo pubblicato sul Corriere della Sera (25 luglio 2012) lo scrittore triestino Claudio Magris affronta lo spinoso tema dell’insegnamento in lingua inglese nelle nostre università. Il caso ero scoppiato nel 2012 quando il Senato Accademico del Politecnico di Milano aveva stabilito l’inglese come unica lingua delle lauree di secondo livello e dei dottorati di ricerca (delibera bocciata un anno fa dal Tar della Lombardia, in quanto considerata lesiva della libertà degli studenti e dei docenti).
La riflessione di Magris supera il semplice campo della linguistica: la questione infatti è prima di tutto culturale e sociale: “La proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni”. Conoscere adeguatamente l’inglese è necessario – sopratutto per le nuove generazioni – ma la lingua madre non va  marginalizzata perché “implica una creatività, una ricchezza di pensiero e di espressione, fondamentali in ogni percorso intellettuale e, prima ancora, nella vita stessa”.

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L’università in inglese pericolo per l’italiano 


Alberto Sordi redivivo smette di fare l’attore e diventa rettore universitario, sottosegretario o ministro dell’Istruzione o qualcosa del genere, sempre comunque nell’ambito dell’insegnamento superiore e della cultura. Del suo glorioso passato di attore conserva soltanto una parte, quella memorabile del romano de Roma che, nel film di Steno Un americano a Roma , cerca – ma invano – di sostituire spaghetti e vini dei Castelli con hamburger e Coca-Cola.

L’idea di fare, nell’università italiana, dell’inglese la lingua unica e obbligatoria dell’insegnamento è una gag come quella scenetta di Sordi e ignora il monito della canzone di Carosone «Ma si nato in Italy».

È uno dei tanti episodi che dimostrano la tendenza odierna – vittoriosa in quasi tutti i campi – a stravolgere involontariamente problemi reali nella loro parodia. Che la conoscenza – una vera, reale conoscenza – della lingua inglese sia indispensabile per dedicarsi a qualsiasi tipo di studi e anche a quasi ogni lavoro è una realtà indiscutibile, chiara a tutti e non solo a quel nostro ex presidente del Consiglio che esortava a coltivare le tre I, Inglese Impresa Internet, dimenticandone peraltro una quarta, Italia. La scarsa conoscenza delle lingue straniere, soprattutto, ma non solo, della lingua parlata, è un antico e ancora non superato deficit della cultura italiana (molti anni fa Wolf Giusti mi raccontava come Benedetto Croce, che non aveva difficoltà a leggere e a tradurre Hegel o Goethe, se la cavasse piuttosto male se doveva ordinarsi un caffè). Questo grave deficit va assolutamente sanato ed è paradossale che misure ministeriali abbiano agito in senso contrario, come quando, durante il precedente governo italiano, furono aboliti i lettori di lingua straniera, indispensabili e insostituibili, per gli studenti, nell’apprendimento delle rispettive lingue.

È dunque necessario che scuole e università creino strutture atte a insegnare realmente le lingue straniere e in particolare ovviamente l’inglese, investendo in tale iniziativa buona parte delle loro energie e dei loro fondi, anziché considerare l’insegnamento e la conoscenza delle lingue straniere, com’è accaduto quasi sempre nelle facoltà umanistiche, materia di terza classe. È necessario richiedere, per il conseguimento di qualsiasi titolo e per il raggiungimento di qualsiasi traguardo scolastico o accademico, una reale conoscenza della lingua inglese.

Tutto ciò non implica affatto la necessità e l’opportunità di tenere le lezioni e i seminari – a parte i casi particolari di convegni e dibattiti con studiosi stranieri – in inglese anziché in italiano. Imporre l’uso dell’inglese nelle lezioni e nei corsi universitari indebolisce questi ultimi, perché in ogni campo – non solo in quello letterario – la lingua madre implica una creatività, una ricchezza di pensiero e di espressione, fondamentali in ogni percorso intellettuale e, prima ancora, nella vita stessa. Di questo passo, secondo la logica aberrante di tale bella pensata, si potrebbe abolire la letteratura italiana e imporre a tutti gli scrittori italiani di scrivere le loro poesie e i loro romanzi in inglese. L’insegnamento – tanto più quanto è più importante e significativo – s’inserisce nel tutto della vita, individuale e sociale. L’uso obbligatorio dell’inglese potrebbe dunque, secondo quella logica peregrina, venire esteso a tutte le espressioni fondamentali dell’esistenza, ai dibattiti parlamentari e ai comizi politici come alle effusioni verbali dell’intimità amorosa, che diventerebbe tanto più degna ed eroticamente stuzzicante se esternata nella lingua dei (momentanei) padroni del mondo. Fare l’amore in inglese, credetemi, è tutt’altra cosa; me l’ha detto un mio conoscente che lavora al consorzio agrario e che ha fatto uno stage in America.

La proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni, simile a quella smania di «sbiancamento» (blanchissement) che grandi scrittori neri quali Glissant e Fanon hanno denunciato in molti discendenti di schiavi nei loro Paesi, le Antille francesi. Tale complesso contraddice lo spirito più profondo della cultura inglese, l’amore di libertà e di originalità, e dimentica che, come scriveva sul «Corriere» Saverio Vertone, in Inghilterra vivono gli inglesi, non gli anglofili.

Si deve certo imparare l’inglese, questa lingua straordinaria che, come è stato detto, è divenuta pure la «lingua dei senza patria», dei tanti esuli che gli sradicamenti della Storia hanno sparso nel mondo. Ma il suo primato non dovrebbe indurre a una succube soggezione. Non vorremmo che domani, ove fossero eventualmente mutati i rapporti di forza nel mondo, i docenti di Cantù o di Caserta fossero obbligati a tenere lezione in cinese, altra grande lingua di straordinaria ricchezza e poesia.

Quando nascono i brogli

Andrea_Dandolo

‘Imbrogliare’, ‘imbroglio’, ‘imbroglione’ sono tutte parole che derivano – come si può facilmente intuire – da ‘broglio’, termine col quale oggi indichiamo la falsificazione dei voti e più in generale gli illeciti elettorali. Cosa significava però in origine ‘broglio’? Pochi lo sanno, ma la parola viene dalla voce dialettale veneziana brolo, letteralmente “giardino, cortile”.
Nel suo monumentale Dizionario della lingua italiana (uscito nel 1876), il letterato dalmata Niccolò Tommaseo spiega infatti che per “broglio” si intendeva inizialmente “il luogo pubblico dove la nobiltà suole adunarsi insieme per trattare l’un l’altro i propri negozi e chiedere i magistrati [cioè le cariche pubbliche]” e ricorda che “nell’antica Venezia tenevasi l’ambito dei magistrati nelle piazze, che tuttavia diconsi Campi, che erano già con alberi. Da Brolo, voce viva nel Veneto, venne Broglio”.
Tommaseo precisa infine che con il passare del tempo, “broglio” andò sempre più significando per estensione “maneggio per ottenere qualcosa”. Tali erano avvertite infatti dal popolo le manovre dell’aristocrazia veneziana per spartirsi le cariche, prima fra tutte quella di Doge. Va detto che la preoccupazione più alta della politica veneziana fu per secoli quella di evitare che tutto il potere fosse concentrato nelle mani di un solo individuo o di una sola famiglia. Si voleva allontanare a tutti i costi il rischio che Venezia divenisse una signoria, o ancora peggio una monarchia. Ecco che per preservare il carattere storicamente repubblicano della città lagunare e per garantire l’equilibrio fra i suoi principali esponenti si creò tra le nobili famiglie veneziane un complesso ma efficace sistema di gestione del potere e di spartizione delle cariche, fatto di scambi, favori, compromessi, reciproche rinunce, eccetera (oggi probabilmente si parlerebbe di “inciuci”).
La storica israeliana Dorit Raines spiega che “il continuo scambio di favori, politici e sociali, creava durante i secoli un insieme di comportamenti e di rituali, che venivano chiamati, almeno per il loro lato politico, broglio”. Prima delle votazioni al Palazzo Ducale si cercava insomma di creare “una lobby per ottenere un risultato sicuro nel procedimento elettorale”.
Curiosamente, la stessa parola inglese lobby ha un’origine davvero simile al veneziano “broglio”: come quest’ultimo indicava quel luogo pubblico dove l’aristocrazia veneziana si trovava per concordare anticipatamente i risultati delle votazioni, il termine lobby letteralmente significa “atrio, ingresso, corridoio”, in particolare, negli Stati Uniti, il corridoio per il pubblico al Congresso (il corrispettivo della nostra Camera dei Deputati) e al Senato. Anche questo corridoio, come il ‘broglio’ veneziano, finì per diventare il centro di trattative e di maneggi tra la classe politica statunitense e i rappresentanti dei vari centri di potere del paese.
Tindaro Gatani osserva che dunque col passare del tempo “lobby cominciò ad indicare, per estensione, il gruppo o i gruppi organizzati di persone che, con le loro ‘manovre’ appunto ‘di corridoio’, sono in grado di influenzare le decisioni del governo e delle amministrazioni statali”.

Riflessioni sull’italiano

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Qualche giorno fa è apparso sul Corriere della Sera un articolo di Valeria Della Valle sulla recente fortuna della lingua italiana all’estero, specialmente nel campo della cucina (ma non solo). Fra le altre cose, la giornalista affermava che l’italiano è attualmente la quarta lingua più studiata al mondo, il che mi ha fatto piacere ma non mi ha stupito più di tanto: chiunque abbia viaggiato un po’ all’estero e abbia conosciuto persone di altre nazionalità avrà sicuramente avuto modo di notare quanto la nostra lingua sia apprezzata e quanto piacciano i suoi suoni. L’italiano infatti è una lingua che brilla al contempo per eleganza e vivacità. Sono diversi dunque gli stranieri che iniziano un corso di italiano o che magari acquistano un dizionario o una grammatica italiana: alla fine demordono o non approfondiscono più di tanto lo studio perché l’italiano purtroppo ha il difetto di essere parecchio difficile da imparare. Ma l’interesse per la nostra lingua all’estero c’è ed è vivo.

Paradossalmente l’italiano non gode della stessa fortuna a casa propria. I prestiti linguistici dall’inglese spuntano ormai da ogni parte, anche quando non servirebbero. Basta vedere il nostro attuale lessico politico, che sta abusando di inutili anglicismi. Tra i più recenti ricordo la “spending review” di Monti, mentre ora è la volta del “job act” di Renzi. Non so dire cosa ci dietro a questo costante ricorso alla lingua inglese nella politica italiana. Forse l’intenzione di rendersi incomprensibili, o più probabilmente l’idea che una proposta dal nome inglese appaia più innovativa e accattivante di una dal nome italiano. Può darsi. Nel frattempo i nostri politici quando usano l’italiano lo fanno spesso in modo volgare. Le coalizioni adesso si chiamano “inciuci” e gli avversari non si battono ma si “asfaltano” (parola più adatta allo sport che ad altre questioni). E queste espressioni non sono nemmeno tra le peggiori. Anche il lessico purtroppo denota una certa decadenza della nostra classe politica.

“Dialogo del Giorno e della Notte”, Demetrio Livaditi

In questo dialogo dello scrittore triestino e mio avo Demetrio Livaditi (1833-1897) il Giorno e la Notte dibattono su chi tra loro sia più grande e arrechi il maggior beneficio agli uomini. Il Giorno rimprovera alla Notte di essere sinonimo di barbarie e di ignoranza, oltreché causa della maggior parte dei delitti, mentre la Notte ribatte ricordando che solo grazie ad essa gli uomini possono riposarsi e dimenticare i mali che li affliggono da svegli. Un breve scritto a sfondo filosofico, che si lascia leggere con piacere nonostante le diverse espressioni tipiche dell’italiano ottocentesco e ormai desuete.

SoleLuna

Notte. Giorno, oh giorno.

Giorno. Che vuoi tu da me? Che posso io aver di comune con chi io odio e fuggo continuamente?

Nott. Se tu mi fuggi, io però ti son sempre alle spalle, e qualche volta ti raggiungo, come quando il tuo sole è deriso e sconfitto in battaglia dalla mia maggiore ancella, la luna, sicché di bel mezzogiorno si fa notte oscura.

Gior. Intendi tu forse delle eclissi? Ma quanto tempo, o misera, dura il tuo dominio sopra di me?

Nott. Quel tanto che mi basta per provarti com’io sia più potente di te, e di gran lunga.

Gior. Odi vantamenti. Come se costei non fosse quella madre d’ogni delitto, quella inspiratrice di tristi pensieri, nemica d’ogni cosa bella; tanto che gli uomini per esprimere una condizione cieca, disordinata e confusa, hanno pigliato figuratamente il suo nome, a meglio significarla. Sicchè sulle loro bocche la è divenuta una parola stessa con la caligine, la barbarie e con l’ignoranza.

Nott. Come se a me importasse molto di quello che di me dicono o possono dire gli uomini. Pure, se volessi riassumere il conto delle tante cose che sopra di me si scrissero da’ tuoi uomini, ti potrei mostrare che io fui e sono assai più amata e stimata da loro che non sei tu, con tutta la tua luce e con tutti i tuoi bagliori.

Gior. Perchè qualche tisicuzzo di questi disperati poetini, che, com’egli non hanno uno straccio da mettersi in dosso, dormono di giorno e vegliano la notte sui libri, schifando il consorzio umano, ti avrà lodato con alcuno scrittarello che sentirà la lucerna un miglio discosto; tu vorresti anche inferire che sei nobile ed utile al pari di me.

Nott. Per la nobilità non vo’ disputare, che non veramente che cosa ella si sia: in quanto alla utilità, io ti sfido a negarmela.

Gior. Che utilità può venire da te che sei la madre della oscurità e delle tenebre? Or si dà egli cosa utile che non si veda?

Nott. Ecco, che lo star continuamente in compagnia degli uomini e mirare le loro azioni, le quali non tendono che all’acquisto di quelle cose di cui essi sono mancanti, ti ha guasto il cervello in modo che stimi una cosa non dover essere utile, s’ella non si vegga e non si maneggi.

Gior. Questa è la mia opinione; ma posto che fosse altrimenti, dimmi un poco, a chi e come sei tu utile in qualche cosa?

Nott. Ti par poco il riposo e la pace che vengono da me, per cui la più parte delle creature hanno comodità di ridurre di nuovo insieme le forze adoperate durante il giorno? E tante importanti operazioni della natura non si compiono forse la notte, come sono molte di quelle che riguardano la vegetazione; le quali poi sono cagione di rendere la terra così adorna e piacente com’ella è?

Gior. Io non so a chi gioverebbe la bellezza che tu di’, la quale, del resto, è opera tutta mia, quando gli uomini l’avessero a mirare e considerare per mezzo tuo.

Nott. Tu torni in campo con gli uomini come se a loro diletto e comodo fosse surto questo universo. Or non ci han egli tanti animali che nella notte, veggendo meglio che non fa l’uomo, pigliano sollazzo nella natura? E se essi godono di ciò che all’uomo non è dato in questo cotale partito, perché diremo che per solo l’uomo, ogni cosa fu fatta e ordinata? Pur ti vo’ consentire questo, che egli è atto per la disposizione del suo ingegno a convertire in suo prò molte più cose che gli animali non possono; ma veramente questi non saprebbero che farne, non avendo essi creato d’intorno a sé tanti bisogni e tante superfluità come ha fatto l’uomo.

Gior. Questo non ha che far nulla con la utilità grande che io gli arreco. Io sono come a dire il tutto per lui, e tu proprio un bel nulla, quando già non fossi cagione di disturbare le sue azioni molestandolo e spaventandolo co’ tuoi ladri.

Nott. Se i latrocini, gli omicidi, le violenze e gli altri atti o crudeli o turpi si commettono le più volte mentre dura il mio imperio sopra la terra; queste cose hanno il loro corso anche di giorno, e sono si può dir rare e singolari operazioni in rispetto delle usure, de’ contratti dolosi, delle frodi, delle battaglie e d’altri infiniti negozi di questo genere, che si compiono alla luce tua; consumandosi costantemente la notte dagli uomini nel dormire o nel darsi buon tempo.

Gior. Belli esercizi, affè mia.

Nott. Vorrei che mi dicessi, prima di sentenziare così, se tu stimi che la vita ordinaria degli uomini sia un processo di azioni vili o malvagie, oppure il contrario.

Gior. A dire il vero non posso negare che la maggior parte degli uomini s’hanno tutti una macchia d’uno stesso inchiostro, e che nella loro vita s’accozzano comunemente tre qualità che li rende o tristi a dirittura, o codardi, o aridi al ben fare. Ma per questo, che io credo doversi in gran parte attribuire all’ignoranza in cui i più di essi sono lasciati macerare, che ne vorresti tu infierire?

Nott. Abbi un po’ di pazienza e dimmi se, al tuo giudizio, l’uomo sia infelicissimo sulla terra, e provi inimico ogni bene; oppure se credi che esso sia atto a godere con efficacia?

Gior. Parmi che egli sia infelice anzichenò, e che non goda se non raramente.

Nott. Se dunque sei persuaso di tali cose, non ti sarà malagevole di chiarirti eziandio, come il tempo che gli uomini passano a dormire, non lo potendo occupar in opere turpi o volgari, sia per loro il tempo più onesto che abbiano; e non avendo agio di sentire i travagli della vita reale, sia il tempo più felice che godano nella loro vita.

Gior. Menandoti buono lo sproposito di dispaiare l’onestà delle operazioni, come se quella non consistesse appunto in queste; io vorrei vedere come uno stato d’insensibilità quale si è quello del sonno, possa essere e dirsi felice o infelice.

Nott. Ed io vo’ che tu mi dica se il non sentire i mali propri della vita e gli effetti del patimento, s’ha da tener in conto di guadagno o di perdita?

Gior. Dunque la miglior cosa che possa far l’uomo si è quella di dormir sempre?

Nott. Nè più né meno.

Gior. Tu mi consumi il tempo in ciance, ed io ho altro che fare; chè quei buoni americani di là del mare mi attendono; i quali, se per avventura badassero a te, gran dubbio sarebbe dello avvenir loro i negozi con quella prosperità che a tutti è manifesta.

Nott. Domanda loro di grazia se ciascuno di essi separatamente è più felice che uno di questi boriosi europei; e me lo saprai dire domani. Buon viaggio.

Gior. Buona permanenza.