“Il malato immaginario”, Molière

maladeimaginaireUltima commedia teatrale di Molière (1673), Il malato immaginario porta in scena la storia dell’ipocondriaco Argan, un uomo ricco e scorbutico che si crede affetto da ogni sorta di malattia e che non riesce a vivere lontano da medicine, clisteri e dottori. La sua ossessione per la medicina arriva al punto da fargli combinare un matrimonio tra sua figlia Angélique e il medico Thomas Diafoirus, in modo da garantirsi le prestazioni di quest’ultimo per il resto dei suoi giorni. La rappresentazione distorta della realtà di cui è vittima non prende solo il suo stato di salute, ma si proietta anche sui sentimenti che i suoi cari nutrono per lui. A un certo punto, su saggio consiglio della serva, decide di fare un esperimento: fingersi morto per ascoltare i discorsi di coloro che accoreranno al suo capezzale. Ecco che la morte (seppur simulata) è rivelatrice di ipocrisie, menzogne e insospettati sentimenti d’affetto.

Non c’è niente di meglio che mori’ pe’ capi’ la vita” dirà Alberto Sordi nei panni di Argan, in una celebre trasposizione cinematografica della commedia (1979, regia di Tonino Cervi).

I personaggi di Molière hanno poco di reale e molto di caricaturale. In altri termini, sono delle vere e proprie macchiette, i cui caratteri vengono esasperati all’inverosimile. Si tratta di una scelta artistica che va a pieno vantaggio della comicità, come si può intuire. Ad ogni modo, non ne risulta minimamente compromessa la capacità dell’opera di descrivere qualcosa che viceversa è estremamente reale, ovvero la dinamica universale dei sentimenti e dei comportamenti umani.

Per un tragico scherzo del destino, Molière morì proprio durante una delle repliche del Malato immaginario, mentre interpretava la parte del protagonista Argan.

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“Le donne al parlamento”, Aristofane

aristofaneCommedia teatrale del 392 a.C.. Ad Atene lo Stato vive una crisi profonda e nessuno sa più cosa inventarsi per risollevarne le sorti. Stufe e avvilite da una democrazia corrotta dove ognuno pensa solo al proprio tornaconto, Prassagora e le altre donne della città decidono in gran segreto di travestirsi da uomini e di infiltrarsi in massa nell’assemblea cittadina al posto dei mariti per far approvare un decreto rivoluzionario che attribuisca loro tutti i poteri politici. E ci riescono: forti della maggioranza artificiosamente raggiunta, le donne di Atene destituiscono gli uomini da ogni carica e prendono le redini del governo.

Ci sono ottime ragioni per cui le donne si dimostreranno all’altezza del comando della città, più dei loro stessi mariti. La coraggiosa e intraprendente Prassagora ne illustra almeno due: innanzitutto, in quanto madri, garantiranno la pace evitando che i loro figli vadano in guerra; in secondo luogo, essendo già amministratrici e tesoriere nelle loro case, faranno sicuramente un ottimo uso del denaro pubblico senza sperperarlo.

Dopo un’iniziale e diffusa perplessità, anche gli uomini sembrano convincersi dalla bontà del rovesciamento delle parti: “pare sia l’unica cosa che ancora non è successa nella nostra città” dice Cremete all’amico Belpiro, marito di Prassagora.

Alla confusione dei ruoli sociali segue quella dei beni personali e dei rapporti familiari: mirando all’attuazione di un programma di totale uguaglianza, le donne sanciscono l’abolizione della proprietà privata e dei legami di parentela a favore di un sistema dove tutti mettano in comune sostanze, figli, mariti, mogli, padri e madri. Così non ci saranno più debitori e creditori, ladri e derubati, adulteri e tradimenti e scompariranno finalmente anche i tribunali. Infine, siccome tutte le donne, anche quelle brutte o anziane, hanno diritto ad essere amate, un divertente decreto prevede che qualsiasi uomo, prima di avere rapporti con una bella giovane, debba fare l’amore con una vecchia. La commedia termina proprio con la scena di tre anziane che si contendono avidamente un ragazzo il quale stava dirigendosi dalla propria amata sperando di eludere la nuova legge.

Con Le donne al parlamento (titolo originale: Ecclesiazuse) il commediografo ateniese Aristofane aggiunge un altro pezzo al suo filone utopico e sviluppa in chiave farsesca un’idea che alla sua epoca doveva apparire veramente ridicola, più o meno come oggi potrebbe sembrare a noi quella di un governo di quattordicenni. Il potere politico affidato alle donne è la bizzarria su cui si fonda l’intero assetto comico dell’opera e dalla quale l’autore fa derivare una serie di situazioni ancora più stravaganti e perciò destinate ad accendere l’ilarità del pubblico, al tempo interamente maschile. L’emarginato si trasforma in forza egemone e mette in atto un completo capovolgimento della società, che si ritrova improvvisamente indifferenziata. Invece di ristabilire l’ordine minacciato dalla crisi, le donne ne stabiliscono uno del tutto nuovo; invece di riportare Atene alle sue gloriose tradizioni e virtù, si inventano una morale e delle regole sbalorditive che dovrebbero fare della città una specie di paradiso in terra dove non si fanno più guerre o cause in tribunale e dove tutti hanno garantito il pane e l’amore. Ad andare in scena è la fantasia, o meglio l’irrealtà.

Per quanto quest’opera possa a prima vista apparire straordinariamente attuale almeno nel suo tema principale, cioè quello della partecipazione politica femminile, in realtà una più attenta analisi suggerisce una quasi totale mancanza di seri spunti di riflessione per noi moderni e per le nostre democrazie. Come lettore mi sono domandato se la satira che ispira questa commedia voglia trasmettere un messaggio di generale scetticismo e disincanto circa le qualità morali di tutti, donne e uomini. Tuttavia, credo che a voler interpretare in questo modo l’opera si cada nel rischio di piegarla eccessivamente a prospettive che non appartengono né al tempo né al sistema di valori dell’autore. Aristofane infatti non prende sul serio l’idea di un governo di donne, nemmeno in termini di paradosso. Se proprio si vuole cercare un intento politico nella sua commedia, lo si può individuare al massimo nella critica alla situazione di crisi e corruzione in cui versava l’Atene dell’epoca, e magari (anche se qui forse è spingersi troppo oltre) in una denuncia delle possibili degenerazioni della democrazia. Nulla di più: il vero obiettivo sembrerebbe infatti quello di suscitare il riso negli spettatori attraverso la rappresentazione di una realtà grottesca e irrealizzabile.

“Gli esami non finiscono mai”, Eduardo De Filippo

eduardoQuando all’età di venticinque anni Guglielmo Speranza ottiene finalmente la sua sospirata laurea, esulta per aver ottenuto quel “pezzo di carta” senza il quale, come gli aveva sempre ripetuto il padre, per la società sarebbe stato solo “un mazzo di scopa”. Sente in sé “il senso della responsabilità, dell’impegno, della combattività” ma soprattutto è felice perché d’ora in avanti non dovrà più sostenere nessun esame: “Ragazzi, sono finiti gli esami! Non dovrò più dare esami!”. Entusiasta del traguardo raggiunto, corre a casa della sua amata per chiederne la mano al padre, ma già in questa occasione è costretto a subire una sfilza di domande sempre più pressanti, come se fosse tornato sotto commissione: “sappiate che la vostra posizione sarà da noi guardata al microscopio […] Voi in fondo, laureandovi, non avete fatto altro che impiantare una regolare contabilità con tanto di libro mastro, nel quale gli altri, non voi, si prenderanno la briga di segnare le entrate e le uscite”.

Insomma, il giovane Speranza (un nome che sa di beffa) dovrà accorgersi fin da subito che “gli esami veri incominciano soltanto dopo di aver conquistato la laurea” e saranno quelli più difficili, perché riguarderanno il suo impegno di fidanzato, di professionista, di marito e di padre di famiglia, dove tutti – anche gli sconosciuti – si sentiranno in diritto di dire la propria sui suoi pregi e difetti, sugli obiettivi raggiunti e non raggiunti, sulla moralità del suo stile di vita e sulle sue pecche, sulla bontà delle sue azioni, sulla ragionevolezza dei suoi propositi, e via dicendo…

Esami1Gli esami non finiscono mai è l’ultima commedia del napoletano Eduardo De Filippo (1900 – 1984). Il suo successo è testimoniato dal fatto che il titolo stesso è diventato in breve tempo un famoso modo di dire. Divisa in un prologo e tre atti (in ognuno dei quali il protagonista indossa tre barbe diverse, nera, grigia e bianca, a simboleggiare le differenti età della sua vita), fu scritta nel 1973 ed inserita dall’autore nel gruppo di opere Cantata dei giorni dispari, assieme ad altre commedie come Napoli milionaria! (1945) e Filumena Marturano (1946). Nonostante il pessimismo di fondo che la fa da padrone, Gli esami non finiscono mai è un’opera che si legge agevolmente e con gusto, grazie alle diverse punte di ironia inserite tra una battuta e l’altra ed a una trama il cui intreccio non si rivela affatto complesso, anzi.

“La piccola città”, Thornton Wilder

Our-Town-moon-imageScegli un giorno senza importanza. Anzi, scegli il giorno meno importante della tua vita. Anche così, sarà importante abbastanza…

Our town di Thorton Wilder (1938) è una commedia teatrale divisa in tre atti e ambientata in una piccola città americana del New Hampshire, Grover’s Corners. Qui vivono le famiglie Webb e Gibbs, i cui figli Emily e George dopo anni di lunga amicizia si innamorano e si sposano. La loro è un’esistenza del tutto ordinaria, come quella dei concittadini. La semplicità e la ripetitività delle situazioni di vita rappresentate nei primi due atti sono infatti assolute. Sembra davvero che a Grover’s Corners non accada nulla di significativo o tale da catturare la curiosità dello spettatore: colazioni preparate la mattina presto, interrogazioni a scuola, passanti che discutono del freddo e della pioggia, prove di canto in chiesa. Anche la relazione tra i due protagonisti appare del tutto convenzionale, così come il loro matrimonio.

Ma Our town non è la semplice storia di un paesino della provincia americana di inizio ‘900. E’ molto di più. Lo si capisce nel terzo ed ultimo atto, quando uno dei due giovani sposi muore e una volta nell’aldilà chiede e ottiene di rivivere un giorno qualunque della propria vita a Grover’s Corners. A questo punto, quella che fino a prima era parsa una commediola leggera si tinge improvvisamente di dramma, trascinando lo spettatore in uno stato di turbamento interiore e di sconforto.

Our town è un piccolo capolavoro sul valore inestimabile della quotidianità. L’autore ci invita ad apprezzare e godere la vita nelle piccole cose, nei gesti ripetuti, nelle situazioni più consuete e prevedibili, nei momenti più ordinari. Il monito finale è quello di non sciupare il proprio tempo, prima che sia troppo tardi.