“Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito”, Elena Aga Rossi

CefaloniaPer lo storico, la vicenda di Cefalonia resta una delle più difficili da raccontare e da spiegare, sia per i molti interrogativi lasciati aperti dalle lacune della documentazione sia per lo stratificarsi di ricostruzioni e finanche travisamenti succedutisi negli anni

Elena Aga Rossi

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nell’isola greca di Cefalonia si consumò il più sanguinoso scontro armato nei Balcani tra l’esercito italiano e quello tedesco. I combattimenti – originati dal rifiuto della Divisione Acqui di consegnare le armi all’ormai ex alleato – si protrassero per poco più di una settimana ed ebbero il loro tragico epilogo nel criminale eccidio di centinaia di militari italiani che si erano già arresi.

Nel 2001 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi definì i fatti di Cefalonia come “il primo atto della resistenza di un’Italia libera contro il fascismo”. Da allora le pubblicazioni su questa vicenda si sono moltiplicate, ma molti dei suoi aspetti sono rimasti oscuri e controversi. Infatti, se da un lato le fonti concordano in modo pressoché unanime nel riconoscere il valore dimostrato in battaglia dalla Divisione Acqui e l’estrema dignità con cui gli ufficiali italiani si presentarono davanti al plotone di esecuzione, dall’altro lato il ruolo di alcuni dei principali protagonisti della vicenda e la grave crisi disciplinare che investì la divisione davanti alla scelta di combattere sono stati al centro di accesi dibattiti tra gli stessi superstiti dell’eccidio.

Fin dall’immediato dopoguerra, infatti, le vicende di Cefalonia si sono prestate ad interpretazioni divergenti. Per alcuni furono un eroico episodio di resistenza, generato da uno spontaneo moto anti-nazista delle truppe. Per altri, invece, si trattò di una strage da imputare all’irresponsabilità di alcuni ufficiali italiani (che incitarono la divisione a una battaglia persa in partenza) e al colpevole abbandono della divisione da parte dello Stato italiano.

Elena Aga Rossi, una delle più affermate storiografe italiane, ha cercato recentemente di gettare luce su questi avvenimenti nel suo libro Cefalonia – La resistenza, l’eccidio, il mito, edito dal Mulino nel 2016.

Con l’ausilio di nuove fonti, il saggio ripercorre giorno per giorno gli eventi che si svolsero sull’isola greca dalla fatidica data dell’8 settembre a quella del 24 settembre, giorno dell’eccidio. Nell’esposizione dei fatti Elena Aga Rossi mantiene un equilibrio encomiabile, reso ancora più complesso da un quadro delle fonti estremamente variegato e contraddittorio.

L’operato di Antonio Gandin (comandante della divisione), l’attività sobillatrice degli ufficiali Apollonio e Pampaloni, il discusso numero delle vittime e le motivazioni che spinsero le truppe italiane a battersi contro quelle tedesche sono tutti elementi a cui l’autrice cerca di dare un’esatta collocazione al fine di “por fine alle polemiche e recuperare una memoria per quanto possibile unitaria di una delle prime iniziative della resistenza, e di certo di quella che ebbe l’esito più drammatico”.

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“La ciociara”, Alberto Moravia

CiociaraIl romanzo è una cronaca della guerra, un libro sugli orrori della guerra

(Alberto Moravia al suo editore, Valentino Bompiani)

La guerra chiude gli uomini in una “tomba di indifferenza e di malvagità, li deturpa nell’animo, rendendoli apatici, duri di cuore e privi di pietà verso le disgrazie altrui. Questa è l’idea principale che attraversa le pagine della Ciociara di Moravia, dove la triste storia di Cesira e di sua figlia Rosetta è l’emblema di un’Italia dilaniata e sfigurata dalle tragedie del secondo conflitto mondiale. Le disavventure delle due protagoniste – costrette ad abbandonare Roma nell’estate del 1943 per la paura dei bombardamenti e a rifugiarsi tra i monti della Ciociaria – fanno da tessuto narrativo ad una più ampia meditazione su un imbruttimento morale che non risparmia quasi nessuno. La carestia, i prezzi folli della borsa nera, la mancanza di un tetto dove trovare riparo e l‘imperscrutabile malignità degli occupanti mettono a durissima prova i malcapitati del tempo, costringendoli a una lotta per la sopravvivenza dove non c’è spazio per “le leggi e il rispetto degli altri e il timor di Dio” e i valori dell’epoca di pace sono irrimediabilmente capovolti.
Le uniche luci a brillare nello scenario cupo e miserevole descritto da Moravia sono quelle di due giovani ragazzi: Rosetta e Michele (uno studente sfollato con cui le protagoniste instaurano presto un rapporto di amicizia). Pur animati da opposti ideali – Rosetta è estremamente religiosa, mentre Michele crede ferventemente nel socialismo – questi due personaggi appaiono puri, genuini e sorprendentemente saldi in un mondo che continua a precipitare. Tuttavia, seppur in maniera diversa, la guerra non tarderà ad allungare le sue mani anche su di loro. La ciociara, per buona parte, è la storia di queste gioventù spezzate, di due promettenti vite che in un contesto differente avrebbero ottenuto ben altra sorte.
Dopo La romana, pubblicato nel 1947, questo romanzo conferma una volta di più l’estrema sensibilità di Alberto Moravia nella descrizione dei personaggi femminili, una sensibilità che trova pochi pari nella letteratura italiana contemporanea.
Tutta la vicenda è filtrata attraverso gli occhi di Cesira, una donna semplice e di umili origini. Il racconto è pertanto improntato a una semplicità di espressione che rende la lettura fluida e agevole. Chiunque può tranquillamente avvicinarsi a questo libro, senza quella sorta di timore reverenziale che tante volte rende titubanti davanti alla lettura di un classico.

 

“Follia”, Patrick McGrath

Follia

Il romanzo Follia dello scrittore inglese Patrick McGrath (titolo originale: Asylum) racconta la storia della passione fatale tra Stella Raphael, moglie del vicedirettore di un manicomio criminale inglese di fine anni cinquanta, ed Egdar Stark, un paziente della struttura, ricoverato a seguito dell’efferato assassinio di sua moglie, per il quale non ha mai dimostrato alcun rimorso. La voce narrante è quella di Peter Cleave, uno psichiatra del manicomio, il quale descrive la relazione tra i due protagonisti come “uno dei più complessi e drammatici casi di ossessione sessuale morbosa che [abbia] mai incontrato in molti anni di pratica”. In effetti l’insana attrazione si sviluppa in un inspiegabile crescendo di situazioni pericolose e dolorose, che scuotono prepotentemente le labili strutture psichiche di Stella, portandola in una dimensione autodistruttiva e quasi surreale. E’ il crollo verticale di un’esistenza che si realizza non a seguito di un abbandono, ma di un innamoramento, capovolgendo quella visione romantica che tutti noi conserviamo dell’amore.

“Il malato immaginario”, Molière

maladeimaginaireUltima commedia teatrale di Molière (1673), Il malato immaginario porta in scena la storia dell’ipocondriaco Argan, un uomo ricco e scorbutico che si crede affetto da ogni sorta di malattia e che non riesce a vivere lontano da medicine, clisteri e dottori. La sua ossessione per la medicina arriva al punto da fargli combinare un matrimonio tra sua figlia Angélique e il medico Thomas Diafoirus, in modo da garantirsi le prestazioni di quest’ultimo per il resto dei suoi giorni. La rappresentazione distorta della realtà di cui è vittima non prende solo il suo stato di salute, ma si proietta anche sui sentimenti che i suoi cari nutrono per lui. A un certo punto, su saggio consiglio della serva, decide di fare un esperimento: fingersi morto per ascoltare i discorsi di coloro che accoreranno al suo capezzale. Ecco che la morte (seppur simulata) è rivelatrice di ipocrisie, menzogne e insospettati sentimenti d’affetto.

Non c’è niente di meglio che mori’ pe’ capi’ la vita” dirà Alberto Sordi nei panni di Argan, in una celebre trasposizione cinematografica della commedia (1979, regia di Tonino Cervi).

I personaggi di Molière hanno poco di reale e molto di caricaturale. In altri termini, sono delle vere e proprie macchiette, i cui caratteri vengono esasperati all’inverosimile. Si tratta di una scelta artistica che va a pieno vantaggio della comicità, come si può intuire. Ad ogni modo, non ne risulta minimamente compromessa la capacità dell’opera di descrivere qualcosa che viceversa è estremamente reale, ovvero la dinamica universale dei sentimenti e dei comportamenti umani.

Per un tragico scherzo del destino, Molière morì proprio durante una delle repliche del Malato immaginario, mentre interpretava la parte del protagonista Argan.

“Una vita negata”, Alessio Alessandrini

618iwivizklL’autore ricostruisce con pazienza e perseveranza la dolorosa storia di una sua lontana parente, una storia che sembrava irrimediabilmente consegnata a un destino di oblio e di silenzio e che invece un evento inaspettato ha fatto riaffiorare in tutta la sua drammaticità. Nell’estate del 2003 Alessio Alessandrini scopre di essere erede di un piccolo appezzamento di terreno a Summaga di Portugruaro (Ve), precedentemente intestato a una certa Maria Luigia Trevisiol. Chi era costei? Una sorella della nonna, a quanto pare. Peccato che nessuno in famiglia ne abbia mai parlato o anche solo fatto cenno. La sua memoria è stata inspiegabilmente cancellata: non ne rimane alcuna traccia, se non un lembo di terra vicino alla ferrovia e che ora il Comune intende espropriare. Tuttavia, l’autore non impiegherà troppo tempo per comprendere da sé i contorni di una vicenda che ha dello spaventoso.
Maria Luigia Trevisiol aveva solo quindici anni quando nel 1908 il padre la portò con sé a Venezia per quello che sembrava un viaggio di piacere e che si rivelò invece l’inizio di una lunghissima e tormentata fine: il ricovero nel manicomio di San Clemente, il primo di una fitta serie che non l’avrebbe più vista ritornare a casa nemmeno per una notte e che si sarebbe conclusa solo con la sua morte nel dicembre 1959. Il dramma di questa povera donna è tutto nelle cartelle cliniche a suo nome, che riportano costantemente la medesima diagnosi: epilessia. La ragazza dunque non aveva nessun disturbo della psiche: era semplicemente epilettica, in un tempo in cui però la scienza medica non sapeva quasi nulla di questa malattia, che l’ignoranza e la superstizione popolare riconducevano sbrigativamente alle possessioni demoniache. La storia di Maria Luigia Trevisiol è una storia come tante, purtroppo, ma non per questo meno sconsolante e ingiusta. A risuonare tristemente dalle pagine del libro è l’eco di una vita vissuta ai margini della società e stroncata proprio quando stava per sbocciare, costretta a un lento ma inesorabile annichilimento e alla repressione dei più comuni desideri e sogni, oltreché a un’inguaribile e penosa solitudine. “Sono di fronte all’abisso di un’esistenza cancellata” scrive Alessandrini. “Una vita umile finché si vuole ma negata, tarpata, violata. Mi pare che il sottile spiraglio di luce che mi viene offerto su questa lontana vicenda si configuri come un invito, come un richiamo di responsabilità, come un impegno morale”. La vicenda di questa sfortunata donna viene romanzata dal pronipote, che ne intervalla l’appassionato racconto con vicende della famiglia e del Veneto di allora, un mondo contadino descritto una volta tanto senza nostalgie di un’età perduta. Il romanzo è uno stimolo ad apprezzare il valore del ricordo, l’unica arma a nostra disposizione contro le ingiustizie del passato.

Il passaggio tra Settecento e Ottocento a Treviso nelle memorie di Don Luigi De Gobbis (parroco di Monigo)

Chi non registra è un balordo
e, se li nostri maggiori così non avesser fatto,
il mondo sarebbe ancora fanciullo

(versi dal diario di Don Luigi De Gobbis)

La Biblioteca Comunale di Treviso conserva un manoscritto davvero prezioso sulla vita cittadina nel periodo compreso tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Si tratta del diario del parroco di Monigo Don Luigi De Gobbis (1754 – 1832), un documento rimasto pressoché sconosciuto fino a quando lo storico locale Giovanni Netto (1923 – 2007) non lo ha riesumato assegnandogli il meritato posto nella ricostruzione delle vicende trevigiane di quegli anni. Il diario è formato da ben quattro volumi, che testimoniano almeno mezzo secolo di storia della Marca, passando in rassegna sia gli snodi politici più rilevanti dell’epoca, sia una sfilza di eventi di scarso spessore storico, ma non per questo meno interessanti e gustosi alla lettura.

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Don Luigi De Gobbis nacque nella parrocchia del Duomo il 21 maggio 1754, quando Treviso era ancora un possedimento veneziano. La sua famiglia, benestante e molto numerosa, apparteneva al ceto mercantile della città. Il giovane parroco compì il proprio apprendistato sotto la guida dello zio Antonio, prete di Morgano. Successivamente, nel 1782, venne nominato curato di Melma (l’odierna Silea) e poi, a partire dal 1787, si insediò nella parrocchia di Monigo, che allora contava circa cinquecento fedeli, quasi tutti contadini. Da questa nuova sede non si sarebbe più spostato: vi rimase fino alla propria morte, per quasi 45 anni. Alla luce dei suoi scritti e del loro registro letterario, possiamo affermare che De Gobbis avesse ricevuto un’ottima istruzione. Le numerose citazioni tratte da libri e giornali dell’epoca dicono che aveva certamente una buona biblioteca e che si teneva costantemente aggiornato sugli sviluppi della politica locale e nazionale. Le annotazioni quotidiane sui mutamenti climatici e sullo stato dei raccolti, nonché sui prezzi dei principali generi alimentari, testimoniano un carattere particolarmente pignolo e attento ai dettagli, compresi quelli più minuziosi. A quanto pare, il tempo per leggere e scrivere non doveva mancargli: dopo tutto, la piccola Monigo era una parrocchia decisamente tranquilla e per molte faccende si poteva pur sempre contare sul valido aiuto del cappellano Pezzoldi, originario del Friuli.

Quando De Gobbis divenne parroco di Monigo, non poteva certo immaginare che il mondo in cui aveva sempre vissuto fosse ormai agli sgoccioli. I primi sentori arrivarono nel 1793: tra un marzo “umido e piovoso” e “uno scarso raccolto di granoturco temporivo” ad agosto, il giovane sacerdote annotava gli incredibili fatti di Francia di cui aveva letto sui giornali: il re Luigi XVI e la consorte Maria Antonietta erano stati decapitati.

gallichetruppeTre anni più tardi, dopo un temporale notturno di fine giugno, scrive: “La notte del 29 venendo ai 30 caddero due fulmini tre passi lontano dalla mia canonica al dissopra della pergola dell’orto. A fulgure et tempestate libera nos Domine”. Ma la vera tempesta, il vero sconvolgimento, sarebbe arrivato pochi mesi dopo. Era l’esercito di un giovane ed ambizioso generale francese, il ventisettenne Napoleone Bonaparte. Le sue truppe erano dirette verso l’Austria, ma passarono per la terraferma veneta. De Gobbis accolse sconsolato la notizia: “Novembre 1796. Al primo del suddetto mese si videro per la prima volta alle porte della città di Treviso le truppe francesi che combattono contro le truppe imperiali [le truppe austriache, nda]. Per sì funesto accaduto la mia chiesa parrocchiale al dopo pranzo fu sempre chiusa, né si fecero le consuete solenni funzioni.

Quando la Francia si sconvolge
ne sente il mondo e danni e doglie”

Dal canto suo, la popolazione trevigiana non si dimostrò altrettanto rammaricata dell’evento, anzi. Sempre De Gobbis, infatti, scrive: “Accolsero con festa gli stranieri, danzarono nelle pubbliche piazze e s’illusero veramente che dovesse cominciare quei giorni una nuova età dell’oro”.

Nel marzo 1797, quando ormai la sopravvivenza della repubblica di Venezia appariva sempre più compromessa, il parroco dava segni di un’accresciuta preoccupazione nel suo diario. Egli temeva sopra ogni cosa che i principi rivoluzionari provenienti dalla Francia potessero dare un colpo fatale alla religione e all’amministrazione del culto.

Il 12 maggio 1797 l’antica repubblica lagunare cessava di esistere e De Gobbis ne dava conto con una nota di sarcasmo: “Maggio. Addì 12 Venezia non si arrese no, ma si gettò in seno alle, dolci e tante desiate dai felloni, gallicane generosissime truppe ed eserciti”.

Nel novembre dello stesso anno il prete di Monigo raccontava un episodio rivelatore dello stato di disordine in cui era caduta la città dopo l’arrivo delle truppe francesi. Infatti, per due notti consecutive venne assalito nella propria canonica da una banda di malfattori, che riuscì a scacciare con l’aiuto di qualche parrocchiano e … di alcune armi da fuoco: “Quei diavoli ritornarono per assalirmi, ma siccome nella precedente giornata feci provvista di copiose belliche munizioni, archibusi di grosso calibro e uomini in casa e giovani coraggiosi, così al primo sentore fecimo da molti balconi terribile incessante foco con fissette di polvere a palla, comperate dai soldati francesi impossessori di Treviso, di Venezia e di tutti gli stati della Veneta Repubblica, a tal grado che precipitosamente fuggirono gli assalitori, ripieni di pericolo e di spavento”. Infine, con toni quasi catastrofici, concludeva: “La giustizia non avea il suo corso a Treviso a motivo delle galliche truppe.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa
tanto direi di lor, che cominciar non oso

Tutto era disordine, anarchia, diurne e notturne somme vessazioni, insopportabili aggravi e militari requisizioni, calpestata la religione, odiati i sacri ministri, spogliate le chiese, distinti ed apprezzati gli empi, abbattuti i buoni, l’impudicizia in trionfo, in trono la più avanzata iniquità ed abbominazione”. E poco dopo, rimarcava: “Non est amicus noster qui bona nostra tollit”.

In esecuzione al trattato di Campoformio col quale la Francia cedeva la caduta repubblica veneta agli Asburgo, nel gennaio 1798 le prime truppe austriache facevano il loro ingresso a Treviso. Erano gli stessi avvenimenti di cui più tardi Ugo Foscolo scrisse: “Il sacrificio della patria è consumato: tutto è perduto e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”. Il nostro parroco, dal canto suo, era decisamente meno interessato a questioni di onore e patriottismo, e vedeva piuttosto nel nuovo governo della cattolica Austria una garanzia di stabilità, ordine e rispetto del culto, e con lui, a quanto pare, il resto dei trevigiani: “Alla mattina delli 16 suddetto partirono da Treviso le truppe francesi, et all’ore due pomeridiane entrarono gloriosamente fra gli evviva e gioia universale le truppe imperiali, a prender possesso della città. In tale lietissimo incontro furono date infinite feste pubbliche per tre giorni consecutivi, come pure in tutte le chiese di Treviso e della Diocesi, in ringraziamento a Sua Divina Maestà per sì felice avvenimento.

A nemico che fugge, ponti d’oro”

treviso__btv1b6500127wTuttavia, la città di Treviso (come il resto dei vecchi possedimenti veneziani) era destinata ad essere nuovamente rimpallata tra francesi ed austriaci, i quali se la scambiarono altre due volte negli anni seguenti. Le successive memorie di De Gobbis sono pertanto un alternarsi di invettive contro i francesi ed encomi agli austriaci, mentre il ricordo della repubblica veneziana, antico baluardo della “libertà italiana”, sembrava essersi tristemente perduto. Queste infatti sono le parole con cui il parroco di Monigo descriveva i festeggiamenti di Venezia per il compleanno dell’Imperatore d’Austria: “Febbraio 1803. Grandissimi spettacoli ed ecclesiastiche funzioni addì 12 furono in specialità a Venezia, ricordando la festa del giorno di nascita di S. M. Imp e Re nostro sovrano Francesco II. Pregando Sua Divina Maestà per la lunga conservazione dei suoi preziosi giorni e di quelli di tutta l’augusta famiglia”.

Lasciando in disparte gli avvenimenti politici dell’epoca, nelle pagine del parroco troviamo diversi spaccati di storia cittadina. Solo per citarne alcuni, abbiamo la tromba d’aria che si abbatté su Treviso nel 1805 (causando ingenti danni), l’istituzione del primo cimitero comunale (1809) e la visita del celebre scultore Antonio Canova, che fu accolta dal popolo con un entusiasmo e una gioia quasi incontenibili (1819). Vi sono poi narrati altri fatti, meno importanti per la città ma di sicuro interesse per la parrocchia di Monigo, come l’acquisto dal demanio delle statue che attualmente abbelliscono gli ingressi al sagrato della chiesa (1815).

Fonti:

– Diario di Don Luigi De Gobbis, conservato presso la Biblioteca Comunale di Treviso (sede Borgo Cavour). I quattro manoscritti (ms 1059, 1058, 1395 e 1396) sono stati recentemente restaurati e chiunque volesse prenderne visione li troverà in ottime condizioni.

Giovanni Netto, Mezzo secolo di vita trevigiana nel diario di Luigi De Gobbis arciprete di Monigo: 1786 – 1831, in Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso, N.s., n. 6 (1988/89), p. 7- 72.

– Mario Cutuli, Quando a Treviso si diceva “OUI!”, in Il liceo classico Antonio Canova. Due secoli di storia di un’istituzione scolastica, GMV Libri, Treviso, 2007, p. 25 – 37.

Le letture e i viaggi (dalle “Lettere morali a Lucilio” di Seneca)

Esiste un collegamento che unisce le letture ai viaggi: entrambi conducono verso una dimensione diversa da quella a cui siamo quotidianamente abituati. Se il viaggio ci porta in altro luogo, la lettura compie esattamente la stessa operazione, lasciandoci però dove siamo. Si tratta di due attività che offrono molteplici possibilità di arricchimento interiore, ma come vanno gestite e a quali condizioni possono offrire reali benefici? Nella sua seconda lettera all’amico Lucilio (che viene qui richiamata in forma parziale), il filosofo Seneca affronta direttamente il tema, appellandosi, come di consueto, alla moderazione e alla stabilità.

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Testo originale

1. Ex iis quae mihi scribis et ex iis quae audio bonam spem de te concipio: non discurris nec locorum mutationibus inquietaris. Aegri animi ista iactatio est: primum argumentum compositae mentis existimo posse consistere et secum morari. 2. Illud autem vide, ne ista lectio auctorum multorum et omnis generis voluminum habeat aliquid vagum et instabile. Certis ingeniis immorari et innutriri oportet, si velis aliquid trahere quod in animo fideliter sedeat. Nusquam est qui ubique est. Vitam in peregrinatione exigentibus hoc evenit, ut multa hospitia habeant, nullas amicitias; idem accidat necesse est iis qui nullius se ingenio familiariter applicant sed omnia cursim et properantes transmittunt. 3. Non prodest cibus nec corpori accedit qui statim sumptus emittitur; nihil aeque sanitatem impedit quam remediorum crebra mutatio; non venit vulnus ad cicatricem in quo medicamenta temptantur; non convalescit planta quae saepe transfertur; nihil tam utile est ut in transitu prosit. Distringit librorum multitudo; itaque cum legere non possis quantum habueris, satis est habere quantum legas. 4. ‘Sed modo’ inquis ‘hunc librum evolvere volo, modo illum.’ Fastidientis stomachi est multa degustare; quae ubi varia sunt et diversa, inquinant non alunt. Probatos itaque semper lege, et si quando ad alios deverti libuerit, ad priores redi. Aliquid cotidie adversus paupertatem, aliquid adversus mortem auxili compara, nec minus adversus ceteras pestes; et cum multa percurreris, unum excerpe quod illo die concoquas. 5. Hoc ipse quoque facio; ex pluribus quae legi aliquid apprehendo.

Traduzione

1. Da ciò che mi scrivi, e da quello che sento, attingo buone speranze sul tuo conto: non vaghi di qua e di là e non sei angosciato dal cambiar continuamente di luogo. Questa frenesia è tipica di un animo ammalato: il primo indizio di una mente equilibrata penso che sia il saper trovare un punto fermo e restare in compagni di se stessi. 2. Sta’ bene attento, però, che codesto tuo leggere molti autori e volumi d’ogni genere non sia qualcosa di vacillante e inconsistente. E’ opportuno indugiare su pensatori ben selezionati e assimilarli, se intendi ricavarne elementi utili che si mantengano facilmente nel tuo animo. Non è in alcun luogo chi si trova dappertutto. Ecco quel che capita a chi trascorre la vita spostandosi da un luogo all’altro: incontra molta gente che lo ospita, ma nessuna amicizia. E questo è anche il destino di quanti non studiano a fondo qualche grande pensatore, ma passano in rassegna ogni cosa di corsa e senza soffermarsi su alcuna. 3. Non serve all’organismo né viene assimilato quel cibo che, una volta assunto, è subito eliminato; nulla ostacola in eguale misura la salute quanto il cambiare medicamento a ogni piè sospinto; non riesce a cicatrizzarsi quella ferita in cui si tentano vari farmaci; non si rinvigorisce quella talea che viene spesso trapiantata. Non esiste nulla di così utile da poter giovare di sfuggita. La quantità di libri ti mette a disagio: bene, poiché non potresti leggere quanto saresti in grado di procurarti, è sufficiente che tu abbia solo ciò che potresti leggere. 4. “Ma” tu dici “ora voglio srotolare questo volume, ora quello…” E’ proprio di uno stomaco viziato assaggiare molti cibi, e, se questi sono vari e in opposizione l’uno all’altro, intossicano, non nutrono. Dunque leggi sempre libri di provata autorevolezza e se talvolta ti è venuta la voglia di passare ad altri per distrarti, torna poi a quelli di prima. Ogni giorno assicurati qualche aiuto contro l’indigenza, contro la morte e non meno contro altri flagelli, quindi fra i molti pensieri che ti sono passati sotto gli occhi scegline uno solo che tu possa assimilare in quel giorno. 5. Anch’io faccio lo stesso: leggo non so quanti testi e mi tengo saldamente a qualcuno.

(la traduzione dal latino è di Fernando Solinas ed è tratta dalle Lettere morali a Lucilio ed. Oscar Mondadori)

“Anime baltiche”, Jan Brokken

animeAi nostri occhi, le regioni del Baltico appaiono come un’entità misteriosa e lontana dalla vicende storiche che ci riguardano. “Macchioline su una carta”: così il generale inglese H. H. Wilson definì Lituania, Lettonia ed Estonia durante la conferenza di pace di Parigi del 1919. Eppure, basterebbe una breve ricerca per scoprire che si tratta delle stesse terre che hanno dato i natali a uomini come Immanuel Kant, Hannah Arendt, Mark Rothko, Romain Gary ed altri ancora. Dietro ai paesi baltici esiste quindi una storia più interessante di quella che possiamo pensare: è questo il messaggio principale che lo scrittore olandese Jan Brokken ha voluto trasmettere ai suoi lettori con Anime baltiche (pubblicato in Italia da Iperborea nel 2014), un libro che non è solo un viaggio in questo remoto e semisconosciuto angolo d’Europa, ma anche tra arte, letteratura, cinema e musica, i segni più tangibili di una vicinanza culturale da molti nemmeno immaginata.

Attraverso la vita di alcuni celebri personaggi, l’autore racconta le vicissitudini di queste terre di confine, dove la convivenza di tedeschi, ebrei, russi, lituani, lettoni ed estoni ha prodotto nell’ultimo secolo violenti e drammatici conflitti, che hanno cambiato per sempre un mosaico etnico che aveva pochi pari in Europa per varietà e complessità. Che dire, ad esempio, della città prussiana di Königsberg, dove nel Settecento nacque il filosofo tedesco Kant? Oggi si chiama Kaliningrad, in onore a un bolscevico sovietico, e si trova in territorio russo. E Vilnius, l’attuale capitale della Lituania? All’inizio del Novecento era abitata da circa 100.000 ebrei, che costituivano il 40% della popolazione locale. Oggi, dopo l’Olocausto, non ne restano che poche centinaia. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Le storie che Brokken ci descrive sono per lo più spaccati di vite sradicate, che hanno usato l’arte per reagire alle brutture della storia, nella speranza di un nuovo inizio. Lo scrittore Roman Gary esorcizzò nei suoi romanzi un passato triste e per lui inconfessabile. La filosofa ebrea Hannah Arendt parlò di quella “banalità del male” che tante vittime aveva mietuto in Europa negli anni dell’ultima guerra. Lo scultore lituano Jacques Lipchitz raffigurò nelle sue opere quell’angoscia che provò da bambino quando riuscì a sopravvivere fortunosamente a un pogrom. Il compositore estone Arvo Pärt espresse magistralmente nei suoi concerti quella spiritualità a lungo repressa durante il dominio sovietico.
In queste terre di dolorosi sconvolgimenti, solo la natura sembra essere rimasta identica a prima, con le sue fitte selve incontaminate, il mare gelido, le strade ghiacciate e i venti del nord che si abbattono su castelli in rovina e palazzi decadenti. Una natura a tratti maligna e in triste armonia con i tanti drammi umani del secolo passato.
Quello che emerge dalle pagine di Anime baltiche è un piccolo mondo perduto e dimenticato, che meriterebbe tuttavia di essere conosciuto più da vicino. La sua storia, in fondo, è anche quella della nostra Europa.

“Nomi di donna”, Gianluca Pirozzi

nomididonnaNomi di donna – terzo libro dello scrittore Gianluca Pirozzi dopo Storie liquide e il romanzo Nell’altro – è un ciclo di racconti dedicato al mondo femminile. L’opera, che è suddivisa in quattro parti (All’aurora, Di giorno, Al tramonto e Di Notte), narra brevemente la storia di tredici donne molto diverse tra loro per vita ed esperienze, ma in fondo del tutto simili per timori, aspirazioni, volontà di amare e desiderio di esprimere quella personalità tante volte repressa da uno sfortunato e indesiderato corso che eventi esterni hanno impresso alle loro esistenze.
Ecco che ogni nome racchiude una storia, e l’autore, con uno stile elegante e uno spiccato gusto per i particolari, ci porta per mano nella vita di Monica, Nadia, Diana, Giovanna ed altre, ponendoci indirettamente questo interessante interrogativo: i nomi sono soltanto un dettaglio, un involucro neutro ed incolore o rappresentano forse qualcosa di più? Shakespeare affermava che, in fondo, quello che noi chiamiamo col nome di rosa, avrebbe sempre lo stesso profumo, anche se lo chiamassimo con un altro nome. Ma un semplice nome, a volte, non può forse celare o segnare un destino? E noi, che debito abbiamo nei confronti del nostro nome, come ha inciso concretamente sulla nostra personalità? Non si può forse affermare, addirittura, che siamo il nostro stesso nome, anche se non lo abbiamo scelto? Oppure sono state le nostre vite a riempire di significato quello che dopo tutto è solo una parola, un segno?

“Moby Dick”, Herman Melville

mobydickNon molto tempo fa qualcuno annotò che il romanzo “è una macchina per generare interpretazioni” (Umberto Eco, Postille a “Il nome della rosa”, 1983). Osservazione nient’affatto nuova, se vogliamo, ma che calza alla perfezione per un testo come Moby Dick, che nonostante i lineamenti del romanzo d’avventura e la dimensione conseguentemente realistica (accentuata dalle frequenti digressioni sulla baleneria) si presenta come un’opera dall’alto valore allegorico, tale da appassionare generazioni di letterati e lettori nella ricerca del suo significato più autentico. Moby Dick è entrato nell’immaginario collettivo non solo grazie alle ancestrali fantasie suscitate dalla lotta tra il mostro marino e il temerario capitano Achab, ma anche per la natura intrinsecamente simbolica di questa lotta. Il mito della balena bianca deve molto all’affascinante enigma interpretativo sotteso all’intera trama, la cui soluzione diventa la principale motivazione nella corsa all’ultima pagina.

Trama

La voce narrante di Moby Dick è Ismaele, un giovane maestro di scuola che vive nell’America del Nord della prima metà dell’ottocento e che non avendo nulla di particolarmente caro a terra decide di darsi alla navigazione dell’oceano. Ismaele compie i suoi primi viaggi da marinaio sulle navi mercantili e in breve tempo scopre nella vita di mare la migliore via di fuga contro le avversità dell’esistenza: “è un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso […], allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto”. Desideroso di avventure sempre più coinvolgenti, abbandona il commercio marittimo per cimentarsi nella rischiosa caccia alle balene. Si dirige dunque verso l’isola di Nantucket, il più famoso porto di baleniere degli Stati Uniti. Inconsapevole di ciò che lo attende, salpa sul Pequod, la nave del capitano Achab, il quale ha giurato vendetta contro Moby Dick, un gigantesco capodoglio bianco che nella precedente caccia gli ha mozzato una gamba. Il Pequod e tutto il suo equipaggio sono dunque lanciati all’inseguimento della balena, in una ricerca che, fin dall’inizio, sembra gravata da un’ombra di maledizione e che, per essere ispirata unicamente a un cieco desiderio di vendetta, appare folle e destinata a un esito drammatico.

Achab e la balena

I due capitoli più belli di Moby Dick sono Il cassero e La sinfonia. Entrambi descrivono con grande efficacia l’irrazionale ossessione del capitano Achab, che sceglie deliberatamente di sacrificare quanto resta della sua vita e delle proprie energie all’uccisione della balena, rinunciando a tutto il resto, a partire dalla famiglia e dai legami umani a lui più cari, senza curarsi delle tragiche conseguenze a cui rischia di andare incontro. Il tormento della vendetta consuma interamente Achab, il quale abbandona tutte le sue doti di raziocinio in preda a un delirio di onnipotenza. La balena da lui inseguita con tanta tenacia è descritta da Melville come un animale dalla forza terrificante e dall’intelligenza malvagia. Per questo motivo più di qualcuno ha pensato di interpretare la balena come l’emblema delle forze oscure della natura, se non come l’incarnazione del male stesso.

Per me la Balena Bianca è questo muro, che mi è stato spinto accanto. Talvolta penso che di là non ci sia nulla. Ma mi basta. Essa mi occupa, mi sovraccarica: io vedo in lei una forza atroce innerbata da una malizia imperscrutabile. Questa cosa imperscrutabile è ciò che odio soprattutto: e sia la Balena Bianca il dipendente o sia il principale, io sfogherò su di lei questo mio odio. Non parlarmi di empietà, marinaio: io colpirei il sole, se mi facesse offesa”.

È questo probabilmente il passaggio più esplicito del romanzo, ma ancora non ci dice molto su cosa rappresenti il duello tra il monomaniaco Achab e l’inafferrabile Moby Dick. Molti hanno paragonato Achab all’Ulisse di Dante e in effetti le somiglianze sono parecchie: entrambi i personaggi sono dominati da un unico pensiero e terminano ingloriosamente la propria parabola, inghiottiti dal mare: tuttavia, se nella vicenda dell’eroe omerico cantata dal Poeta è la sete di conoscenza a determinare la tragedia, nel personaggio di Melville non pare riscontrarsi una simile tensione. Non è la brama di conoscenza a trascinare Achab nell’abisso, ma l’insensata presunzione di poter condurre la propria azione oltre ogni limite umano. Il desiderio di vendetta è la passione che brucia lentamente Achab e che lo priva sciaguratamente della capacità di discernere tra bene e male, tra ragionevolezza e follia. Per questa ragione, nonostante i tantissimi riferimenti più o meno espliciti all’Antico Testamento, Moby Dick mi è sembrata un’epopea più greca che cristiana: a dannare Achab non è tanto un’offesa recata a Dio, ma il suo pertinace rifiuto a riconoscere l’esistenza di un confine che l’uomo non dovrebbe mai superare e di cui invece dovrebbe essere sempre consapevole e riverente.

Stile

Una delle caratteristiche più singolari del capolavoro di Melville è la mescolanza di stili che si alternano tra un capitolo e l’altro, come se l’autore avesse voluto cantarci le meraviglie della balena nel maggior numero di forme letterarie possibili. Si succedono così la narrativa tipica del romanzo d’avventura, il tono lirico del poema, la descrizione asettica del trattato scientifico e l’ispirazione manifestamente teatrale di molti dialoghi. Allo stesso tempo, non è raro che l’autore tragga spunto da una nozione di cetologia o di caccia alle balene per una riflessione a sfondo filosofico o spirituale. Una simile operazione letteraria può apparire nei suoi esiti confusionaria e disorientante, e a tratti obiettivamente lo è. Essa risponde tuttavia a una precisa scelta contenutistica ancor prima che stilistica, perché Melville, attraverso la balena, nutre l’ambiziosa pretesa di raccontarci per disteso il mondo e le leggi universali che lo governano, e non trova modo migliore di farlo se non mescolando scienze, filosofia, epica, avventura, religione e gli stili che di volta in volta meglio si addicono a queste materie. La prosa dello scrittore americano è ricca e sovrabbondante, e sacrificando spesso la mera narrazione alla pretesa poco fa descritta non c’è da stupirsi se pecca in linearità e scorrevolezza. Le pagine richiedono una costante attenzione al lettore, il quale, non senza fatica, riceve in cambio una notevole quantità di spunti di riflessione. Per questo Moby Dick è uno di quei libri che alla fine restano e lasciano il segno.

“La terra tra le mani. L’epopea veneta nella bonifica dell’Agro Pontino dopo la Grande Guerra”, Monica Zornetta

Maggio_TerraUn interessante caso di migrazione interna è quello che negli anni ’30 del secolo scorso coinvolse migliaia di contadini veneti, i quali parteciparono alle gigantesche opere di bonifica del regime fascista nelle terre dell’Agro Pontino (Lazio) per poi stabilirsi definitivamente in quegli stessi territori, dove man mano che l’intervento umano sottraeva la terra al mortale abbraccio delle paludi e della malaria si costruivano nuove cittadine come Littoria (oggi Latina), Sabaudia, Pomezia ed altre.
Le poverissime condizioni del Veneto di allora, determinate sia dagli alti tassi di crescita demografica sia dall’arretratezza diffusa dell’economia locale, spinsero molte famiglie a cercare fortuna in qualsiasi luogo offrisse loro la speranza di un lavoro e di una sistemazione più dignitosa di quella goduta nella terra natale, e ciò non solo all’estero ma anche all’interno dei confini nazionali. Queste aspirazioni di miglioramento degli standard di vita crearono una forte mobilità interna che il regime fascista si propose di regolare nei minimi dettagli sfruttandola a vantaggio di grandi lavori pubblici e bonifiche. Lo spostamento di migliaia di contadini da zone ad alta crescita demografica (come il Veneto) a terre quasi disabitate (come quelle soggette a bonifica) servì anche ad arginare il fenomeno della migrazione nelle grandi città, fortemente osteggiato dal fascismo che vedeva nella vita urbana, secondo le parole di Mussolini, “la causa di effetti negativi sulla salute, la moralità, la fecondità della popolazione, sulla crescita e sanità fisica”. Meglio dunque la creazione di nuovi borghi e città interamente popolati da famiglie rurali che vi potessero infondere il proprio spirito anziché smarrirlo trasferendosi in metropoli come Milano, Torino o Roma. Un’Italia rurale rappresentava altresì una prospettiva più rassicurante di un’Italia industrializzata coi suoi agguerriti movimenti operai, ben organizzati e difficilmente controllabili. Secondo il regime serviva anche eliminare “la schiavitù del pane straniero” e avviare il Paese a una nuova politica agraria che mettesse sempre più terreni a disposizione dell’agricoltura. La cosiddetta “battaglia del grano” aveva bisogno dunque di un piano di estensione delle zone produttive, e la bonifica di vasti territori paludosi si rivelava utile allo scopo.

lavori bonificaAgli inizi degli anni ’20 del secolo scorso il Paese contava ancora diverse zone dove a causa della fitta presenza di acquitrini e pozze d’acqua stagnante si moriva di malaria, specialmente lungo il Tirreno (Maremma, Agro Romano, Agro Pontino) e l’Adriatico (laguna veneta, foce del Po). Le paludi erano infatti l’habitat ideale di una particolare zanzara del genere anopheles, che tramite la puntura trasmetteva un protozoo chiamato plasmodium, responsabile della malattia. Nel 1924 ben 4.040 italiani morirono di malaria e i numeri degli anni precedenti non sono molto diversi. Fra i territori martoriati l’Agro Pontino era sicuramente il più esteso. A causa di questa sua piaga, per circa duemila anni rimase quasi interamente disabitato. Nessuna strada lo percorreva. Johann Wolfang Goethe lo aveva definito il “pestilento stagno. Solo poche migliaia di persone vi stanziavano prima delle opere di bonifica e comunque non vi rimanevano mai tutto l’anno: i cosiddetti lestraioli infatti (così chiamati perché vivevano all’interno di poverissime capanne in giunco dette lestre) abbandonavano l’Agro Pontino all’arrivo della bella stagione, che coincideva con il ritorno delle zanzare anopheles. Lo stile di vita dei lestraioli era poco più che primitivo: questi individui vivevano raccogliendo rane e sanguisughe da rivendere sul mercato romano, oppure praticavano la caccia o l’allevamento di pecore.
Fu anche per porre fine a questo stato miserevole di cose che si progettarono le grandi opere di bonifica. I contadini provenienti dal Veneto ma anche dal Friuli e dalla Romagna non andarono semplicemente ad infittire la numerosa manodopera necessaria a questi lavori di scavo e prosciugamento delle paludi. A partire dagli anni ’30 molti di loro, dopo essere stati accuratamente selezionati dal Commissariato per la migrazione e la colonizzazione interna, si trasferirono nei territori recentemente appoderati per lavorare la terra e popolare i nuovi borghi che via via andavano formandosi. La prospettiva era quella di divenire proprietari di un pezzo di terra e di un’abitazione, oltre che quella di migliorare la propria condizione sociale. Ciò nonostante, le condizioni di vita che si presentarono a questi emigranti interni non furono affatto semplici: il duro lavoro imposto e l’aspetto del tutto sconosciuto della nuova sistemazione rendevano la prima permanenza a dir poco traumatica. Anche il rapporto con i locali non fu inizialmente positivo. Si registrava infatti da ambedue le parti una reciproca diffidenza basata non solo su pregiudizi campanilistici, ma anche su opposte fedi politiche: i coloni veneti erano in gran parte fascisti e ammiratori del Duce, mentre i locali erano tendenzialmente socialisti. “Fu la disgrazia comune, la guerra – spiega Annibale Folchi nel suo “Agro Pontino. Nelle corti dell’Onc” – a fondere i dolori e le storie dei coloni e dei locali, che si ritrovarono uniti poi nella rimozione delle macerie per ricostruire casa e lavoro”.

“Trieste nei miei ricordi”, Giani Stuparich

Giani-Stuparich-600x800Immaginate di essere seduti al bar di un’incantevole città in riva all’Adriatico. Non molto distante da voi siede Umberto Saba, mentre attorniato da un piccolo gruppo di amici si avvicina festosamente all’entrata Italo Svevo. Affascinante, no?

Ditelo voi se non è vero: che cosa venivate a cercare quassù? La bellezza d’un golfo azzurro sotto il Carso cilestrino? Forse anche questo; ma soprattutto venivate per quei triestini che vi davano affidamento d’opere e d’ingegni nel campo dell’arte. Quassù era la nuova Italia

È la stagione magica e forse irripetibile di Trieste quella che Giani Stuparich rievoca malinconicamente nelle sue memorie del 1947, subito dopo la guerra, in un tempo di “disperata umiliazione”, quando al termine del funesto periodo della dominazione nazista i triestini videro rispondere al loro anelito di libertà “prima coi quarantacinque giorni dell’occupazione jugoslava, poi con quella angloamericana, infine col dono beffardo del Territorio Libero e la mutilazione dell’Istria”. In un’ora in cui “speranze e delusioni s’alternavano” e “i cittadini camminavano per le strade smarriti, avviliti, guardando da ogni parte, se non fosse per sopraggiungere qualche sorpresa che li scotesse o li annientasse per sempre”, lo scrittore decide di prendere la penna in mano e di raccontare l’età fortunata della sua città, “non come chi cerchi di consolarsi d’un passato felice, ma come uno che frughi in anni considerati perduti, per vedere se non fosse rimasto qualcosa di positivo, di cui far tesoro nella miseria e nell’avvilimento presenti”. Nata con questi intenti, Trieste nei miei ricordi (pubblicata nel 1948 da Garzanti e oggi non più in commercio) è l’autobiografia letteraria di uno dei protagonisti della felice generazione di scrittori triestini della prima metà del secolo scorso; una rievocazione nostalgica del vissuto personale dell’autore, indissolubilmente legato alle alterne vicende storiche di una città non comune.
Ripercorrendo alcune delle sue più significative esperienze, dall’insegnamento al liceo al giornalismo, dall’amicizia con alcuni dei suoi concittadini più celebri all’elaborazione e alla pubblicazione delle proprie opere letterarie, Stuparich ci offre un prezioso scorcio della vita e soprattutto dell’anima di Trieste, paradigma contraddittorio dei “mirabili impasti” di cui personalità di diverse nazioni sono stati capaci e, al contempo, di ciò a cui possono condurre le cieche ambizioni e la violenza degli uomini.


Di Giani Stuparich (1891 – 1961) ho commentato anche:

“Bianca come il latte, rossa come il sangue”, Alessandro D’Avenia

14793-bianca-come-il-latte-rossa-come-il-sangue-nel-cast-del-film-Un figlio di Re mangiava a tavola. Tagliando la ricotta, si ferì un dito e una goccia di sangue andò sulla ricotta. Disse a sua madre: “Mamma, vorrei una donna bianca come il latte e rossa come il sangue”.
“Eh, figlio mio, chi è bianca non è rossa, e chi è rossa non è bianca. Ma cerca pure se la trovi.”

Con questa citazione di Italo Calvino tratta da Fiabe italiane si apre il primo romanzo pubblicato da Alessandro D’Avenia, al quale mi sono avvicinato con curiosità per una serie di buoni motivi: il titolo, la copertina, le buone recensioni sentite in famiglia e non per ultimo il desiderio di leggere qualcosa di leggero. Sì, perché Bianca come il latte, rossa come il sangue è un libro per ragazzi, privo perciò di particolari pretese letterarie.
Nel suo romanzo d’esordio D’Avenia riprende un tema molto ricorrente, quello dell’amore impossibile. Non potrebbe definirsi altrimenti infatti il sentimento del sedicenne Leo, un adolescente come tanti altri, per la bellissima Beatrice, una ragazza dai capelli lunghi e rossi, gli occhi verdi e un terribile segreto: la leucemia che lentamente la sta spegnendo. Quando Leo lo scopre, un tumulto di emozioni e pensieri lo sconvolgono, costringendolo ad interrogarsi sul suo sogno e sugli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione.
Raccontata in una forma che si avvicina molto al diario, con una scrittura che vorrebbe ricalcare quello di un giovane liceale, la vicenda di Leo è la storia di una progressiva e necessaria crescita interiore, stimolata sia da eventi apparentemente più grandi di lui sia da due personaggi che con la forza della loro presenza e la dolcezza delle loro attenzioni lo aiuteranno a guardare le cose del mondo con occhio maturo e fiducia nell’avvenire.

“La condanna dell’Italia nel trattato di pace”, Attilio Tamaro

DSCN3100.JPGCirca un anno fa, frugando tra i libri usati di una bancarella alla ricerca di qualcosa che attirasse la mia attenzione, mi sono imbattuto in un volume di inizio anni ’50, con una copertina rigida rossa e circa trecento facciate ingiallite. Titolo: La condanna dell’Italia nel trattato di pace. Autore: Attilio Tamaro (bisnonno della più celebre scrittrice Susanna Tamaro). Di cosa parlava?
È storia nota che l’Italia, dopo aver perso la seconda guerra mondiale, abbandonò la monarchia per la repubblica e adottò una nuova costituzione: si tratta di eventi epocali nella vicenda della nostra nazione sui quali, com’è normale che sia, esiste una bibliografia sterminata. Invece, ben poco è stato scritto e quasi nulla sappiamo del trattato di pace che l’Italia sottoscrisse da Paese sconfitto il 10 febbraio 1947 a Parigi, o meglio, ricordiamo soltanto la perdita dell’Istria e delle colonie in Africa, e qualcuno forse rammenterà pure la frase con cui Alcide De Gasperi aprì il proprio discorso alla Conferenza di Parigi: “sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Eppure negli anni immediatamente successivi alla guerra il trattato di pace e il suo contenuto interessarono parecchio l’opinione pubblica italiana, soprattutto per la questione di Trieste, città dall’altissimo valore simbolico dopo la guerra ‘15-‘18 e il cui destino appariva più che mai incerto. In generale, diversi nostri illustri rappresentanti spesero parole dalle quali traspariva una forte delusione per un trattato che per come andava formandosi appariva vendicativo, oltremodo lesivo degli interessi nazionali italiani ed ingiustamente umiliante, dal momento che sembrava non tenere in minimo conto la cobelligeranza iniziata nell’autunno del 1943 e l’apporto del movimento partigiano alla causa alleata. A tal proposito, il socialista ed antifascista Gaetano Salvemini scrisse: “Non vedo che cosa i vincitori avrebbero potuto fare di peggio se gli Italiani avessero continuato a battersi disperatamente fino all’ultimo momento ai servizi di Hitler […] Le clausole territoriali del Trattato di pace sono ripugnanti ad ogni senso di giustizia […]. Il Trattato di pace è terribile per le infinite servitù economiche con cui aggrava in permanenza il popolo italiano”.
1946.08.10 - dg a parigiLo stesso De Gasperi, allora capo del governo, in un telegramma inviato il primo agosto 1946 a Pietro Nenni, ministro degli Esteri in pectore, espresse tutto il suo rammarico con queste parole: “Ieri sera al Consiglio dei Ministri il trattato è stato considerato come puramente punitivo e tale che, se non modificato, ritiensi inaccettabile” (entrambe le citazioni, sia di Salvemini che di De Gasperi, sono riportate da Ernesto Galli della Loggia nel suo interessante saggio La morte della patria). Parole di dura condanna furono pronunciate un anno più tardi anche dal filosofo antifascista Benedetto Croce davanti all’Assemblea Costituente in sede di ratifica del trattato (qui potete leggere il testo integrale del suo intervento).
Tuttavia, nonostante la disapprovazione di ampie frange della politica e dell’opinione pubblica nazionale, l’Italia – convinta di non avere alternative e soprattutto ansiosa di chiudere una pagina buia della propria storia – ratificò il trattato di pace, il quale già a partire dagli anni immediatamente successivi scivolò pian piano nel dimenticatoio. Per quale motivo? Semplice: le mutate condizioni internazionali – con la sopravvenuta necessità per gli Usa di avere nel nostro Paese una valida difesa a ridosso del blocco sovietico – avrebbero condotto alla revisione di molte clausole originariamente previste, col risultato di ridurre significativamente la complessiva portata sanzionatoria del testo, specialmente sotto il profilo economico-militare, mentre sul piano territoriale si registrava il ritorno nei confini italiani della città di Trieste (ottobre 1954).

Ho dovuto dilungarmi su questi aspetti perché diversamente non si sarebbe compresa la mia curiosità per un libro simile: La condanna dell’Italia nel trattato di pace è forse l’unica opera dell’epoca interamente dedicata al tema, in un quadro storiografico generale che si è disinteressato della questione, ritenendola poco rilevante alla luce degli sviluppi successivi.
Il piglio polemico dell’autore, facilmente riconoscibile dal titolo, riporta al diffuso e trasversale clima di recriminazioni che precedettero la firma del documento. Il taglio dell’opera è decisamente di tipo nazionalista: Attilio Tamaro, diplomatico e storiografo triestino, era stato infatti prima un irredentista e poi un sostenitore del regime di Mussolini, almeno fino al 1943, anno in cui venne espulso dal partito fascista per la sua contrarietà alle leggi razziali.
La sua vasta conoscenza del diritto internazionale e le affermate competenze nel campo storiografico ne fanno comunque un commentatore qualificato, dalla cui opera (con i dovuti distinguo e le necessarie cautele) è possibile comprendere molte delle criticità del trattato di pace per come venne prima formulato e poi ratificato.Antonio Meli Lupi
Volendo sintetizzare al massimo il contenuto del libro, che sostanzialmente è un vigoroso attacco al trattato, descritto come un ingiusto diktat delle potenze vincitrici contro il nostro Paese, Tamaro se la prende in particolare con la miopia degli Alleati, i quali, nulla opponendo alle mutilazioni territoriali alla frontiera orientale italiana richieste da jugoslavi e russi, non solo avrebbero commesso un torto alla storia delle popolazioni di quelle regioni, ma avrebbero anche colpevolmente ignorato l’importanza strategica della Venezia Giulia in un ipotetico conflitto armato contro il blocco sovietico. L’effettiva smilitarizzazione dell’Italia e le pesanti clausole economiche, oltre ad umiliare ingiustamente un Paese che a partire dal 1943 aveva collaborato con gli eserciti alleati, esponevano la penisola al rischio di un’invasione da Oriente dalle conseguenze imprevedibili per tutto il blocco democratico-occidentale. In quanto triestino, Tamaro dedica buona parte del suo saggio alla critica di quelle disposizioni che privano l’Italia della sovranità sul capoluogo giuliano e accusa le potenze vincitrici di aver indebitamente avvantaggiato la Jugoslavia, nonostante la sua popolazione si fosse dimostrata tutt’altro che anti-tedesca nel corso del conflitto.

“Le ceneri di Angela”, Frank McCourt

ceneriangelaIl libro Le ceneri di Angela di Frank McCourt è la storia autobiografica di una gioventù trascorsa in Irlanda tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, nella poverissima e umida cittadina di Limerick, dove anche un uovo sodo è un lusso e l’unico modo che tanti disgraziati trovano per evadere dalla propria miseria è tracannare birre al pub, bevendosi la paga dell’intera settimana.

Parliamo di un romanzo che oltre ad aver vinto il premio Pulitzer 1997 ed ispirato l’omonimo e fortunato film di Alan Parker (1999) ha anche appassionato milioni di lettori in tutto il mondo, e questo essenzialmente per l’abilità dell’autore a trattare con levità temi gravi come la fame e la miseria, senza cedere mai al pietismo o all’autocommiserazione. L’espediente scelto da McCourt per evitare queste facili trappole è presto detto: una narrazione in prima persona filtrata attraverso gli occhi di un bambino. Volgendo a proprio vantaggio quell’approccio al mondo tipicamente infantile misto di ingenuità ed ottimismo che, qualunque cosa accada, tende sempre a vedere la vita come un gioco e a ritagliare anche dalla situazione più difficile un angolo di beata spensieratezza, questa scelta espositiva permette infatti alla storia di svelarsi in maniera dolce e gradevole, anche grazie a una scrittura fluida, molto incentrata sui dialoghi, che contribuisce a rendere la lettura meno faticosa. Il frequente ricorso all’arma dell’ironia fa il resto.
Naturalmente, al di là del modo leggero con cui la storia viene raccontata, restano i duri fatti che la compongono e che inevitabilmente imprimono l’immagine di una vita trascorsa tra stenti e privazioni: una testa di maiale come pranzo di Natale o una buccia di mela messa in palio dal maestro per chi risponderà correttamente alle sue domande sono solo un paio di esempi.

Purtroppo la storia perde il suo mordente al termine dell’infanzia del protagonista e con la quasi contemporanea scomparsa di un personaggio particolarmente significativo e ben riuscito. Ad ogni modo, è una lettura che consiglio. Non solo vi farà guardare un semplice tozzo di pane con occhi diversi ma soprattutto vi lascerà un gran desiderio di visitare l’Irlanda.

“La gloria”, Giuseppe Berto

gloriaNon è possibile che la tenebra sia soltanto tenebra – né forse la luce soltanto luce – ma siccome gli uomini sembra non possano fare a meno di crudeltà e ingiustizie, io continuo ad essere la tenebra: colui che tradì, che lo consegnò ai suoi nemici, intorno al quale non si sprecano molte parole

Giuda è veramente responsabile del tradimento di Gesù? Se lo sono chiesti in molti, fedeli e non, interrogati dalla lettura di quei passi del Vangelo dove sembra che l’apostolo abbia soltanto svolto quella tragica parte che un insondabile disegno divino gli aveva assegnato: tradire il proprio maestro perché fossero adempiute le scritture; consegnare il Cristo ai suoi carnefici perché attraverso la morte potesse espiare le colpe dell’umanità.

Tra i molti che hanno trattato la questione in modo critico, e per certi versi originale, va ricordato lo scrittore moglianese Giuseppe Berto (purtroppo uno degli autori più sottovalutati della letteratura italiana del novecento) che nel suo ultimo libro La gloria (1978) ha proposto in chiave romanzata una rilettura della vicenda evangelica che assolve la figura di Giuda, strumento consapevole di un’azione terribile ma necessaria: “Parole di Qohélet: ma sulla terra uomo non c’è capace di fare bene senza far male”.

La storia di Gesù viene raccontata in prima persona dal più disprezzato degli apostoli, un giovane colto e inquieto, consumato dai dubbi e soprattutto dall’attesa di quell’uomo che ormai tutta Israele invoca: il Messia, l’Unto, colui che libererà gli ebrei dal giogo dei romani e che farà finalmente risuonare la potente voce dell’Eterno, ponendo così fine a lunghi secoli di doloroso ed inspiegabile silenzio.

Dopo mille peregrinazioni e altrettanti falsi profeti, il giovane Giuda s’imbatte in Gesù di Nazaret, un uomo enigmatico, di poche ma incisive parole, dal portamento regale e dal seducente carisma, capace di attrarre a sé un numero sempre maggiore di seguaci sia per i suoi prodigi che per il suo messaggio nuovo e rivoluzionario. Nei suoi discorsi c’è indubbiamente qualcosa di contraddittorio e di difficile da penetrare, ma nonostante ciò Giuda è tra i primi a scegliere di seguirlo e ad amarlo incondizionatamente. Fin dall’inizio gli promette il sacrificio della propria vita, convinto com’è che la liberazione di Israele possa avvenire solo sotto la sua guida. Questa promessa lega Giuda a Gesù in modo indissolubile, in una drammatica complicità che porterà le sorti di entrambi alle estreme conseguenze. “Tu la salvezza la concepivi come gloria”. Ma la salvezza non giunge per caso. C’è un oscuro disegno che deve realizzarsi e che a un certo punto chiede il sacrificio di Giuda, il quale non si sottrae all’amaro compito e tradisce Gesù, contribuendo così in modo decisivo al compimento della sua missione salvifica.

“Il giorno del giudizio”, Salvatore Satta

sattaSalvatore Satta ci accompagna in Sardegna, nella Nuoro della sua giovinezza, a cavallo tra ottocento e novecento. Questa città – descritta come un autentico luogo dell’anima – si presenta a ben vedere come tante altre, coi suoi maestri, dottori, preti, avvocati, contadini, pastori, mercanti, muratori, i quali, al di là delle profonde divisioni sociali, hanno tutti in comune lo stesso problema, “quello di vivere, di comporre col [loro] essere lo straordinario e lugubre affresco di un paese che non ha motivo di esistere”.

Giunto ormai alla vecchiaia, dopo aver abbandonato la Sardegna per il “continente” ed aver girato l’Italia per anni, l’autore torna alla sua Nuoro per un giorno e decide di visitare il cimitero: si tratta di un’esperienza intensa e rievocativa, perché ogni tomba possiede un nome capace di parlargli e di riportargli alla mente i ricordi della sua infanzia. Ed è così che immagina di restituire voce alle tante anime dimenticate che un tempo avevano popolato il Corso, il caffè Tettamanzi, il quartiere contadino di Seuna, il villaggio dei pastori di San Pietro e tanti altri luoghi, i quali, col passare dei decenni, sono stati quasi del tutto svuotati della propria essenza.

Sento che la pace dei morti non esiste, che i morti sono sciolti da tutti i problemi, meno che da uno solo, quello di essere stati vivi

Ecco che scrivere della loro vita, raccontarla a coloro che non ne sono stati testimoni, significa prendere nelle mani un fardello, quello della memoria di chi è stato ed ora non è più, sperando che questo possa in qualche modo servire. I morti di Nuoro infatti hanno bisogno di qualcuno che li liberi dal loro tormento, lo stesso che ha segnato l’inutilità e l’inesorabile lentezza della loro vita, trascorsa dalla culla alla tomba nello stesso paese, secondo un ordine e dei ritmi così consolidati da apparire l’espressione di una legge divina, al punto che quasi nessuno si è mai azzardato a metterli in discussione, e quei pochi illusi che ci hanno provato hanno assaggiato loro malgrado il sapore amaro del fallimento.

L’ineluttabilità del destino torna ciclicamente nei vari episodi che scandiscono il romanzo, il quale però è soprattutto un libro sulla solitudine, quel male profondo e inguaribile che sembra affliggere tutti i personaggi che appaiono dall’inizio alla fine della narrazione, a partire dalla figura spenta e senza speranza di Donna Vincenza, madre di sette figli e moglie dell’austero e rispettabile notaio del paese, Don Sebastiano. Il giorno del giudizio è anche il sapiente racconto della loro famiglia, o meglio, di quella dell’autore, il quale trae spunto dalle vicende della propria casa per inserirle in un contesto cittadino dove a regnare sono la ripetitività dei gesti e l’insondabile significato dell’esistenza (ammesso che ve ne sia uno).

La narrazione manca di una vera trama, poiché segue il flusso dei ricordi dell’autore. Questo rende la lettura frammentata e a tratti difficile, ma è forse l’unico difetto di un libro che sa descrivere gli eventi della vita con poesia e disincanto al tempo stesso.

Dato alle stampe quattro anni dopo la morte del suo autore, Il giorno del giudizio è stata una vera e propria sorpresa editoriale: scritto da un affermato giurista di cui fino a prima erano stati pubblicati solo testi di diritto, è riuscito in breve tempo a raggiungere un notevole successo, al punto da essere salutato da molti come uno dei principali romanzi italiani degli ultimi decenni.

“La romana”, Alberto Moravia

La romanaA sedici anni ero una vera bellezza. Avevo il viso di un ovale perfetto, stretto alle tempie e un po’ largo in basso, gli occhi lunghi, grandi e dolci, il naso dritto in una sola linea con la fronte, la bocca grande, con le labbra belle, rosse e carnose e, se ridevo, mostravo denti regolari e bianchi. La mamma diceva che sembravo una madonna

C’è da chiedersi perché La romana sia tra i romanzi meno conosciuti di Alberto Moravia e non abbia raggiunto lo stesso successo di opere come La noia o La ciociara. La sua storia infatti è coinvolgente e la figura della protagonista – Adriana, una giovane prostituta della Roma anni ’30 – è descritta con una delicatezza e una sensibilità fuori dal comune, che possono uscire solo dalla penna di chi sa leggere l’animo umano nelle sue pieghe più intime e profonde, con un livello di immedesimazione spirituale nel prossimo quasi totale. Moravia è capace di tutto questo e il suo romanzo La romana è il ritratto complesso ed estremamente realistico di una ragazza del popolo “piena di contraddizioni e di errori”, che suo malgrado viene trascinata in un tenebroso vortice di eventi scabrosi, a cui tuttavia è costantemente in grado di opporre uno spirito puro e genuino, fatto per amare, che incredibilmente sembra non corrompersi al contatto con un mondo gretto e avaro di felicità.
Adriana sogna di sposarsi e di avere una famiglia ma la condizione sociale, la solitudine e alcune conoscenze sbagliate la conducono lentamente e in modo quasi indolore sulla via della prostituzione, che finisce per accettare non solo come una sua inclinazione naturale (“il mio mestiere non mi piaceva, sebbene, per una contraddizione singolare, ci fossi portata per natura”) ma anche come un amaro ed inevitabile compimento del proprio destino.

Avevo capito che la mia forza non era desiderare di essere quello che non ero, ma di accettare quello che ero

La piena e serena accettazione della propria condizione come unico antidoto al dolore dell’esistenza: è questo il fulcro ideale attorno al quale ruota coerentemente l’intero romanzo, anche nei suoi risvolti più drammatici.
L’innamoramento di Adriana per Mino, uno studente freddo e scostante, sembra rimettere tutto in discussione e ridare linfa anche ai quei sogni di vita normale precedentemente abbandonati. Il lettore segue passo per passo l’altalena dei sentimenti contrastanti della protagonista, augurandosi il suo riscatto fino alle ultime pagine, che pur nella loro desolazione lasciano uno spiraglio aperto alla speranza.

“La Grande Guerra”, Mario Isnenghi e Giorgio Rochat

grande guerra

Con il libro La Grande Guerra, di cui la casa editrice il Mulino nel 2014 ha dato alle stampe la quarta edizione, i professori universitari Mario Isnenghi e Giorgio Rochat hanno offerto al grande pubblico una completa e documentata sintesi del primo conflitto mondiale, dedicata specialmente alle vicende belliche del fronte italiano e alle sue dirette implicazioni sulla vita politico-sociale della penisola, adeguatamente ripercorse alla luce del quadro europeo ed internazionale di allora.

L’opera è il frutto del lavoro congiunto di due storici dagli stili e dalle preparazioni differenti. In particolare, Giorgio Rochat cura l’aspetto militare del conflitto e accompagna le sue ricostruzioni storiche con una notevole mole di numeri e statistiche, mentre Mario Isnenghi concentra la propria analisi sui risvolti sociali, ideologici e letterari della guerra, con ricchi e frequenti riferimenti ad opere, intellettuali ed attori del mondo politico del tempo. Il risultato è una storia generale della Grande Guerra che include tutti gli aspetti maggiormente rilevanti di quel “memorabile accumulo di vissuto collettivo”.

La differenza di impostazione tra i due storici è ben visibile non solo nei temi trattati, ma anche nella scrittura: divulgativa e diretta quello di Rochat, più sofisticata e meno immediata quello di Isnenghi. Dalle pagine del testo si evince comunque una linea storiografica condivisa, che merita senz’altro qualche cenno, anche per meglio comprendere quale genere di approccio e di interpretazione dei fatti storici sia stato adottato dagli autori. Ebbene, in un contesto politico ed editoriale come quello degli ultimi decenni, dove il racconto popolare e locale della grande guerra riscuote sempre maggior successo e dove l’aspra critica in chiave pacifista del conflitto ha trovato ormai una vasta eco anche a livello istituzionale e commemorativo, quest’opera si rivela senza dubbio “un libro di battaglia e intrinsecamente controcorrente”, come affermato dagli stessi Isnenghi e Rochat nella prefazione alla quarta ed ultima edizione. Ciò non significa, si badi bene, che i due autori abbraccino nostalgicamente una interpretazione agiografica e nazionalista di quel conflitto. Tutt’altro. Il loro lavoro, lontano sia dai vecchi toni dell’esaltazione acritica sia da quelli più recenti dalla denuncia pacifista, cerca piuttosto il giusto punto di equilibrio tra visioni diverse e talvolta opposte delle vicende belliche di quel periodo. Il fine dichiarato è quello di ristabilire i significati della Grande Guerra “quali apparvero agli uomini e alle donne mobilitati sulle illusioni, e i valori e disvalori di allora”, smettendola di “immaginarsi sempre i nostri, a seconda del vento che tira, o come i più bravi o come i più inetti e criminali”, tenendo invece conto di “standard d’epoca, senza assolutizzare una storia nazionale, nel bene o nel male”.

Degne di menzione infine sono le ricchissime note bibliografiche che si trovano suddivise per argomento al termine del libro: con la loro indicazione di testi e monografie in materia, costituiscono uno strumento davvero utile per chiunque voglia approfondire, tramite una propria ricerca personale, singole tematiche sociali, militari, politiche o letterarie della prima guerra mondiale.

Andrea Palladio “padre dell’architettura statunitense”

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La notizia non è recente perché risale al 2010, ma l’ho appresa solo in questi giorni e ho pensato che meritasse una menzione, anche perché qui in Italia se n’è parlato davvero poco. A seguito del cinquecentesimo anniversario dalla nascita dell’architetto Andrea Palladio, il Congresso degli Stati Uniti d’America ha approvato all’unanimità la concurrent resolution n. 259 del 6 dicembre 2010 con la quale ha riconosciuto ufficialmente il celebre artista italiano come il padre all’architettura statunitense. Sono diversi infatti i monumenti americani ispirati allo stile dell’architetto nato nel 1508 a Padova: il più celebre è indubbiamente la Casa Bianca, ma si possono citare anche Monticello, il Campidoglio statunitense e il Jefferson Memorial. La risoluzione afferma che “gli edifici più rappresentativi della nostra Nazione […] riflettono l’influenza dell’architettura di Palladio” e arriva addirittura a definire i Quattro Libri dell’Architettura (il trattato di Palladio) “la più influente pubblicazione d’architettura mai prodotta” che “ha determinato gran parte dell’immagine architettonica della civiltà occidentale”.
Di seguito pubblico la traduzione in italiano del testo ufficiale della risoluzione. Per visualizzare invece il testo originale in inglese potete cliccare qui.

111° Congresso degli Stati Uniti d’America

Risoluzione concertata

Considerato che nel 2008 ricorreva il 500° anniversario della nascita dell’architetto italiano Andrea Palladio;

Considerato che Andrea Palladio nacque a Padova come Andrea di Pietro il 30 novembre 1508;

Considerato che Palladio, nato di umili origini, fece pratica da scalpellino nei primi anni della sua vita;

Considerato che sotto la protezione del conte Giangiorgio Trissino (1478-1550), Palladio studiò architettura, ingegneria, topografia e scienze militari quando aveva circa venticinque anni;

Considerato che nel 1540 il conte Trissino lo ribattezzò “Palladio”, un riferimento alla sapienza di Pallade Atena così come alla forma italiana del nome dello scrittore romano del IV secolo, Rutilius Taurus Aemilianus Palladius;

Considerato che i progetti di Palladio per opere pubbliche, chiese, palazzi e ville sono reputati fra gli esiti architettonici più rilevanti del Rinascimento italiano;

Considerato che l’insieme degli edifici tuttora esistenti di Palladio è inserito nella World Heritage List dell’UNESCO;

Considerato che il trattato di Palladio, “I Quattro Libri dell’Architettura”, è la più influente pubblicazione d’architettura mai prodotta e ha determinato gran parte dell’immagine architettonica della civiltà occidentale;

Considerato che “I Quattro Libri dell’Architettura” hanno costituito una fonte primaria della progettazione classica per molti architetti e costruttori negli Stati Uniti dall’epoca coloniale a oggi;

Considerato che Thomas Jefferson chiamò “I Quattro Libri dell’Architettura” di Palladio la “Bibbia” della pratica architettonica e adoperò i principi di Palladio fissando standard duraturi per l’architettura pubblica negli Stati Uniti e costruendo il proprio capolavoro, Monticello;

Considerato che gli edifici più rappresentativi della nostra Nazione, compresi il Campidoglio degli Stati Uniti e la Casa Bianca, riflettono l’influenza dell’architettura di Palladio attraverso il movimento anglo-palladiano che fiorì nel XVIII secolo;

Considerato che i pioneristici disegni di Palladio di ricostruzione e restituzione di antichi templi romani ne “I Quattro Libri dell’Architettura” fornirono ispirazione per molti dei grandi edifici classici americani dei secoli XIX e XX, nel periodo noto come il Rinascimento Americano;

Considerato che il Rinascimento Americano segnò l’apice della tradizione classica e arricchì gli Stati Uniti da una costa all’altra di innumerevoli opere architettoniche di dignità e bellezza intramontabili, incluso il John A. Wilson Building, sede governativa del District of Columbia;

Considerato che i monumenti architettonici americani ispirati sia direttamente sia indirettamente dagli scritti, dalle illustrazioni e dai progetti di Palladio formano una grande e inestimabile parte dell’eredità culturale della nostra Nazione;

Considerato che organizzazioni culturali, istituzioni educative, agenzie governative e molte altre realtà stanno celebrando questo speciale 500° anniversario, compresi il Comitato Nazionale Italiano Andrea Palladio 500, il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, Palladium Musicum, Inc., l’Istituto Italiano di Cultura e lo Institute of Classical Architecture and Classical America, come pure altre organizzazioni culturali italiane e italo-americane, come la Italian Heritage and Culture Committee of New York, Inc., e la Italian Cultural Society of Washington, DC, Inc., con un’ampia varietà di eventi diretti al grande pubblico, pubblicazioni, simposi, cerimonie di proclamazione e tributi al genio e all’eredità di Palladio;

Tutto ciò considerato ora, pertanto, è deliberato dalla Camera dei Rappresentanti, congiuntamente con il Senato, che il Congresso degli Stati Uniti d’America:

(1) riconosce il 500° anniversario della nascita di Andrea Palladio; (2) riconosce la sua immensa influenza sull’architettura degli Stati Uniti; e (3) esprime la propria gratitudine per l’arricchimento che la sua vita e la sua carriera hanno conferito all’ambiente costruito della Nazione americana.