Andrea Palladio “padre dell’architettura statunitense”

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La notizia non è recente perché risale al 2010, ma l’ho appresa solo in questi giorni e ho pensato che meritasse una menzione, anche perché qui in Italia se n’è parlato davvero poco. A seguito del cinquecentesimo anniversario dalla nascita dell’architetto Andrea Palladio, il Congresso degli Stati Uniti d’America ha approvato all’unanimità la concurrent resolution n. 259 del 6 dicembre 2010 con la quale ha riconosciuto ufficialmente il celebre artista italiano come il padre all’architettura statunitense. Sono diversi infatti i monumenti americani ispirati allo stile dell’architetto nato nel 1508 a Padova: il più celebre è indubbiamente la Casa Bianca, ma si possono citare anche Monticello, il Campidoglio statunitense e il Jefferson Memorial. La risoluzione afferma che “gli edifici più rappresentativi della nostra Nazione […] riflettono l’influenza dell’architettura di Palladio” e arriva addirittura a definire i Quattro Libri dell’Architettura (il trattato di Palladio) “la più influente pubblicazione d’architettura mai prodotta” che “ha determinato gran parte dell’immagine architettonica della civiltà occidentale”.
Di seguito pubblico la traduzione in italiano del testo ufficiale della risoluzione. Per visualizzare invece il testo originale in inglese potete cliccare qui.

111° Congresso degli Stati Uniti d’America

Risoluzione concertata

Considerato che nel 2008 ricorreva il 500° anniversario della nascita dell’architetto italiano Andrea Palladio;

Considerato che Andrea Palladio nacque a Padova come Andrea di Pietro il 30 novembre 1508;

Considerato che Palladio, nato di umili origini, fece pratica da scalpellino nei primi anni della sua vita;

Considerato che sotto la protezione del conte Giangiorgio Trissino (1478-1550), Palladio studiò architettura, ingegneria, topografia e scienze militari quando aveva circa venticinque anni;

Considerato che nel 1540 il conte Trissino lo ribattezzò “Palladio”, un riferimento alla sapienza di Pallade Atena così come alla forma italiana del nome dello scrittore romano del IV secolo, Rutilius Taurus Aemilianus Palladius;

Considerato che i progetti di Palladio per opere pubbliche, chiese, palazzi e ville sono reputati fra gli esiti architettonici più rilevanti del Rinascimento italiano;

Considerato che l’insieme degli edifici tuttora esistenti di Palladio è inserito nella World Heritage List dell’UNESCO;

Considerato che il trattato di Palladio, “I Quattro Libri dell’Architettura”, è la più influente pubblicazione d’architettura mai prodotta e ha determinato gran parte dell’immagine architettonica della civiltà occidentale;

Considerato che “I Quattro Libri dell’Architettura” hanno costituito una fonte primaria della progettazione classica per molti architetti e costruttori negli Stati Uniti dall’epoca coloniale a oggi;

Considerato che Thomas Jefferson chiamò “I Quattro Libri dell’Architettura” di Palladio la “Bibbia” della pratica architettonica e adoperò i principi di Palladio fissando standard duraturi per l’architettura pubblica negli Stati Uniti e costruendo il proprio capolavoro, Monticello;

Considerato che gli edifici più rappresentativi della nostra Nazione, compresi il Campidoglio degli Stati Uniti e la Casa Bianca, riflettono l’influenza dell’architettura di Palladio attraverso il movimento anglo-palladiano che fiorì nel XVIII secolo;

Considerato che i pioneristici disegni di Palladio di ricostruzione e restituzione di antichi templi romani ne “I Quattro Libri dell’Architettura” fornirono ispirazione per molti dei grandi edifici classici americani dei secoli XIX e XX, nel periodo noto come il Rinascimento Americano;

Considerato che il Rinascimento Americano segnò l’apice della tradizione classica e arricchì gli Stati Uniti da una costa all’altra di innumerevoli opere architettoniche di dignità e bellezza intramontabili, incluso il John A. Wilson Building, sede governativa del District of Columbia;

Considerato che i monumenti architettonici americani ispirati sia direttamente sia indirettamente dagli scritti, dalle illustrazioni e dai progetti di Palladio formano una grande e inestimabile parte dell’eredità culturale della nostra Nazione;

Considerato che organizzazioni culturali, istituzioni educative, agenzie governative e molte altre realtà stanno celebrando questo speciale 500° anniversario, compresi il Comitato Nazionale Italiano Andrea Palladio 500, il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, Palladium Musicum, Inc., l’Istituto Italiano di Cultura e lo Institute of Classical Architecture and Classical America, come pure altre organizzazioni culturali italiane e italo-americane, come la Italian Heritage and Culture Committee of New York, Inc., e la Italian Cultural Society of Washington, DC, Inc., con un’ampia varietà di eventi diretti al grande pubblico, pubblicazioni, simposi, cerimonie di proclamazione e tributi al genio e all’eredità di Palladio;

Tutto ciò considerato ora, pertanto, è deliberato dalla Camera dei Rappresentanti, congiuntamente con il Senato, che il Congresso degli Stati Uniti d’America:

(1) riconosce il 500° anniversario della nascita di Andrea Palladio; (2) riconosce la sua immensa influenza sull’architettura degli Stati Uniti; e (3) esprime la propria gratitudine per l’arricchimento che la sua vita e la sua carriera hanno conferito all’ambiente costruito della Nazione americana.

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“La piccola città”, Thornton Wilder

Our-Town-moon-imageScegli un giorno senza importanza. Anzi, scegli il giorno meno importante della tua vita. Anche così, sarà importante abbastanza…

Our town di Thorton Wilder (1938) è una commedia teatrale divisa in tre atti e ambientata in una piccola città americana del New Hampshire, Grover’s Corners. Qui vivono le famiglie Webb e Gibbs, i cui figli Emily e George dopo anni di lunga amicizia si innamorano e si sposano. La loro è un’esistenza del tutto ordinaria, come quella dei concittadini. La semplicità e la ripetitività delle situazioni di vita rappresentate nei primi due atti sono infatti assolute. Sembra davvero che a Grover’s Corners non accada nulla di significativo o tale da catturare la curiosità dello spettatore: colazioni preparate la mattina presto, interrogazioni a scuola, passanti che discutono del freddo e della pioggia, prove di canto in chiesa. Anche la relazione tra i due protagonisti appare del tutto convenzionale, così come il loro matrimonio.

Ma Our town non è la semplice storia di un paesino della provincia americana di inizio ‘900. E’ molto di più. Lo si capisce nel terzo ed ultimo atto, quando uno dei due giovani sposi muore e una volta nell’aldilà chiede e ottiene di rivivere un giorno qualunque della propria vita a Grover’s Corners. A questo punto, quella che fino a prima era parsa una commediola leggera si tinge improvvisamente di dramma, trascinando lo spettatore in uno stato di turbamento interiore e di sconforto.

Our town è un piccolo capolavoro sul valore inestimabile della quotidianità. L’autore ci invita ad apprezzare e godere la vita nelle piccole cose, nei gesti ripetuti, nelle situazioni più consuete e prevedibili, nei momenti più ordinari. Il monito finale è quello di non sciupare il proprio tempo, prima che sia troppo tardi.

“Una nazione allo sbando”, Elena Aga Rossi

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L’otto settembre del ’43 è una data spartiacque nella storia del nostro Paese: l’armistizio con gli anglo-americani segna infatti in modo indelebile non solo il corso della guerra ma anche gli anni immediatamente a seguire, aprendo la strada al nuovo ordine politico che si sarebbe poi instaurato in Italia a conflitto concluso e che conosciamo ancora oggi. Eppure, molti testi di storia dedicano soltanto poche righe a questo evento epocale, come se non avesse alcuna importanza indagare l’intreccio di situazioni che portò alla scelta di uscire dalla guerra condotta fino a quel momento assieme alla Germania. Le modalità della resa italiana e in particolare il pessimo comportamento della dirigenza politica e militare di allora sembrano aver interessato poco i nostri storici, nonostante abbiano avuto un impatto devastante sulla società italiana del tempo.

Non si può dimenticare infatti che gli italiani nel settembre del ’43 assistettero impotenti alla dissoluzione del proprio Stato, delle sue istituzioni e del suo esercito: l’Italia cessava di essere un Paese indipendente e sovrano, poiché i suoi destini erano ormai esclusivamente nelle mani di eserciti stranieri (quello tedesco e quelli alleati) che da Nord a Sud ne occupavano il territorio. I nostri soldati venivano lasciati senza ordini precisi, finendo così alla mercé dei tedeschi, desiderosi di vendicare il “tradimento” italiano. L’ignobile fuga da Roma del re, istituzione simbolo dell’unità nazionale fin dai tempi del Risorgimento, aggravò un quadro di per sé già drammatico per una popolazione ormai priva di punti di riferimento. Come ne uscì il nostro sentimento patriottico da una simile tragedia? Benedetto Croce nel suo diario scrisse: “Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente“.

Il libro di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando – 8 settembre 1943” (edito da Il Mulino) descrive gli eventi e i personaggi che portarono all’armistizio con gli Alleati. La principale fonte dell’opera è costituita da documenti d’archivio inglesi, americani e italiani. Il periodo analizzato dalla scrittrice è quello dei famosi “quarantacinque giorni” che passarono dalla deposizione di Mussolini all’otto settembre, nei quali la classe politica e militare italiana cercò infruttuosamente un accordo per uscire dalla guerra con gli Alleati, inflessibili nell’applicazione del principio della resa incondizionata (‘se volete arrendervi, dovete farlo alle nostre condizioni’). Il terrore che i tedeschi potessero venire a sapere di queste trattative e il desiderio di conservare comunque l’onore nei loro confronti segnarono le mosse dei vertici italiani, i quali, nonostante stessero per firmare un armistizio con gli angloamericani, non predisposero  alcuna misura per proteggere il Paese da una prevedibilissima invasione nazista.
Emerge dunque un quadro caratterizzato dall’incapacità decisionale e dalla debolezza della nostra classe dirigente, in particolare del capo del governo Pietro Badoglio, di cui l’autrice scrive:

“Taylor pretese di parlare con Badoglio e si fece portare a casa del maresciallo, che stava tranquillamente dormendo. Apparso in pigiama davanti ai suoi ospiti, Badoglio si limitò a confermare le affermazioni di Carboni. Per due volte, nei due momenti più tragici della nostra storia recente, la notte di Caporetto e la notte tra il 7 e l’8 settembre del 1943, le sorti del nostro Paese sono state affidate a Badoglio e in entrambi i casi Badoglio andò a dormire

Dopo l’annuncio dell’armistizio, la nazione fu abbandonata a se stessa: il re, il governo e molti generali preferirono salvare la propria pelle piuttosto che difendere il loro Paese dall’inevitabile reazione degli ormai ex-alleati. Ai primi momenti di felicità e commozione per l’uscita dell’Italia dalla guerra seguì quasi immediatamente la tragedia dell’invasione tedesca, a cui i militari non erano stati minimamente preparati. La maggior parte si fece disarmare senza opporre resistenza nella speranza di tornare subito a casa (cosa che non accadde: furono spediti nei campi di internamento in Germania), altri invece – spinti da un sentimento di onore militare – si rifiutarono di lasciare le armi e diedero vita ad accese lotte contro i soldati della Wermacht: la più celebre di tutte è sicuramente quella che si svolse in Grecia, a Cefalonia, e che vide come protagonista la divisione Acqui del generale Gandin. Infine, una parte decise di continuare la guerra al fianco della Germania, aderendo così alla Repubblica Sociale di Mussolini.

Seguirono due anni di lotta cruenta, che lasciarono segni incancellabili nella nostra storia nazionale. Il modo in cui quella drammatica situazione fu gestita dalla nostra classe dirigente mise l’Italia in pessima luce agli occhi di tutto il mondo. Da una parte gli Alleati si aspettavano un Paese maggiormente capace di fornire un contributo nella lotta ai tedeschi. Lo sfacelo delle istituzioni e dell’esercito italiano non esisteva neppure nelle loro peggiori previsioni. D’altra parte le forze dell’Asse (la Germania in particolare) ci consideravano ormai dei “traditori” che avevano lasciato vilmente il campo proprio nel momento della difficoltà.

Le domande principali che ci si può porre riguardo all’otto settembre sono le seguenti: l’armistizio con gli angloamericani era davvero inevitabile? I nostri vertici politici e militari potevano agire in modo diverso prima e dopo il suo annuncio? Perché mostrarono tanta incompetenza in un momento così grave della nostra storia? E ancora: quello dell’Italia fu un vero tradimento nei confronti della Germania o è possibile individuare delle scusanti? Era veramente praticabile da parte dell’Italia un capovolgimento di fronte contro i vecchi alleati?

Tutti quesiti a cui l’opera di Elena Aga Rossi cerca di dare una risposta, guardando la vicenda da diverse angolature, senza pregiudizi ideologici e con l’ausilio di una mole ragguardevole di documenti e fonti storiche.

D-Day

d day

...contre nous de la tyrannie, l’étendard sanglant est levé!…

(dalla “Marsigliese”)

“George Gray”, Edgar Lee Masters

Non sempre siamo capaci di vivere la nostra vita con entusiasmo, così come non sempre siamo disposti a rischiare, a metterci in gioco e a provare strade nuove. Molto spesso infatti rimaniamo in disparte, ci defiliamo e anche quando ci si prospetta la possibilità di essere felici, ci tiriamo indietro intimoriti dai rischi. La paura di vivere è il filo conduttore della vita di molte persone. Questa poesia, per me splendida, è un monito a non concludere la propria esistenza col rimpianto di non aver vissuto.

Molte volte ho studiato

la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione,

ma la mia vita.

Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porte, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio –

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

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tratta dall’Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters