“L’arte di amare”, Erich Fromm

arsamandiI più sono convinti che in materia di amore non ci sia proprio nulla da imparare: la vera difficoltà sta nell’individuare il soggetto da amare, la persona giusta, ma una volta che la si è trovata si crede che l’amore verrà da sé, spontaneamente, in modo del tutto naturale. Allo stesso tempo è invalsa l’idea secondo cui l’amore sia un evento casuale, qualcosa in cui imbattersi sia solo questione di fortuna.
Contrariamente a queste convinzioni radicate e diffuse, nel suo celebre saggio L’arte di amare (1956) il filosofo tedesco Erich Fromm sostiene che l’amore sia un’arte che richiede saggezza, umiltà e coraggio e che non possa in nessun caso essere disgiunta da specifiche qualità interiori maturate dall’individuo nel corso della sua esistenza. In altri termini: l’amore non è un caso, né qualcosa che si possa improvvisare, ma un’abilità ed insieme una condizione a cui si può veramente giungere solo dopo un lungo percorso di crescita interiore. Naturalmente non tutti sono capaci di amare, ma chiunque, con gli opportuni sforzi e sacrifici, può imparare.
Di certo l’opera di Fromm non è un manuale di seduzione e chiunque si appresti a leggerla con questa aspettativa ne rimarrà deluso. Obiettivamente alcuni suoi passaggi non sono di immediata comprensione, ma i numerevoli riferimenti alla letteratura, alla psicologia e alla religione ne fanno senza dubbio un saggio di notevole interesse e spessore. Nonostante sia stato scritto ben sessant’anni fa, si può a buon diritto affermare che conservi intatta la propria attualità, specialmente laddove segnala quelle criticità della società occidentale che rendono complicata l’espressione di un vero amore (l’unico anacronismo è dato dalla totale assenza di riferimenti ai quegli strumenti della tecnologia come computer e cellulari che negli ultimi vent’anni hanno cambiato le nostre vite e quindi, in parte, anche le relazioni amorose).
Diverse riflessioni sul rapporto tra amore, vita e maturità del soggetto sono destinate a rimanere scolpite nella mente del lettore, che si troverà di fronte ad uno di quei libri che hanno l’encomiabile potere di influenzare incisivamente la prospettiva su un dato argomento, portando a mettere in discussione convincimenti dati fino a prima per certi ed indiscutibili.

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La passione

PaoloFrancescaGradara[1]Il termine passione è usato comunemente in senso positivo, come sinonimo di amore (che nella nostra cultura è quanto di meglio possa capitare nella vita di una persona). In altre situazioni assume un valore neutro, come quando viene utilizzato nel suo significato di passatempo o di particolare inclinazione a qualche attività: “quali sono le tue passioni?” è la domanda che tutti quanti ci siamo sentiti fare almeno qualche volta durante una nuova conoscenza o un colloquio di lavoro.

Forse ci si dimentica però che la parola passione nasce con un significato ben diverso. Dal latino patire, la passione è infatti prima di tutto una sofferenza fisica o dell’animo, qualcosa da cui si è schiacciati e che si è costretti proprio malgrado a subire. Non a caso il termine passivo condivide la stessa origine.

Nel mondo antico, anche per l’influsso della morale stoica, la passione era percepita come qualcosa di nocivo per l’animo: “le passiones diventano irrequietezza, quell’essere mosso e agitato senza direzione che distrugge la calma del saggio. La parola passio riceve così un senso accentuamente peggiorativo: ogni stato di irrequietezza e di agitazione provocato dalle cose del mondo va evitato per quanto possibile; compito del saggio è di non incontrare il mondo, almeno interiormente, di non farsi turbare da esso, di essere impassibile*. Riflettendoci con un po’ di attenzione, è davvero complesso trovare un’opera letteraria dell’antichità dove la passione non dispieghi i suoi effetti distruttivi: si pensi all’Iliade e alla guerra tra Troiani e Achei scatenata dall’amore di Elena per Paride; all’odio cieco di Achille causato dalla morte dell’amato Patroclo; o al travolgente sentimento di Didone per Enea nel più celebre poema di Virgilio; e ancora, all’ira di Medea che divorata dalla gelosia per Giasone arriva ad uccidere i due figli da lui avuti. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. In tutti questi casi la passione si presenta come una perturbazione dell’animo portatrice di sventure e di violenza.

Con l’avvento del Cristianesimo, la parola mantiene la sua accezione negativa di dolore e sofferenza, con particolare riferimento al Cristo e alla sua passione. Sant’Agostino definisce passio come motus animi contra rationem, moto interiore contrario alla ragione. Rimane dunque ferma l’idea greco-romana di una forza impetuosa e travolgente che minaccia di allontanare l’uomo dalla felicità e di spezzare i delicati equilibri che sorreggono la sua vita. Anche nelle opere letterarie del Medio-Evo infatti la passione conosce quasi solo esiti tragici: è il caso dell’amore tra Paolo e Francesca, a cui Dante dedica un canto della Divina Commedia, o della struggente storia di Tristano e Isotta, di origini celtiche, ma anche del tradimento di Ginevra, moglie di re Artù, col cavaliere Lancillotto. Che dire poi del dolore cantato nella poesia dei trovatori per la donna amata?

In definitiva, la nostra attuale concezione di passione è ben lontana dal suo significato originario ed autentico di sofferenza. Non è affatto semplice però affermare cosa abbia condotto a questo radicale mutamento di senso del termine, accentuatosi in particolare nell’ultimo secolo, con una vastissima produzione letteraria, cinematografica e musicale tesa in gran parte a dipingere la passione amorosa non come qualcosa di distruttivo ma di nobile e gratificante.

* E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblica nella tarda antichità latina e nel Medioevo, Milano, 1970

Jaufré Rudel e l’amor de lonh

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Contessa, che è mai la vita?
È l’ombra di un sogno fuggente.
La favola breve è finita,
Il vero immortale è l’amor

Nella Francia meridionale del XII secolo nacque un genere poetico destinato a lasciare il segno nella storia della letteratura occidentale: la poesia dei trovatori. I trovatori proposero coi loro versi una concezione dell’amore tutta nuova, sia rispetto alla tradizione classica – dove l’amore era concepito quasi esclusivamente nella sua accezione erotica e sensuale – sia rispetto a quella cristiano-medioevale – dove l’amore assumeva tinte quasi peccaminose ed era in ogni caso confinato al solo ambito del matrimonio.

Questo ‘nuovo’ amore dei trovatori francesi era anzitutto impossibile, irraggiungibile e non corrisposto. I trovatori cantavano i loro sentimenti per donne (di rango nobile) che non gli appartenevano e che mai sarebbero potute appartenergli, perché sposate, promesse ad altri uomini o lontane. L’amore di questi poeti dunque non coincideva col possesso, ma col desiderio. Trattandosi di un amore impossibile, la sua dimensione non era e non poteva essere quella del matrimonio. Ma agli occhi dei trovatori questo amore era più puro ed intenso di ogni altro: non si nutriva di piacere corporeo, ma di solo sentimento, un sentimento così forte e profondo da assumere quasi i contorni della fede. La donna cantata in queste poesie è così idealizzata da non sembrare nemmeno umana, ma piuttosto angelica: giovane, bella, dal cuore gentile.

Giaufré Rudel ch’usò la vela e ‘l remo
A cercar la sua morte

E’ con questi versi che Francesco Pretarca ricorda uno dei principali rappresentanti di quel genere letterario, Jaufré Rudel, principe di Blaia (Francia). La sua poetica passò alla storia come ‘amor de lonh’, che letteralmente significa ‘amore di lontano’: Rudel infatti cantava il proprio amore -non corrisposto- per una donna lontana, la contessa di Tripoli (Siria). La figura di questo poeta affascinò moltissimi letterati anche nei secoli successivi. Quello che forse più di ogni altra cosa lasciò meravigliati fu la coincidenza tra le sue rime e la sua vita, per come ci è stata tramandata dalla leggenda. Si narra infatti che Jaufrè Rudel, principe di Blaia,  si innamorò della Contessa di Tripoli senza averla mai incontrata, solo per averne sentito parlare dai pellegrini che venivano dalla Siria. Compose diverse poesie per lei, tanto da diventare celebre per questa sua attività letteraria. Per vedere la Contessa si fece crociato e partì per l’Oriente, ma durante il viaggio in mare si ammalò e, una volta giunto in Siria, venne portato morente in un albergo. La Contessa fu informata dell’arrivo del famoso poeta e si recò presso l’albergo, dove Rudel potè finalmente vederla ed abbracciarla, prima di esalare l’ultimo respiro. La  leggenda dice infine che la Contessa sarebbe rimasta tanto toccata da un sentimento così profondo e sincero al punto da abbandonare gli onori della nobiltà e farsi monaca.

La più celebre poesia di Rudel (morto giovane, a soli 23 anni) è ‘Lanqan li jorn son long en mai’, che riporto di seguito nella sua versione originale e nella traduzione in italiano di Roberto Gagliardi.

Lanquan li jorn son lonc en mai
m’es belhs dous chans d’auzelhs de lonh,
e quan me sui partitz de lai
remembra·m d’un’amor de lonh:
vau de talan embroncx e clis,
si que chans ni flors d’albespis
no·m platz plus que l’iverns gelatz.
Allor che i giorni sono lunghi a maggio,
mi piace il dolce canto degli uccelli di lontano,
e quando mi sono partito di là
mi ricordo di un amor lontano.
Vado per il desiderio imbronciato e a capo chino,
così che né canto né fior di biancospino
mi giovano più dell’inverno gelato.
Ja mais d’amor no·m jauzirai
si no·m jau d’est’amor de lonh:
que gensor ni melhor non sai
ves nulha part, ni pres ni lonh.
Tant es sos pretz verais e fis
que lai el reng dels sarrazis
fos ieu per lieis chaitius clamatz!
Mai d’amore io godrò
se non godo di questo amor lontano,
perché non conosco (donna) più nobile e buona
in nessun luogo, vicino o lontano;
tanto è il suo pregio verace e fino
che là, nel regno dei Saraceni,
fossi io per lei tenuto prigioniero!
Iratz e jauzens m’en partrai,
s’ieu ja la vei l’amor de lonh;
mas no sai quoras la veirai,
car trop son nostras terras lonh:
assatz i a pas e camis,
e per aisso no·n sui devis…
Mas tot sia cum a Dieu platz!
Triste e gioioso me ne partirò,
dopo averlo visto, l’amore lontano:
ma non so quando la vedrò,
perché le nostre terre sono troppo lontane:
vi sono molti valichi e strade, e perciò
non posso indovinare (quando la vedrò):
ma sia tutto secondo la volontà di Dio!
Be·m parra jois quan li querrai,
per amor Dieu, l’alberc de lonh:
e, s’a lieis platz, alberguarai
pres de lieis, si be·m sui de lonh.
Adoncs parra·l parlamens fis
quan drutz lonhdas er tan vezis
qu’ab cortes ginh jauzis solatz.
Mi sembrerà certo gioia quando io le chiederò,
per amore di Dio, l’albergo lontano,
e, se a lei piaccia, abiterò presso di lei,
anche se di lontano:
dunque sarà fino il parlare,
quando l’amante lontano sarà tanto vicino,
che sarà consolato dalle belle parole.
Ben tenc lo Senhor per verai
per qu’ieu veirai l’amor de lonh;
mas per un ben que m’en eschai
n’ai dos mals, quar tan m’es de lonh.
Ai! car me fos lai pelegris,
si que mos fustz e mos tapis
fos pels sieus belhs huelhs remiratz!
So bene che il Signore è veritiero,
per questo io vedrò l’amor lontano;
ma per un bene che ne traggo
ne ho due mali, tanto sono lontano.
Ahi! perché non sono andato laggiù da pellegrino,
così che il mio bordone e la mia schiavina
fossero visti dai suoi begli occhi!
Dieus, que fetz tot quant ve ni vai
e formet sest’amor de lonh,
mi don poder, que cor ieu n’ai,
qu’ieu veia sest’amor de lonh,
veraiamen, en tals aizis,
si que la cambra e·l jardis
mi resembles totz temps palatz!
Dio che fece tutto ciò che viene e va
e creò questo amor lontano
mi dia la possibilità, che io certo lo voglio,
di vedere questo amor lontano;
veramente, con tale agio
che la camera e il giardino
mi ricordino sempre dei palazzi!
Ver ditz qui m’apella lechai
ni deziron d’amor de lonh,
car nulhs autres jois tan no·m plai
cum jauzimens d’amor de lonh.
Mas so qu’ieu vuelh m’es atahis,
qu’enaissi·m fadet mos pairis
qu’ieu ames e non fos amatz.
Dice il vero chi mi chiama ghiotto
e desideroso dell’amor lontano,
che null’altra gioia tanto mi piace
come il godere dell’amor lontano.
Ma ciò che voglio mi è negato,
che così mi dette in sorte il mio padrino,
che io amassi e non fossi amato.
Mas so qu’ieu vuelh m’es atahis.
Totz sia mauditz lo pairis
que·m fadet qu’ieu non fos amatz!
Ma ciò che voglio mi è negato,
che così mi dette in sorte il mio padrino,
che io amassi e non fossi amato!

“George Gray”, Edgar Lee Masters

Non sempre siamo capaci di vivere la nostra vita con entusiasmo, così come non sempre siamo disposti a rischiare, a metterci in gioco e a provare strade nuove. Molto spesso infatti rimaniamo in disparte, ci defiliamo e anche quando ci si prospetta la possibilità di essere felici, ci tiriamo indietro intimoriti dai rischi. La paura di vivere è il filo conduttore della vita di molte persone. Questa poesia, per me splendida, è un monito a non concludere la propria esistenza col rimpianto di non aver vissuto.

Molte volte ho studiato

la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione,

ma la mia vita.

Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porte, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio –

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

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tratta dall’Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters

La vita e il pensiero di Friedrich Nietzsche

Introduzione all’opera di Nietzsche “Così parlò Zarathustra”, Casa Editrice Ghelfi (Milano), terza edizione, anno 1956. 

Federico Nietzsche nacque a Röcken, in Prussia, il 15 Ottobre 1844: orfano di padre in giovanissima età, ebbe un’educazione severa; preferì fin da fanciullo i libri ai giochi, e, giovanetto, leggeva la Bibbia agli altri con accenti ispirati.

A diciott’anni perse la fede in Dio e passò il resto della vita a cercare una nuova divinità in sostituzione di quella: credette di averla trovata nel Superuomo. Divenne cinico e pessimista, ed in ciò ebbero grande influenza le opere di Schopenhauer; ma ben presto denunziò il pessimismo come una forma di decadenza, ed esaltò la tragedia come l’aspetto bello e vitale dell’umanità. A vent’anni era già un infelice cui per tutta la vita mancò la serenità del saggio e la calma di una mente equilibrata. A 25 anni fu nominato professore di filosofia classica all’Università di Basilea.

Ebbe una grande ammirazione per Bismark e per le sue sanguinarie imprese, e quando nel 1870 scoppiò il conflitto franco-tedesco, sentì quanto fosse grande la potenza della parola “Stato, che è richiamo del sangue che innalza all’eroismo”: “Sentii per la prima volta che la più forte e alta volontà di vivere non si estrinseca nella misera quotidiana lotta per la vita, ma nella volontà di fare la guerra, nella volontà di potenza e prepotenza”.

Da questa ispirazione nacque Così parlò Zarathustra. Zarathustra è il vangelo di Nietzsche ed i libri successivi ne costituirono il commento. Con Al di là del bene e del male e Genealogia della morale si ripromise di distruggere la vecchia impalcatura morale dell’umanità, preparando il terreno alla morale del Superuomo, per la quale l’onore (concetto pagano, romano, feudale, aristocratico) è forza e potenza, e coscienza (concetto ebraico, cristiano, borghese, democratico) è debolezza ed inutile pietà. Lo stesso amore non è in fondo che desiderio di possesso: corteggiare una donna assomiglia a un combattimento, col possederla la si domina.“L’uomo è l’animale più crudele” dice Zarathustra.

La via che conduce al Superuomo deve passare necessariamente attraverso un regime aristocratico; prima che sia troppo tardi la democrazia, “questa mania di contare i nasi!”, deve essere sradicata. Ed alla ricerca di questo Superuomo, Nietzsche dedicò tutto se stesso, credendo in esso come salvatore dell’umanità: lottò contro il sistema morale tradizionale: negandone la validità in nome di una nuova morale: quella dell’eroe. Zarathustra dice: “Amo colui che vuole la creazione di qualcosa oltre se stesso, e poi perisce”.

L’intensità del pensiero consumò Nietzsche, ossessionandolo fino alla follia, e nella demenza, lo spregiatore della felicità, trovò il primo attimo di pace della sua vita. E la natura ebbe forse pietà di lui il giorno in cui gli tolse la ragione. Morì, pazzo, nel 1900. Di lui Will Durant scrisse: “Giammai un uomo pagò a più caro prezzo la sua genialità”.