“Dalla Serenissima al Regno d’Italia. Il plebiscito del 1866”, Angela Maria Alberton

plebiscito_per-segnalazione-uscitaIl centocinquantesimo anniversario dell’unione del Veneto al Regno d’Italia (1866-2016) è stato l’occasione per molteplici dibattiti sulle modalità attraverso le quali questa regione è passata dal dominio dell’Austria alla sovranità italiana. Principale oggetto di discussione è stato il plebiscito tenutosi nell’ottobre del 1866, mediante il quale la popolazione maschile delle province venete fu chiamata ad esprimere la propria volontà di annessione allo Stato appena formatosi sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II. Al riguardo, specialmente negli ultimi decenni, un filone revisionista particolarmente battagliero ha parlato di “truffa”, di “brogli” e di “inganno”, facendo così intendere che le popolazioni del Veneto sarebbero state ingiustamente private del loro diritto naturale ad autodeterminarsi.

Un libro di recente pubblicazione che analizza quelle contestate vicende storiche è Dalla Serenissima al Regno d’Italia – Il plebiscito del 1866 di Angela Maria Alberton (dottoressa di ricerca in Scienze storiche e già autrice di Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento). L’opera è divisa in due parti: nella prima, viene approfondita la questione veneta per come fu fronteggiata all’epoca non solo dall’Italia, ma anche dagli altri governi europei (Francia, Austria, Inghilterra e Prussia). Nella seconda, si affronta l’argomento della cessione del Veneto e del tanto vituperato plebiscito, rispetto al quale l’autrice si prefigge di rispondere puntualmente alle seguenti domande: chi lo volle? che valore aveva?
Infine, il libro si conclude con un interessante capitolo sulle reali chance che dalle vicende diplomatiche e belliche del tempo potesse sorgere un Veneto autonomo, vale a dire né austriaco né italiano.

Senza anticiparne ulteriormente i contenuti, mi limito a segnalare agli interessati di storia nazionale questo libro, nella speranza che possa essere debitamente considerato nel dibattito su un argomento che, per ragioni estranee alla storiografia, appare sempre più spinoso.

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Le letture e i viaggi (dalle “Lettere morali a Lucilio” di Seneca)

Esiste un collegamento che unisce le letture ai viaggi: entrambi conducono verso una dimensione diversa da quella a cui siamo quotidianamente abituati. Se il viaggio ci porta in altro luogo, la lettura compie esattamente la stessa operazione, lasciandoci però dove siamo. Si tratta di due attività che offrono molteplici possibilità di arricchimento interiore, ma come vanno gestite e a quali condizioni possono offrire reali benefici? Nella sua seconda lettera all’amico Lucilio (che viene qui richiamata in forma parziale), il filosofo Seneca affronta direttamente il tema, appellandosi, come di consueto, alla moderazione e alla stabilità.

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Testo originale

1. Ex iis quae mihi scribis et ex iis quae audio bonam spem de te concipio: non discurris nec locorum mutationibus inquietaris. Aegri animi ista iactatio est: primum argumentum compositae mentis existimo posse consistere et secum morari. 2. Illud autem vide, ne ista lectio auctorum multorum et omnis generis voluminum habeat aliquid vagum et instabile. Certis ingeniis immorari et innutriri oportet, si velis aliquid trahere quod in animo fideliter sedeat. Nusquam est qui ubique est. Vitam in peregrinatione exigentibus hoc evenit, ut multa hospitia habeant, nullas amicitias; idem accidat necesse est iis qui nullius se ingenio familiariter applicant sed omnia cursim et properantes transmittunt. 3. Non prodest cibus nec corpori accedit qui statim sumptus emittitur; nihil aeque sanitatem impedit quam remediorum crebra mutatio; non venit vulnus ad cicatricem in quo medicamenta temptantur; non convalescit planta quae saepe transfertur; nihil tam utile est ut in transitu prosit. Distringit librorum multitudo; itaque cum legere non possis quantum habueris, satis est habere quantum legas. 4. ‘Sed modo’ inquis ‘hunc librum evolvere volo, modo illum.’ Fastidientis stomachi est multa degustare; quae ubi varia sunt et diversa, inquinant non alunt. Probatos itaque semper lege, et si quando ad alios deverti libuerit, ad priores redi. Aliquid cotidie adversus paupertatem, aliquid adversus mortem auxili compara, nec minus adversus ceteras pestes; et cum multa percurreris, unum excerpe quod illo die concoquas. 5. Hoc ipse quoque facio; ex pluribus quae legi aliquid apprehendo.

Traduzione

1. Da ciò che mi scrivi, e da quello che sento, attingo buone speranze sul tuo conto: non vaghi di qua e di là e non sei angosciato dal cambiar continuamente di luogo. Questa frenesia è tipica di un animo ammalato: il primo indizio di una mente equilibrata penso che sia il saper trovare un punto fermo e restare in compagni di se stessi. 2. Sta’ bene attento, però, che codesto tuo leggere molti autori e volumi d’ogni genere non sia qualcosa di vacillante e inconsistente. E’ opportuno indugiare su pensatori ben selezionati e assimilarli, se intendi ricavarne elementi utili che si mantengano facilmente nel tuo animo. Non è in alcun luogo chi si trova dappertutto. Ecco quel che capita a chi trascorre la vita spostandosi da un luogo all’altro: incontra molta gente che lo ospita, ma nessuna amicizia. E questo è anche il destino di quanti non studiano a fondo qualche grande pensatore, ma passano in rassegna ogni cosa di corsa e senza soffermarsi su alcuna. 3. Non serve all’organismo né viene assimilato quel cibo che, una volta assunto, è subito eliminato; nulla ostacola in eguale misura la salute quanto il cambiare medicamento a ogni piè sospinto; non riesce a cicatrizzarsi quella ferita in cui si tentano vari farmaci; non si rinvigorisce quella talea che viene spesso trapiantata. Non esiste nulla di così utile da poter giovare di sfuggita. La quantità di libri ti mette a disagio: bene, poiché non potresti leggere quanto saresti in grado di procurarti, è sufficiente che tu abbia solo ciò che potresti leggere. 4. “Ma” tu dici “ora voglio srotolare questo volume, ora quello…” E’ proprio di uno stomaco viziato assaggiare molti cibi, e, se questi sono vari e in opposizione l’uno all’altro, intossicano, non nutrono. Dunque leggi sempre libri di provata autorevolezza e se talvolta ti è venuta la voglia di passare ad altri per distrarti, torna poi a quelli di prima. Ogni giorno assicurati qualche aiuto contro l’indigenza, contro la morte e non meno contro altri flagelli, quindi fra i molti pensieri che ti sono passati sotto gli occhi scegline uno solo che tu possa assimilare in quel giorno. 5. Anch’io faccio lo stesso: leggo non so quanti testi e mi tengo saldamente a qualcuno.

(la traduzione dal latino è di Fernando Solinas ed è tratta dalle Lettere morali a Lucilio ed. Oscar Mondadori)

“Trieste nei miei ricordi”, Giani Stuparich

Giani-Stuparich-600x800Immaginate di essere seduti al bar di un’incantevole città in riva all’Adriatico. Non molto distante da voi siede Umberto Saba, mentre attorniato da un piccolo gruppo di amici si avvicina festosamente all’entrata Italo Svevo. Affascinante, no?

Ditelo voi se non è vero: che cosa venivate a cercare quassù? La bellezza d’un golfo azzurro sotto il Carso cilestrino? Forse anche questo; ma soprattutto venivate per quei triestini che vi davano affidamento d’opere e d’ingegni nel campo dell’arte. Quassù era la nuova Italia

È la stagione magica e forse irripetibile di Trieste quella che Giani Stuparich rievoca malinconicamente nelle sue memorie del 1947, subito dopo la guerra, in un tempo di “disperata umiliazione”, quando al termine del funesto periodo della dominazione nazista i triestini videro rispondere al loro anelito di libertà “prima coi quarantacinque giorni dell’occupazione jugoslava, poi con quella angloamericana, infine col dono beffardo del Territorio Libero e la mutilazione dell’Istria”. In un’ora in cui “speranze e delusioni s’alternavano” e “i cittadini camminavano per le strade smarriti, avviliti, guardando da ogni parte, se non fosse per sopraggiungere qualche sorpresa che li scotesse o li annientasse per sempre”, lo scrittore decide di prendere la penna in mano e di raccontare l’età fortunata della sua città, “non come chi cerchi di consolarsi d’un passato felice, ma come uno che frughi in anni considerati perduti, per vedere se non fosse rimasto qualcosa di positivo, di cui far tesoro nella miseria e nell’avvilimento presenti”. Nata con questi intenti, Trieste nei miei ricordi (pubblicata nel 1948 da Garzanti e oggi non più in commercio) è l’autobiografia letteraria di uno dei protagonisti della felice generazione di scrittori triestini della prima metà del secolo scorso; una rievocazione nostalgica del vissuto personale dell’autore, indissolubilmente legato alle alterne vicende storiche di una città non comune.
Ripercorrendo alcune delle sue più significative esperienze, dall’insegnamento al liceo al giornalismo, dall’amicizia con alcuni dei suoi concittadini più celebri all’elaborazione e alla pubblicazione delle proprie opere letterarie, Stuparich ci offre un prezioso scorcio della vita e soprattutto dell’anima di Trieste, paradigma contraddittorio dei “mirabili impasti” di cui personalità di diverse nazioni sono stati capaci e, al contempo, di ciò a cui possono condurre le cieche ambizioni e la violenza degli uomini.


Di Giani Stuparich (1891 – 1961) ho commentato anche:

“Perchè la guerra?”, carteggio Albert Einstein – Sigmund Freud (1932)

Nel 1932 la Società delle Nazioni invitò lo scienziato Albert Einstein ad interloquire con una persona di suo gradimento su un tema da lui scelto. Einstein non era un uomo della politica, ma nel corso della sua vita manifestò sempre saldi convincimenti di natura pacifista. Non deve dunque stupire che nel raccogliere l’invito avanzatogli abbia scelto di discutere la seguente questione: “esiste un modo per liberare gli uomini dalla guerra?”. Come destinatario di una domanda tanto impegnativa decise di rivolgersi al padre della psicanalisi, il dottor Sigmund Freud, nella convinzione che questi, dall’alto della sua “vasta conoscenza della vita istintiva umana”, potesse far “qualche luce sul problema”. All’approccio idealista di Einstein, Freud sembra opporre un certo qual scetticismo, basato essenzialmente sulla constatazione che nell’uomo esiste da sempre una pulsione alla violenza e alla distruzione, anche se poi arriva a concludere che “tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra”.

La lettera di Albert Einstein

EinsteinCaro signor Freud,

La proposta, fattami dalla Società delle Nazioni e dal suo “Istituto internazionale di cooperazione intellettuale” di Parigi, di invitare una persona di mio gradimento a un franco scambio d’opinioni su un problema qualsiasi da me scelto, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione del mondo, la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà. La domanda è: c’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? […] Quanto a me, l’obiettivo cui si rivolge abitualmente il mio pensiero non m’aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano. Pertanto, riguardo a tale inchiesta, dovrò limitarmi a cercare di porre il problema nei giusti termini, consentendoLe così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per far qualche luce sul problema. Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce le scienze mentali ha un vago sentore, e di cui tuttavia non riesce a esplorare le correlazioni e i confini; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all’ambito politico, che elimineranno questi ostacoli.
Essendo immune da sentimenti nazionalistici, vedo personalmente una maniera semplice di affrontare l’aspetto esteriore, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti che sorgano tra loro […] Oggi siamo però lontanissimi dal possedere una organizzazione sovrannazionale che possa emettere verdetti di autorità incontestata e imporre con la forza di sottomettersi all’esecuzione delle sue sentenze. Giungo così al mio primo assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d’azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v’è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza.
L’insuccesso, nonostante tutto, dei tentativi intesi nell’ultimo decennio a realizzare questa meta ci fa concludere senz’ombra di dubbio che qui operano forti fattori psicologici che paralizzano gli sforzi. Alcuni di questi fattori sono evidenti. La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità.
Tuttavia l’aver riconosciuto questo dato inoppugnabile ci ha soltanto fatto fare il primo passo per capire come stiano oggi le cose. Ci troviamo subito di fronte a un’altra domanda: com’è possibile che la minoranza ora menzionata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere? (Parlando della maggioranza non escludo i soldati, di ogni grado, che hanno scelto la guerra come loro professione convinti di giovare alla difesa dei più alti interessi della loro stirpe e che l’attacco è spesso il miglior metodo di difesa.) Una risposta ovvia a questa domanda sarebbe che la minoranza di quelli che di volta in volta sono al potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose. Ciò le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica.
Pure, questa risposta non dà neanch’essa una soluzione completa e fa sorgere una ulteriore domanda: com’è possibile che la massa si lasci infiammare con i mezzi suddetti fino al furore e all’olocausto di sé?
Una sola risposta si impone: perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare, un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degli istinti umani.
Arriviamo così all’ultima domanda. Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione? […]
So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione.

Molto cordialmente Suo

Albert Einstein

La risposta di Sigmund Freud

freudCaro signor Einstein,

Quando ho saputo che Lei aveva intenzione di invitarmi a uno scambio di idee su di un tema che Le interessa e che Le sembra anche degno dell’interesse di altri, ho acconsentito prontamente […]
Lei comincia con il rapporto tra diritto e forza. È certamente il punto di partenza giusto per la nostra indagine. Posso sostituire la parola “forza” con la parola più incisiva e più dura “violenza”? Diritto e violenza sono per noi oggi termini opposti. È facile mostrare che l’uno si è sviluppato dall’altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia da principio accaduto, la soluzione del problema ci appare senza difficoltà […]
I conflitti d’interesse tra gli uomini sono dunque in linea di principio decisi mediante l’uso della violenza. Ciò avviene in tutto il regno animale, di cui l’uomo fa inequivocabilmente parte […] Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggiore forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse essere portata ad attuazione. Presto la forza muscolare viene accresciuta o sostituita mediante l’uso di strumenti; vince chi ha le armi migliori o le adopera più abilmente. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle sue forze, deve essere costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni od opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l’avversario definitivamente, vale a dire lo uccide. Il sistema ha due vantaggi, che l’avversario non può riprendere le ostilità in altra occasione e che il suo destino distoglie gli altri dal seguire il suo esempio. Inoltre l’uccisione del nemico soddisfa un’inclinazione pulsionale di cui parlerò più avanti. All’intenzione di uccidere subentra talora la riflessione che il nemico può essere impiegato in mansioni servili utili se lo s’intimidisce e lo si lascia in vita. Allora la violenza si accontenta di soggiogarlo, invece che ucciderlo. Si comincia così a risparmiare il nemico, ma il vincitore da ora in poi ha da fare i conti con la smania di vendetta del vinto, sempre in agguato, e rinuncia in parte alla propria sicurezza.
Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza. Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell’evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall’unione di più deboli. L’union fait la force. La violenza viene spezzata dall’unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo. Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità […] La comunità deve essere mantenuta permanentemente, organizzarsi, prescrivere gli statuti che prevengano le temute ribellioni, istituire organi che veglino sull’osservanza delle prescrizioni – le leggi – e che provvedano all’esecuzione degli atti di violenza conformi alle leggi. Nel riconoscimento di una tale comunione di interessi s’instaurano tra i membri di un gruppo umano coeso quei legami emotivi, quei sentimenti comunitari sui quali si fonda la vera forza del gruppo.
Con ciò, penso, tutto l’essenziale è già stato detto: il trionfo sulla violenza mediante la trasmissione del potere a una comunità più vasta che viene tenuta insieme dai legami emotivi tra i suoi membri. Tutto il resto sono precisazioni e ripetizioni […]
Anche all’interno di una collettività non può venire evitata la risoluzione violenta dei conflitti. Ma le necessità e le coincidenze di interessi che derivano dalla vita in comune sulla medesima terra favoriscono una rapida conclusione di tali lotte, e le probabilità che in queste condizioni si giunga a soluzioni pacifiche sono in continuo aumento. Uno sguardo alla storia dell’umanità ci mostra tuttavia una serie ininterrotta di conflitti tra una collettività e una o più altre, tra unità più o meno vaste, città, paesi, tribù, popoli, Stati, conflitti che vengono decisi quasi sempre mediante la prova di forza della guerra. Tali guerre si risolvono o in saccheggio o in completa sottomissione, conquista dell’una parte ad opera dell’altra. Non si possono giudicare univocamente le guerre di conquista. Alcune, come quelle dei Mongoli e dei Turchi, hanno arrecato solo calamità, altre al contrario hanno contribuito alla trasformazione della violenza in diritto avendo prodotto unità più grandi, al cui interno la possibilità di ricorrere alla violenza venne annullata e un nuovo ordinamento giuridico riuscì a comporre i conflitti. Così le conquiste dei Romani diedero ai paesi mediterranei la preziosa pax romana. La cupidigia dei re francesi di ingrandire i loro possedimenti creò una Francia pacificamente unita, fiorente. Per quanto ciò possa sembrare paradossale, si deve tuttavia ammettere che la guerra non sarebbe un mezzo inadatto alla costruzione dell’agognata pace “eterna”, poiché potrebbe riuscire a creare quelle più vaste unità al cui interno un forte potere centrale rende impossibili ulteriori guerre. Tuttavia la guerra non ottiene questo risultato perché i successi della conquista di regola non sono durevoli; le unità appena create si disintegrano, perlopiù a causa della insufficiente coesione delle parti unite forzatamente […] Per quanto riguarda la nostra epoca, si impone la medesima conclusione a cui Lei è giunto per una via più breve. Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interessi. Sono qui chiaramente racchiuse due esigenze diverse: quella di creare una simile Corte suprema, e quella di assicurarle il potere che le abbisogna. La prima senza la seconda non gioverebbe a nulla. Ora la Società delle Nazioni è stata concepita come suprema potestà del genere, ma la seconda condizione non è stata adempiuta; la Società delle Nazioni non dispone di forza propria e può averne una solo se i membri della nuova associazione – i singoli Stati – gliela concedono. Tuttavia per il momento ci sono scarse probabilità che ciò avvenga. Ci sfuggirebbe il significato di un’istituzione come quella della Società delle Nazioni, se ignorassimo il fatto che qui ci troviamo di fronte a un tentativo coraggioso, raramente intrapreso nella storia dell’umanità e forse mai in questa misura. Essa è il tentativo di acquisire mediante il richiamo a determinati princìpi ideali l’autorità (cioè l’influenza coercitiva) che di solito si basa sul possesso della forza. Abbiamo visto che gli elementi che tengono insieme una comunità sono due: la coercizione violenta e i legami emotivi tra i suoi membri (ossia, in termini tecnici, quelle che si chiamano identificazioni). Nel caso in cui venga a mancare uno dei due fattori non è escluso che l’altro possa tener unita la comunità. Le idee cui ci si appella hanno naturalmente un significato solo se esprimono importanti elementi comuni ai membri di una determinata comunità. Sorge poi il problema: Che forza si può attribuire a queste idee? La storia insegna che una certa funzione l’hanno pur svolta. L’idea panellenica, per esempio, la coscienza di essere qualche cosa di meglio che i barbari confinanti, idea che trovò così potente espressione nelle anfizionie, negli oracoli e nei Giuochi, fu abbastanza forte per mitigare i costumi nella conduzione della guerra fra i Greci, ma ovviamente non fu in grado di impedire il ricorso alle armi fra le diverse componenti del popolo ellenico, e neppure fu mai in grado di trattenere una città o una federazione di città dallo stringere alleanza con il nemico persiano per abbattere un rivale. Parimenti il sentimento che accomunava i Cristiani, che pure fu abbastanza potente, non impedì durante il Rinascimento a Stati cristiani grandi e piccoli di sollecitare l’aiuto del Sultano nelle loro guerre intestine. Anche nella nostra epoca non vi è alcuna idea cui si possa attribuire un’autorità unificante del genere. È fin troppo chiaro che gli ideali nazionali da cui oggi i popoli sono dominati spingono in tutt’altra direzione. C’è chi predice che soltanto la penetrazione universale del modo di pensare bolscevico potrà mettere fine alle guerre, ma in ogni caso siamo oggi ben lontani da tale meta, che forse sarà raggiungibile solo a prezzo di spaventose guerre civili. Sembra dunque che il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee sia per il momento votato all’insuccesso. È un errore di calcolo non considerare il fatto che il diritto originariamente era violenza bruta e che esso ancor oggi non può fare a meno di ricorrere alla violenza.
Posso ora procedere a commentare un’altra delle Sue proposizioni. Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all’odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un’istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all’esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni. Mi consente, in proposito, di esporLe parte della teoria delle pulsioni cui siamo giunti nella psicoanalisi dopo molti passi falsi e molte esitazioni? Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire – da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros nel Convivio di Platone) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità, – e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva.
Lei vede che propriamente si tratta soltanto della dilucidazione teorica della contrapposizione tra amore e odio, universalmente nota, e che forse è originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi. Non ci chieda ora di passare troppo rapidamente ai valori di bene e di male. Tutte e due le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto […]
Se Lei è disposto a proseguire con me ancora un poco, vedrà che le azioni umane rivelano anche una complicazione di altro genere. E’ assai raro che l’azione sia opera di un singolo moto pulsionale, il quale d’altronde deve essere già una combinazione di Eros e distruzione. Di regola devono concorrere parecchi motivi similmente strutturati per rendere possibile l’azione […] Pertanto, quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si destino in loro un’intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, quelli di cui si parla apertamente e altri che vengono taciuti. Non è il caso di enumerarli tutti. Il piacere di aggredire e distruggere ne fa certamente parte; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano la loro esistenza e la loro forza. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali, facilita naturalmente il loro soddisfacimento. Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l’impressione che i motivi ideali siano serviti da paravento alle brame di distruzione; altre volte, trattandosi per esempio crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero loro un rafforzamento inconscio. Entrambi i casi sono possibili.
Ho qualche scrupolo ad abusare del Suo interesse, che si rivolge alla prevenzione della guerra e non alle nostre teorie. Tuttavia vorrei intrattenermi ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po’ di speculazione ci siamo convinti che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l’aiuto di certi organi, si rivolge all’esterno, verso gli oggetti. L’essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all’interno dell’essere vivente e noi abbiamo tentato di derivare tutta una serie di fenomeni normali e patologici da questa interiorizzazione della pulsione distruttiva. Siamo perfino giunti all’eresia di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno. Noti che non è affatto indifferente se questo processo è spinto troppo oltre in modo diretto; in questo caso è certamente malsano. Invece il volgersi di queste forze pulsionali alla distruzione nel mondo esterno scarica l’essere vivente e non può non avere un effetto benefico […]
Per gli scopi immediati che ci siamo proposti da quanto precede ricaviamo la conclusione che non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza. presso cui la coercizione e l’aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piacerebbe saperne di più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un’illusione. Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli stranieri […]
Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra. Questi legami possono essere di due tipi. In primo luogo relazioni che pur essendo prive di meta sessuale assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d’amore. La psicoanalisi non ha bisogno di vergognarsi se qui parla di amore, perché la religione dice la stessa cosa: “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Ora, questo è un precetto facile da esigere, ma difficile da attuare. L’altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana.
L’abuso di autorità da Lei lamentato mi suggerisce un secondo metodo per combattere indirettamente la tendenza alla guerra. Fa parte dell’innata e ineliminabile diseguaglianza tra gli uomini la loro distinzione in capi e seguaci. Questi ultimi sono la stragrande maggioranza, hanno bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, alla quale perlopiù si sottomettono incondizionatamente. Richiamandosi a questa realtà, si dovrebbero dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora all’educazione di una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. Che le intrusioni del potere statale e la proibizione di pensare sancita dalla Chiesa non siano favorevoli ad allevare cittadini simili non ha bisogno di dimostrazione. La condizione ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione. Nient’altro potrebbe produrre un’unione tra gli uomini così perfetta e così tenace, perfino in assenza di reciproci legami emotivi. Ma secondo ogni probabilità questa è una speranza utopistica. Le altre vie per impedire indirettamente la guerra sono certo più praticabili, ma non promettono alcun rapido successo. E’ triste pensare a mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina.
Vede che, quando si consulta il teorico estraneo al mondo per compiti pratici urgenti, non ne vien fuori molto. E’ meglio se in ciascun caso particolare si cerca di affrontare il pericolo con i mezzi che sono a portata di mano. Vorrei tuttavia trattare ancora un problema, che nel Suo scritto Lei non solleva e che m’interessa particolarmente. Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, pienamente giustificata biologicamente, in pratica assai poco evitabile. Non inorridisca perché pongo la domanda. Al fine di compiere un’indagine come questa è forse lecito fingere un distacco di cui in realtà non si dispone. La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe, contro la propria volontà, a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali, prodotto del lavoro umano, e altre cose ancora. Inoltre la guerra nella sua forma attuale non dà più alcuna opportunità di attuare l’antico ideale eroico, e la guerra di domani, a causa del perfezionamento dei mezzi di distruzione, significherebbe lo sterminio di uno o forse di entrambi i contendenti. Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell’umanità […]
Da tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo dell’incivilimento (altri, lo so, chiamano più volentieri questo processo: civilizzazione). Dobbiamo ad esso il meglio di ciò che siamo divenuti e buona parte di ciò di cui soffriamo. Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente visibili. Forse porta all’estinzione del genere umano, giacché in più di una guisa pregiudica la funzione sessuale, e già oggi si moltiplicano in proporzioni più forti le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione che non quelli altamente coltivati. Forse questo processo si può paragonare all’addomesticamento di certe specie animali; senza dubbio comporta modificazioni fisiche; tuttavia non ci si è ancora familiarizzati con l’idea che l’incivilimento sia un processo organico di tale natura. Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento sono invece vistose e per nulla equivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali. Sensazioni che per i nostri progenitori erano cariche di piacere, sono diventate per noi indifferenti o addirittura intollerabili; esistono fondamenti organici del fatto che le nostre esigenze ideali, sia etiche che estetiche, sono mutate. Dei caratteri psicologici della civiltà, due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto, che comincia a dominare la vita pulsionale, e l’interiorizzazione dell’aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che ne conseguono. Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un’intolleranza costituzionale, per così dire della massima idiosincrasia. E mi sembra che le degradazioni estetiche della guerra non abbiano nel nostro rifiuto una parte molto minore delle sue crudeltà. Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.

La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L’hanno delusa.

Suo Sigmund Freud


Il testo integrale delle due lettere è reperibile al seguente link: http://www.iisf.it/discorsi/einstein/carteggio.htm

Il diario di Etty Hillesum (1941-1943)

diarioettyTrovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore”

Mentre tutto si fa buio attorno a lei, una giovane donna ebrea di ventisette anni conserva ed alimenta una luce nel proprio animo, cercando continuamente nel prossimo “quel nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile, in mezzo alla rovina delle sue azioni insensate”.
Questa giovane donna è Etty Hillesum, che col proprio diario ci ha donato non solo la testimonianza degli ultimi due anni della sua vita, ma anche e soprattutto un ricco affresco interiore, carico di profonde riflessioni personali che a differenza di quanto si può immaginare non vengono da uno spirito tormentato e afflitto, ma da un cuore costantemente pronto ad irraggiare amore e volontà di vivere in ogni situazione, anche la più drammatica.
Etty Hillesum muore ad Auschwitz nel novembre del 1943, ma prima di essere deportata in Polonia, consapevole che il cerchio attorno a lei e alla sua famiglia va sempre più stringendosi, riesce a consegnare i propri scritti all’amica Maria Tuinzing. Al termine della guerra i suoi amici tentano in più occasioni di trovare un editore che dia alle stampe quel documento prezioso. Ci vogliono quasi quarant’anni perché questo accada, ma poi il successo del diario è vasto e immediato: dalla piccola Olanda le parole e i pensieri della Hillesum arrivano presto in tutta Europa e nel resto del mondo.

Avanti, allora! È un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe”. Eshter Hillesum (per tutti Etty) vive in Olanda, nei pressi di Amsterdam. Ha una laurea in legge e una tenace passione per la letteratura, in particolare quella russa. Si iscrive infatti alla facoltà di lingue slave e quando può offre ripetizioni di russo. Vive a casa dei suoi, in una famiglia benestante, e frequenta alcuni personaggi in vista della borghesia ebraica della sua città. Non è insomma quella che si direbbe una ragazza del popolo, anche se nel corso della sua esistenza – specialmente nei suoi ultimi tragici atti – darà sempre prova di un forte senso di appartenenza alla sua gente.
Una “personalità luminosa”, una ragazza dal temperamento solare e vivace, con molti amori alle spalle e due sogni nel cassetto: viaggiare in oriente e diventare una scrittrice. Etty comincia a scrivere il suo diario su consiglio del proprio psicologo, Julius Spier, un uomo di cinquant’anni famoso per essere stato allievo di Jung e per aver sviluppato un particolare talento nel leggere la psiche dei suoi pazienti dalle loro mani. Spier diventa un punto di riferimento fondamentale per Etty, che se ne innamora e raccoglie il suo stimolo a intraprendere un lungo ed intenso percorso di introspezione attraverso la scrittura. Nato dunque con finalità “terapeutiche”, il diario della Hillesum non è un resoconto della guerra e neppure un racconto dettagliato della persecuzione degli ebrei d’Olanda. Certo, i due temi affiorano spesso nelle annotazioni dell’autrice, soprattutto nell’ultimo anno della sua vita, e sono indiscutibilmente alla base di svariate riflessioni, tanto di carattere generale quanto di natura intima e personale. Ma l’architrave del diario, decisamente scarno in termini di cronaca, è l’incessante, ostinata e talvolta dolorosa ricerca di sé, esposta nella forma di un intenso dialogo interiore, a tratti fortemente spirituale.
ettyNei propri scritti Etty mostra una spiccata inclinazione a vivere la propria esistenza dall’interno verso l’esterno, e non viceversa. Il 12 giugno del 1942 annota: “Non sono mai le circostanze esteriori, è sempre il sentimento interiore – depressione, insicurezza, o altro – che dà a queste circostanze un’apparenza triste o minacciosa”. Ed è a partire da questa convinzione che Etty cerca costantemente un’armonia dell’anima, resa tanto più utile e necessaria in un periodo tragico per le sorti del suo popolo. Individua così due modi per raggiungere la propria pace interiore e contrastare quegli innumerevoli nemici che la minacciano dall’esterno. Il primo, ovviamente, è la scrittura: “Il peggio verrà quando non mi sarà più concesso di tenere matita e carta per schiarirmi le idee di tanto in tanto. Senza questa possibilità, che per me è di un’importanza essenziale, potrei anche scoppiare e distruggermi dentro”. Il secondo è la preghiera. Etty intraprende un cammino spirituale molto impegnato, dove alterna letture della Bibbia a momenti di raccoglimento e preghiera che definisce nel proprio diario come la sua “cura” e “l’unico atto degno di un uomo rimasto di questi tempi”. Il 10 ottobre del 1942 scrive: “Com’è strana la mia storia – la storia della ragazza che non sapeva inginocchiarsi. O con una variante: della ragazza che aveva imparato a pregare. È il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei gesti che ho per un uomo. Non si può certo riversare tutto il proprio amore su una persona sola”.
Sono molte le pagine in cui Etty si rivolge direttamente a Dio, e ciò non già per disperazione (sentimento del tutto assente nei suoi scritti), bensì per una fede incrollabile che non cede neppure di fronte ad eventi gravi come quelli che sconvolgono l’Europa del suo tempo. Etty colloca Dio nel cuore degli uomini e sostiene che “non è responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi!”. Aggiunge inoltre: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirTi dai cuori devastati di altri uomini”.
Ma quello che lascia piu stupiti nel diario di Etty Hillesum è il suo continuo insistere sulla bellezza della vita e sulla sua pienezza di significato. Sono parecchie le pagine dove troviamo pensieri di questo tenore: “Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell’altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto”. L’amore che Etty prova per la propria esistenza in un momento per lei così difficile può a prima vista apparire forzato od innaturale, quando in realtà è del tutto coerente con la sua visione del mondo e la sua concezione degli uomini: “Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero”.
Qualcuno ha scritto che “se Etty continua a ripeterci che tutto è bello, è perché un’ebraica volontà di vivere fondo in fondo vuole questo in lei” (Sergio Quinzio). Può darsi, ma forse si può formulare anche un’altra spiegazione: in Etty infatti trova splendida manifestazione quella capacità tipicamente femminile di superare le avversità della vita con grazia e semplicità.

“La Grande Guerra”, Mario Isnenghi e Giorgio Rochat

grande guerra

Con il libro La Grande Guerra, di cui la casa editrice il Mulino nel 2014 ha dato alle stampe la quarta edizione, i professori universitari Mario Isnenghi e Giorgio Rochat hanno offerto al grande pubblico una completa e documentata sintesi del primo conflitto mondiale, dedicata specialmente alle vicende belliche del fronte italiano e alle sue dirette implicazioni sulla vita politico-sociale della penisola, adeguatamente ripercorse alla luce del quadro europeo ed internazionale di allora.

L’opera è il frutto del lavoro congiunto di due storici dagli stili e dalle preparazioni differenti. In particolare, Giorgio Rochat cura l’aspetto militare del conflitto e accompagna le sue ricostruzioni storiche con una notevole mole di numeri e statistiche, mentre Mario Isnenghi concentra la propria analisi sui risvolti sociali, ideologici e letterari della guerra, con ricchi e frequenti riferimenti ad opere, intellettuali ed attori del mondo politico del tempo. Il risultato è una storia generale della Grande Guerra che include tutti gli aspetti maggiormente rilevanti di quel “memorabile accumulo di vissuto collettivo”.

La differenza di impostazione tra i due storici è ben visibile non solo nei temi trattati, ma anche nella scrittura: divulgativa e diretta quello di Rochat, più sofisticata e meno immediata quello di Isnenghi. Dalle pagine del testo si evince comunque una linea storiografica condivisa, che merita senz’altro qualche cenno, anche per meglio comprendere quale genere di approccio e di interpretazione dei fatti storici sia stato adottato dagli autori. Ebbene, in un contesto politico ed editoriale come quello degli ultimi decenni, dove il racconto popolare e locale della grande guerra riscuote sempre maggior successo e dove l’aspra critica in chiave pacifista del conflitto ha trovato ormai una vasta eco anche a livello istituzionale e commemorativo, quest’opera si rivela senza dubbio “un libro di battaglia e intrinsecamente controcorrente”, come affermato dagli stessi Isnenghi e Rochat nella prefazione alla quarta ed ultima edizione. Ciò non significa, si badi bene, che i due autori abbraccino nostalgicamente una interpretazione agiografica e nazionalista di quel conflitto. Tutt’altro. Il loro lavoro, lontano sia dai vecchi toni dell’esaltazione acritica sia da quelli più recenti dalla denuncia pacifista, cerca piuttosto il giusto punto di equilibrio tra visioni diverse e talvolta opposte delle vicende belliche di quel periodo. Il fine dichiarato è quello di ristabilire i significati della Grande Guerra “quali apparvero agli uomini e alle donne mobilitati sulle illusioni, e i valori e disvalori di allora”, smettendola di “immaginarsi sempre i nostri, a seconda del vento che tira, o come i più bravi o come i più inetti e criminali”, tenendo invece conto di “standard d’epoca, senza assolutizzare una storia nazionale, nel bene o nel male”.

Degne di menzione infine sono le ricchissime note bibliografiche che si trovano suddivise per argomento al termine del libro: con la loro indicazione di testi e monografie in materia, costituiscono uno strumento davvero utile per chiunque voglia approfondire, tramite una propria ricerca personale, singole tematiche sociali, militari, politiche o letterarie della prima guerra mondiale.

“L’identità italiana”, Ernesto Galli Della Loggia

identità italianaL’Italia, forte di una straordinaria posizione geografica, ha goduto nel corso dei secoli di una molteplicità di stimoli ed apporti esterni che ne hanno fatto una terra ricca di storia, civiltà e cultura.

Non esiste altro paese al mondo, se non sbagliamo, che per ben due millenni e mezzo circa sia riuscito non solo a non far perdere notizia di sé, non solo a restare per un motivo o per l’altro sempre ben visibile agli occhi del mondo, ma addirittura ad occupare così ripetutamente un posto di prima fila”.

Eppure, nonostante un glorioso passato e una vicenda storica che ha in sé dell’irripetibile, l’Italia non si è dimostrata capace di vincere le sfide della modernità. A mancare all’appello sono soprattutto un sentimento civico e una cultura dello Stato e delle istituzioni, dietro cui si staglia il preoccupante sfondo di un’unità nazionale avvertita da molti come debole e artificiale.

L’identità italiana di Ernesto Galli Della Loggia, edito da Il Mulino, si propone di illustrare quali siano i caratteri storici ed antropologici che stanno alla base dell’identità del nostro Paese, e che, sedimentandosi nel corso dei secoli, sul terreno comune e antico formato dall’intreccio dell’eredità latina e del retaggio cattolico, hanno prodotto quei grandi capolavori e quelle eccellenze che tutti noi conosciamo, ma dall’altro lato hanno anche ostacolato – e ostacolano tuttora – la realizzazione di uno Stato moderno e veramente democratico nella penisola. Dalla debolezza storica dell’autorità statale (sia prima che dopo il 1861) al ruolo predominante di pochi e ristretti gruppi di potere (le oligarchie), dal nepotismo dilagante al ruolo invadente della politica, dall’esistenza secolare di una miriade di centri urbani fra loro antagonisti a una classe di intellettuali troppo lontana dal popolo e dai suoi sentimenti, per non citare la millenaria propensione degli italiani alle appartenenze circoscritte (famiglia, amici, fazione, partito, gruppo sociale, “clan” di vario genere) che si sono sempre poste in contrasto con la cura di un bene più alto, quello della collettività nazionale. Insomma, sono davvero moltissimi quei fattori sociali che tornano ciclicamente nella storia italiana, seppur con sfumature ed intensità differenti a seconda della latitudine, e che hanno contribuito a causare la deprecabile situazione attuale.

Ci sono tante Italie, ma è pur vero che esiste un’Italia, che tiene insieme e comprende tutte le altre”. L’idea di un’Italia come pura espressione geografica, terra non di una ma di tante patrie diverse, non trova albergo nel saggio dello storico. Egli ritiene che le identità nazionali siano sempre, in qualche misura, il frutto di una costruzione intellettuale, come del resto accade per ogni forma di coscienza collettiva (di religione, di classe, ecc…); tuttavia, con riguardo al caso italiano, la manifesta debolezza dell’identità nazionale non sarebbe la conseguenza della fragilità di una siffatta invenzione, ma piuttosto l’esito di tutti quegli antichi difetti poco fa elencati.

“Guerra del ’15”, Giani Stuparich

copertina_stuparich_bDalla stazione di Portonaccio di Roma, un ventiquattrenne di Trieste con la passione per la letteratura e l’Italia parte in guerra come volontario verso il fronte dell’Isonzo per combattere l’impero di cui è suddito e realizzare il sogno risorgimentale di una Trieste italiana. Si tratta di Giani Stuparich, figlio di padre istriano e madre ebrea, trasferitosi da pochi anni nel Regno d’Italia, a Firenze, per laurearsi in Lettere. Assieme a lui, sul treno che lo condurrà alle trincee del Carso, ci sono il fratello Carlo e l’amico Scipio Slataper. Tutti e tre fantasticano di un’avanzata rapida che li porterà in breve tempo all’amata città natale, dove potranno finalmente riabbracciare i loro cari e far sventolare il tricolore. Loro malgrado, conosceranno in pochi giorni una realtà ben diversa da quella immaginata, dove l’eroismo patriottico e i nobili ideali cedono il passo alla tragedia della morte, al sudiciume delle trincee e alle snervanti attese che precedono gli assalti:

Come un velo mi si dirada davanti agli occhi: la grande pianura che abbiamo attraversato baldanzosi, in un’aureola di gloria, si restringe in quella buca terrosa piena di cadaveri

Guerra del ’15, che nelle intenzioni dell’autore vuole essere il “documento psicologico e personale” di un “semplice gregario”, racconta “con annotazioni fatte sul momento, di giorno in giorno, anzi d’ora in ora” la durezza della vita del soldato italiano nei primi mesi della Grande guerra, con una descrizione minuta e realistica delle difficilissime condizioni ambientali ed interiori che i militari dovevano fronteggiare quotidianamente, sotto la minaccia dei proiettili nemici e l’incalzare della morte, la vera signora della guerra:

E’ la volta del nostro battaglione, il quale deve tentare la conquista delle trincee nemiche che tutta l’altra notte e tutto ieri hanno resistito ai nostri assalti. Penso, con calma, che bisognerà morire. Con calma, ma non senza commozione. In fondo, subito dopo i primi giorni, ci siamo accorti che in guerra, avanti tutto, si muore; poi si combatte, poi si vince o si perde, e da ultimo appena c’è la speranza di poter sopravvivere, feriti o incolumi; ne abbiamo discusso a lungo e tranquillamente, Carlo ed io. E se si muore, meglio morire nell’assalto. Ma si ha un bel parlarne spesso, un credersi preparati sempre; no, alla morte bisogna riprepararsi ogni volta

Giani Stuparich, che ha desiderato la guerra al punto da arruolarsi come volontario, non sembra pentirsi né della sua scelta né degli ideali patriottici che l’hanno ispirata, ma la sua convinzione iniziale pare tramutarsi lentamente in un’astratta concezione del dovere. Al pari dei suoi compagni, egli finisce inevitabilmente preda dell’amaro disincanto e dello scoramento collettivo causati dai sanguinosissimi attacchi a cui purtroppo non seguono che avanzamenti modesti, per via delle fortissime posizioni naturali difese dagli austriaci sulle alture del Carso. Trieste, che prima appariva così vicina da potervi giungere con un balzo, diventa in poco tempo lontana ed irraggiungibile, facendo sembrare vano ogni sforzo e sacrificio per avvicinarsi ad essa.
Particolarmente intensi e carichi di dolcezza sono i passaggi in cui l’autore indugia sul suo affetto per il fratello Carlo (di tre anni più giovane e che morirà appena un anno dopo) e per la madre, che li attende entrambi nella casa di Trieste senza poter comunicare con loro, perché disertori e soldati di un esercito nemico dell’Austria.
Per chi vuole leggere un resoconto fedele e realistico di quei primi mesi di guerra, senza accenti di retorica, né nazionalista né pacifista, questo è senz’altro il libro giusto.

Andrea Palladio “padre dell’architettura statunitense”

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La notizia non è recente perché risale al 2010, ma l’ho appresa solo in questi giorni e ho pensato che meritasse una menzione, anche perché qui in Italia se n’è parlato davvero poco. A seguito del cinquecentesimo anniversario dalla nascita dell’architetto Andrea Palladio, il Congresso degli Stati Uniti d’America ha approvato all’unanimità la concurrent resolution n. 259 del 6 dicembre 2010 con la quale ha riconosciuto ufficialmente il celebre artista italiano come il padre all’architettura statunitense. Sono diversi infatti i monumenti americani ispirati allo stile dell’architetto nato nel 1508 a Padova: il più celebre è indubbiamente la Casa Bianca, ma si possono citare anche Monticello, il Campidoglio statunitense e il Jefferson Memorial. La risoluzione afferma che “gli edifici più rappresentativi della nostra Nazione […] riflettono l’influenza dell’architettura di Palladio” e arriva addirittura a definire i Quattro Libri dell’Architettura (il trattato di Palladio) “la più influente pubblicazione d’architettura mai prodotta” che “ha determinato gran parte dell’immagine architettonica della civiltà occidentale”.
Di seguito pubblico la traduzione in italiano del testo ufficiale della risoluzione. Per visualizzare invece il testo originale in inglese potete cliccare qui.

111° Congresso degli Stati Uniti d’America

Risoluzione concertata

Considerato che nel 2008 ricorreva il 500° anniversario della nascita dell’architetto italiano Andrea Palladio;

Considerato che Andrea Palladio nacque a Padova come Andrea di Pietro il 30 novembre 1508;

Considerato che Palladio, nato di umili origini, fece pratica da scalpellino nei primi anni della sua vita;

Considerato che sotto la protezione del conte Giangiorgio Trissino (1478-1550), Palladio studiò architettura, ingegneria, topografia e scienze militari quando aveva circa venticinque anni;

Considerato che nel 1540 il conte Trissino lo ribattezzò “Palladio”, un riferimento alla sapienza di Pallade Atena così come alla forma italiana del nome dello scrittore romano del IV secolo, Rutilius Taurus Aemilianus Palladius;

Considerato che i progetti di Palladio per opere pubbliche, chiese, palazzi e ville sono reputati fra gli esiti architettonici più rilevanti del Rinascimento italiano;

Considerato che l’insieme degli edifici tuttora esistenti di Palladio è inserito nella World Heritage List dell’UNESCO;

Considerato che il trattato di Palladio, “I Quattro Libri dell’Architettura”, è la più influente pubblicazione d’architettura mai prodotta e ha determinato gran parte dell’immagine architettonica della civiltà occidentale;

Considerato che “I Quattro Libri dell’Architettura” hanno costituito una fonte primaria della progettazione classica per molti architetti e costruttori negli Stati Uniti dall’epoca coloniale a oggi;

Considerato che Thomas Jefferson chiamò “I Quattro Libri dell’Architettura” di Palladio la “Bibbia” della pratica architettonica e adoperò i principi di Palladio fissando standard duraturi per l’architettura pubblica negli Stati Uniti e costruendo il proprio capolavoro, Monticello;

Considerato che gli edifici più rappresentativi della nostra Nazione, compresi il Campidoglio degli Stati Uniti e la Casa Bianca, riflettono l’influenza dell’architettura di Palladio attraverso il movimento anglo-palladiano che fiorì nel XVIII secolo;

Considerato che i pioneristici disegni di Palladio di ricostruzione e restituzione di antichi templi romani ne “I Quattro Libri dell’Architettura” fornirono ispirazione per molti dei grandi edifici classici americani dei secoli XIX e XX, nel periodo noto come il Rinascimento Americano;

Considerato che il Rinascimento Americano segnò l’apice della tradizione classica e arricchì gli Stati Uniti da una costa all’altra di innumerevoli opere architettoniche di dignità e bellezza intramontabili, incluso il John A. Wilson Building, sede governativa del District of Columbia;

Considerato che i monumenti architettonici americani ispirati sia direttamente sia indirettamente dagli scritti, dalle illustrazioni e dai progetti di Palladio formano una grande e inestimabile parte dell’eredità culturale della nostra Nazione;

Considerato che organizzazioni culturali, istituzioni educative, agenzie governative e molte altre realtà stanno celebrando questo speciale 500° anniversario, compresi il Comitato Nazionale Italiano Andrea Palladio 500, il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, Palladium Musicum, Inc., l’Istituto Italiano di Cultura e lo Institute of Classical Architecture and Classical America, come pure altre organizzazioni culturali italiane e italo-americane, come la Italian Heritage and Culture Committee of New York, Inc., e la Italian Cultural Society of Washington, DC, Inc., con un’ampia varietà di eventi diretti al grande pubblico, pubblicazioni, simposi, cerimonie di proclamazione e tributi al genio e all’eredità di Palladio;

Tutto ciò considerato ora, pertanto, è deliberato dalla Camera dei Rappresentanti, congiuntamente con il Senato, che il Congresso degli Stati Uniti d’America:

(1) riconosce il 500° anniversario della nascita di Andrea Palladio; (2) riconosce la sua immensa influenza sull’architettura degli Stati Uniti; e (3) esprime la propria gratitudine per l’arricchimento che la sua vita e la sua carriera hanno conferito all’ambiente costruito della Nazione americana.

“Una nazione allo sbando”, Elena Aga Rossi

elenaaga rossi
L’otto settembre del ’43 è una data spartiacque nella storia del nostro Paese: l’armistizio con gli anglo-americani segna infatti in modo indelebile non solo il corso della guerra ma anche gli anni immediatamente a seguire, aprendo la strada al nuovo ordine politico che si sarebbe poi instaurato in Italia a conflitto concluso e che conosciamo ancora oggi. Eppure, molti testi di storia dedicano soltanto poche righe a questo evento epocale, come se non avesse alcuna importanza indagare l’intreccio di situazioni che portò alla scelta di uscire dalla guerra condotta fino a quel momento assieme alla Germania. Le modalità della resa italiana e in particolare il pessimo comportamento della dirigenza politica e militare di allora sembrano aver interessato poco i nostri storici, nonostante abbiano avuto un impatto devastante sulla società italiana del tempo.

Non si può dimenticare infatti che gli italiani nel settembre del ’43 assistettero impotenti alla dissoluzione del proprio Stato, delle sue istituzioni e del suo esercito: l’Italia cessava di essere un Paese indipendente e sovrano, poiché i suoi destini erano ormai esclusivamente nelle mani di eserciti stranieri (quello tedesco e quelli alleati) che da Nord a Sud ne occupavano il territorio. I nostri soldati venivano lasciati senza ordini precisi, finendo così alla mercé dei tedeschi, desiderosi di vendicare il “tradimento” italiano. L’ignobile fuga da Roma del re, istituzione simbolo dell’unità nazionale fin dai tempi del Risorgimento, aggravò un quadro di per sé già drammatico per una popolazione ormai priva di punti di riferimento. Come ne uscì il nostro sentimento patriottico da una simile tragedia? Benedetto Croce nel suo diario scrisse: “Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente“.

Il libro di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando – 8 settembre 1943” (edito da Il Mulino) descrive gli eventi e i personaggi che portarono all’armistizio con gli Alleati. La principale fonte dell’opera è costituita da documenti d’archivio inglesi, americani e italiani. Il periodo analizzato dalla scrittrice è quello dei famosi “quarantacinque giorni” che passarono dalla deposizione di Mussolini all’otto settembre, nei quali la classe politica e militare italiana cercò infruttuosamente un accordo per uscire dalla guerra con gli Alleati, inflessibili nell’applicazione del principio della resa incondizionata (‘se volete arrendervi, dovete farlo alle nostre condizioni’). Il terrore che i tedeschi potessero venire a sapere di queste trattative e il desiderio di conservare comunque l’onore nei loro confronti segnarono le mosse dei vertici italiani, i quali, nonostante stessero per firmare un armistizio con gli angloamericani, non predisposero  alcuna misura per proteggere il Paese da una prevedibilissima invasione nazista.
Emerge dunque un quadro caratterizzato dall’incapacità decisionale e dalla debolezza della nostra classe dirigente, in particolare del capo del governo Pietro Badoglio, di cui l’autrice scrive:

“Taylor pretese di parlare con Badoglio e si fece portare a casa del maresciallo, che stava tranquillamente dormendo. Apparso in pigiama davanti ai suoi ospiti, Badoglio si limitò a confermare le affermazioni di Carboni. Per due volte, nei due momenti più tragici della nostra storia recente, la notte di Caporetto e la notte tra il 7 e l’8 settembre del 1943, le sorti del nostro Paese sono state affidate a Badoglio e in entrambi i casi Badoglio andò a dormire

Dopo l’annuncio dell’armistizio, la nazione fu abbandonata a se stessa: il re, il governo e molti generali preferirono salvare la propria pelle piuttosto che difendere il loro Paese dall’inevitabile reazione degli ormai ex-alleati. Ai primi momenti di felicità e commozione per l’uscita dell’Italia dalla guerra seguì quasi immediatamente la tragedia dell’invasione tedesca, a cui i militari non erano stati minimamente preparati. La maggior parte si fece disarmare senza opporre resistenza nella speranza di tornare subito a casa (cosa che non accadde: furono spediti nei campi di internamento in Germania), altri invece – spinti da un sentimento di onore militare – si rifiutarono di lasciare le armi e diedero vita ad accese lotte contro i soldati della Wermacht: la più celebre di tutte è sicuramente quella che si svolse in Grecia, a Cefalonia, e che vide come protagonista la divisione Acqui del generale Gandin. Infine, una parte decise di continuare la guerra al fianco della Germania, aderendo così alla Repubblica Sociale di Mussolini.

Seguirono due anni di lotta cruenta, che lasciarono segni incancellabili nella nostra storia nazionale. Il modo in cui quella drammatica situazione fu gestita dalla nostra classe dirigente mise l’Italia in pessima luce agli occhi di tutto il mondo. Da una parte gli Alleati si aspettavano un Paese maggiormente capace di fornire un contributo nella lotta ai tedeschi. Lo sfacelo delle istituzioni e dell’esercito italiano non esisteva neppure nelle loro peggiori previsioni. D’altra parte le forze dell’Asse (la Germania in particolare) ci consideravano ormai dei “traditori” che avevano lasciato vilmente il campo proprio nel momento della difficoltà.

Le domande principali che ci si può porre riguardo all’otto settembre sono le seguenti: l’armistizio con gli angloamericani era davvero inevitabile? I nostri vertici politici e militari potevano agire in modo diverso prima e dopo il suo annuncio? Perché mostrarono tanta incompetenza in un momento così grave della nostra storia? E ancora: quello dell’Italia fu un vero tradimento nei confronti della Germania o è possibile individuare delle scusanti? Era veramente praticabile da parte dell’Italia un capovolgimento di fronte contro i vecchi alleati?

Tutti quesiti a cui l’opera di Elena Aga Rossi cerca di dare una risposta, guardando la vicenda da diverse angolature, senza pregiudizi ideologici e con l’ausilio di una mole ragguardevole di documenti e fonti storiche.

“L’Italia e il confine orientale”, Marina Cattaruzza

cattaruzza

Da qualche anno ormai si parla sempre più spesso delle complesse vicende che hanno coinvolto il confine orientale italiano, in particolar modo la città di Trieste (ma non solo). La nostra attenzione è catturata soprattutto dai fatti della Seconda guerra mondiale e al loro immediato seguito: la repressione attuata prima dal fascismo e poi dal nazismo, la lotta partigiana nella Venezia Giulia, la Risiera di San Sabba, le foibe e infine l’esodo degli italiani dalle terre passate alla Jugoslavia col Trattato di pace (1947).

Come spesso accade quando gli avvenimenti storici sono così vicini all’occhio di chi li guarda, non si riesce purtroppo ad analizzarli con quella serenità d’animo e con quel distacco emotivo che sarebbero invece necessari per una loro corretta comprensione. Nessuno oggi naturalmente si scalderebbe nel discutere delle guerre puniche o dello scontro tra guelfi e ghibellini nell’Italia medievale: si tratta evidentemente di vicende troppo distanti dal nostro attuale vissuto per accendere gli animi. Ma se si parla di guerre e stragi avvenute pochi decenni fa, con reduci e testimoni ancora in vita, ovviamente il discorso cambia e il confine tra attualità, politica e storia diviene terribilmente labile, anzi, in alcuni circostanze scompare del tutto. Questo è esattamente il caso delle tormentate e controverse vicende che si verificarono in Istria e nei ditorni di Trieste e Gorizia durante gli anni ’40: mi riferisco in particolare alle foibe e all’esodo, su cui attualmente il dibattito politico e storiografico è andato intensificandosi dopo quasi mezzo secolo di oblio.

Per quel che mi riguarda, ho avvicinato queste tematiche all’incirca due anni e mezzo fa, dopo aver letto per caso su internet una cronostoria dei principali avvenimenti che coinvolsero la città di Trieste dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino al 1954, anno del ritorno della città sotto la sovranità italiana. Mi accorsi subito di possedere scarse conoscenze su un argomento che però mi incuriosiva parecchio. Questo mi ha spronato a continuare la ricerca e a consultare diverse fonti, ed è così che recentemente mi sono imbattuto in quest’ottimo lavoro storiografico, L’Italia e il confine orientale della professoressa triestina Marina Cattaruzza, edito da Il Mulino nel 2007.

Il proposito dell’autrice è sicuramente ambizioso: raccontare gli ultimi centocinquant’anni di una storia controversa e non condivisa – quella della Venezia Giulia – partendo dal Risorgimento fino alla tanto discussa istituzione della Giornata del Ricordo in Italia nel 2004, passando per la due guerre mondiali, l’impresa di Fiume, il fascismo, la costituzione del TLT, etc…

Bisogna riconoscere l’assoluta difficoltà della redazione di un’opera che rendesse conto in modo esauriente ma allo stesso tempo sintetico di un periodo così lungo, travagliato, poco conosciuto e ricco di sfumature contrastanti. La professoressa Cattaruzza riesce brillantemente nel suo intento, dando senz’altro dimostrazione di equilibrio e d’imparzialità. I fatti storici sono via via esposti dall’autrice secondo il loro nudo svolgimento, senza retorica nè ideologia. Si legge tra le righe un’attenzione certosina nel rendere conto delle vicende giuliane con la maggiore moderazione possibile. Questo è indubbiamente il principale merito dell’opera, ma non l’unico. Ve ne sono almeno altri due ai miei occhi: il primo consiste nella scelta di analizzare la vicenda del confine orientale a partire dall’epoca risorgimentale. Generalmente infatti la storiografia sul tema tralascia del tutto questa fase storica, preferendo iniziare dall’immediato primo dopoguerra, vale a dire dall’annessione italiana della Venezia Giulia avvenuta nel 1920 col trattato di Rapallo. Il torto principale di queste ricostruzioni storiografiche sta essenzialmente nel sottovalutare sia il legame ideale e storico tra irredentismo italiano e Risorgimento (approfondito invece in modo davvero soddisfacente dalla Cattaruzza) sia lo scontro tra gli opposti nazionalismi, italiano e slavo, che affonda le proprie radici proprio nell’epoca tardo-risorgimentale (aspetto questo invece meno curato dall’autrice, ma comunque messo in luce).

L’altro merito che bisogna riconoscere alla professoressa Cattaruzza sta nella particolare attenzione per le trattative diplomatiche che riguardarono il confine orientale, dal Patto di Londra (1915) al più recente Trattato di Osimo (1975). I vari accordi internazionali che interessarono la Venezia Giulia nel secolo scorso sono in quest’opera quasi sviscerati, analizzati nel loro progressivo sviluppo, dando così al lettore piena contezza degli interessi (sia nazionali che di parte) di volta in volta in gioco.

Il lavoro della professoressa Cattaruzza manca forse nella trattazione dei due temi più scottanti della recente storia giuliana: le foibe e l’esodo degli italiani. Le due vicende sono analizzate per sommi capi, probabilmente per la preoccupazione dell’autrice di non esporsi eccessivamente e di tenersi il più possibile al di sopra delle parti. Va detto comunque che l’ampia trattazione della resistenza guidata dal maresciallo Tito ed in particolare delle motivazioni che la ispirarono (non solo antifasciste, ma anche annessionistiche e nazionaliste) offrono comunque al lettore un quadro esauriente per comprendere adeguatamente il contesto in cui i suddetti tragici eventi si verificarono. Molto interessante a tal proposito è senz’altro la ricostruzione della progressiva delegittimazione della resistenza italiana non comunista nella Venezia Giulia.

Spunti a mio parere illuminanti si rinvengono infine nella riflessione dell’autrice sul difficile rapporto tra la Giornata del Ricordo (10 febbraio) e il “mito” della Resistenza.

Chiunque voglia approcciare o anche solo approfondire la conoscenza di quella terra travagliata e contesa che fu la Venezia Giulia del secolo scorso troverà sicuramente in quest’opera un riferimento prezioso.

Governo e ministri

Il termine “governo” deve la sua origine al verbo latino guberno (che trova il suo corrispondente greco in κυβερνάω). Gubernare significa ‘reggere il timone’, ‘pilotare la nave’, da cui gubernator: timoniere. Governatori oggi sono i presidenti di Regione, qui in Italia, oppure all’estero i presidenti dei paesi statunitensi (chiamati governors).

Ministro deriva invece dal sostantivo latino minister, che vuol dire “servitore” (semanticamente opposto a magister: il suffisso -ter, come noto, indica un rapporto tra due persone, e dunque minus-ter e magis-ter stanno rispettivamente per “subordinato” e “capo”). Molto interessante l’evoluzione semantica della parola, che da un’accezione evidentemente bassa è passata ad una prestigiosa. Il significato iniziale è ormai scomparso, ma a me piace pensare (o almeno lo spero) che l’antico etimo latino abbia la forza di far ricordare a chi è investito della carica di ministro la propria funzione e natura: servitore dello Stato e dei suoi cittadini.