“Trieste”, Carlo Yriarte

yriarteNel 1874 il viaggiatore francese Yriarte passò per Trieste e colse l’occasione per raccogliere alcune note su quella singolare e variopinta città dell’impero asburgico. Il suo diario di viaggio, comprendente alcune memorie sull’Istria, fu pubblicato l’anno successivo a Milano da Emilio Treves, come parte di una più vasta collana di testi battezzata Il giro del mondo. Nel 2013 l’opera è stata presentata nuovamente al grande pubblico in una nuova veste editoriale curata dalla Biblioteca dell’Immagine di Pordenone. L’autore, esattamente come nel 1875, è indicato con il nome di “Carlo” in luogo del francese “Charles”. Il libro, a cui è stato dato semplicemente il titolo di Trieste, non include le memorie di viaggio sull’Istria, a cui è stata dedicata una seconda e diversa pubblicazione nel 2014.

Agli occhi del lettore odierno il testo presenta essenzialmente due motivi di interesse: raffigura Trieste nel periodo della sua massima ascesa e denota una crescente curiosità per una città che nei decenni successivi avrebbe assunto una valenza fondamentale nell’immaginario collettivo nazionale. Pertanto merita sicuramente di stare nella libreria di chiunque si ritenga appassionato a Trieste, ma con una precisazione: è un diario breve e quindi non esaustivo. Yriarte alterna pagine che denotano una spiccata capacità di osservazione ad altre che, pur ricche di dettagli, si avvicinano alla freddezza espositiva di una guida turistica. 

“A Trieste, mia città natale”, Giovanni Pistolato

2018-b9255Un vecchio taccuino e alcune carte inedite della polizia austriaca raccontano la storia di un uomo che per aver sfidato la censura fu costretto ad abbandonare la propria città.

Nella Trieste asburgica di metà Ottocento, un giovane scrittore di origini greche, Demetrio Livaditi, decise di fondare un giornale “che sotto il manto della letteratura tenesse desto il sentimento dell’italianità e della patria”.

La Ciarla uscì per poche decine di numeri, ma il tono dei suoi articoli allarmò le forze dell’ordine, che intervennero in più occasioni con multe, perquisizioni e sequestri. Le copie del giornale, fitte di allusioni contro Vienna,  andarono a ruba da quando cominciò a scrivervi Leone Fortis, un estroso e irriverente letterato nativo della comunità ebraica triestina.

Con questo libro l’autore ripercorre la movimentata storia della Ciarla e del suo fondatore, riportando così alla luce una delle pagine più ingiustamente dimenticate del Risorgimento di Trieste.

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Il volume “A Trieste, mia città natale” è disponibile al prestito presso le seguenti biblioteche:

  • Biblioteca Sormani di Milano
  • Biblioteca del Museo Civico del Risorgimento di Bologna
  • Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
  • Biblioteca Universitaria di Padova
  • Biblioteca del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino
  • Biblioteca Civica Attilio Hortis di Trieste
  • Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste
  • Biblioteca dell’Archivio di Stato di Trieste
  • Biblioteca Comunale di Treviso
  • Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia
  • Biblioteca Marciana di Venezia

“Il mito asburgico”, Claudio Magris

mythIl mito asburgico è l’immagine di un’epoca felice e armoniosa, di “un pittoresco, sicuro e ordinato mondo di favola”, di un impero gaudente e cosmopolita, amministrato con diligenza dai suoi funzionari e guidato con paterna saggezza dal suo sovrano, l’imperatore Franz Joseph. Una rappresentazione che gode ancora oggi di vasta fortuna, nonostante il confronto con la storia ne riveli spesso la natura fittizia e illusoria, connessa direttamente “a una secolare tradizione asburgica di deformazione della realtà”. Nel Mito asburgico (1963) lo scrittore Claudio Magris analizza questo suggestivo tema culturale, esponendo con ricchezza di riferimenti letterari la sua origine, nonché i suoi motivi fondamentali. Il risultato finale non è soltanto un monumentale saggio sull’argomento, bensì un appassionante viaggio nella letteratura mitteleuropea a cavallo tra Ottocento e Novecento.

La genesi del mito

Il mito incontra la sua stagione più feconda dopo la caduta dell’aquila bicipite, quando alcuni talentuosi scrittori orfani della vecchia monarchia (Roth, Zweig ed altri), disorientanti dall’incalzare dei totalitarismi, volgono nostalgicamente lo sguardo al passato, rimpiangendo una sorta di età dell’oro perduta. Nondimeno, secondo Magris, la genesi del mito risale a molto tempo prima, ovvero agli inizi dell’Ottocento, quando Francesco II, imperatore del Sacro Romano Impero di Nazione Germanica, diventa Francesco I imperatore d’Austria. La rinuncia al titolo di Sacro Romano Imperatore, diretta conseguenza della sconfitta patita contro Napoleone ad Austerlitz (1805), costringe la dinastia Asburgo a trovare una diversa legittimazione del proprio potere. Sorge così l’ideale dell’impero sovranazionale, ovvero di più popoli uniti al sovrano da un vincolo paternalistico, quasi sentimentale. In prima battuta il mito riveste quindi una finalità squisitamente politica, fungendo da fondamento ideologico sul quale edificare la nuova monarchia asburgica, seriamente ridimensionata dalla caduta di un’istituzione millenaria e gloriosa come il Sacro Romano Impero. Il mito “letterario” nascerà qualche decennio più tardi, ma riprenderà tutti i motivi di quello “politico”, rinverdendoli e dando loro nuovo linfa.

Gli elementi del mito

I motivi fondamentali del mito asburgico sono molteplici. Il principale è indubbiamente quello sovranazionale. In contrapposizione all’ideale romantico di patria, che andava sempre più affermandosi in Europa, l’impero aveva eletto a proprio sostegno spirituale e ideologico un principio asseritamente superiore, in virtù del quale gli Asburgo sarebbero stati chiamati da Dio a governare su più genti. Nell’era degli Stati nazionali, definiti dallo scrittore ebreo Werfel come “unità demoniache”, l’appartenenza all’impero di tanti popoli diversi costituiva un motivo di vanto per la compagine asburgica, forse l’essenza stessa della sua civiltà. Questo ideale era condensato nel paterno “An Meine Völker!(“Ai miei popoli!”), pronunciato dall’imperatore Francesco Giuseppe, altro pilastro del mito. Figura nobile di vecchio saggio, “sommerso dal tempo e consapevole della fine vicina, chiuso nella solitudine come una vecchia quercia percossa dagli anni e dalle amarezze, l’imperatore sembra incarnare […] l’eroica mediocritas”. La monarchia austroungarica, all’epoca del suo crepuscolo, vive nella venerazione di quest’anziano sovrano, il cui ritratto pende pressoché ovunque: nelle case, nelle scuole, nelle chiese, nelle caserme, perfino nei bordelli. Franz Joseph rappresenta il “ferreo rigore e l’indefettibile fedeltà al posto assegnato”, la forza della tradizione, la costanza, la stabilità. Egli è il vertice dell’enorme piramide imperial-regia, dove tutti hanno la loro precisa collocazione, dal detentore della corona al più umile contadino della Galizia. Ogni buon suddito austriaco è consapevole del proprio ruolo all’interno della società e osserva quei vincoli di subalternità e obbedienza tramandati da generazioni che lo legano al padre, alla famiglia, alla chiesa e alla monarchia. Non a caso, come nota Magris, la più asburgica delle virtù è proprio la fedeltà, ovvero il ritrovare la propria essenza in un rapporto di subordinazione “che preserva dal disordine delle cose e dei sentimenti”. Questa virtù, tipicamente feudale, si trasferirà successivamente nella figura del burocrate, tanto cara alla letteratura austriaca. “Io non ho bisogno di dotti, ma soltanto di buoni impiegati”, disse un giorno l’imperatore Francesco I. Il burocrate, figura grigia ma al contempo umana e signorile, rappresenta il senso dell’ordine e della gerarchia, è una sorta di intermediario, “quasi come sacerdot[e], tra le cose del basso e quelle dell’alto”. La diligenza, la lealtà e l’attaccamento agli immobili valori del sistema austriaco ne fanno uno dei personaggi prediletti dei rievocatori del mito. Basti pensare, in proposito, al barone Franz von Trotta tratteggiato da Joseph Roth nella Marcia di Radetzky, o al Bancbano di Grillparzer: uomini che dirigono incessantemente i loro sforzi verso la tutela e la conservazione dello Stato, affrontando con dignitosa rassegnazione tutte le rinunce personali che ciò impone.

Tuttavia, quasi come compenso del sacrificio di sé per il bene supremo della monarchia, e come contropartita della mancanza di partecipazione politica, il suddito austriaco poteva alienarsi in una realtà mondana e sensuale, fatta di valzer, vino, caffè, donne e gioia di vivere. Si tratta senz’altro dell’aspetto più gaudente del mito asburgico, dove in maniera simile a quanto avviene nella Venezia del Settecento un “mondo morente si mette in maschera”, esorcizzando la fine ormai prossima con la musica, i balli e una leggerezza spensierata. L’edonismo, che ha per capitale naturale Vienna, si manifesta quasi come una necessità, ovvero quella dell’evasione dal reale per tuffarsi in un mondo fatato dove gira sempre il pollo allo spiedo e “un bicchiere e un cuore allegro sono i beni più grandi di questa terra”.

Ultimo elemento del mito, ma non per questo meno importante, è la cosiddetta “statica grandiosa”, o in altre parole, l’immobilismo. L’impero si avvicinava inevitabilmente a una bufera, che avrebbe decretato la sua fine. I suoi schemi culturali e ideologici erano contrari alla storia e non avrebbero potuto resistervi a lungo. Vi era dunque la convinzione diffusa, come scrisse Werfel, che “ogni passo, anche il più piccolo, era un passo nell’abisso”. La statica grandiosa altro non era dunque se non la rinuncia ad ogni dinamismo, l’ostinata e commovente conservazione dello status quo, l’imperativo categorico del non agire, perché ogni movimento poteva rivelarsi fatale. In termini culturali ciò si tradusse nel tendenziale rifiuto di ogni novità, in particolare di qualunque elemento potesse sapere di moderno. Sul piano politico, invece, questo atteggiamento si concretò essenzialmente nel tentativo di mantenere la pace, nella consapevolezza che la guerra avrebbe potuto spezzare il fragile equilibrio su cui si reggeva l’impero (come poi di fatto avvenne).

I rievocatori del mito

L’approccio al mito da parte degli scrittori austriaci appare tutt’altro che omogeneo. In primo luogo occorre distinguere due periodi, quello precedente alla Grande Guerra e quello successivo. Nel primo gli scrittori che aderiscono al mito narrano una realtà presente, che si manifesta ogni giorno sotto i loro occhi, sia pur nelle sue fasi finali (“Io sono un poeta delle cose ultime”, disse a tal proposito Franz Grillparzer). Nel secondo, invece, a dominare il campo sono la nostalgia e la memoria: la trasfigurazione del reale assume pertanto delle note più meste e malinconiche, tipiche dell’esule o del naufrago, che vivono nel ricordo della vita lasciata irrimediabilmente alle proprie spalle. Forse il vero mito è proprio quello di questi letterati, i quali, “balestrati nella nuova realtà sociale […] hanno cercato di capire il mondo di ieri, e ne hanno mitizzato le caratteristiche”. Significativamente, come osserva Magris, si tratta per lo più di scrittori ebrei, come Franz Werfel e Joseph Roth, che pubblicano la loro opera quando si va affermando o si è già affermato il nazismo e che, non potendo riconoscersi in alcun altro Paese, sono i veri eredi del tramontato impero, i custodi della sua anima.

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“Ballo al Palazzo Imperiale di Vienna”, Wilhelm Gause, 1900

La rievocazione della monarchia danubiana compiuta da quest’ultima generazione poggia principalmente sull’ideale dell’Austria felix, ma non mancano i casi in cui vengono messi a nudo gli aspetti più torbidi e opachi della società asburgica. Così Robert Musil nei Turbamenti del giovane Törless (1906) racconta le oscure vicende di un collegio militare dell’epoca, presagendo gli “irrazionalismi razzistici e misticheggianti che si sarebbero scatenati nell’Europa”. A sua volta Stefan Zweig, nel suo Mondo di ieri (1941), affianca la celebrazione dei bei tempi andati a pagine in cui vengono rivelate anche le ipocrisie e i perbenismi della civiltà mitteleuropea.

Una linea narrativa piuttosto equilibrata e al contempo affascinante è quella seguita da Joseph Roth, i cui romanzi appaiono tutti accomunati da una malinconica patina crepuscolare. La marcia di Radetzky (1932), che delinea la parabola discendente dell’impero attraverso la saga familiare dei Trotta, costituisce forse la vetta più alta raggiunta da questa letteratura. Qui i temi e i personaggi caratteristici del mito sono quasi interamente chiamati a raccolta, formando un complesso armonico dall’efficace impatto emotivo. Ad emergere non è tanto la vicenda dei Trotta, cui pure Roth partecipa con indubbia umanità, quanto piuttosto l’atmosfera di una civiltà debole e in progressivo disfacimento, giunta ormai al suo capolinea. La decadenza dell’Austria e il lento svanire delle sue antiche certezze trovano probabilmente in queste meravigliose pagine la loro migliore rappresentazione letteraria.

Il mito secondo Magris

L’opera di Claudio Magris non è certamente un’esaltazione del mito, ma piuttosto una sua approfondita e appassionata analisi, animata dal tentativo di individuare un filo conduttore a buona parte della letteratura austriaca moderna. Lo sguardo disincantato dell’autore ha portato molti a considerare il libro una demistificazione del mito stesso, quasi una sua demolizione. In effetti gli scrittori del filone “asburgico” risultano tutti smascherati nella rielaborazione dei tempi andati, ma ciò non significa che la loro opera non possa essere apprezzata con eguale intensità da una diversa prospettiva, più distaccata e consapevole, senza retorica o nostalgie ormai anacronistiche. Anche per questo motivo, a quasi sessant’anni dalla sua pubblicazione, Il mito asburgico rimane una lettura imprescindibile per gli amanti del genere.

Il quarantotto triestino nei ricordi di Leone Fortis

Leone Fortis (1827-1898), giornalista e patriota triestino dell’Ottocento, ricorda le prime agitazioni del ‘48 nella sua città. Lo sguardo pieno d’ironia e la prosa frizzante, caratteristici di questo scrittore ormai dimenticato, lasciano trapelare alcune note di nostalgia per una gioventù lontana e un’epoca irripetibile. L’episodio raccontato, per certi versi esilarante, vede come protagonisti Fortis stesso – all’epoca ventenne – e un gruppo di giovani patrioti, i quali, udita la notizia delle prime rivolte scoppiate nell’impero, trascinano dietro a sè una folla di manifestanti e si dirigono verso la residenza del governatore di Trieste, Roberto Algravio di Salm. Il governatore, svegliato nel sonno, intimorito dalla massa radunatasi sotto il suo balcone, dichiara la costituzione con un giorno d’anticipo rispetto alla sua proclamazione ufficiale a Vienna. Tuttavia, nonostante questi primi eventi all’insegna della libertà e del patriottismo, Trieste successivamente si mostra tiepida, per non dire fredda, di fronte alle istanze liberal-nazionali oggetto di rivendicazione in quell’anno di rivolgimenti e tumulti. Frattanto Leone Fortis, deciso a dare il suo contributo alla causa italiana, abbandona la città natale per prestare servizio prima nella repubblica veneziana di Daniele Manin e poi in quella romana di Mazzini, Saffi e Armellini.

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Eravamo nel 48 – si figuri! Al principio del 48. – Si cantavano i cori dei Lombardi e del Nabucco – si gridava Viva Pio IX – ed era un grido rivoluzionario. Un fremito di vita nuova correva per le ossa e le vene della vecchia Europa, e la faceva trasalire sul suo letto dal lungo sonno infingardo. Metternich non si raccapezzava più – i suoi devoti perdevano la bussola più di lui. I giovani sentivano che era venuto il loro tempo. A Trieste v’erano due partiti di fronte – il partito italiano: tutti i giovani, – il partito austriaco: tutti i prudenti, i grossi negozianti, i ricchi banchieri, conservatori per calcolo, per necessità, per abitudine. – Si aspettavano le notizie di Milano e di Venezia – Non si sapeva proprio quali notizie si aspettassero – ma se ne aspettavano – si tendeva l’orecchio dalla parte di Vienna – per udir che?… non si sapeva – ma c’era per l’aria un vago rumore indistinto, come di un tuono in lontananza, un odore di uragano – che i giovani respiravano avidamente. – Tutto era dimostrazione – un mazzolino di fiori, un nastro, il modo di portare il cappello, un applauso in teatro, una strada prescelta del paesaggio. – Che tempi! che vita! che gioventù!

Gazzoletti, il povero Gazzoletti, era tutto con noi. – Anima di fuoco, cuor di poeta, – tutto entusiasmo, fede, speranza. Si sperava, e si credeva tanto allora – senza concretare mai né speranze, né fedi. Nel cartellone del teatro Grande era annunziata per quell’inverno la Disfida di Barletta del maestro Likle – un tedesco – su poesia di Gazzoletti – un italianone.

Il soggetto, il poeta ci rendevano sicuri del fatto nostro. Ci solleticava la idea di fare un maestro austriaco complice, anzi strumento di una dimostrazione italiana. – Dovevano cantarvi la Ponti – il tenore Graziani – il baritono Fiori – due giovani romagnoli, pieni di fuoco – e Achille Lorini. Chi non lo ha conosciuto a Milano, il Lorini? Vero tipo milanese – un po’ fanfarone – ma buon figliuolo. – Lorini era Prospero Colonna – Graziani Ettore Fieramosca – Fiori… non mi ricordo – uno degli italiani.

La sera della prova generale si era tutti in teatro – per istudiare il campo di battaglia dell’indomani. – Nessuno sentiva la musica. – Si conoscevano i tumulti, le agitazioni di Vienna e si commentavano in lungo e in largo, tirando gli oroscopi dell’avvenire. A un tratto uno mi dice: Se andassimo incontro al corriere di Vienna! – E’ come una parola d’ordine – ci alziamo tutti – e fuori dal teatro. – Si attraversa in massa serrata il Tergesteo.

– Perdoni!… cosa è il Tergesteo?

– E’ una specie di Galleria Vittorio Emanuele assai più piccola – divisa in grandi stanzone terrene, di convegno, di affari, di lettura, di giuoco, di caffè. – E’ il commercio triestino che si raduna colà – e ci riceve tutta la cittadinanza.

– Ho capito – prosegua.

– Proseguo – Per via c’ingrossiamo – ci trasciniamo dietro mezzo Trieste. – Dove si va? A far che? – Nessuno lo sa – pochi lo chiedono. – Si prende la via di Opcina – una via sul monte, per cui si andava a Vienna, allora che non c’era la ferrovia. – Pioveva – eravamo nel cuor della notte – una notte umida, fredda – si batteva i denti – e si guazzava nella mota sino al ginocchio. – Ma si stava lì – ad aspettare.

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Intanto eravamo diventati una valanga. – Quando Dio vuole, alle due, alle tre, si ode il rumore di un carrozzone. – Era il corriere di Vienna. – Finalmente! – Il postiglione che vede quella massa fitta di gente, arresta la carrozza. – Si apre lo sportello – il corriere esterrefatto balza fuori – capisce poco o nulla – parla a stento l’italiano. Lo s’interroga confusamente, tumultuariamente. – Che c’è di nuovo? – La costituzione? – la rivoluzione? – Il corriere risponde male, confuso, balbettando – nessuno lo ascolta – si grida: – è accordata la costituzione.Viva l’Italia! – viva la costituzione! viva la libertà! – e giù alla rincorsa per la china di Opcina, gridando il solito fuori i lumi che doveva essere la nota caratteristica del 48. E tutti ci ammassiamo di nuovo sotto il Palazzo del Governatore.

Era governatore un brav’uomo, molto insignificante, allampanato, timido, perplesso – un Algravio di Salm – cognome traditore, che si prestava ai più ameni e gastronomici bisticci.

Il pover’uomo è svegliato nel sonno, da queste grida che lo chiamano, che lo assordano. – Interroga, nessuna sa rispondergli. – Comincia anche in lui quella esterrefazione meravigliosa, fenomenale, che colpì in quell’epoca il governo austriaco, e tutti i suoi strumenti. Trasognato – mezzo spaventato – lo cacciano alla finestra – che si spalanca. – E’ interpellato da mille voci. – E’ vero che abbiamo la costituzione? – Che ne sapeva lui? – Non aveva avuto il tempo di leggere i dispacci da Vienna. – Risponde a caso – si tiene sulle generali. – Sì, sì, sì, tempestiamo noi dalla strada. – Era una domanda, una risposta, una minaccia, tutto insieme e tutto frammisto. Il povero Salm ondeggia e tentenna – Sì, sì, sì. – Si decide. – Sì, abbiamo la costituzione. – Un urrah spaventoso accoglie questa dichiarazione. Il Salm si accalora e vuol fare una perorazione di effetto. Triestini, grida alzando la voce con un erre pronunciatissimo, sclamiamo insieme Viva S.M. l’Imperatore che ci… che vi… sicuro, che vi accorda la libertà del pensiero! Uno scoppio d’ilarità omerica accoglie la notizia di questa graziosa concessione sovrana.

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Leone Fortis (1827-1898)

Per noi, ne avevamo abbastanza – ci spandiamo per la città, strepitando dei Viva di tutti i colori. I più tempestosi vanno al Tergesteo – la porta è chiusa. Si batte – sprepita – si scrolla l’uscio. La porta si spalanca – ci slanciamo alla stanza di lettura ove c’era un ritratto enorme del Principe di Metternich, in piedi, ritto, impettito, proprio in atto di dire che l’Italia non era che una espressione geografica. Il ritratto era sparito, – il signor De Bruck, allora direttore del Lloyd, aveva pensato a scongiurare la burrasca, – ed era lì pallido ma sereno, col suo sorriso leggermente ironico, quasi a riceverci.

Non ci occupiamo di lui e saltiamo sul tavolo – il tavolo dei giornali. – Arringhiamo la folla – noi, i più giovani, proclamiamo quel giorno festa nazionale – per nostro moto proprio – scriviamo queste due parole su tanti pezzetti di carta – dei popolani se ne impadroniscono e s’incaricano di affiggerli sulle porte di tutti i negozi. – Eravamo padroni del campo; i conservatori, gli austriaci, i prudenti, si erano rintanati. – Non dubitate, che sbucarono fuori a loro tempo.

Intanto fuori bandiere e coccarde – bandiere tricolori, s’intende, – coccarde di tutte le dimensioni, enormi, colossali, monumentali.

In poche ore la coccarda l’avevano tutti sul petto – compreso, per quella giornata, l’Algravio di Salm… E ecco come la costituzione fu proclamata a Trieste 24 ore prima che fosse accordata a Vienna. Per fortuna di quel povero Salm, a Vienna avevano altro pel capo”.

 – Tratto dalle Conversazioni di Leone Fortis (Doctor Veritas), Fratelli Treves Editori, Milano, 1877, pagg. 23-27 –

“Le famiglie che hanno ‘fatto’ Trieste: i Livaditi”, articolo di Marco Pozzetto

L’articolo che segue, a firma dello storico Marco Pozzetto (1925-2006), è stato pubblicato nel 1981 sulla rivista mensile triestina La Bora (anno 5, n. 1 – dicembre 1980 – gennaio 1981).
Con una prosa briosa, l’autore ci descrive i capostipiti di un’antica famiglia di immigrati greci trapiantati a Trieste: i Livaditi. Estrosi e buontemponi, propensi al litigio, dediti al commercio ma anche alla bella vita, i Livaditi furono tra i principali esponenti della comunità greca triestina tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
Nella parte finale dell’articolo, seppur con qualche imprecisione, viene tratteggiata la figura dello scrittore Demetrio (1833-1897), ultimo grande esponente della famiglia.

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Trieste, Via Mazzini (già Via Nuova) nella prima metà del Novecento.

“Allorché, verso l’anno 1773 le persecuzioni e le malversazioni esercitate dai Turchi verso i pacifici abitanti delle contrade greche raggiunsero il loro massimo grado, molti di questi si decisero a fuggire, e vennero a stabilirsi a Trieste…”. Tra questi anche “i tre fratelli Livaditi colla loro madre”, annota concisamente la cronaca greca.

Famiglia piuttosto anomala tra gli immigrati greci che, in particolare nella prima generazione, reputarono Trieste come una specie di “terra di conquista” in cui raggiungere con la massima fretta possibile posizioni preminenti nella attività più congeniali a ognuno: dalla bottega di tipo più o meno levantino alle posizioni direzionali o comunque preminenti nei vari settori del mondo economico; rimanevano loro poco tempo e voglia per le attività che oggi vengono definite del tempo libero. Per i Livaditi – Diamante (1744-1810), Stamati (1749-1812) e Michele (1752-1818) – questo schema è valido fino ad un certo punto; buontemponi, amanti del buon vivere, i tre fratelli riuscirono a portare a livello d’arte la propensione al litigio, famigliare o pubblico che fosse.

Al loro arrivo a Trieste Diamante aveva 29 anni, Michele 21; si misero in commercio la cui esatta natura è ancora sconosciuta. Probabilmente investivano i proventi negli stabili, raggiungendo un notevole benessere, ma non grandi ricchezze: evidentemente non furono posseduti dal demone della rivalsa. Amavano banchettare, con grande disappunto della madre che vollero eternare sul portale dell’opulenta casa di Via Mazzini 5, inaugurata nel 1800: la eternarono però nell’atto di mostrare la lingua a coloro che entrano…

Un grosso carteggio del Tribunale Commerciale e Marittimo conferma il curioso comportamento dei tre fratelli. Proprietari di un magazzino a Riborgo – demolito negli anni ’30 del nostro secolo – i Livaditi, ancora in unica ditta, aprirono una finestrucola sul confinante cortile magazzino di proprietà di Graziadio Isaia Minerbi, commerciante all’ingrosso. Probabilmente avevano bisogno della circolazione dell’aria per le merci, per cui non pensarono di accordarsi con il vicino. Questi, credendo ad uno sgarbo dei greci a lui, in quanto ebreo, decise di applicare l’antica regola del dente per dente… Forò infatti il muro, pressapoco sotto la finestrucola, infilando nel foro una trave di legno che sporgeva per un mezzo metro nel magazzino dei Livaditi e che forse aveva prodotto qualche piccolo danno alle mercanzie immagazzinate: tutte le operazioni venivano naturalmente eseguite durante la notte con la complicità delle tenebre. I Livaditi si rivolsero al Tribunale con una circoscritta denuncia per danni contro Minerbi, mobilitando scribani, traduttori, avvocati, né per dire il vero, Minerbi fu di meno; la causa si trascinò per due anni e in ogni udienza vennero portati argomenti nuovi, sempre più astratti e altrettanto inconsistenti. Alla fine il giudice esasperato convocò l’architetto Andrea Fister affinché eseguisse una perizia. Questi con gli aiutanti perse una mezza giornata davanti al muro incriminato cercando disperatamente, si può dire, i danni che non trovò; stese quindi la perizia di quattro pagine che concluse scrivendo di non capire quale fosse l’oggetto del contenzioso e che, secondo lui tecnico, “La lunga causa è dovuta al semplice gusto dei contendenti di litigare”, per cui a suo avviso la causa sarebbe da comporre pacificamente, cosa che il giudice accettò con notevole solerzia. Il documento finale, sulla carta ufficiale azzurra, porta le firme dei Livaditi parzialmente in caratteri greci, quella di Minerbi in splendida svolazzante calligrafica della scuola ebraica di Livorno, le firme di Fister, degli avvocati, dei traduttori, del giudice – con il sigillo del Tribunale – e infine, per presa visione, del Governatore in persona, il conte Pompeo Brigido…

Sono abbastanza curiosi anche i testamenti dei tre fratelli. Diamante che fu probabilmente considerato fino alla morte come capo-famiglia, lasciò 3.000 fiorini (90 milioni 1980) alla chiesa greca “nell’obbligo di fare tutto l’occorrente per il suo funerale”, 33.000 fiorini (990 milioni) variamente divisi tra le due figlie e la moglie e il resto ai quattro figli maschi; non sono riuscito ad appurare in cosa consistette “il resto”. A differenza del fratello, Stamati lasciò agli estranei qualche decina di fiorini, mentre la casa ed alcune botteghe andavano alla moglie e ai nove figli.
Complicatissimo e rivelatore infine il testamento di Michele: “… in primo luogo lascio al mio figlio Antonio, il primogenito, il magazzeno che oggi è occupato dallo Spezziere e l’altro che è occupato dal Barbiere… Gli lascio un debito di fiorini mille da pagare alla Nazione quando li ricercano, e se non li ricercano da pagare l’interesse, senza nessuna contrarietà perché ha debito la casa. Camere non gli lascio, perché si era comportato male verso di lui genitori, ma lo lascio in libertà, se Dio gli da stato d’averne autorità di alzare un appartamento e di tenere cinque camere e un pezzo di soffitta per li legni…”. Dopo l’altrettanto dettagliato elenco dei crediti e dei debiti riguardanti i beni da lasciare agli altri due tre figli, Michele Livaditi continua: “… lascio a Diamantula un terzo della casa detta Spitale che mi appartiene, e di pagare due mila che ha la casa nella di lei parte, ma se per caso di rendesse avanti di maritarsi, quello che ricavasse sia per essa e nient’altro che la benedizione di Dio, di non poter fare niente senza il permesso della madre e dei fratelli…”.

Linguaggio contorto, da cui però si ricava il fatto sconosciuto, ma di notevole importanza, che la “Nazione greca” rivestisse sistematicamente il ruolo di banchiere dei connazionali che avevano fornito la prova di correttezza commerciale; questa, che si sapeva essere stata una delle funzioni delle comunità ebraiche, dovrà pertanto essere estesa anche ai greci, almeno a quelli di Trieste, benché non ne faccia cenno Stefani nel suo libro sui Greci del Settecento, né le altre storie, ivi compresa quella ufficiale del 1882. La politica perseguita dalla “nazione” o con la terminologia del tardo Settecento, della “Banca della Nazione” spiega anche perché la percentuale del patrimonio immobiliare greco teresiano era di gran lunga superiore a quella che competerebbe alla percentuale dei greci residenti a Trieste.

Una novità è pure quella della originaria destinazione del Palazzo destinato attualmente a “Casa delle Aste” in piazza Goldoni e noto come Ospedale dei Greci; infatti, il testamento di Michele Livaditi lo assegna ai figli, come casa di abitazione.

La generazione successiva dei Livaditi comprendeva ben ventun membri tra maschi e femmine, ma nessuno che emergesse in modo particolare.

Un Diamante Livaditi (1833-1897), salvo errori figlio del semidiseredato Antonio1, quindi appartenente alla quarta generazione triestina, appare come personaggio piuttosto importante nella storia ottocentesca della città; nel 1857 fondò “La Ciarla”, giornale nazionalistico che venne soppresso dopo due anni per ordine della polizia. Terminata quell’esperienza, nel 1859 Livaditi assieme ad Attilio Hortis diresse la sezione triestina della Società Nazionale Italiana2; Tamaro lo annovererà tra i volontari garibaldini. Si dedicò anche alla letteratura con ottime traduzioni dal greco: pubblicò le “Operette morali” che furono definite di tipo leopardiano e un “Galateo letterario”. Sono stati verosimilmente i meriti politico-letterari del Diamante Livaditi il pretesto per destinare una via cittadina ai “Livaditi, antica famiglia triestina”.

Marco Pozzetto

Note di Giovanni Pistolato

1 Il suo nome era Demetrio, non Diamante, come erroneamente indicato dall’articolista. Demetrio Livaditi era figlio di Alessandro, commerciante greco nato a Trieste nel 1797.

2 Altra imprecisione: Demetrio Livaditi non diresse la sezione triestina della Società Nazionale Italiana dopo la chiusura della Ciarla, ma nel periodo della sua pubblicazione (il giornale infatti era strettamente legato all’attività segreta della Società). Suo collaboratore fu l’avvocato Arrigo Hortis, capo del locale partito liberal-nazionale, e non il figlio Attilio (nato solamente nel 1850).

“Le mie prigioni”, Silvio Pellico

Chi non ha mai sfogliato Le mie prigioni potrebbe pensare a un vecchio testo politico dalla prosa ammuffita e grondante di retorica, buono tutt’al più per chi si occupa di storia patria. Ebbene, nulla di tutto ciò. Certo, il capolavoro di Pellico è scritto in un italiano ottocentesco e la sua ambientazione non è attuale, ma dalle pagine di questo celebre libello emerge soprattutto un grande senso di umanità. Al cuore della trattazione, infatti, non stanno gli ideali politici del rivoluzionario, bensì i sentimenti del prigioniero, i suoi dolori, le sue speranze, il suo attaccamento alla vita.

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Nelle Mie prigioni Pellico racconta con stile asciutto e diretto il suo personale incubo iniziato nelle carceri di Milano e Venezia e terminato ai confini dell’Impero Austriaco, in Moravia, nella tetra fortezza dello Spielberg. L’accusa di affiliazione alla Carboneria lo spinge lentamente verso il baratro, mettendolo di fronte a una prova fisica e morale difficilissima. Dopo la condanna a quindici anni di carcere duro, lo scrittore vive con dignitosa rassegnazione e senza rancore un’esistenza ignobile segnata dalla solitudine e tormentata dalle malattie causate dall’ambiente malsano del carcere. Con sforzo enorme tenta di rimanere aggrappato al mondo, nella convinzione che il male inflittogli sia ordinato a un suo giovamento.

Confinato in una terra lontana che non gli appartiene, strappato dall’affetto dei propri cari, costretto in antri freddi, umidi e bui, con una catena al piede, un tavolaccio di legno per letto e un rancio da fame, Pellico può contare unicamente sulla propria immaginativa per non impazzire. Compone, filosofa, poeta e legge avidamente i pochissimi libri che gli vengono concessi. Cerca di imporsi una ferrea disciplina dello spirito e di scacciare dal cuore ogni forma di cinismo, risentimento e odio, comprendendo che finirebbero per peggiorare la sua esistenza.

Alla nuda cronaca degli anni di prigionia, la narrazione interseca un caldo dialogo interiore, un vivido discorso dell’anima dove affiorano ricordi di una vita perduta e maturano confortanti riflessioni sull’uomo e su Dio. La filosofia e la fede sono infatti le fiaccole che Pellico si sforza di tenere accese per impedire alle sue tenebre di parlargli e per nutrire di sostanza le interminabili giornate del prigioniero.

Fortunatamente, a donare un minimo di incoraggiamento e di colore ci sono anche delle presenze umane. La prigione è un mondo parallelo popolato di figure che di tanto in tanto spezzano il duro isolamento del carcerato: sono gli altri prigionieri, i secondini, i medici e chiunque altro per occasione entri in contatto con quel desolante cosmo di reietti e dimenticati. I personaggi che il protagonista incontra nell’arco della sua prigionia restano scolpiti nella mente e sono forse l’immagine più dolce che rimane al termine della lettura. C’è il mutolino, il bimbo senza parola che si affeziona a Pellico e torna a fargli visita davanti alle sbarre della cella di Milano; il povero e sprovveduto Maroncelli, carbonaro e amico di Silvio, protagonista dell’episodio più commovente della storia; l‘ingenua Zanze, figlia quindicenne del custode dei Piombi a Venezia, che rimane colpita dalla sventura dello scrittore e si intrattiene spesso a conversare con lui. Ma più di tutti resta impresso il vecchio caporale Schiller, carceriere di Pellico allo Spielberg, probabilmente la figura più nobile di tutto il racconto. Schiller è pur sempre un anello della catena oppressiva austriaca, ma l’autore lo descrive come un giusto che compatisce l’amaro destino dei prigionieri e fa tutto ciò che è in suo potere per alleviarne il dolore.

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Silvio Pellico e Piero Maroncelli condotti allo Spielberg (25-26 marzo 1822), A. Scibaldi, copia da C.F. Biscarra, olio su tela, 1938

Silvio Pellico cominciò a scrivere i propri ricordi di prigionia nel 1831, soltanto dopo la scarcerazione. L’opera uscì a Torino un anno più tardi ed ottenne un successo travolgente, tanto da diventare il libro italiano più letto nell’Ottocento. La censura non poté nulla contro un testo che si dichiarava espressamente apolitico e che in effetti non conteneva un solo attacco esplicito nei confronti dell’Austria. Nonostante ciò, come disse il cancelliere Metternich, esso arrecò più danno all’Impero di una battaglia perduta. La descrizione degli eventi infatti porta il lettore a solidarizzare con il prigioniero e a detestare i mandanti di tante inutili sofferenze. L’atto d’accusa, anche se non espresso, si legge tra le righe, risultando forse ancora più incisivo.

Le mie prigioni costituiscono in definitiva una splendida testimonianza, una lettura edificante a cui sarà utile andare non solo per approfondire una pagina importante della nostra storia nazionale, ma anche per conoscere l’esperienza di un uomo fuori dal comune, trovando nella sua abnegazione e nei suoi valori uno stimolo a superare ostilità e momenti bui.

“Prima comparsa di Fra Cappuccio”, Arnaldo Fusinato

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Illustrazione tratta dal giornale letterario triestino La Ciarla

Son Fra Cappuccio (al secolo Frontino)/Quondam buon uomo, ed ora cappuccino“. Si presenta così Arnaldo Fusinato in una poesia inviata nell’aprile 1859 al giornale la Ciarla, periodico letterario triestino diretto dallo scrittore italo-greco Demetrio Livaditi. Vestendo i panni immaginari di un frate (come aveva già fatto per il Pungolo sotto lo pseudonimo di “Fra Fusina”), il poeta veneto mette in versi con tono scherzoso il suo appello alla libertà di stampa, contro le limitazioni imposte dal regime austriaco dell’epoca.
Non mancano inoltre le allusioni di stampo patriottico. Siamo a pochi giorni dallo scoppio della Seconda guerra d’indipendenza e Fusinato scrive: “…un cuore, come a voi, m’arde nel petto/che spera, come voi, ma spera e tace…”. Impossibile poi non notare il parallelo implicito tra la resurrezione di Cristo e il risorgimento dell’Italia contenuto nei seguenti versi: “E’ ver, son giorni di mestizia questi/Ma questi dì non dureranno eterni/Verrà la Pasqua a rallegrare i mesti/Chè Dio ne’ suoi voleri alti e supremi/Ha disposto che dopo la Passione/Venga la Pasqua di Resurrezione”.
A causa del suo pronunciato colore nazionale, pochi giorni dopo il giornale la Ciarla fu costretto a cessare le proprie pubblicazioni. Continua a leggere ““Prima comparsa di Fra Cappuccio”, Arnaldo Fusinato”

“Dalla Serenissima al Regno d’Italia. Il plebiscito del 1866”, Angela Maria Alberton

plebiscito_per-segnalazione-uscitaIl centocinquantesimo anniversario dell’unione del Veneto al Regno d’Italia (1866-2016) è stato l’occasione per molteplici dibattiti sulle modalità attraverso le quali questa regione è passata dal dominio dell’Austria alla sovranità italiana. Principale oggetto di discussione è stato il plebiscito tenutosi nell’ottobre del 1866, mediante il quale la popolazione maschile delle province venete fu chiamata ad esprimere la propria volontà di annessione allo Stato appena formatosi sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II. Al riguardo, specialmente negli ultimi decenni, un filone revisionista particolarmente battagliero ha parlato di “truffa”, di “brogli” e di “inganno”, facendo così intendere che le popolazioni del Veneto sarebbero state ingiustamente private del loro diritto naturale ad autodeterminarsi.

Un libro di recente pubblicazione che analizza queste contestate vicende storiche è Dalla Serenissima al Regno d’Italia – Il plebiscito del 1866 di Angela Maria Alberton (dottoressa di ricerca in Scienze storiche e già autrice di Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento). L’opera è divisa in due parti: nella prima, viene approfondita la questione veneta per come fu fronteggiata all’epoca non solo dall’Italia, ma anche dagli altri governi europei (Francia, Austria, Inghilterra e Prussia). Nella seconda, si affronta l’argomento della cessione del Veneto e del tanto vituperato plebiscito, rispetto al quale l’autrice si prefigge di rispondere puntualmente alle seguenti domande: chi lo volle? qual era il suo valore?
Infine, il libro si conclude con un interessante capitolo sulle reali chance che dalle vicende diplomatiche e belliche del tempo potesse sorgere un Veneto autonomo, vale a dire né austriaco né italiano.

Senza anticiparne ulteriormente i contenuti, mi limito a segnalare agli interessati di storia nazionale questo libro, nella speranza che possa essere debitamente considerato nel dibattito su un argomento che, per ragioni estranee alla storiografia, appare sempre più spinoso.

Il passaggio tra Settecento e Ottocento a Treviso nelle memorie di Don Luigi De Gobbis (parroco di Monigo)

Chi non registra è un balordo
e, se li nostri maggiori così non avesser fatto,
il mondo sarebbe ancora fanciullo

(versi dal diario di Don Luigi De Gobbis)

La Biblioteca Comunale di Treviso conserva un manoscritto davvero prezioso sulla vita cittadina nel periodo compreso tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Si tratta del diario del parroco di Monigo Don Luigi De Gobbis (1754 – 1832), un documento rimasto pressoché sconosciuto fino a quando lo storico locale Giovanni Netto (1923 – 2007) non lo ha riesumato assegnandogli il meritato posto nella ricostruzione delle vicende trevigiane di quegli anni. Il diario è formato da ben quattro volumi, che testimoniano almeno mezzo secolo di storia della Marca, passando in rassegna sia gli snodi politici più rilevanti dell’epoca, sia una sfilza di eventi di scarso spessore storico, ma non per questo meno interessanti e gustosi alla lettura.

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Don Luigi De Gobbis nacque nella parrocchia del Duomo il 21 maggio 1754, quando Treviso era ancora un possedimento veneziano. La sua famiglia, benestante e molto numerosa, apparteneva al ceto mercantile della città. Il giovane parroco compì il proprio apprendistato sotto la guida dello zio Antonio, prete di Morgano. Successivamente, nel 1782, venne nominato curato di Melma (l’odierna Silea) e poi, a partire dal 1787, si insediò nella parrocchia di Monigo, che allora contava circa cinquecento fedeli, quasi tutti contadini. Da questa nuova sede non si sarebbe più spostato: vi rimase fino alla propria morte, per quasi 45 anni. Alla luce dei suoi scritti e del loro registro letterario, possiamo affermare che De Gobbis avesse ricevuto un’ottima istruzione. Le numerose citazioni tratte da libri e giornali dell’epoca dicono che aveva certamente una buona biblioteca e che si teneva costantemente aggiornato sugli sviluppi della politica locale e nazionale. Le annotazioni quotidiane sui mutamenti climatici e sullo stato dei raccolti, nonché sui prezzi dei principali generi alimentari, testimoniano un carattere particolarmente pignolo e attento ai dettagli, compresi quelli più minuziosi. A quanto pare, il tempo per leggere e scrivere non doveva mancargli: dopo tutto, la piccola Monigo era una parrocchia decisamente tranquilla e per molte faccende si poteva pur sempre contare sul valido aiuto del cappellano Pezzoldi, originario del Friuli.

Quando De Gobbis divenne parroco di Monigo, non poteva certo immaginare che il mondo in cui aveva sempre vissuto fosse ormai agli sgoccioli. I primi sentori arrivarono nel 1793: tra un marzo “umido e piovoso” e “uno scarso raccolto di granoturco temporivo” ad agosto, il giovane sacerdote annotava gli incredibili fatti di Francia di cui aveva letto sui giornali: il re Luigi XVI e la consorte Maria Antonietta erano stati decapitati.

gallichetruppeTre anni più tardi, dopo un temporale notturno di fine giugno, scrive: “La notte del 29 venendo ai 30 caddero due fulmini tre passi lontano dalla mia canonica al dissopra della pergola dell’orto. A fulgure et tempestate libera nos Domine”. Ma la vera tempesta, il vero sconvolgimento, sarebbe arrivato pochi mesi dopo. Era l’esercito di un giovane ed ambizioso generale francese, il ventisettenne Napoleone Bonaparte. Le sue truppe erano dirette verso l’Austria, ma passarono per la terraferma veneta. De Gobbis accolse sconsolato la notizia: “Novembre 1796. Al primo del suddetto mese si videro per la prima volta alle porte della città di Treviso le truppe francesi che combattono contro le truppe imperiali [le truppe austriache, nda]. Per sì funesto accaduto la mia chiesa parrocchiale al dopo pranzo fu sempre chiusa, né si fecero le consuete solenni funzioni.

Quando la Francia si sconvolge
ne sente il mondo e danni e doglie”

Dal canto suo, la popolazione trevigiana non si dimostrò altrettanto rammaricata dell’evento, anzi. Sempre De Gobbis, infatti, scrive: “Accolsero con festa gli stranieri, danzarono nelle pubbliche piazze e s’illusero veramente che dovesse cominciare quei giorni una nuova età dell’oro”.

Nel marzo 1797, quando ormai la sopravvivenza della repubblica di Venezia appariva sempre più compromessa, il parroco dava segni di un’accresciuta preoccupazione nel suo diario. Egli temeva sopra ogni cosa che i principi rivoluzionari provenienti dalla Francia potessero dare un colpo fatale alla religione e all’amministrazione del culto.

Il 12 maggio 1797 l’antica repubblica lagunare cessava di esistere e De Gobbis ne dava conto con una nota di sarcasmo: “Maggio. Addì 12 Venezia non si arrese no, ma si gettò in seno alle, dolci e tante desiate dai felloni, gallicane generosissime truppe ed eserciti”.

Nel novembre dello stesso anno il prete di Monigo raccontava un episodio rivelatore dello stato di disordine in cui era caduta la città dopo l’arrivo delle truppe francesi. Infatti, per due notti consecutive venne assalito nella propria canonica da una banda di malfattori, che riuscì a scacciare con l’aiuto di qualche parrocchiano e … di alcune armi da fuoco: “Quei diavoli ritornarono per assalirmi, ma siccome nella precedente giornata feci provvista di copiose belliche munizioni, archibusi di grosso calibro e uomini in casa e giovani coraggiosi, così al primo sentore fecimo da molti balconi terribile incessante foco con fissette di polvere a palla, comperate dai soldati francesi impossessori di Treviso, di Venezia e di tutti gli stati della Veneta Repubblica, a tal grado che precipitosamente fuggirono gli assalitori, ripieni di pericolo e di spavento”. Infine, con toni quasi catastrofici, concludeva: “La giustizia non avea il suo corso a Treviso a motivo delle galliche truppe.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa
tanto direi di lor, che cominciar non oso

Tutto era disordine, anarchia, diurne e notturne somme vessazioni, insopportabili aggravi e militari requisizioni, calpestata la religione, odiati i sacri ministri, spogliate le chiese, distinti ed apprezzati gli empi, abbattuti i buoni, l’impudicizia in trionfo, in trono la più avanzata iniquità ed abbominazione”. E poco dopo, rimarcava: “Non est amicus noster qui bona nostra tollit”.

In esecuzione al trattato di Campoformio col quale la Francia cedeva la caduta repubblica veneta agli Asburgo, nel gennaio 1798 le prime truppe austriache facevano il loro ingresso a Treviso. Erano gli stessi avvenimenti di cui più tardi Ugo Foscolo scrisse: “Il sacrificio della patria è consumato: tutto è perduto e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”. Il nostro parroco, dal canto suo, era decisamente meno interessato a questioni di onore e patriottismo, e vedeva piuttosto nel nuovo governo della cattolica Austria una garanzia di stabilità, ordine e rispetto del culto, e con lui, a quanto pare, il resto dei trevigiani: “Alla mattina delli 16 suddetto partirono da Treviso le truppe francesi, et all’ore due pomeridiane entrarono gloriosamente fra gli evviva e gioia universale le truppe imperiali, a prender possesso della città. In tale lietissimo incontro furono date infinite feste pubbliche per tre giorni consecutivi, come pure in tutte le chiese di Treviso e della Diocesi, in ringraziamento a Sua Divina Maestà per sì felice avvenimento.

A nemico che fugge, ponti d’oro”

treviso__btv1b6500127wTuttavia, la città di Treviso (come il resto dei vecchi possedimenti veneziani) era destinata ad essere nuovamente rimpallata tra francesi ed austriaci, i quali se la scambiarono altre due volte negli anni seguenti. Le successive memorie di De Gobbis sono pertanto un alternarsi di invettive contro i francesi ed encomi agli austriaci, mentre il ricordo della repubblica veneziana, antico baluardo della “libertà italiana”, sembrava essersi tristemente perduto. Queste infatti sono le parole con cui il parroco di Monigo descriveva i festeggiamenti di Venezia per il compleanno dell’Imperatore d’Austria: “Febbraio 1803. Grandissimi spettacoli ed ecclesiastiche funzioni addì 12 furono in specialità a Venezia, ricordando la festa del giorno di nascita di S. M. Imp e Re nostro sovrano Francesco II. Pregando Sua Divina Maestà per la lunga conservazione dei suoi preziosi giorni e di quelli di tutta l’augusta famiglia”.

Lasciando in disparte gli avvenimenti politici dell’epoca, nelle pagine del parroco troviamo diversi spaccati di storia cittadina. Solo per citarne alcuni, abbiamo la tromba d’aria che si abbatté su Treviso nel 1805 (causando ingenti danni), l’istituzione del primo cimitero comunale (1809) e la visita del celebre scultore Antonio Canova, che fu accolta dal popolo con un entusiasmo e una gioia quasi incontenibili (1819). Vi sono poi narrati altri fatti, meno importanti per la città ma di sicuro interesse per la parrocchia di Monigo, come l’acquisto dal demanio delle statue che attualmente abbelliscono gli ingressi al sagrato della chiesa (1815).

Fonti:

– Diario di Don Luigi De Gobbis, conservato presso la Biblioteca Comunale di Treviso (sede Borgo Cavour). I quattro manoscritti (ms 1059, 1058, 1395 e 1396) sono stati recentemente restaurati e chiunque volesse prenderne visione li troverà in ottime condizioni.

Giovanni Netto, Mezzo secolo di vita trevigiana nel diario di Luigi De Gobbis arciprete di Monigo: 1786 – 1831, in Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso, N.s., n. 6 (1988/89), p. 7- 72.

– Mario Cutuli, Quando a Treviso si diceva “OUI!”, in Il liceo classico Antonio Canova. Due secoli di storia di un’istituzione scolastica, GMV Libri, Treviso, 2007, p. 25 – 37.

“Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49”, Paul Ginsborg

Uno dei testi più interessanti sul Risorgimento italiano è senza dubbio quello dello storiografo inglese Paul Ginsborg dedicato alla rivoluzione di Venezia contro l’Austria, che ha preso luogo nel biennio 1848-49 sotto la guida di Daniele Manin.

Il grande protagonista: Daniele Manin

1426344_443565822415603_412871019_nArtefice nonché protagonista principale di quell’incredibile anno e mezzo di ribellione ed autogoverno veneziano fu Daniele Manin, uno dei leader più prestigiosi e rispettati del Risorgimento italiano. Paul Ginsborg lo descrive come un uomo prudente, onesto, avveduto, equilibrato e animato da una sorta di culto della ragione. Lontano anni luce dallo stereotipo del capopopolo rivoluzionario o del comandante dall’indole focosa alla Giuseppe Garibaldi, Manin rimase sempre fedele alla sua impostazione borghese, il che tuttavia non gli impedì di prendere il potere grazie a una rivolta e di raccogliere consensi tra tutte le classi sociali, comprese quelle più povere. Furono proprio il suo successo trasversale e l’enorme stima accordatagli dall’intera cittadinanza veneziana a consentire il proseguimento della resistenza anti-austriaca anche nei momenti più gravi, lì dove chiunque altro avrebbe probabilmente fallito.

Prima della rivoluzione Manin era già conosciuto a Venezia, ma non per la sua professione. Come avvocato infatti pare non godesse di particolari guadagni o soddisfazioni. Piuttosto aveva cominciato da tempo e in diverse sedi una lotta politica col governo austriaco per il raggiungimento di una maggiore autonomia amministrativa e condizioni economiche più favorevoli. In principio la sua fu una battaglia serrata ma condotta nei confini della legalità. Ad ispirarlo non erano soltanto congetture di natura economica, ma anche quelle idee liberal-nazionali alle quali fu conquistato fin da ragazzo. Di convincimenti repubblicani, il suo sogno era che un giorno Venezia potesse cancellare l’onta di Campoformio e ritornare alla sua antica indipendenza per costituire liberamente assieme agli altri Stati della penisola una repubblica confederale italiana, le cui modalità di funzionamento avrebbero dovuto decidersi in un’assemblea nazionale a Roma.

Incarcerato dall’Austria sui principi del 1848, venne liberato a furor di popolo assieme a Niccolò Tommaseo nel marzo dello stesso anno. Decisivo fu il suo contributo al buon esito della rivoluzione che ebbe luogo nei giorni immediatamente successivi e con la quale i veneziani riuscirono a cacciare autorità e truppe straniere dal loro territorio. Una volta proclamata la repubblica il 22 marzo con la dichiarata intenzione di formare “uno di que’ centri che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di questa Italia in un sol tutto”, Manin si dimostrò molto abile nel compattare la popolazione di Venezia verso il perseguimento dell’indipendenza dall’Austria e a mantenere nel contempo quell’ordine pubblico che rischiava di essere compromesso dalla repentina caduta del potere imperiale. Questi e molti altri meriti furono però accompagnati anche da errori più o meno gravi che secondo Ginsborg influirono in modo decisivo sul fallimento finale del tentativo indipendentista veneziano. Anzitutto Manin non si rivelò in grado di predisporre nel lungo periodo un’adeguata e vincente strategia militare, che avrebbe potuto essere conseguita mediante l’immediata formazione di un esercito popolare veneziano. In secondo luogo errò fatalmente nel marginalizzare i contadini della terraferma e le province venete limitrofe nel contesto del movimento insurrezionale e del governo della neonata repubblica. Un coinvolgimento più profondo di queste realtà avrebbe potuto infatti rafforzare la sua posizione non solo nei confronti del nemico esterno, ma anche del sovrano piemontese Carlo Alberto, il quale negli sconvolgimenti politici del ’48 vide più un’occasione per allargare il proprio regno che la possibilità di costituire finalmente un’Italia unita.

La società veneziana nel corso della rivoluzione

11006379_638254046280112_2156276819168349991_nEccezion fatta per la nobiltà e l’alto clero, che consideravano maggiormente tutelate le proprie prerogative sotto il regime precedente, tutte le classi sociali di Venezia abbracciarono la causa nazionale italiana e il nuovo ordine politico, sperando di trovare in essi la realizzazione di aspirazioni e desideri a lungo covati. Ad ogni modo, la repubblica instaurata da Manin accese l’entusiasmo popolare non solo per la promessa di una maggiore giustizia sociale rispetto all’impianto reazionario asburgico, ma anche per evidenti e giustificate ragioni storiche. Infatti nel cuore dei veneziani il nome “repubblica” rievocava il ricordo di un passato glorioso, come testimoniato dal patriota Calucci: “Una generazione non basta a far dimenticare la storia di quattordici secoli; e se pochi erano vissuti sotto la vecchia repubblica, tutti invece ne avevano sentito parlare dai nostri padri colle lagrime agli occhi”. L’orgoglio municipale ebbe un ruolo fondamentale nella rivoluzione veneziana, dal principio all’epilogo, e fu tra gli elementi che permisero di tenere unita la città e di protrarre la lotta contro l’austriaco anche quando il destino appariva ormai tristemente segnato.

Con ciò non si deve tuttavia ritenere che la situazione cittadina fosse immune da scontri e frizioni interne, che traevano origine sia dalla contrapposizione di differenti indirizzi politici sia dalle diverse appartenenze di classe. In particolare, quanto ai contrasti politici, occorre ricordare che al partito repubblicano si oppose col tempo un partito ‘fusionista’ che sosteneva un migliore avvenire per Venezia sotto il regno sabaudo di Carlo Alberto. Con riferimento, invece, alle lotte sociali, non si può nascondere la verificazione di sporadici episodi di malcontento popolare contro le fasce più agiate della cittadinanza, le quali in più occasioni sentirono minacciate le loro proprietà. Nel corso della sua esperienza rivoluzionaria Venezia visse dunque anche dei momenti critici (a partire dal fallimento dell’esperienza fusionista, terminata ingloriosamente con la dipartita dei commissari piemontesi da poco insediatisi nel capoluogo veneto), ma il comune ideale e l’operato di Manin furono tali da garantire sempre la pace e l’equilibrio sociale, fino agli ultimi infelici giorni dell’agosto del 1849.

Paul Ginsborg: impostazione storiografica e stile

969169_441618522610333_733006888_nLa chiarezza espositiva e la fluidità del discorso di Paul Ginsborg richiamano indubbiamente lo stile di un altro storico inglese che si è occupato a fondo di cose italiane: Denis Mack Smith. Differente tuttavia appare l’impostazione teorica da cui prende le mosse Gisnborg, il quale nella redazione dell’opera si è ispirato evidentemente alla riflessione critica di Gramsci sul Risorgimento. Ne è testimonianza non solo la grande attenzione rivolta alle tematiche socio-economiche e alle divisioni di classe presenti all’epoca in Veneto e a Venezia, ma anche e soprattutto l’approfondita analisi dedicata alle ragioni del fallimento della rivoluzione borghese di Manin e più in generale dei repubblicani italiani del ’48. Partendo dall’idea gramsciana del Risorgimento come rivoluzione mancata, Ginsborg si interroga sui motivi che non hanno consentito a Venezia di portare a termine con successo il suo tentativo indipendentista e anti-reazionario, in un momento storico in cui i repubblicani ebbero la grande opportunità di porsi alla testa del movimento risorgimentale. Il fitto esame degli errori commessi da Manin nell’anno e mezzo di rivoluzione appare obiettivo, solido e ben argomentato.
Ciò detto, è bene ricordare che nessuna delle insurrezioni europee del ’48 ebbe successo. In un contesto internazionale di fallimenti, la rivoluzione veneziana fu la più duratura.

“Ricordi di prigione”, Luigi Pastro

DSCN1300Circa due settimane fa, guardando tra i libri di casa, mi sono trovato tra le mani i Ricordi di prigione di un mio concittadino, Luigi Pastro, nato nel 1822 a Selva del Montello, nel trevigiano. Dato il mio interesse per la memorialistica ho iniziato subito a sfogliarne le pagine e devo ammettere che si è trattata di una piacevole scoperta. Il dottor Pastro – un giovane medico di provincia dalle umili origini – fu tra i protagonisti di un episodio del Risorgimento oggi dimenticato, ma che al tempo suscitò indignazione e commozione in tutta Europa: il processo di Mantova che dal 1852 al 1855 condannò alla morte per impiccagione diversi patrioti e rivoluzionari italiani che dopo il fallimento della prima guerra d’indipendenza avevano continuato ad opporsi alla presenza di un governo austriaco nel lombardo-veneto. La triste vicenda passò alla storia col nome di “martiri di Belfiore”, dal luogo di Mantova dove vennero eseguite le pene capitali. Pastro fu tra gli imputati di quel processo, e rinchiuso in isolamento per due anni nelle carceri di Venezia, Verona e Mantova si rifiutò sempre di confessare, nonostante le pressioni e gli abusi dei carcerieri e dell’autorità inquisitoria. Passò tutto il tempo del processo dietro le sbarre, con una catena al piede, in una cella spoglia, angusta e malsana, senza compagni di prigione, privato della possibilità di leggere, scrivere o intrattenersi in qualunque altra attività. Schiacciato dall’angoscia del suo incerto destino e dalla disperazione della solitudine, messo a durissima prova dai lunghi digiuni imposti e dalle precarie condizioni igieniche del carcere, che ne aggravarono seriamente lo stato di salute, il trevigiano Pastro dovette trovare per due anni il modo di sconfiggere il tempo, “il più fiero nemico del prigioniero”. Così tra sonetti improvvisati a voce e comunicazioni con vicini di cella realizzate grazie al “linguaggio del muro” (un codice dove ad un determinato colpo sul muro corrisponde una lettera dell’alfabeto) egli trascorse quelle penose ed interminabili giornate che lo dividevano dalla pronuncia della temuta sentenza.

Per il tema trattato, Ricordi di prigione rimanda senza dubbio al più celebre scritto di Silvio Pellico Le mie prigioni, e costituisce un’interessante pagina di storia locale e nazionale, impreziosita da valori come l’abnegazione, la dedizione agli amici e la fedeltà agli ideali di una vita.

La Spoon River del Montello. Il Cimitero di guerra inglese di Giavera

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Sabato scorso ho visitato il Cimitero di guerra inglese di Giavera del Montello (Treviso) che raccoglie le tombe di 417 soldati britannici morti in Italia durante la Prima guerra mondiale. Truppe inglesi affiancarono l’esercito italiano già a partire dall’aprile del 1917, ma solo dopo la rotta di Caporetto assunsero un ruolo di tutto rilievo prendendo posizione sul settore del fronte di Montello e dando il loro prezioso contributo alla difesa delle nuova linea che da nord seguiva il corso del fiume Piave. Si stima che in Italia siano morti 2.600 soldati ed aviatori britannici, in una guerra particolarmente sanguinosa che ha sempre visto le truppe di Sua Maestà lontane dal suolo patrio (basti pensare che centinaia di migliaia perirono in Francia, sul fronte occidentale).

Il cimitero di Giavera è indubbiamente un luogo singolare qui in Italia per stile, gusto artistico e modalità di commemorazione dei caduti. Progettato dall’architetto Sir Robert Lorimer, è attualmente curato dalla Commonwealth War Graves Commission (come tutti i cimiteri di guerra inglesi sparsi per il mondo). Ci si arriva attraverso un breve sentiero ornato da ulivi e magnolie. La completa immersione nel paesaggio collinare del Montello conferisce a tutto il complesso un carattere di quiete ed armonia. All’ingresso due iscrizioni – una in lingua inglese e l’altra in italiano – ricordano che “il suolo di questo cimitero è stato donato dal popolo italiano per l’eterno riposo dei soldati delle armi alleate caduti nella guerra del 1914-1915 e che qui sono onorati”. Poco avanti, oltre il cancello, si erge da terra una croce in pietra alta una decina di metri. Nelle sue immediate vicinanze, accanto ai cipressi, su un manto erboso e molto ben curato, si possono vedere le file delle tombe dei soldati inglesi.

Per ogni caduto c’è una lapide in marmo: molte di esse oltre allo stemma della divisione di appartenenza hanno inciso un pensiero dei cari del defunto in forma di epitaffio. Ne riporto solo alcuni dei tanti. “For God, King and Country”: per Dio, il Re e la Patria. “Gone but not forgotten”: andato, ma non dimenticato. “Beneath a foreign sky, in a hero’s grave he lies”: sotto un cielo straniero, in una tomba da eroe egli giace. ”Oh God, to thee I yield the gift you gavest, most precious, most divine, our dear guy”: oh Dio, ti restituisco il dono che mi hai fatto, il più prezioso, il più divino, il nostro caro ragazzo. “Flowers may wither, leaves may die; if others forget you, never will I”: i fiori possono appassire, le foglie possono morire; se altri ti dimenticheranno, io mai. “May some lovely hand gently place some flowers for me. His mother”: possa una mano amorevole posare gentilmente dei fiori per me. Sua madre.

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Avere davanti a me una piccola ‘Spoon River‘ in territorio italiano – per di più così vicina a casa mia – è stato senz’altro emozionante.

In fondo al complesso cimiteriale un’iscrizione recita: “Their name liveth for evermore”: il loro nome vive per sempre. Dal lato opposto, salendo degli scalini, si arriva a una piccola cappella, all’interno della quale è possibile firmare il visitor book e lasciare scritto un proprio pensiero.

Sono uscito dalla visita con un senso di pace misto ad ammirazione, secondo solo a quello provato al Sacrario militare di Redipuglia, peraltro totalmente diverso per dimensioni e stile. A Redipuglia sono rimasto impressionato dalla maestosità del monumento funebre e dal quel PRESENTE ripetuto centinaia di volte, a significare l’immortalità dell’anima dei caduti. Al cimitero inglese di Giavera ho sentito qualcosa di diverso: il luogo è molto più raccolto e le iscrizioni sulle tombe dei defunti danno maggior risalto alla storia individuale del singolo soldato rispetto all’idea di sacrificio collettivo.

Non posso fare a meno di complimentarmi con la gestione del cimitero da parte degli inglesi, che anche a migliaia di chilometri di distanza riescono ad assicurare uno stato impeccabile all’intero complesso.

Il ‘mirabile podestà’ di Spalato: Antonio Bajamonti

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Fra le figure più ingiustamente dimenticate della politica italiana dell’ottocento si deve sicuramente annoverare quella del dalmata Antonio Bajamonti, podestà di Spalato dal 1860 al 1882 (eccetto per il biennio 1864-1865), in un periodo in cui la città era soggetta al dominio dell’Austria.

Ultimo italiano a ricoprire tale carica, Bajamonti seppe segnalarsi dapprima per un costante impegno alla modernizzazione della sua città e alla pace tra slavi e italiani, e successivamente – al mutare in peggio delle condizioni dei propri connazionali – per la strenua e orgogliosa difesa dei diritti della minoranza italiana della Dalmazia contro le prevaricazioni dei nazionalisti croati appoggiate dal governo asburgico.

Brevi cenni sulla presenza italiana in Dalmazia

La Dalmazia divenne una terra mistilingue e multietnica a partire dal VII secolo d.C., quando popolazioni di ceppo slavo vi calarono in massa costringendo gran parte degli autoctoni di lingua romanza a riparare in prossimità del mare. Si spiega così la bipartizione etnica che caratterizzò le località dalmate almeno fino al XIX secolo: latino-romanze nei centri della costa, slave nel contado e nei villaggi interni. Le popolazioni di lingua romanza rimasero preponderanti nelle zone costiere anche grazie alla fisionomia della regione, che rendeva più agevoli i contatti commerciali e culturali con l’altra sponda dell’Adriatico che non con il montuoso retroterra balcanico. Il dominio centenario della Repubblica di Venezia su queste terre fece il resto e contribuì a tenere in vita la componente autoctona della Dalmazia, la quale nel frattempo andava mischiandosi con l’elemento veneziano (affine per origini latine e tradizioni marittime), acquisendone persino la lingua. Allo stesso tempo l’espansione slava non conobbe un vero e proprio arresto, anzi. Molti infatti furono coloro i quali nel corso dei secoli emigrarono dai Balcani per sfuggire alla dominazione ottomana, trovando così protezione nella Dalmazia governata dalla Serenissima, la quale a sua volta trovava giovamento dalla loro manodopera e dal loro impegno militare. In molte circostanze inoltre Venezia stessa sostituì quella parte di popolazione locale perita a causa di pestilenze, malattie e calamità naturali di vario genere con immigrati di etnia slava, al fine di assicurare una pronta ripresa delle città colpite.
Con la fine della gloriosa Repubblica nel 1797, la Dalmazia passò dapprima in mano napoleonica e successivamente sotto il dominio austriaco. Agli inizi del XIX secolo gli italiani della regione erano qualcosa di più che una semplice minoranza: secondo un censimento del generale francese Marmont (1809) rappresentavano infatti il 29% della popolazione totale, quasi interamente concentrati sulle coste e nelle isole. Fu attorno alla metà del secolo – col risveglio delle coscienze nazionali – che il delicato equilibrio tra le diverse etnie delle regione cominciò a sfaldarsi.

Bajamonti: studi e inizio attività politica

Antonio Bajamonti nacque a Spalato nel 1822 da Giuseppe, magistrato, ed Elena Candido, nativa di Sebenico, frequentò il liceo della sua città e nonostante una certa propensione per le materie classiche si iscrisse nel 1841 alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Padova. Fu in quest’ambiente favorevole al circolo delle idee liberali che si appassionò alla politica e fece propria la dottrina democratica e patriottica di Giuseppe Mazzini. Quando nella primavera del 1848 Venezia insorse contro l’Austria e Spalato votò la propria unione all’antica capitale lagunare, fu tra i primi a schierarsi nella guardia nazionale della sua città natale.

Fallita l’esperienza rivoluzionaria, Bajamonti sposò la concittadina Luigia Crussevich nel 1849 ed esercitò la professione di medico, che dovette però abbandonare già nel 1851 a causa del fisico gracile. Da quel momento si dedicò incessantemente alla sua vera passione, la politica. Nel 1853 subì un breve arresto da parte delle autorità imperiali a causa dei suoi ideali mazziniani, ma pochi anni dopo, nel 1860, fu eletto podestà di Spalato coi voti degli autonomisti, un movimento politico prevalentemente italiano che in opposizione ai nazionalisti croati mirava all’autonomia della Dalmazia all’interno dell’Impero austro-ungarico, rifiutandone l’annessione alla Croazia (anch’essa dominio asburgico).

Il Partito Autonomista

Gli autonomisti dalmati, ben rappresentati da Bajamonti, furono politicamente dominanti fino agli anni ’70 del secolo XIX, tanto da incontrare inizialmente anche il consenso di diversi slavi della Dalmazia. Essi consideravano la propria terra come un ponte tra il mondo latino-occidentale e quello slavo-orientale, in accordo con l’ideale della ‘nazione dalmata’ espresso da Niccolò Tommaseo nel suo scritto Ai Dalmati. Propugnavano dunque una politica di distensione tra italiani e slavi della Dalmazia che permettesse di preservare l’originario carattere latino della regione, retaggio romano e veneziano, senza pregiudicare i diritti nazionali delle masse slave.
Funzionale al loro programma era la modernizzazione infrastrutturale della Dalmazia, giacché solo con nuove strutture ed efficaci collegamenti ad oriente e ad occidente essa avrebbe potuto fungere da ponte tra mondi diversi.

Opere pubbliche

Fu così che Bajamonti si impegnò assiduamente per portare sensibili migliorie alla sua Spalato: nel decennio 1865-1875 dotò la città dell’illuminazione a gas, di un ospedale, della diga del porto, di scuole tecniche, della Banca Dalmata e della Società operaia. Venendo incontro alle richieste nazionali avanzate dalla popolazione croata, istituì sette scuole slave e si prodigò per l’utilizzo del croato, accanto all’italiano, nei pubblici uffici. Attento anche alla vita culturale, fece costruire uno splendido teatro in stile rinascimentale, capace di tenere duemila posti. Infine, sempre a lui si devono gli imponenti lavori di restauro dell’acquedotto di Diocleziano, che permisero l’afflusso in città di notevoli quantità d’acqua dopo secoli. A sigillo di quest’ultima opera, commissionò una fontana monumentale (chiamata più tardi Bajamontusa dagli spalatini) che fu per anni motivo di vanto e d’orgoglio per la gente del posto, fino a quando nel 1947 non fu distrutta con la dinamite dai partigiani di Tito che la ritennero erroneamente un simbolo fascista (per via di una decorazione somigliante ad un fascio littorio).
Sempre di Bajamonti furono i progetti di una linea regolare di vapori tra Spalato e Pescara e di una ferrovia che da Spalato si congiungesse a Belgrado attraverso Sarajevo.
Gli storici sono unanimi nel riconoscergli un ruolo decisivo nella modernizzazione di Spalato: sotto il suo governo, la città fece quel salto di qualità tecnologico e infrastrutturale reso necessario dai tempi e dalla nuova rivoluzione industriale. Non si deve dimenticare infine che a buona parte delle opere realizzate Bajamonti partecipò attivamente col suo stesso patrimonio, accumulando anche debiti.

I contrasti con Vienna e l’oppressione degli italiani

Nonostante gli evidenti meriti nell’amministrazione di Spalato, Bajamonti dovette soffrire più volte l’ostilità del potere centrale austriaco, ormai sempre più determinato a ridurre il peso politico e sociale degli italiani nei suoi territori. Il difficile mantenimento dei confini imperiali e la minaccia proveniente dal movimento risorgimentale spinsero infatti il governo di Vienna ad appoggiare misure sfavorevoli nei confronti dei suoi sudditi italiani, considerati inaffidabili e ostili alla Corona. Vennero così avvantaggiate altre nazionalità dell’impero, come quella croata, più fedele e leale al dominio asburgico. Il 12 novembre 1866, subito dopo la sconfitta patita contro la Prussia e l’Italia nella terza guerra d’indipendenza, l’imperatore Francesco Giuseppe fece emanare quanto segue:

Sua Maestà ha espresso il preciso ordine di opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Territori della Corona, e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione – a seconda delle circostanze – delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo, mediante un adeguato affidamento di incarichi a magistrati politici ed insegnanti, nonché attraverso l’influenza della stampa in Tirolo meridionale, Dalmazia e Litorale adriatico [Trieste ed Istria]”

La slavizzazione dell’Adriatico orientale era dunque funzionale alla migliore conservazione del potere imperiale. Essa seguiva una linea già espressa anni prima dal federmaresciallo Radetzky: “Bisogna slavizzare la Dalmazia per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione
I primi ad essere colpiti da questa politica di snazionalizzazione furono i rappresentanti delle amministrazioni locali, sostituiti via via da elementi croati più ligi alla casata degli Asburgo. La lingua italiana cominciò a sparire dagli uffici pubblici, nonostante vi fosse adoperata da secoli. Le scuole italiane vennero progressivamente chiuse (alla fine del secolo ne rimasero alcune solo nella città di Zara)*. Era ormai sotto gli occhi di tutti che i nazionalisti croati, forti del sostegno asburgico, avrebbero scardinato l’assetto multietnico della Dalmazia depennando la cultura, la lingua e la rappresentanza politica italiana. Il loro obiettivo era garantire alla Croazia il pieno accesso al mare, rimuovendo lo scomodo elemento italiano insediato da secoli proprio sulle coste. Bajamonti reagì pubblicamente e vigorosamente a tali imposizioni, con discorsi infuocati alla Dieta provinciale di Zara e al Parlamento di Vienna. Il governo austriaco cominciò dunque a studiare il modo per cacciarlo dalla scena politica. Pur di allontanarlo dalla sua Spalato, si arrivò ad offrirgli anche una prestigiosa rappresentanza diplomatica nel Regno d’Italia. Ogni tentativo fu però vano, perché Bajamonti non volle saperne di abbandonare la Dalmazia e la sua lotta per i diritti degli italiani. Si dovette perciò procedere altrimenti. Nel novembre del 1880, col pretesto di alcuni tafferugli che coinvolsero la polizia austriaca, il consiglio municipale di Spalato venne sciolto e il comune commissariato. Bajamonti perdeva così il governo della città, che passò per due anni ad un commissario regio. Sempre nel 1880, dopo questi fatti, vennero chiuse tutte le scuole italiane di Spalato. Nel 1881 si registrò l’incendio doloso del teatro fatto costruire pochi anni prima ed infine nel 1882 si tennero le elezioni per il nuovo podestà, in un clima intimidatorio dove la città venne sottoposta ad occupazione militare, con una nave da guerra austriaca ancorata al porto e i suoi cannoni puntati sulla città. Fu così che vinse il partito gradito agli Asburgo, quello nazionalista croato, che fra i vari provvedimenti eliminò l’uso della lingua italiana nei rapporti con la cittadinanza.

Le ultime battaglie

Allontanato ormai definitivamente dal governo della propria città, Bajamonti continuò la propria attività politica nella Dieta dalmata (una sorta di assemblea regionale), dove si scontrò a più riprese con l’avvocato Filomeno Gaetano Bulat, suo acerrimo nemico, capo del partito nazionale croato e nuovo podestà di Spalato. Nel suo ultimo discorso tenuto nel 1887 davanti alla Dieta, Bajamonti si scagliò in particolare contro la cancellazione dell’italiano nelle pubbliche amministrazioni, ricordando la sua istituzione di sette scuole slave a Spalato nel 1860, l’introduzione del croato negli uffici e l’antica accoglienza – non corrisposta – che le popolazioni italiane riservarono in Dalmazia agli slavi sotto il governo di Venezia: “Gli italiani, anziché combattere le vostre aspirazioni, anziché calpestare i vostri diritti e schiacciare il vostro avvenire, si sono prestati, con interesse leale e vero, perché la lingua slava fosse modestamente introdotta nelle scuole e negli uffici. […] Noi fin dai primi tempi vi abbiamo accolto sui nostri lidi con affetto e sincerità e voi ce ne discacciate, con poco patriottismo e ci assegnate come unica dimora il mare: ‘u more’ – che è il vostro programma. […] Noi vi abbiamo dato istruzione e voi ci volete condannare all’ignoranza; noi non abbiamo mai pensato di sopprimere in voi il sentimento di nazionalità, né la lingua, ed alcuni di voi raccoglierebbero tutti noi in un cumulo per farci saltare in aria con un paio di chilogrammi di dinamite”.
Negli ultimi anni della sua vita Bajamonti fu schiacciato dai debiti contratti non per sé, ma per il rinnovamento della sua città. Perseguitato dai creditori, ridotto in povertà e ammalato, morì a Spalato il 13 gennaio 1891. Rimase celebre la sua amara (e profetica) affermazione: “A noi, italiani di Dalmazia, non rimane altro diritto che quello di soffrire”.

* Sul tema della della politica repressiva adottata contro gli italiani della Dalmazia sotto l’impero austriaco si rimanda all’articolo “L’agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe” di Marco Vigna, pubblicato sul Nuovo Monitore Napoletano il 20/10/2013.

Niccolò Tommaseo e la fusione di Venezia col Piemonte

22marzo

Nel marzo del 1848, anticipando Milano di pochi giorni, la città di Venezia si ribella all’Austria e si autoproclama repubblica. A guida della rivolta c’è il giovane e stimato avvocato Daniele Manin, liberato dalle carceri austriache assieme all’amico Niccolò Tommaseo, celebre letterato e liberale di origini dalmate. Il nuovo Stato veneziano, sorto sulle ceneri della gloriosa repubblica marinara, viene costituito con l’intento di una successiva e progressiva unione al resto dell’Italia, come dichiarato dallo stesso Manin: “Con questo non intendiamo già di separarci dai nostri fratelli italiani, ma anzi formeremo uno di que’ centri, che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di quest’Italia in un sol tutto”.
Tuttavia la politica dell’unione “a piccoli passi” propugnata dai veneziani trova l’ostacolo del re piemontese Carlo Alberto, il quale dopo pochi mesi chiede anche a loro di accettare la sua monarchia. Così nel luglio del 1848, su indicazione dello stesso Daniele Manin, i delegati dell’Assemblea di Venezia accettano la fine della repubblica e la conseguente annessione al Regno di Sardegna, consapevoli della difficile posizione della città lagunare nel caso di una prolungata lotta in solitaria contro l’Austria.
Non si tratta però di una scelta indolore. Fra i più convinti oppositori dell’opzione annessionistica c’è il dalmata Niccolò Tommaseo, secondo il quale, se da un lato “Venezia per certo non può né deve rimanersene sola”, dall’altro il Piemonte farebbe meglio a rinunciare ai suoi intenti di fusione, per permettere invece la nascita di una confederazione italiana, all’interno della quale, salva l’unità nazionale, Venezia e le altre regioni d’Italia possano governarsi in autonomia per tutto ciò che “non riguarda le utilità generali dello Stato”.

tommaseo

4 luglio 1848

Giacchè siamo, o cittadini, al secondo punto, cioè se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, o associarsi al Piemonte, non debbo tacere che la questione, posta così, sempre più mi dimostra l’inopportunità del trattarla in queste strette di guerra.

Perché potrebb’essere che l’aggregazione deliberata adesso paresse atto invalido a chi la giudicherà con animo riposato, e preparasse fomiti di discordie e rivoluzioni; potrebb’essere che l’aggregazione intempestiva nocesse al Piemonte stesso, suscitando le pestifere gare municipali, delle quali vediamo già un doloroso principio. In tale frangente né Venezia né il Piemonte può conoscere quale sia veramente il suo meglio.

Detto questo perché la coscienza me l’imponeva, ripeto che il domandare se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, non è porre la questione nel debito modo. Venezia per certo non può né deve rimanersene sola; ma può il tempo e deve inevitabilmente condurre tal mutamento nelle pubbliche cose, che la solitudine di Venezia venga a aver fine in molti altri modi che quest’uno dell’aggregarsi al Piemonte. Posta così la questione, e vietatoci ormai dalla prima deliberazione dell’assemblea d’indugiare, ne segue di necessità quella che chiamano fusione. Or poich’io non accetto le due premesse, posso non dare il mio voto; ma debbo insieme adoprarmi, quant’è in me, a rendere men pregiudicevole alle sorti avvenire d’Italia il voto altrui. Dirò dunque gl’inconvenienti che son più da temere nell’associazione al Piemonte; perch’altri ne cerchi in tempo i rimedi.

Il Piemonte finora è poco noto al rimanente di Italia; ch’anzi, non molti anni fa, si reputava esso stesso non essere Italia. Converrà dunque, per forza d’istruzioni che abbiano riguardo alle varie nature e alle tradizioni delle stirpi varie, far sì che ogni dispetto e sospetto tra le diverse provincie si dilegui. Il Piemonte, che per bocca di parecchi suoi benemeriti e valorosi scrittori nelle dottrine era guelfo, cioè amico al papato, ne’ fatti della politica è alquanto ghibellino, in questi rispetti, che mostra talvolta certa mal gelata gelosia della civile autorità del pontefice, che ha dato finora troppa parte ai patrizi nelle pubbliche cose. Bisogna che il settentrione d’Italia s’inchini al mezzogiorno laddove il mezzogiorno prevale per civiltà più antica e per italianità più profonda: bisogna che ogni privilegio di nascita o di titolo sia rotto ormai con un giogo. Il Piemonte entrando in possessione del Lombardo e del Veneto, se ascolta le cupidigie e le ambizioni di pochi malcauti, tratterà le provincie come conquista, tenterà di sottrarre a mano a mano delle fatte promesse, disputerà della sedia del regno, della sede del parlamento, dei commerciali vantaggi; si chiamerà addosso gl’impacci de’ grandi Stati e de’ piccoli municipi; e quanto maggiormente ampliato il suo regno, tanto più municipali saranno gl’intendimenti suoi. Bisogna al contrario che il Piemonte molto dia, acciocchè molto gli sia dato, se pure e’ non vuol perdere quello stesso ch’egli ha. Gli bisogna non soverchiare s’e’ non vuol essere soverchiato; non diffidare s’e’ non vuol perire per l’altrui diffidenza. Gli bisogna non solo rispettare i veri diritti municipali viventi nelle varie parti dello Stato novello, ma, dove non sono crearli, ridurli a uniformità; rispettare l’eredità inviolabile delle memorie, acciocchè il suo non paia dominio straniero. Gli bisogna a ciascuna provincia lasciare che, salva l’unità, si governi, quanto può, da se stessa; che le facoltà, le forze, i vantaggi sieno per tutte le parti in modo equabili distribuiti. Adesso che Germania, e Austria stessa, è forzata a mettersi per le vie liberali, tocca al Piemonte far sì che dagli stranieri in equità non sia vinto. Tocca a Venezia determinare ben chiare le condizioni del cedere, e non solamente richiedere che un’assemblea costituisca il suo patto politico, ma specificatamente richiedere che il parlamento alternamente s’aduni nel seno suo; che ella elegga i suoi magistrati e maestri; che la sua marineria mercantile e guerriera rifiorisca; che in quanto non riguarda le utilità generali dello Stato, ella da altra città non dipenda. Molto può certamente Venezia ed il Veneto apprendere dal Piemonte: le abitudini d’amministrazione regolare e ferma, la solidità degli studi, le istituzioni militari naturate nel popolo. E può il Piemonte altresì dalle altre parti d’Italia attingere un qualche bene, se voglia non assorbire l’Italia in sé, ma viemeglio italianarsi, egli stesso.

Due cose principalmente può e deve Venezia e Lombardia dal Piemonte richiedere, che tutta Italia, fino all’ultimo confine segnato dalla favella, compreso il Friuli e quel che chiamano Tirolo italiano, sia libero: e che in vincoli di confederazione si unisca il Piemonte all’altre regioni d’Italia; che una dieta istituiscasi in Roma, nella qual dieta ragionare de’ comuni diritti e doveri. Sarà questo l’indizio delle fraterne volontà del Piemonte, se tra il mezzogiorno e il settentrione d’Italia si stringeranno per opera sua patti di concordia generosa.
Conchiudo. Se volete associazione e non sudditanza, ponete bene le condizioni; giacché la vostra debolezza, per grave che sia, non distrugge i vostri diritti, i diritti de’ figli vostri, non toglie gli altrui doveri.*

* Da Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano – Storia e testi, Laterza, 1968-1999

L’origine del termine “cecchino”

cecchino

In italiano “cecchino” è il tiratore scelto che, appostato da lunghe distanze, spara di sorpresa, con elevato grado di precisione.
Il termine nacque nelle trincee italiane della Grande Guerra, in quanto “cecchini” erano chiamati – con intento dispregiativo – i soldati dell’impero austro-ungarico (specialmente i tiratori scelti), da “Cecco Beppe”, soprannome popolare dell’imperatore asburgico Francesco Giuseppe.

“Nell’Italia soggetta all’Austria – Vicende dei miei anni d’insegnamento”, Ernst Gnad

GnadIl professore boemo Ernst Gnad ha solo vent’anni quando viene mandato in Italia dal governo austriaco ad insegnare la lingua tedesca ai giovani studenti delle scuole del Regno Lombardo-Veneto. Dal 1853 il tedesco è diventato infatti un insegnamento obbligatorio in tutti i territori della corona perché, come avverte il Piano ministeriale asburgico, “veramente è indispensabile che in un grande Impero almeno le persone colte delle sue parti possano intendersi tra loro”. Succede così che il giovane Gnad, grazie alla sua passione per la lingua e le lettere italiane, ottiene ben presto una cattedra in Veneto, in una terra per lui fino ad allora sconosciuta e solo immaginata. E’ il 1856.

Nel suo libro di memorie pubblicato ad Innsbruck nel 1904, l’autore racconta con dovizia di particolari gli anni trascorsi nelle città di Padova, Udine e Venezia, regalandoci un interessantissimo e prezioso resoconto del clima sociale e politico che fermentava in quegli anni in una regione ostile al governo dell’Austria e desiderosa di un riscatto nazionale.

A causa delle agitazioni politiche del tempo (siamo in pieno Risorgimento) la situazione che Ernst Gnad deve affrontare in Italia non è certamente delle più agevoli per chi come lui è tedesco e al servizio dell’”oppressore” austriaco. Suo malgrado, comprende fin dall’inizio che per ottenere la stima o quanto meno il rispetto della popolazione locale – a partire da colleghi ed allievi – deve compiere enormi sforzi. Una volta arrivato viene subito avvertito: “Sono tempi difficili. I giovani non vogliono saperne del tedesco e ti daranno molto da fare”. Infatti i problemi non tardano a manifestarsi per il giovane professore, che deve dar fondo a tutte le sue energie e alla sua razionalità per svolgere in modo accettabile la propria professione. Il rapporto con gli studenti è complicato, perché gli episodi di insubordinazione contro l’insegnamento del tedesco nelle scuole italiane sono all’ordine del giorno: intere classi che escono al momento della lezione o scene mute durante le prove di profitto, unite ad altre manifestazioni di aperta sfida all’autorità. Ciò nonostante, Ernst Gnad riesce ad imporsi in più frangenti e soprattutto a guadagnarsi la considerazione e talvolta anche la simpatia dei propri alunni, che in più di un’occasione gli confessano privatamente di disertare le sue lezioni non per astio nei suoi confronti o disinteresse verso la materia ma per ragioni prettamente politiche.

Le manifestazioni patriottiche del Veneto di allora trovano grande spazio nella narrazione dell’autore, il quale, pur essendo un fedele e devoto suddito asburgico, non mostra mai alcun risentimento nei confronti degli italiani e del loro desiderio di rivincita nazionale, di cui anzi sembra quasi comprendere le ragioni più sincere e profonde.

Per il resto, il libro è un interessante e curioso susseguirsi di eventi di vita quotidiana narrati da un giovane che, fin dall’inizio della sua permanenza in Italia, rimane affascinato dalla luminosità del cielo e dal calore del sole che si trovano al di qua delle Alpi e non può fare a meno di provare buoni sentimenti per una popolazione che definisce “singolare […], un misto di di mediocrità e di grandezza, di errori e di virtù, come se si trattasse di un bambino viziato dal suo limpido cielo felice”, capace col proprio carattere “di dare un bagliore di amabilità e di grazia ai suoi difetti e alla sua sgarbatezza”.

Costretto a ritornare in patria dopo l’unione del Veneto al Regno d’Italia nel 1866, Ernst Gnad riceve con sua sorpresa dalla nuova amministrazione italiana la lusinghiera proposta di rimanere insegnante a Padova cambiando semplicemente materia e passando al greco antico. Per un sentimento di fedeltà al suo Paese non gli è però possibile accettare. Torna tuttavia a Padova qualche mese più tardi per salutare e ringraziare conoscenti e colleghi, e proprio in quell’occasione viene accolto calorosamente anche dai suoi vecchi studenti, rallegrati e festanti per l’imminente visita di Giuseppe Garibaldi in città, alla quale assiste personalmente.

“Ritorneranno”, Giani Stuparich

RitornerannoLo scrittore Giani Stuparich nasce a Trieste nel 1891, sotto l’impero austro-ungarico. Nel 1915, allo scoppio della guerra tra Italia ed Austria, sceglie assieme al fratello Carlo di arruolarsi come volontario per l’esercito italiano.
Il suo romanzo Ritorneranno (1941) trae spunto da queste vicende personali per raccontare la storia di una famiglia triestina dove tre giovani fratelli – Marco, Sandro e Alberto Vidali – decidono di lasciare la propria città natale ed unirsi alle truppe italiane, mentre il padre Domenico viene chiamato alle armi dall’Austria per combattere in Galizia contro l’esercito russo. L’incrollabile speranza nel loro ritorno consente alla madre Carolina e alla figlia Angela di vivere meno dolorosamente la lunghissima attesa a Trieste. “Ritorneranno” è il motivo che risuona più spesso in casa Vidali, dove la ricomposizione della famiglia finisce per confondersi con l’agognata redenzione di Trieste all’Italia.
Gli affetti familiari e l’amor di patria sono il filo conduttore dell’intero racconto. La trama tiene sospeso il lettore e riesce a farlo vibrare della tensione, dell’attesa e delle ansie dei protagonisti senza mai scadere nella retorica. La cornice all’interno della quale si delineano gli eventi è quella dolorosa e lacerante della guerra, illustrata nel corso del romanzo in tutti i suoi aspetti, compresi quelli più contraddittori: desiderata ardentemente come il mezzo necessario per conquistare la libertà e l’indipendenza, essa infatti finisce inevitabilmente per palesare anche il suo volto cruento, feroce, sanguinario, spesso distante dalla dimensione ideale dei protagonisti. “Egli poteva misurare la differenza del sentimento con cui ora tornava per la seconda volta al fuoco, da quello con cui vi era andato la prima volta. Canto abbandono, passione: il cuore era inebriato. E come lui, i suoi fratelli. Adesso invece l’animo pacato, spoglio di illusioni, il cuore quasi inerte”. Stuparich non esalta la guerra, pur essendo stato un volontario. Tuttavia Ritorneranno non può essere considerato propriamente un romanzo “contro” la guerra: rimane infatti salda la concezione del dovere insita nell’impegno bellico, così come l’indispensabilità dell’attaccamento verso la propria nazione e della lealtà verso i compagni. Tornare insieme a casa, a Trieste, e tornare da vincitori: è questo il desiderio che, malgrado tutto, malgrado gli aspetti disumani e tristi della guerra, animerà per l’intero corso della storia i fratelli Vidali.
Gran parte del romanzo è dedicata all’attesa delle due donne della famiglia, la stessa vissuta da milioni di madri, mogli, sorelle e fidanzate di quel periodo: lunga, logorante, sfibrante. Quasi infinita. Turbata spesso da lutti altrui, che sembrano presagire il proprio, e agitata così tante volte da impetuosi attacchi di nostalgia e malinconia.
Questo doppio filone narrativo consente al lettore di immedesimarsi in entrambi i drammi, quello più terribile dei soldati al fronte e quello comunque tormentato delle donne rimaste sole nelle loro case, ad attendere il ritorno dei loro cari.
Ritorneranno è infine un elogio del quotidiano, delle cose semplici, di tutte quelle piccole realtà che normalmente sembrano non aver alcun peso, ma che in tempo di guerra sono il desiderio più forte ed autentico di chiunque le abbia viste allontanarsi, forse per sempre.

Un diario di viaggio: “Istria” di Carlo Yriarte

istriaNel 1875 lo scrittore francese Carlo Yriarte scrive di un suo lungo viaggio attraverso la costa dell’Adriatico che da Venezia lo porta a Trieste, in Istria, nel golfo del Quarnero e in Dalmazia. Avendo già letto il diario relativo al tragitto in Dalmazia (di cui ho dato una recensione qui) ed essendone rimasto soddisfatto, ho voluto procurarmi il resoconto del precedente passaggio in Istria, finendo così per fare il viaggio dell’autore al contrario.
Mi sono avvicinato a quest’opera con una curiosità ancora maggiore rispetto a quella precedente, perché in fondo l’Istria dell’800 era una terra vicinissima all’Italia per cultura, lingua e composizione etnica: gli italiani infatti erano netta maggioranza nei centri abitati e sulle coste, mentre gli slavi erano presenti soprattutto nelle campagne, che popolavano quasi interamente. L’idea di veder raccontata l’Istria di allora da un viaggiatore straniero mi attirava parecchio, perché credevo fosse una garanzia di imparzialità e di equidistanza tra le due diverse etnie della regione. Devo ammettere invece di essere andato incontro a una piccola delusione.
Yriarte infatti nella sua descrizione di persone, luoghi e situazioni è particolarmente attratto da tutto ciò che appare lontano dal mondo moderno e finisce dunque per illustrarci quasi solo la parte slava della popolazione, più pittoresca sia nell’abbigliamento che nella vita quotidiana rispetto alla parte italiana, che era invece totalmente somigliante a qualsiasi altra popolazione occidentale. Questa impostazione narrativa tuttavia lascia davvero a desiderare se si considera che gli italiani dell’Istria avevano anch’essi un antico e interessantissimo bagaglio di tradizioni, dialetti ed usanze: avrei senz’altro gradito leggerne un resoconto nel diario di Yriarte. L’incompletezza nella descrizione dei caratteri della popolazione locale è il vero limite dell’opera, che però presenta comunque qualche aspetto degno di nota. Infatti, oltre alla precisione e all’erudizione con cui l’autore ci descrive via via la storia delle città istriane e dei loro monumenti, all’inizio del diario e in un altro paio di passaggi troviamo l’amara conferma di uno scontro nazionale in atto fin da allora:

“E’ impossibile al viaggiatore straniero di non riconoscere l’antagonismo flagrante tra l’elemento italiano e quello slavo”

Già sotto il dominio asburgico dunque covavano in Istria quelle rivalità e quei dissapori nazionali che le sarebbero stati fatali negli anni a venire, specialmente dopo l’ultimo conflitto mondiale, da cui il tessuto etnico della piccola penisola adriatica è uscito completamente stravolto. Si tratta di un fatto confermato da molte altre fonti e attorno al quale una certa storiografia dovrebbe sicuramente riflettere.

Lo strano destino del leone alato

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Cento anni fa il leone di San Marco era probabilmente il simbolo più potente degli irredentisti, vale a dire di quelli che alla vigilia della Grande Guerra – non ritenendo ancora compiuto il processo di unificazione nazionale – aspiravano all’annessione italiana di nuovi territori: Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia. Il nord-est italiano e le terre della Dalmazia (appartenute per secoli a Venezia) si ritenevano ben rappresentate da quel simbolo carico di storia.

Gabriele D’Annunzio nell’agosto del ’18 (a guerra non ancora conclusa) volava sui cieli di Vienna con una squadriglia detta “La Serenissima”, proprio come l’antica repubblica veneziana. Sul proprio aeroplano il poeta aveva fatto raffigurare un leone di Venezia con la scritta “Iterum rudit leo”, cioè “Il leone ruggisce ancora”.

E’ curioso notare come in meno di cento anni il famoso leone alato si sia trasformato da simbolo di chi voleva fare l’Italia più grande a simbolo di chi la vuole dividere. La Liga Veneta prima, la Lega Nord poi e ora i vari movimenti secessionisti del Veneto ne hanno fatto il proprio emblema in opposizione al tricolore italiano.

Una cosa è certa: il leone marciano è un simbolo fortemente evocativo, anche per la sua natura sacrale (nasce pur sempre come l’effige di un apostolo). Se la politica del secolo scorso e quella di oggi hanno continuato e continuano a farne uso, significa che è ben lontano dall’essere consegnato alla storia.

Le etnie dell’Impero Austro-Ungarico

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Questa carta inglese mostra le varie etnie dell’Impero Austro-Ungarico nel 1911, pochi anni prima della Grande Guerra. Per quanto riguarda gli italiani si può notare che:

1. erano predominanti nel Trentino ma non in Alto Adige;
2. abitavano le attuali province di Gorizia e di Trieste;
3. erano la maggioranza in tutta l’Istria occidentale (che era ed è tuttora la parte più densamente popolata della piccola penisola, essendo il resto del territorio per lo più montuoso).

Un dato curioso infine sono i nomi usati da questa carta inglese per talune città: mentre Venezia e Trento appaiono col loro nome anglicizzato (Venice e Trent), le grandi città della Venezia Giulia e della Dalmazia appaiono col loro nome italiano: Trieste, Fiume, Pola, Zara, Spalato, Ragusa e Cattaro. Nelle carte internazionali di oggi tutte queste città (tranne Trieste) sono indicate invece col loro nome croato: Rijeka, Pula, Zadar, Split, Dubrovnik e Kotor.