Il ‘mirabile podestà’ di Spalato: Antonio Bajamonti

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Fra le figure più ingiustamente dimenticate della politica italiana dell’ottocento si deve sicuramente annoverare quella del dalmata Antonio Bajamonti, podestà di Spalato dal 1860 al 1882 (eccetto per il biennio 1864-1865), in un periodo in cui la città era soggetta al dominio dell’Austria.

Ultimo italiano a ricoprire tale carica, Bajamonti seppe segnalarsi dapprima per un costante impegno alla modernizzazione della sua città e alla pace tra slavi e italiani, e successivamente – al mutare in peggio delle condizioni dei propri connazionali – per la strenua e orgogliosa difesa dei diritti della minoranza italiana della Dalmazia contro le prevaricazioni dei nazionalisti croati appoggiate dal governo asburgico.

Brevi cenni sulla presenza italiana in Dalmazia

La Dalmazia divenne una terra mistilingue e multietnica a partire dal VII secolo d.C., quando popolazioni di ceppo slavo vi calarono in massa costringendo gran parte degli autoctoni di lingua romanza a riparare in prossimità del mare. Si spiega così la bipartizione etnica che caratterizzò le località dalmate almeno fino al XIX secolo: latino-romanze nei centri della costa, slave nel contado e nei villaggi interni. Le popolazioni di lingua romanza rimasero preponderanti nelle zone costiere anche grazie alla fisionomia della regione, che rendeva più agevoli i contatti commerciali e culturali con l’altra sponda dell’Adriatico che non con il montuoso retroterra balcanico. Il dominio centenario della Repubblica di Venezia su queste terre fece il resto e contribuì a tenere in vita la componente autoctona della Dalmazia, la quale nel frattempo andava mischiandosi con l’elemento veneziano (affine per origini latine e tradizioni marittime), acquisendone persino la lingua. Allo stesso tempo l’espansione slava non conobbe un vero e proprio arresto, anzi. Molti infatti furono coloro i quali nel corso dei secoli emigrarono dai Balcani per sfuggire alla dominazione ottomana, trovando così protezione nella Dalmazia governata dalla Serenissima, la quale a sua volta trovava giovamento dalla loro manodopera e dal loro impegno militare. In molte circostanze inoltre Venezia stessa sostituì quella parte di popolazione locale perita a causa di pestilenze, malattie e calamità naturali di vario genere con immigrati di etnia slava, al fine di assicurare una pronta ripresa delle città colpite.
Con la fine della gloriosa Repubblica nel 1797, la Dalmazia passò dapprima in mano napoleonica e successivamente sotto il dominio austriaco. Agli inizi del XIX secolo gli italiani della regione erano qualcosa di più che una semplice minoranza: secondo un censimento del generale francese Marmont (1809) rappresentavano infatti il 29% della popolazione totale, quasi interamente concentrati sulle coste e nelle isole. Fu attorno alla metà del secolo – col risveglio delle coscienze nazionali – che il delicato equilibrio tra le diverse etnie delle regione cominciò a sfaldarsi.

Bajamonti: studi e inizio attività politica

Antonio Bajamonti nacque a Spalato nel 1822 da Giuseppe, magistrato, ed Elena Candido, nativa di Sebenico, frequentò il liceo della sua città e nonostante una certa propensione per le materie classiche si iscrisse nel 1841 alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Padova. Fu in quest’ambiente favorevole al circolo delle idee liberali che si appassionò alla politica e fece propria la dottrina democratica e patriottica di Giuseppe Mazzini. Quando nella primavera del 1848 Venezia insorse contro l’Austria e Spalato votò la propria unione all’antica capitale lagunare, fu tra i primi a schierarsi nella guardia nazionale della sua città natale.

Fallita l’esperienza rivoluzionaria, Bajamonti sposò la concittadina Luigia Crussevich nel 1849 ed esercitò la professione di medico, che dovette però abbandonare già nel 1851 a causa del fisico gracile. Da quel momento si dedicò incessantemente alla sua vera passione, la politica. Nel 1853 subì un breve arresto da parte delle autorità imperiali a causa dei suoi ideali mazziniani, ma pochi anni dopo, nel 1860, fu eletto podestà di Spalato coi voti degli autonomisti, un movimento politico prevalentemente italiano che in opposizione ai nazionalisti croati mirava all’autonomia della Dalmazia all’interno dell’Impero austro-ungarico, rifiutandone l’annessione alla Croazia (anch’essa dominio asburgico).

Il Partito Autonomista

Gli autonomisti dalmati, ben rappresentati da Bajamonti, furono politicamente dominanti fino agli anni ’70 del secolo XIX, tanto da incontrare inizialmente anche il consenso di diversi slavi della Dalmazia. Essi consideravano la propria terra come un ponte tra il mondo latino-occidentale e quello slavo-orientale, in accordo con l’ideale della ‘nazione dalmata’ espresso da Niccolò Tommaseo nel suo scritto Ai Dalmati. Propugnavano dunque una politica di distensione tra italiani e slavi della Dalmazia che permettesse di preservare l’originario carattere latino della regione, retaggio romano e veneziano, senza pregiudicare i diritti nazionali delle masse slave.
Funzionale al loro programma era la modernizzazione infrastrutturale della Dalmazia, giacché solo con nuove strutture ed efficaci collegamenti ad oriente e ad occidente essa avrebbe potuto fungere da ponte tra mondi diversi.

Opere pubbliche

Fu così che Bajamonti si impegnò assiduamente per portare sensibili migliorie alla sua Spalato: nel decennio 1865-1875 dotò la città dell’illuminazione a gas, di un ospedale, della diga del porto, di scuole tecniche, della Banca Dalmata e della Società operaia. Venendo incontro alle richieste nazionali avanzate dalla popolazione croata, istituì sette scuole slave e si prodigò per l’utilizzo del croato, accanto all’italiano, nei pubblici uffici. Attento anche alla vita culturale, fece costruire uno splendido teatro in stile rinascimentale, capace di tenere duemila posti. Infine, sempre a lui si devono gli imponenti lavori di restauro dell’acquedotto di Diocleziano, che permisero l’afflusso in città di notevoli quantità d’acqua dopo secoli. A sigillo di quest’ultima opera, commissionò una fontana monumentale (chiamata più tardi Bajamontusa dagli spalatini) che fu per anni motivo di vanto e d’orgoglio per la gente del posto, fino a quando nel 1947 non fu distrutta con la dinamite dai partigiani di Tito che la ritennero erroneamente un simbolo fascista (per via di una decorazione somigliante ad un fascio littorio).
Sempre di Bajamonti furono i progetti di una linea regolare di vapori tra Spalato e Pescara e di una ferrovia che da Spalato si congiungesse a Belgrado attraverso Sarajevo.
Gli storici sono unanimi nel riconoscergli un ruolo decisivo nella modernizzazione di Spalato: sotto il suo governo, la città fece quel salto di qualità tecnologico e infrastrutturale reso necessario dai tempi e dalla nuova rivoluzione industriale. Non si deve dimenticare infine che a buona parte delle opere realizzate Bajamonti partecipò attivamente col suo stesso patrimonio, accumulando anche debiti.

I contrasti con Vienna e l’oppressione degli italiani

Nonostante gli evidenti meriti nell’amministrazione di Spalato, Bajamonti dovette soffrire più volte l’ostilità del potere centrale austriaco, ormai sempre più determinato a ridurre il peso politico e sociale degli italiani nei suoi territori. Il difficile mantenimento dei confini imperiali e la minaccia proveniente dal movimento risorgimentale spinsero infatti il governo di Vienna ad appoggiare misure sfavorevoli nei confronti dei suoi sudditi italiani, considerati inaffidabili e ostili alla Corona. Vennero così avvantaggiate altre nazionalità dell’impero, come quella croata, più fedele e leale al dominio asburgico. Il 12 novembre 1866, subito dopo la sconfitta patita contro la Prussia e l’Italia nella terza guerra d’indipendenza, l’imperatore Francesco Giuseppe fece emanare quanto segue:

Sua Maestà ha espresso il preciso ordine di opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Territori della Corona, e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione – a seconda delle circostanze – delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo, mediante un adeguato affidamento di incarichi a magistrati politici ed insegnanti, nonché attraverso l’influenza della stampa in Tirolo meridionale, Dalmazia e Litorale adriatico [Trieste ed Istria]”

La slavizzazione dell’Adriatico orientale era dunque funzionale alla migliore conservazione del potere imperiale. Essa seguiva una linea già espressa anni prima dal federmaresciallo Radetzky: “Bisogna slavizzare la Dalmazia per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione
I primi ad essere colpiti da questa politica di snazionalizzazione furono i rappresentanti delle amministrazioni locali, sostituiti via via da elementi croati più ligi alla casata degli Asburgo. La lingua italiana cominciò a sparire dagli uffici pubblici, nonostante vi fosse adoperata da secoli. Le scuole italiane vennero progressivamente chiuse (alla fine del secolo ne rimasero alcune solo nella città di Zara)*. Era ormai sotto gli occhi di tutti che i nazionalisti croati, forti del sostegno asburgico, avrebbero scardinato l’assetto multietnico della Dalmazia depennando la cultura, la lingua e la rappresentanza politica italiana. Il loro obiettivo era garantire alla Croazia il pieno accesso al mare, rimuovendo lo scomodo elemento italiano insediato da secoli proprio sulle coste. Bajamonti reagì pubblicamente e vigorosamente a tali imposizioni, con discorsi infuocati alla Dieta provinciale di Zara e al Parlamento di Vienna. Il governo austriaco cominciò dunque a studiare il modo per cacciarlo dalla scena politica. Pur di allontanarlo dalla sua Spalato, si arrivò ad offrirgli anche una prestigiosa rappresentanza diplomatica nel Regno d’Italia. Ogni tentativo fu però vano, perché Bajamonti non volle saperne di abbandonare la Dalmazia e la sua lotta per i diritti degli italiani. Si dovette perciò procedere altrimenti. Nel novembre del 1880, col pretesto di alcuni tafferugli che coinvolsero la polizia austriaca, il consiglio municipale di Spalato venne sciolto e il comune commissariato. Bajamonti perdeva così il governo della città, che passò per due anni ad un commissario regio. Sempre nel 1880, dopo questi fatti, vennero chiuse tutte le scuole italiane di Spalato. Nel 1881 si registrò l’incendio doloso del teatro fatto costruire pochi anni prima ed infine nel 1882 si tennero le elezioni per il nuovo podestà, in un clima intimidatorio dove la città venne sottoposta ad occupazione militare, con una nave da guerra austriaca ancorata al porto e i suoi cannoni puntati sulla città. Fu così che vinse il partito gradito agli Asburgo, quello nazionalista croato, che fra i vari provvedimenti eliminò l’uso della lingua italiana nei rapporti con la cittadinanza.

Le ultime battaglie

Allontanato ormai definitivamente dal governo della propria città, Bajamonti continuò la propria attività politica nella Dieta dalmata (una sorta di assemblea regionale), dove si scontrò a più riprese con l’avvocato Filomeno Gaetano Bulat, suo acerrimo nemico, capo del partito nazionale croato e nuovo podestà di Spalato. Nel suo ultimo discorso tenuto nel 1887 davanti alla Dieta, Bajamonti si scagliò in particolare contro la cancellazione dell’italiano nelle pubbliche amministrazioni, ricordando la sua istituzione di sette scuole slave a Spalato nel 1860, l’introduzione del croato negli uffici e l’antica accoglienza – non corrisposta – che le popolazioni italiane riservarono in Dalmazia agli slavi sotto il governo di Venezia: “Gli italiani, anziché combattere le vostre aspirazioni, anziché calpestare i vostri diritti e schiacciare il vostro avvenire, si sono prestati, con interesse leale e vero, perché la lingua slava fosse modestamente introdotta nelle scuole e negli uffici. […] Noi fin dai primi tempi vi abbiamo accolto sui nostri lidi con affetto e sincerità e voi ce ne discacciate, con poco patriottismo e ci assegnate come unica dimora il mare: ‘u more’ – che è il vostro programma. […] Noi vi abbiamo dato istruzione e voi ci volete condannare all’ignoranza; noi non abbiamo mai pensato di sopprimere in voi il sentimento di nazionalità, né la lingua, ed alcuni di voi raccoglierebbero tutti noi in un cumulo per farci saltare in aria con un paio di chilogrammi di dinamite”.
Negli ultimi anni della sua vita Bajamonti fu schiacciato dai debiti contratti non per sé, ma per il rinnovamento della sua città. Perseguitato dai creditori, ridotto in povertà e ammalato, morì a Spalato il 13 gennaio 1891. Rimase celebre la sua amara (e profetica) affermazione: “A noi, italiani di Dalmazia, non rimane altro diritto che quello di soffrire”.

* Sul tema della della politica repressiva adottata contro gli italiani della Dalmazia sotto l’impero austriaco si rimanda all’articolo “L’agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe” di Marco Vigna, pubblicato sul Nuovo Monitore Napoletano il 20/10/2013.

Niccolò Tommaseo e la fusione di Venezia col Piemonte

22marzo

Nel marzo del 1848, anticipando Milano di pochi giorni, la città di Venezia si ribella all’Austria e si autoproclama repubblica. A guida della rivolta c’è il giovane e stimato avvocato Daniele Manin, liberato dalle carceri austriache assieme all’amico Niccolò Tommaseo, celebre letterato e liberale di origini dalmate. Il nuovo Stato veneziano, sorto sulle ceneri della gloriosa repubblica marinara, viene costituito con l’intento di una successiva e progressiva unione al resto dell’Italia, come dichiarato dallo stesso Manin: “Con questo non intendiamo già di separarci dai nostri fratelli italiani, ma anzi formeremo uno di que’ centri, che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di quest’Italia in un sol tutto”.
Tuttavia la politica dell’unione “a piccoli passi” propugnata dai veneziani trova l’ostacolo del re piemontese Carlo Alberto, il quale dopo pochi mesi chiede anche a loro di accettare la sua monarchia. Così nel luglio del 1848, su indicazione dello stesso Daniele Manin, i delegati dell’Assemblea di Venezia accettano la fine della repubblica e la conseguente annessione al Regno di Sardegna, consapevoli della difficile posizione della città lagunare nel caso di una prolungata lotta in solitaria contro l’Austria.
Non si tratta però di una scelta indolore. Fra i più convinti oppositori dell’opzione annessionistica c’è il dalmata Niccolò Tommaseo, secondo il quale, se da un lato “Venezia per certo non può né deve rimanersene sola”, dall’altro il Piemonte farebbe meglio a rinunciare ai suoi intenti di fusione, per permettere invece la nascita di una confederazione italiana, all’interno della quale, salva l’unità nazionale, Venezia e le altre regioni d’Italia possano governarsi in autonomia per tutto ciò che “non riguarda le utilità generali dello Stato”.

tommaseo

4 luglio 1848

Giacchè siamo, o cittadini, al secondo punto, cioè se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, o associarsi al Piemonte, non debbo tacere che la questione, posta così, sempre più mi dimostra l’inopportunità del trattarla in queste strette di guerra.

Perché potrebb’essere che l’aggregazione deliberata adesso paresse atto invalido a chi la giudicherà con animo riposato, e preparasse fomiti di discordie e rivoluzioni; potrebb’essere che l’aggregazione intempestiva nocesse al Piemonte stesso, suscitando le pestifere gare municipali, delle quali vediamo già un doloroso principio. In tale frangente né Venezia né il Piemonte può conoscere quale sia veramente il suo meglio.

Detto questo perché la coscienza me l’imponeva, ripeto che il domandare se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, non è porre la questione nel debito modo. Venezia per certo non può né deve rimanersene sola; ma può il tempo e deve inevitabilmente condurre tal mutamento nelle pubbliche cose, che la solitudine di Venezia venga a aver fine in molti altri modi che quest’uno dell’aggregarsi al Piemonte. Posta così la questione, e vietatoci ormai dalla prima deliberazione dell’assemblea d’indugiare, ne segue di necessità quella che chiamano fusione. Or poich’io non accetto le due premesse, posso non dare il mio voto; ma debbo insieme adoprarmi, quant’è in me, a rendere men pregiudicevole alle sorti avvenire d’Italia il voto altrui. Dirò dunque gl’inconvenienti che son più da temere nell’associazione al Piemonte; perch’altri ne cerchi in tempo i rimedi.

Il Piemonte finora è poco noto al rimanente di Italia; ch’anzi, non molti anni fa, si reputava esso stesso non essere Italia. Converrà dunque, per forza d’istruzioni che abbiano riguardo alle varie nature e alle tradizioni delle stirpi varie, far sì che ogni dispetto e sospetto tra le diverse provincie si dilegui. Il Piemonte, che per bocca di parecchi suoi benemeriti e valorosi scrittori nelle dottrine era guelfo, cioè amico al papato, ne’ fatti della politica è alquanto ghibellino, in questi rispetti, che mostra talvolta certa mal gelata gelosia della civile autorità del pontefice, che ha dato finora troppa parte ai patrizi nelle pubbliche cose. Bisogna che il settentrione d’Italia s’inchini al mezzogiorno laddove il mezzogiorno prevale per civiltà più antica e per italianità più profonda: bisogna che ogni privilegio di nascita o di titolo sia rotto ormai con un giogo. Il Piemonte entrando in possessione del Lombardo e del Veneto, se ascolta le cupidigie e le ambizioni di pochi malcauti, tratterà le provincie come conquista, tenterà di sottrarre a mano a mano delle fatte promesse, disputerà della sedia del regno, della sede del parlamento, dei commerciali vantaggi; si chiamerà addosso gl’impacci de’ grandi Stati e de’ piccoli municipi; e quanto maggiormente ampliato il suo regno, tanto più municipali saranno gl’intendimenti suoi. Bisogna al contrario che il Piemonte molto dia, acciocchè molto gli sia dato, se pure e’ non vuol perdere quello stesso ch’egli ha. Gli bisogna non soverchiare s’e’ non vuol essere soverchiato; non diffidare s’e’ non vuol perire per l’altrui diffidenza. Gli bisogna non solo rispettare i veri diritti municipali viventi nelle varie parti dello Stato novello, ma, dove non sono crearli, ridurli a uniformità; rispettare l’eredità inviolabile delle memorie, acciocchè il suo non paia dominio straniero. Gli bisogna a ciascuna provincia lasciare che, salva l’unità, si governi, quanto può, da se stessa; che le facoltà, le forze, i vantaggi sieno per tutte le parti in modo equabili distribuiti. Adesso che Germania, e Austria stessa, è forzata a mettersi per le vie liberali, tocca al Piemonte far sì che dagli stranieri in equità non sia vinto. Tocca a Venezia determinare ben chiare le condizioni del cedere, e non solamente richiedere che un’assemblea costituisca il suo patto politico, ma specificatamente richiedere che il parlamento alternamente s’aduni nel seno suo; che ella elegga i suoi magistrati e maestri; che la sua marineria mercantile e guerriera rifiorisca; che in quanto non riguarda le utilità generali dello Stato, ella da altra città non dipenda. Molto può certamente Venezia ed il Veneto apprendere dal Piemonte: le abitudini d’amministrazione regolare e ferma, la solidità degli studi, le istituzioni militari naturate nel popolo. E può il Piemonte altresì dalle altre parti d’Italia attingere un qualche bene, se voglia non assorbire l’Italia in sé, ma viemeglio italianarsi, egli stesso.

Due cose principalmente può e deve Venezia e Lombardia dal Piemonte richiedere, che tutta Italia, fino all’ultimo confine segnato dalla favella, compreso il Friuli e quel che chiamano Tirolo italiano, sia libero: e che in vincoli di confederazione si unisca il Piemonte all’altre regioni d’Italia; che una dieta istituiscasi in Roma, nella qual dieta ragionare de’ comuni diritti e doveri. Sarà questo l’indizio delle fraterne volontà del Piemonte, se tra il mezzogiorno e il settentrione d’Italia si stringeranno per opera sua patti di concordia generosa.
Conchiudo. Se volete associazione e non sudditanza, ponete bene le condizioni; giacché la vostra debolezza, per grave che sia, non distrugge i vostri diritti, i diritti de’ figli vostri, non toglie gli altrui doveri.*

* Da Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano – Storia e testi, Laterza, 1968-1999

Un diario di viaggio: “Istria” di Carlo Yriarte

istriaNel 1875 lo scrittore francese Carlo Yriarte scrive di un suo lungo viaggio attraverso la costa dell’Adriatico che da Venezia lo porta a Trieste, in Istria, nel golfo del Quarnero e in Dalmazia. Avendo già letto il diario relativo al tragitto in Dalmazia (di cui ho dato una recensione qui) ed essendone rimasto soddisfatto, ho voluto procurarmi il resoconto del precedente passaggio in Istria, finendo così per fare il viaggio dell’autore al contrario.
Mi sono avvicinato a quest’opera con una curiosità ancora maggiore rispetto a quella precedente, perché in fondo l’Istria dell’800 era una terra vicinissima all’Italia per cultura, lingua e composizione etnica: gli italiani infatti erano netta maggioranza nei centri abitati e sulle coste, mentre gli slavi erano presenti soprattutto nelle campagne, che popolavano quasi interamente. L’idea di veder raccontata l’Istria di allora da un viaggiatore straniero mi attirava parecchio, perché credevo fosse una garanzia di imparzialità e di equidistanza tra le due diverse etnie della regione. Devo ammettere invece di essere andato incontro a una piccola delusione.
Yriarte infatti nella sua descrizione di persone, luoghi e situazioni è particolarmente attratto da tutto ciò che appare lontano dal mondo moderno e finisce dunque per illustrarci quasi solo la parte slava della popolazione, più pittoresca sia nell’abbigliamento che nella vita quotidiana rispetto alla parte italiana, che era invece totalmente somigliante a qualsiasi altra popolazione occidentale. Questa impostazione narrativa tuttavia lascia davvero a desiderare se si considera che gli italiani dell’Istria avevano anch’essi un antico e interessantissimo bagaglio di tradizioni, dialetti ed usanze: avrei senz’altro gradito leggerne un resoconto nel diario di Yriarte. L’incompletezza nella descrizione dei caratteri della popolazione locale è il vero limite dell’opera, che però presenta comunque qualche aspetto degno di nota. Infatti, oltre alla precisione e all’erudizione con cui l’autore ci descrive via via la storia delle città istriane e dei loro monumenti, all’inizio del diario e in un altro paio di passaggi troviamo l’amara conferma di uno scontro nazionale in atto fin da allora:

“E’ impossibile al viaggiatore straniero di non riconoscere l’antagonismo flagrante tra l’elemento italiano e quello slavo”

Già sotto il dominio asburgico dunque covavano in Istria quelle rivalità e quei dissapori nazionali che le sarebbero stati fatali negli anni a venire, specialmente dopo l’ultimo conflitto mondiale, da cui il tessuto etnico della piccola penisola adriatica è uscito completamente stravolto. Si tratta di un fatto confermato da molte altre fonti e attorno al quale una certa storiografia dovrebbe sicuramente riflettere.

Un diario di viaggio: “Dalmazia” di Carlo Yriarte

dalmaziaQualche settimana fa ho trovato in una bancarella di libri a Porto Santa Margherita di Caorle un curioso diario di viaggio di fine ‘800 di un certo Carlo Yriarte, giornalista francese di origini spagnole nato a Parigi nel 1833.
Il libro (tradotto dai Fratelli Treves nel 1883 e recentemente ripubblicato da Edizioni Biblioteca dell’Immagine) è il resoconto di un lungo viaggio intrapreso dall’autore nel 1875 attraverso la Dalmazia, governata in quegli anni dall’Impero Austro-Ungarico. Nella sua ricchezza di descrizioni ed informazioni, il diario di Yriarte costituisce uno splendido affresco su una realtà oggi scomparsa, quella della nazione dalmata, un tempo multietnica e distinta dalla Croazia, anche se completamente slava nelle zone interne. A circa ottant’anni dalla caduta della Repubblica di Venezia (che dominò quelle terre per diversi secoli) lo scenario che si presenta agli occhi del nostro viaggiatore è il seguente:

“La costa è dappertutto veneta, da Zara a Cattaro, ma come nell’Istria, e ancora più che nel Margraviato, la campagna è slava, e la civiltà spira alla porta delle città che formano come l’orlatura del mare”

Yiarte non è un viaggiatore occasionale ma un uomo colto, che dimostra una profonda conoscenza della storia e dei costumi locali: per ogni città che visita si premura di spiegarne le origini, l’alternarsi delle dominazioni e le sue vicende più recenti. La Dalmazia descritta nel suo diario è una terra povera, incolta, poco fertile e dall’industria quasi inesistente: “E’ uno dei pochi paesi d’Europa dove possiate ancora soffrire la fame, la sete e il freddo”, annota a un certo punto. Tuttavia, per un curiosissimo ed inspiegabile contrasto, questi luoghi offrono anche un’esplosione di colori vivi, di abiti sgargianti, di mercati e feste locali colme di vita. Yriarte è particolarmente attirato dagli usi e dalle abitudini della gente del posto: ne descrive minutamente l’abbigliamento, gli accessori, le abitazioni ed anche quei monumenti e quelle piazze rinascimentali così simili a quelle italiane. L’autore non manca di addentrarsi nella campagna, per darci così un interessante spaccato della popolazione slava delle zone interne.

In quanto francese, Yriarte loda a più riprese i meriti della breve dominazione napoleonica, a cui però probabilmente dà troppa importanza a scapito dell’elemento veneziano, che a tratti sembra quasi disprezzare. Glielo perdoniamo: i francesi amano da sempre dare eccellenti descrizioni (solo) di se stessi.
Splendidi i disegni che accompagnano la narrazione e che sono stati abbozzati da Yriarte stesso durante le varie soste.

Una lettura consigliata a chiunque voglia tuffarsi nella storia di quelle terre, oggi così poco conosciute da noi italiani nonostante le incancellabili tracce lasciate lì dai nostri antenati.

“L’Italia e il confine orientale”, Marina Cattaruzza

cattaruzza

Da qualche anno ormai si parla sempre più spesso delle complesse vicende che hanno coinvolto il confine orientale italiano, in particolar modo la città di Trieste (ma non solo). La nostra attenzione è catturata soprattutto dai fatti della Seconda guerra mondiale e al loro immediato seguito: la repressione attuata prima dal fascismo e poi dal nazismo, la lotta partigiana nella Venezia Giulia, la Risiera di San Sabba, le foibe e infine l’esodo degli italiani dalle terre passate alla Jugoslavia col Trattato di pace (1947).

Come spesso accade quando gli avvenimenti storici sono così vicini all’occhio di chi li guarda, non si riesce purtroppo ad analizzarli con quella serenità d’animo e con quel distacco emotivo che sarebbero invece necessari per una loro corretta comprensione. Nessuno oggi naturalmente si scalderebbe nel discutere delle guerre puniche o dello scontro tra guelfi e ghibellini nell’Italia medievale: si tratta evidentemente di vicende troppo distanti dal nostro attuale vissuto per accendere gli animi. Ma se si parla di guerre e stragi avvenute pochi decenni fa, con reduci e testimoni ancora in vita, ovviamente il discorso cambia e il confine tra attualità, politica e storia diviene terribilmente labile, anzi, in alcuni circostanze scompare del tutto. Questo è esattamente il caso delle tormentate e controverse vicende che si verificarono in Istria e nei ditorni di Trieste e Gorizia durante gli anni ’40: mi riferisco in particolare alle foibe e all’esodo, su cui attualmente il dibattito politico e storiografico è andato intensificandosi dopo quasi mezzo secolo di oblio.

Per quel che mi riguarda, ho avvicinato queste tematiche all’incirca due anni e mezzo fa, dopo aver letto per caso su internet una cronostoria dei principali avvenimenti che coinvolsero la città di Trieste dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino al 1954, anno del ritorno della città sotto la sovranità italiana. Mi accorsi subito di possedere scarse conoscenze su un argomento che però mi incuriosiva parecchio. Questo mi ha spronato a continuare la ricerca e a consultare diverse fonti, ed è così che recentemente mi sono imbattuto in quest’ottimo lavoro storiografico, L’Italia e il confine orientale della professoressa triestina Marina Cattaruzza, edito da Il Mulino nel 2007.

Il proposito dell’autrice è sicuramente ambizioso: raccontare gli ultimi centocinquant’anni di una storia controversa e non condivisa – quella della Venezia Giulia – partendo dal Risorgimento fino alla tanto discussa istituzione della Giornata del Ricordo in Italia nel 2004, passando per la due guerre mondiali, l’impresa di Fiume, il fascismo, la costituzione del TLT, etc…

Bisogna riconoscere l’assoluta difficoltà della redazione di un’opera che rendesse conto in modo esauriente ma allo stesso tempo sintetico di un periodo così lungo, travagliato, poco conosciuto e ricco di sfumature contrastanti. La professoressa Cattaruzza è riuscita brillantemente nel suo intento, dando senz’altro dimostrazione di equilibrio e d’imparzialità. I fatti storici sono via via esposti dall’autrice secondo il loro nudo svolgimento, senza retorica né ideologia. Si legge tra le righe un’attenzione certosina nell’esposizione delle vicende giuliane, con la maggiore moderazione possibile. Questo è indubbiamente il principale merito dell’opera, ma non l’unico. Ve ne sono almeno altri due ai miei occhi: il primo consiste nella scelta di analizzare la vicenda del confine orientale a partire dall’epoca risorgimentale. Generalmente infatti la storiografia sul tema tralascia del tutto questa fase storica, preferendo iniziare dall’immediato primo dopoguerra, vale a dire dall’annessione italiana della Venezia Giulia avvenuta nel 1920 col trattato di Rapallo. Il torto principale di queste ricostruzioni storiografiche sta essenzialmente nel sottovalutare sia il legame ideale e storico tra irredentismo italiano e Risorgimento (approfondito invece in modo davvero soddisfacente dalla Cattaruzza) sia lo scontro tra gli opposti nazionalismi, italiano e slavo, che affonda le proprie radici proprio nell’epoca tardo-risorgimentale (aspetto questo invece meno curato dall’autrice, ma comunque messo in luce).

L’altro merito che bisogna riconoscere alla professoressa Cattaruzza sta nella particolare attenzione per le trattative diplomatiche che riguardarono il confine orientale, dal Patto di Londra (1915) al più recente Trattato di Osimo (1975). I vari accordi internazionali che interessarono la Venezia Giulia nel secolo scorso sono in quest’opera quasi sviscerati, analizzati nel loro progressivo sviluppo, dando così al lettore piena contezza degli interessi (sia nazionali che di parte) di volta in volta in gioco.

Il lavoro della professoressa Cattaruzza manca forse nella trattazione dei due temi più scottanti della recente storia giuliana: le foibe e l’esodo degli italiani. Le due vicende sono analizzate per sommi capi, probabilmente per la preoccupazione dell’autrice di non esporsi eccessivamente e di tenersi il più possibile al di sopra delle parti. Va detto comunque che l’ampia trattazione della resistenza guidata dal maresciallo Tito ed in particolare delle motivazioni che la ispirarono (non solo antifasciste, ma anche annessionistiche e nazionaliste) offrono comunque al lettore un quadro esauriente per comprendere adeguatamente il contesto in cui i suddetti tragici eventi si verificarono. Molto interessante a tal proposito è senz’altro la ricostruzione della progressiva delegittimazione della resistenza italiana non comunista nella Venezia Giulia.

Spunti a mio parere illuminanti si rinvengono infine nella riflessione dell’autrice sul difficile rapporto tra la Giornata del Ricordo (10 febbraio) e il “mito” della Resistenza.

Chiunque voglia approcciare o anche solo approfondire la conoscenza di quella terra travagliata e contesa che fu la Venezia Giulia del secolo scorso troverà sicuramente in quest’opera un riferimento prezioso.

Quando nascono i brogli

Andrea_Dandolo

‘Imbrogliare’, ‘imbroglio’, ‘imbroglione’ sono tutte parole che derivano – come si può facilmente intuire – da ‘broglio’, termine col quale oggi indichiamo la falsificazione dei voti e più in generale gli illeciti elettorali. Cosa significava però in origine ‘broglio’? Pochi lo sanno, ma la parola viene dalla voce dialettale veneziana brolo, letteralmente “giardino, cortile”.
Nel suo monumentale Dizionario della lingua italiana (uscito nel 1876), il letterato dalmata Niccolò Tommaseo spiega infatti che per “broglio” si intendeva inizialmente “il luogo pubblico dove la nobiltà suole adunarsi insieme per trattare l’un l’altro i propri negozi e chiedere i magistrati [cioè le cariche pubbliche]” e ricorda che “nell’antica Venezia tenevasi l’ambito dei magistrati nelle piazze, che tuttavia diconsi Campi, che erano già con alberi. Da Brolo, voce viva nel Veneto, venne Broglio”.
Tommaseo precisa infine che con il passare del tempo, “broglio” andò sempre più significando per estensione “maneggio per ottenere qualcosa”. Tali erano avvertite infatti dal popolo le manovre dell’aristocrazia veneziana per spartirsi le cariche, prima fra tutte quella di Doge. Va detto che la preoccupazione più alta della politica veneziana fu per secoli quella di evitare che tutto il potere fosse concentrato nelle mani di un solo individuo o di una sola famiglia. Si voleva allontanare a tutti i costi il rischio che Venezia divenisse una signoria, o ancora peggio una monarchia. Ecco che per preservare il carattere storicamente repubblicano della città lagunare e per garantire l’equilibrio fra i suoi principali esponenti si creò tra le nobili famiglie veneziane un complesso ma efficace sistema di gestione del potere e di spartizione delle cariche, fatto di scambi, favori, compromessi, reciproche rinunce, eccetera (oggi probabilmente si parlerebbe di “inciuci”).
La storica israeliana Dorit Raines spiega che “il continuo scambio di favori, politici e sociali, creava durante i secoli un insieme di comportamenti e di rituali, che venivano chiamati, almeno per il loro lato politico, broglio”. Prima delle votazioni al Palazzo Ducale si cercava insomma di creare “una lobby per ottenere un risultato sicuro nel procedimento elettorale”.
Curiosamente, la stessa parola inglese lobby ha un’origine davvero simile al veneziano “broglio”: come quest’ultimo indicava quel luogo pubblico dove l’aristocrazia veneziana si trovava per concordare anticipatamente i risultati delle votazioni, il termine lobby letteralmente significa “atrio, ingresso, corridoio”, in particolare, negli Stati Uniti, il corridoio per il pubblico al Congresso (il corrispettivo della nostra Camera dei Deputati) e al Senato. Anche questo corridoio, come il ‘broglio’ veneziano, finì per diventare il centro di trattative e di maneggi tra la classe politica statunitense e i rappresentanti dei vari centri di potere del paese.
Tindaro Gatani osserva che dunque col passare del tempo “lobby cominciò ad indicare, per estensione, il gruppo o i gruppi organizzati di persone che, con le loro ‘manovre’ appunto ‘di corridoio’, sono in grado di influenzare le decisioni del governo e delle amministrazioni statali”.

Lo strano destino del leone alato

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Cento anni fa il leone di San Marco era probabilmente il simbolo più potente degli irredentisti, vale a dire di quelli che alla vigilia della Grande Guerra – non ritenendo ancora compiuto il processo di unificazione nazionale – aspiravano all’annessione italiana di nuovi territori: Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia. Il nord-est italiano e le terre della Dalmazia (appartenute per secoli a Venezia) si ritenevano ben rappresentate da quel simbolo carico di storia.

Gabriele D’Annunzio nell’agosto del ’18 (a guerra non ancora conclusa) volava sui cieli di Vienna con una squadriglia detta “La Serenissima”, proprio come l’antica repubblica veneziana. Sul proprio aeroplano il poeta aveva fatto raffigurare un leone di Venezia con la scritta “Iterum rudit leo”, cioè “Il leone ruggisce ancora”.

E’ curioso notare come in meno di cento anni il famoso leone alato si sia trasformato da simbolo di chi voleva fare l’Italia più grande a simbolo di chi la vuole dividere. La Liga Veneta prima, la Lega Nord poi e ora i vari movimenti secessionisti del Veneto ne hanno fatto il proprio emblema in opposizione al tricolore italiano.

Una cosa è certa: il leone marciano è un simbolo fortemente evocativo, anche per la sua natura sacrale (nasce pur sempre come l’effige di un apostolo). Se la politica del secolo scorso e quella di oggi hanno continuato e continuano a farne uso, significa che è ben lontano dall’essere consegnato alla storia.

I meriti dell’esercito italiano nei Balcani raccontati da un ebreo

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Contro la storiografia dominante che dipinge solo a tinte fosche l’operato dell’esercito italiano nei Balcani durante la seconda guerra mondiale si erge l’importante testimonianza di un cittadino israelita di origini dalmate presente all’epoca dei fatti. Si tratta un professore di storia contemporanea di Gerusalemme, tale Menachem Shelah: egli – nativo della Dalmazia occupata nel ’41-’43 dall’esercito italiano – è stato salvato dalla furia genocida degli ustascia e dei nazisti assieme a migliaia di altri suoi connazionali grazie all’operato degli ufficiali e dei soldati italiani stanziati nei Balcani.

Agli inizi degli anni ’90 Shelah ha sentito la necessità di ringraziare quegli italiani con un libro: “Un debito di gratitudine: storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli ebrei in Dalmazia (1941-’43)”. L’opera racconta di come i soldati dell’esercito italiano si adoperarono per salvare migliaia di ebrei dei Balcani, che erano nel frattempo diventanti obiettivo della pulizia etnica non solo nazista ma anche ustascia (i nazionalisti croati appoggiati dalle forze dell’Asse).

“Erano circa 80 mila – scrive Shelah – gli ebrei che vivevano in Jugoslavia all’inizio della guerra. Ne restavano 13 mila 500 alla fine del conflitto. Di questi, un terzo doveva la vita agli italiani… Per più di due anni, dall’aprile del 1941 al settembre del 1943, gli italiani avevano steso una rete protettiva sugli ebrei della Croazia che erano riusciti a sfuggire ai loro carnefici ustascia e tedeschi. Li avevano salvati mentre tutto attorno infuriava la bufera della soluzione finale”

L’operato dei soldati italiani non andò tuttavia a vantaggio dei soli ebrei. A tal proposito, un noto esperto militare, lo statunitense Edward Luttwak, ha commentato:

“Non si deve credere che gli italiani proteggessero solo gli ebrei: l’esercito agì come forza d’interposizione fra croati e serbi, per meglio dire impedì alle bande croate di massacrare tanti civili appartenenti all’etnia serba. Fu uno slancio che accomunò i generali dello stato maggiore e i militari di grado inferiore, fino all’ultimo caporale. E fu dettato soprattutto da spirito umanitario”

Com’è noto, l’occupazione nazista della Jugoslavia e il conseguente sfaldamento del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni ebbero l’effetto di riaccendere le secolari e mai assopite rivalità etniche in Jugoslavia. Ustascia e cetnici (i primi croati, i secondi serbi) si resero protagonisti di una delle pagine più sanguinose della storia europea, con centinaia di migliaia di vittime civili in tutto il territorio jugoslavo. A differenza di quanto accadde più tardi negli anni ’90, dove i serbi più di altri si macchiarono di crimini atroci, nel periodo 41-45 furono i croati, forti dell’appoggio tedesco, a spargere più sangue. Costoro erano gli ustascia guidati dall’ultra-nazionalista Ante Pavelic, amico di Hitler e di Mussolini. Gli ustascia – che ottennero in quegli anni un proprio stato nazionale – perseguitarono i serbi e gli ebrei, massacrandone impunemente e senza freno a migliaia:

“Il sangue scorreva a fiumi, migliaia di donne venivano violentate, i bambini erano fatti a pezzi, i campi, i villaggi, le città erano dati alle fiamme”.

In questo terribile scenario, i soldati italiani furono gli unici a tentare di limitare questa carneficina benedetta dai nazisti, salvando non solo molti ebrei ma anche diversi serbi. Sul punto ritengo opportuno lasciar parlare Shelah:

“[prima della guerra] vivevano in promiscuità serbi di religione greco-ortodossa e croati cattolici. […] Con l’avvento al potere degli ustascia la situazione cambiò: teste calde croate, sia del posto sia venute da fuori, attaccarono gli insediamenti serbi, saccheggiando e uccidendo con una ferocia inaudita. Le case serbe furono arse, i beni saccheggiati, uomini, donne e bambini messi a morte con terribile efferatezza. Quegli stessi croati che fino a quel momento avevano salutato cortesemente, anche se freddamente, i loro vicini serbi si univano ora all’orgia di sangue. […] I pochi militari italiani restati nella zona erano esterrefatti, e l’orrore da essi provato vedendosi costretti ad assistere a scene così inumane è documentato dalle decine di strazianti rapporti inviati in quel periodo al Comando e a Roma. In uno di tali documenti un ufficiale italiano racconta che dopo che la sua unità ebbe consegnato ai croati il villaggio in cui era accampata, apparve un prete croato che disse di essere il nuovo comandante. L’italiano chiese quali ordini il «nuovo comandante» avesse ricevuto dai suoi superiori e l’ustascia rispose: «Un solo ed unico ordine: sgozzare tutti i cani serbi». L’ufficiale italiano, che in un primo momento aveva creduto che quello volesse scherzare, fu subito inorridito vedendo che i croati già avevano iniziato il macello. In breve tempo tutti i serbi del posto furono uccisi. In quel periodo, gli italiani cercarono di proteggere contro gli ustascia i serbi e gli ebrei locali e in mancanza di direttive ufficiali, i comandi delle diverse unità militari operarono di propria spontanea iniziativa

Certo, non mancarono i casi opposti di ossequio ai nazisti e alle direttive anti-ebraiche del regime, ma nel complesso Shelah fa intendere che gli italiani adottarono una linea diversa da quella degli alleati tedeschi, mostrando disprezzo e disgusto per l’inutile macelleria che si consumava sotto i loro occhi.

“Del comportamento degli italiani in Jugoslavia è lecito dire che fu il meno pesante, in confronto a quello delle altre forze ivi operanti. Gli italiani si sforzarono almeno di non colpire innocenti, cosa che non può certo essere detta riguardo al comportamento degli ustascia, dei cetnici e delle altre bande armate, compresi i partigiani di Tito”.

E’ importante sottolineare che gli italiani mantennero un comportamento analogo anche in Grecia e in Francia. Fausto Bocchetti spiega che a muovere i nostri soldati non fu solo uno spirito umanitario, ma anche un alto senso dell’onore militare:

“Credo che la motivazione dei generali fosse la difesa dell’onore militare. Era disonorevole rastrellare inermi civili e spedirli a morire in nome di un principio razziale”

I soldati italiani, se in alcune circostanze hanno eccesso anche loro nella violenza, in moltissime altre (la maggioranza dei casi, secondo Shelah) hanno dato prova di coraggio e di umanità, dimostrando di agire secondo coscienza e non solo in base agli ordini inumani spesso loro impartiti.

Shelah conclude: “Proprio come non dobbiamo mai dimenticare ciò che hanno commesso contro di noi i nostri nemici, così dobbiamo sempre ricordare l’opera compiuta dai nostri amici”.

Discorso di apertura dell’Assemblea Costituente

“L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnatoci nella storia del mondo”

viva-l-italia-foto_MarcoRuggieri@flickr

Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati alle urne non solo per scegliere tra monarchia e repubblica ma anche per eleggere i propri candidati all’Assemblea Costituente, vale a dire quell’assemblea che aveva il compito di scrivere la nuova costituzione italiana.

La Costituente si riunisce per la prima volta a Montecitorio circa tre settimane dopo, il 25 giugno. A presiederla provvisoriamente è il suo membro più anziano, il celebre giurista siciliano Vittorio Emanuele Orlando, nato a Palermo nel 1860, già Presidente del Consiglio tra il 1917 e il 1919.

E’ proprio lui a pronunciare il discorso di apertura dell’Assemblea, un discorso fortemente intriso di amor patrio e che inizia col ricordo commosso delle genti giuliano-dalmate, impedite a votare a differenza di tutti gli altri italiani perché soggette a dominio straniero, e destinate di lì a poco a un esodo di massa.

Si continua poi ricordando quanto sia necessario l’armonia nazionale in un momento tanto difficile e si evidenzia quanto serva soprattutto l’accettazione della nuova forma di governo, la repubblica, anche da parte di chi ha votato la monarchia (cioè la metà degli italiani); infine non si lesinano critiche alle condizioni di pace che gli Alleati intendono infliggere all’Italia (il trattato di pace verrà firmato un anno più tardi, nel 1947, e sarà pesantissimo per il nostro Paese).

Quello che più mi ha colpito nel leggere questo discorso è la ricorrenza con cui Orlando richiama la “patria”, una parola che sembra oggi bandita dal vocabolario dei nostri politici (un caso unico in tutto l’Occidente mi pare). Si parla sempre e unicamente di “Stato”, ma lo Stato è solo un freddo concetto giuridico, mentre la patria rappresenta un valore superiore: esiste anche senza lo Stato ed è fatta di storia, di cultura, di lingua, di terra e soprattutto di una comunità nazionale.
Ed è proprio da qui che bisognerebbe ripartire oggi, perché dalle difficoltà si può uscire solo se uniti e se animati da un valore più alto del proprio tornaconto, e cioè l’interesse del Paese.

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Onorevoli colleghi! Una regola costantemente osservata di diritto parlamentare vuole che un’Assemblea che proviene da un’elezione non possa iniziare alcuna sua funzione se non dopo essersi costituita. Eppure, anche rifuggendo da ogni enfasi, questa adunanza ha una solennità storica che supera quella regola e consente, se non anche richiede, che chi ha il compito di procedere alla semplice formalità rituale, esprima un suo saluto inaugurale. Poiché, intanto, il vecchio, anzi il più vecchio cui il compito fu riservato, può questa volta, per il ciclo stesso degli anni della sua troppo lunga vita, oltre che per gli eventi di essa, rappresentare tutto il passato di una storia che si è chiusa, nel saluto che egli vi rivolge si comprende, nel tempo stesso, un congedo commosso e un augurio fervente. È l’augurio di quel passato verso di voi, cui è affidato l’avvenire della Patria nostra in quest’ora tragica di essa, di quest’Italia che, pur fra errori e colpe che abbiamo potuto commettere, noi abbiamo amato d’immenso amore e servito con devozione assoluta. (Vivi applausi).

Ed è, questo saluto, rivolto ad un’Assemblea nella quale il popolo italiano, per la prima volta nella sua storia, si può dire rappresentato nella sua totalità perfetta, senza distinzione né di sesso, né di classi, né di regioni o di genti, se anche, sotto quest’ultimo aspetto, si rinnovelli nel ricordo il dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati applausi — Grida di Viva Trieste italiana! e di Viva Trieste repubblicana!), le quali però, se non han votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia. (Vivissimi prolungali applausi).

In quest’Assemblea, dunque, il popolo italiano è sovrano, ma, anche, il solo sovrano, l’arbitro assoluto della decisione del proprio destino. Sarebbe vana la ricerca se meglio convenga per il progresso politico e civile di un popolo il processo di evoluzione o di rivoluzione. Questa indagine suppone una facoltà di scelta che, purtroppo spesso, la storia non consente ai popoli. Nel caso infatti dell’Italia, quell’ordinamento che dal 1848 aveva retto lo Stato per tre quarti di secolo, e che aveva dimostrato una flessibilità ed una capacità di progresso veramente prodigiose, era stato metodicamente distrutto con un procedimento in cui la frode si sommava con la violenza, di guisa che nell’anno che seguì il colpo di Stato del 1925 si può dire che nessuna, dico nessuna delle istituzioni dello Stato libero era più rimasta vigente. Compito formidabile, dissi, di ricostruzione ab imis cui codesta Assemblea dovrà accingersi, in un momento in cui nella eterna battaglia fra la libertà e la tirannide sembra che i popoli cerchino un ubi consistam fra il tramonto del Governo parlamentare e il delinearsi di un ordine nuovo in cui i partiti da semplici forze politiche verrebbero assumendo figura e caratteri di natura giuridica costituzionale, come organizzazioni delle masse sociali rappresentative del lavoro, considerando quest’ultimo come il fattore ormai assolutamente prevalente nella produzione e nella distribuzione della ricchezza. (Approvazioni). Che questa sia la tendenza, si può affermare; ma i modelli mancano e il travaglio continua.

Questo è il compito a voi affidato, e che dovrete adempiere con piena libertà di scelta e di decisione, la quale però ha un limite che fu fissato direttamente dalla stessa volontà popolare, con un atto che può qualificarsi di democrazia diretta. E questo limite consiste in ciò: la forma di governo, per quanto riguarda la qualità del Capo dello Stato, è la Repubblica. L’istituto che vi corrisponde è dunque diventato il simbolo dell’unità dello Stato; è attraverso di esso che la Nazione d’Italia si personifica come organica unità indissolubile. Vi corrisponde una radicale trasformazione del dovere civico essenziale, che è di onorare questo simbolo, di servirlo con assoluta fedeltà e lealtà, come rappresentativo della Patria stessa, al di sopra e malgrado qualsiasi altra opinione o sentimento o ideale che si sia professato o che possa ancora essere professato. (Vivi applausi).

Questo dovere non nasce soltanto da disciplina verso una legalità formale, verso quello che si suole chiamare l’ordine costituito.

Poiché esso si confonde coi doveri verso la Patria, importa quella devozione appassionata che arriva sino al sacrificio della vita, ogni qual volta contro quel simbolo si addensi un pericolo o sovrasti una minaccia.

Bisogna con storica lealtà dichiarare che l’esempio di questa virtù di sacrificio, che supera le pregiudiziali ideologiche, è stato dato quando un’inversa situazione dell’ordine costituito pose i repubblicani di fronte all’adempimento di quel dovere: servire la Patria, anche se ordinata in una forma di governo contrastante coi propri ideali. Io personalmente ho un debito a questo riguardo, se penso quale fervida collaborazione abbiano prestato, durante l’altra guerra e specialmente dopo Caporetto, uomini politici che si chiamavano Eugenio Chiesa, Ubaldo Comandini, Leonida Bissolati, e sotto un altro aspetto, cioè come solidarietà piena nelle speranze e nell’angoscia patriottica, Filippo Turati ed i suoi compagni del partito socialista. (Vivissimi applausi). Ma in quest’aula parlamentare gioverà ancor meglio un ricordo dell’ordine puramente parlamentare. Aurelio Saffi, il più puro fratello spirituale di Giuseppe Mazzini, eletto alla Camera dei Deputati per le legislature VIII e IX, vi prese parte e prestò giuramento; eletto in due legislature successive, egli invece rifiutò di giurare e non assunse l’ufficio. L’apparente contraddizione egli giustificò con due lettere nobilissime, per ciò che, egli diceva, «sono oggi cessate le cause per le quali in altri tempi era debito di ogni Italiano di subordinare le proprie opinioni politiche alla suprema questione dell’esistenza nazionale».

Orbene, è oggi dovere di onore di seguir quest’esempio, oggi che la situazione rispettiva delle due fedi si è rovesciata. E questi ricordi di abnegazione patriottica al di sopra dei partiti hanno una gravità solenne, in quest’ora, mentre — per usare l’espressione di Saffi — una minaccia contro l’esistenza stessa della Patria appare con una terribilità che supera quella delle ore più fosche della nostra storia, di questi ultimi anni intendo, se si concretassero e diventassero definitive le notizie che ci pervengono circa i patti e le condizioni di una pace che sarebbe orribile. Essa ci umilia con l’offesa sanguinosa ai marinai, ai soldati, agli aviatori, ai partigiani che han combattuto e son morti a decine di migliaia, trasformandoli in mercenari poiché si sarebbero battuti per uno straniero che ci considerava e continua a considerarci come nemici. (Vivissimi applausi). Essa ci mutila, separandoci da genti che sono carne della nostra carne e sangue del nostro sangue; ci toglie l’indipendenza mettendoci a discrezione di chiunque voglia aggredirci, disarmati entro i confini indifesi; essa ci spoglia con le riparazioni, mentre siamo nella più catastrofica indigenza; essa ci sottrae le colonie, il cui valore è tutto costituito dal nostro lavoro. Se ciò avvenisse, un’ombra resterebbe gettata nei secoli sull’onore di chi ci avrebbe chiamato a combattere per una causa, la quale ora ci si dice che non era la nostra. Qui non si tratta di fare ricerche da legulei sulla diversa portata delle formule usate; se, avuto riguardo alla qualità delle persone che parlavano o per il contenuto preciso delle parole usate, si sia trattato di impegni, o di affidamenti, o di promesse; che importano le parole, che importano le qualità ufficiali di chi le pronunziava, quando vi è il fatto, generatore del più sacro degli impegni: il fatto che ci fu chiesto e fu accettato un contributo di sangue? Non diventava per ciò solo comune la causa per cui si combatteva? Ed è possibile rinnegare quest’obbligo e imporci una pace non solo punitiva, ma crudelmente punitiva? Noi confidiamo ancora che questo scempio della giustizia sia risparmiato, ma riaffermiamo che non intendiamo cadere nell’abisso di questa pace.

L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnato a noi nella storia del mondo. (Vivi applausi). Noi aspetteremo la nostra rivincita non in forma di una guerra, che ferventemente deprechiamo in nome della civiltà in pericolo; ma poiché ci si vuole distruggere, la nostra rivincita consisterà nella nostra risurrezione, nella quale abbiamo una fede fermissima. (Vivi applausi).

Frattanto, in questo pericolo mortale che ci minaccia dall’estero, un imperativo categorico si pone verso l’interno: l’unione, la pacificazione, la concordia. Un appello solenne ne segue, perché ogni italiano, a qualunque partito, a qualunque classe appartenga, ogni risentimento, ogni dissenso, ogni rancore, ogni interesse, ogni pensiero insomma, subordini alla maestà di questo comando: la concordia nazionale perché si salvi l’Italia, perché viva l’Italia. Vorrei ardentemente che queste fossero le ultime mie parole, affinché esse restassero impresse con l’autorità austera dell’al di là: Viva l’Italia! (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati generali applausi).

Le etnie dell’Impero Austro-Ungarico

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Questa carta inglese mostra le varie etnie dell’Impero Austro-Ungarico nel 1911, pochi anni prima della Grande Guerra. Per quanto riguarda gli italiani si può notare che:

1. erano predominanti nel Trentino ma non in Alto Adige;
2. abitavano le attuali province di Gorizia e di Trieste;
3. erano la maggioranza in tutta l’Istria occidentale (che era ed è tuttora la parte più densamente popolata della piccola penisola, essendo il resto del territorio per lo più montuoso).

Un dato curioso infine sono i nomi usati da questa carta inglese per talune città: mentre Venezia e Trento appaiono col loro nome anglicizzato (Venice e Trent), le grandi città della Venezia Giulia e della Dalmazia appaiono col loro nome italiano: Trieste, Fiume, Pola, Zara, Spalato, Ragusa e Cattaro. Nelle carte internazionali di oggi tutte queste città (tranne Trieste) sono indicate invece col loro nome croato: Rijeka, Pula, Zadar, Split, Dubrovnik e Kotor.

Una figura del Risorgimento triestino: Demetrio Livaditi

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Fra i miei antenati figura un letterato e patriota triestino del XIX secolo, Demetrio Livaditi, nato a Trieste nel 1833 da famiglia greca. Si tratta di una figura oggi dimenticata, ma che all’epoca seppe segnalarsi per la qualità degli scritti e per il suo impegno nella causa risorgimentale.

Premesse storiche

Trieste all’epoca era il principale sbocco al mare dell’Impero asburgico. L’Austria nel ‘700 dichiarò la città porto franco (assieme a Fiume), determinando così la sua ascesa a centro di fondamentale importanza nei commerci dell’Adriatico. A Trieste da quel momento si incontrarono molti popoli diversi. Le nazionalità più rappresentate in città erano quella italiana, quella slovena e quella tedesca. Dalla seconda metà del ‘700 si installò nella città giuliana anche una consistente comunità greca: si trattava per lo più di persone che fuggivano dal dominio turco. La famiglia di Demetrio Livaditi – originaria del Peloponneso – apparteneva a questa comunità.

La gioventù e la passione per la letteratura

Foto Demetrio Livaditi
Demetrio Livaditi (1833-1897)

Demetrio crebbe fin da giovane una passione per le lettere e per il Paese in cui era nato: infatti, pur figlio di greci, si sentiva triestino e italiano. Fino ai 15 anni frequentò il corso classico, che era l’unica scuola media con insegnamento in lingua italiana, essendo tutte le altre in lingua tedesca. Conseguì poi la licenza commerciale: il padre Alessandro infatti era un mercante e voleva iniziarlo alla pratica del commercio. Fu un tentativo senza successo, perché Demetrio continuò ad interessarsi esclusivamente di lettere: si esercitò nella traduzione dal greco di Platone e di Eschine Socratico e a 16 anni scrisse un primo articolo sulla lingua e sulla letteratura italiana pubblicato dalla Favilla di Francesco Hermet, un importante periodico locale dell’epoca che raccoglieva letterati e patrioti italiani di Trieste.
In seguito viaggiò la Germania come precettore di una famiglia facoltosa e di ritorno esercitò l’insegnamento privato assicurandosi un buon numero di scolari. Nel frattempo abbozzò lavori letterari e teatrali e lavorò con la Rivista Veneta, un periodico veneziano.

Il periodico “La Ciarla” e l’esilio

Erano gli anni del Risorgimento e Demetrio Livaditi – a differenza degli altri greci di Trieste tendenzialmente fedeli agli Asburgo – abbracciò la causa nazionale italiana. Era ormai divenuto italiano non solo di lingua, ma anche di sentimenti.
Fu così che sul finire degli anni ’50 progettò di fondare un giornale patriottico nella propria città. Raccontò in un suo diario:

Vagheggiavo ardentemente il disegno di fondare a Trieste un giornale letterario che come il “Crepuscolo” di Milano, “L’Alba” di Brescia, la “Rivista Veneta” di Venezia e “L’annotatore Friulano” di Udine, sotto il manto della letterattura, tenesse desto il sentimento dell’italianità e della patria

Si trattava di una scelta coraggiosa, data la stretta trama di censure ordita da quello che lui definiva “il dispotico governo straniero“. Siamo nel 1857. Al tempo, per poter ostentare sentimenti italiani era necessario esprimerli in forma sfumata. Livaditi si adoperò dunque per ottenere il permesso dalle autorità e scelse il nome innocuo di “Ciarla”.

Con questo nome vuoto e più appropriato a giornali leggeri e di sterili pettegolezzi che a gazzetta grave e letteraria – racconta sempre Livaditi – diedi principio alla pubblicazione“.

L’inizio fu difficile, fino a quando Livaditi non si avvalse della collaborazione di un altro patriota triestino, Leone Fortis:

Dopo un anno dacchè la “Ciarla” tirava avanti alla meglio tra multe e sequestri e con mio assai scarso profitto, capitò a Trieste Leone Fortis, mandato quivi a confino dall’Arciduca Massimiliano d’Austria, allora governante la Lombardia. Eravamo sui principi del 1859. Il Fortis aveva dovuto interrompere la pubblicazione del suo giornale il “Pungolo” che dirigeva a Milano. Egli mi persuase a fare – come si suol dire – una fusione e trasformare la “Ciarla” in giornale artistico letterario con caricature, come era precisamente il Pungolo“.

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Con la collaborazione di Fortis e di tutti i letterati che con lui lavoravano al Pungolo, la Ciarla ottenne un grande successo: vendette copie non solo a Trieste, ma in Lombardia, in Emilia, nel Triveneto, in Istria e addirittura in Dalmazia (dove risiedeva al tempo una nutrita comunità italiana).
Alla Ciarla collaborarono anche il garibaldino Guerzoni, il poeta veneziano Fusinato (autore della celebre poesia “L’ultima ora di Venezia“), Lioy e Baravalle. Come caricaturisti vennero assunti Galli e Gatteri. Il periodico di Livaditi difendeva l’italianità di Trieste, il tutto però in forma scherzosa e disimpegnata, per evitare la censura austriaca. Una censura che tuttavia non tardò ad arrivare: Livaditi e Fortis subirono perquisizioni domiciliari e la rivista conobbe ancora multe e sequestri. Le cose precipitarono irrimediabilmente nell’aprile del 1859, alle porte del nuovo conflitto armato tra il Regno di Sardegna e l’Austria (la seconda guerra d’indipendenza). In quei giorni Leone Fortis – saputo che la polizia austriaca voleva arrestarlo per via dei suoi articoli – fuggì travestito da Trieste  e raggiunse successivamente Torino attraverso la Svizzera.

Demetrio Livaditi, rimasto ormai solo nella direzione del giornale, ne diede così l’annuncio il 20 aprile:

Chi era da me deputato a stendere le riviste teatrali, se n’andò non so se per terra o per mare – in lontani paesi. Resto quindi anche col carico della copertina sulle spalle“.

Tre giorni dopo – il 23 aprile – uscì il settimo ed ultimo numero della Ciarla, che fu poi soppressa definitivamente dall’Austria.

Fra l’altro, nei mesi precedenti Livaditi era divenuto il rappresentante segreto a Trieste della Società Nazionale Italiana del siciliano La Farina e del veneziano Daniele Manin (un’associazione ispirata da Cavour e che mirava all’unificazione dell’Italia sotto la corona sabauda).

Questo fatto unito alle tormentate vicende della Ciarla aggravò seriamente la sua posizione: temendo a giusta ragione per la propria libertà personale fuggì anch’egli da Trieste nel 1859. Si trasferì dapprima in Lombardia, appena affrancata dal dominio austriaco e da poco annessa al regno sabaudo; poi da Milano passò in Emilia-Romagna. Nel 1860 collaborò col Comitato d’emigrazione di Trieste, accogliendo  quei volontari della sua città che intendevano aggregarsi alle truppe del Regno di Sardegna impegnate nel centro Italia. Decise dunque di unirsi anche lui all’esercito e partecipò alla presa della fortezza pontificia di San Leo il 24 settembre del 1860. A tal proposito, lo storico triestino Attilio Tamaro scrisse: “Alcuni volontari si trovarono nelle file del Cialdini. Nella giornata di San Leo stettero fortemente al fuoco Demetrio Livaditi e Edgardo Rasovich“.

Successivamente, sempre in Emilia-Romagna, Livaditi continuò la sua attività letteraria e lavorò a vari periodici: prima collaborò all’Età presente di Paulo Sambri, a Bologna, e poi per due anni diresse l‘Adriatico di Ravenna, il giornale più diffuso di Romagna.

Invitato a entrare nell’insegnamento dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Carlo Matteucci, insegnò storia e lettere nel Liceo e Istituto Tecnico prima di Sassari (per un breve periodo) e poi di Reggio Emilia, città dove nel 1863 fondò il giornale l’Italia Centrale.

Nel 1860 mandò alle stampe un’operetta filosofica, Dello Amore della Patriache fu apprezzata dalla critica e in particolare da Giosuè Carducci, il quale lodò pubblicamente Livaditi paragonando il suo stile a quello di Giacomo Leopardi e affermando che solo per via dei cattivi gusti letterari del tempo non gli si tributava il giusto riconoscimento:

“[…] quella eccitazione che ci fa cercare e scambiare la contorsione e la barbarie per efficacia, gli sforzi grotteschi e selvaggi per ardimenti originali, il tumido per sublime, le acutezze per arguzie, non ci lascia gustar più le scritture del genere di questa del sig. Livaditi

Il Comitato Triestino-Istriano e l’arruolamento nelle truppe di Garibaldi

Anche se lontano dalla sua Trieste non cessò la propria attività patriottica ed entrò nel Comitato Triestino Istriano, composto da altri esuli giuliani (G.B. Picciola, C. Combi, R. Costantini, T.Luciani, G. Baseggio, G.Riosa, A. Coiz, G. Cattaro, F.Comelli e altri). Obiettivo del comitato era quello di sensibilizzare l’opinione nazionale sull’annessione all’Italia di Trieste e dell’Istria. L’occasione sembrò presentarsi alla vigilia della Terza guerra d’indipendenza (1866), quando l’Italia entrò in conflitto al fianco della Prussia contro l’Austria per conquistare Venezia e il Veneto. Lì Demetrio Livaditi e gli altri membri del Comitato si adoperarono presso le principali istituzioni e personalità italiane (compreso il Re Vittorio Emanuele II) per convincerli della necessità della conquista all’Italia delle regioni del confine orientale.

L’Istria – nella sua unità naturale e storica e colla sua capitale Trieste, conta di popolazione italiana ben oltre i due terzi, sì che per la stessa ragione del numero pretende a buon diritto di essere annoverata tra le famiglie etniche d’Italia

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Sempre secondo il Comitato, la riunione all’Italia delle regioni orientali sarebbe stata necessaria per garantire all’Europa una pace duratura. Lasciare tali terre in mano austriaca avrebbe dato occasione di conflitto nei decenni a venire.

Provato com’è, che le province di Gorizia, di Trieste e dell’Istria, egualmente che il Trentino, sieno complementi necessarii, parti integranti della Venezia, e quindi dell’Italia, ne viene da sè che l’Italia senza coteste provincie, o taluna di esse, non sarebbe costituita nella sua unità naturale; sarebbe quindi impedita nello sviluppo delle sue risorse, sarebbe fatalmente tormentata da un difetto, agitata da un bisogno, e in conseguenza non potrebbe entrare nel concerto europeo con ispirito calmo, con propositi di conservazione, ma preoccupata dall’idea dell’ingiustizia patita, e dominata dalla smania di aver tutto il suo, studierebbe incessantemente l’occasione propizia di rivendicarlo, la creerebbe, e non potrebbe trovarla che in nuovi scompigli ed in nuove guerre

Allo scoppio del conflitto, Demetrio Livaditi decise di arruolarsi una seconda volta come volontario e si ritrovò assieme a molti altri triestini nelle truppe di Garibaldi impegnate nel Trentino. In cuor suo sperava che le buone sorti delle guerra portassero il tricolore anche a Trieste, ma così non fu.

Nonostante l’attività di persuasione del Comitato (che si spinse addirittura a stendere un memoriale a Bismarck, per indurlo a portare le truppe prussiane fino a Trieste e liberarla dagli Asburgo) l’Italia non rivendicò in quella circostanza né Trieste né l’Istria, e a conflitto concluso non pose i propri confini oltre il Friuli. Le previsioni del Comitato Triestino-Istriano si rivelarono però fondate: l’Italia avrebbe reclamato quelle terre non più tardi di cinquant’anni dopo.

L’attività letteraria e la critica

Successivamente Demetrio Livaditi ubblicò le sue Operette morali e tradusse per la prima volta dal greco in lingua italiana l’Assioco di Eschine Socratico, la Tavola di Cebete, e tutti i Dialoghi di Eschine, che uscirono a Milano nel 1879 presso il Battezzati. Presso lo stesso editore fu pure pubblicato il suo Galateo letterario del secolo XIX, opera satirica sulla Letteratura italiana contemporanea e sull’indirizzo eccessivamente tedesco preso da essa in quegli ultimi anni. Compilò pure una Crestomazia italiana per uso degli Istituti Tecnici (1864) e l’Introduzione alla filosofia della storia.

Nel 1869 venne insignito del titolo di “Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia” dal Re Vittorio Emanuele II su proposta del Ministro dell’Istruzione Pubblica in considerazione della sua attività letteraria.

Operette

Nel 1895 Zanichelli stampò le Operette umoristiche, satiriche e filosofiche, una raccolta di tutte le sue principali opere. Livaditi volle dedicarla alla propria città, lasciata decenni prima: “A Trieste, mia città natale“.

Una parte della critica lo accusò a più riprese di seguire troppo pedissequamente Leopardi, ma la maggior parte dei giudizi furono positivi. Ad esempio, nel suo Dizionario biografico degli scrittori contemporanei (1879), Angelo De Gubernatis afferma: “Il Livaditi è uno dei nostri scrittori più eleganti e più castigati […] Lo storico della Letteratura italiana del nostro secolo non potrà fare a meno di consultare le sue Operette morali e filosofiche“.

Giudizi che rimasero però disattesi: Demetrio Livaditi fa indubbiamente parte di quella schiera di artisti più fortunati in vita che dopo la morte. Già nel 1914, il periodico Pagine istriane edito a Capodistria lo definì “poco meno che un dimenticato” nonostante “a’ suoi bei tempi, non gli mancarono né onori, né feste, dopochè uno scritto del Carducci lo ebbe additato all’Italia come degno seguace del Leopardi“. Oggi gli è comunque dedicata una via a Trieste.

Demetrio Livaditi morì distante dalla sua città, a Bologna, nel giugno del 1897. Non vide mai avverato il sogno della riunione di Trieste all’Italia, che si realizzò solo nel 1918, al termine del primo conflitto mondiale. Suo figlio Alessandro – mio trisnonno – combatté sul Carso col grado di colonnello. La figlia di Alessandro – mia bisnonna – si chiamava Bianca, come mia madre.

Bibliografia:

– Rassegna storica del Risorgimento, Dei giornali triestini del decennio di preparazione ed in particolare della Ciarla, Cesare Pagnini, 1952;

– Rivista storica del Risorgimento italiano, diretta da Beniamino Manzone, Roux-Frassati, Torino, 1897;

– I giornali triestini fino al 1860, saggio bibliografico, Cesare Pagnini;

– Storia di Trieste, Attilio Tamaro;

– Pagine Istriane, periodico bimestrale, Capodistria, marzo-aprile 1914; gennaio-aprile 1923;

– Ceneri e faville, Giosuè Carducci, Zanichelli, 1881;

– Atti del comitato triestino-istriano, giugno, luglio, e agosto 1866, Firenze, Tipografia di G.Barbera.

Indipendenza veneta?

manin

Un argomento che leghisti e secessionisti di varia sorta tirano fuori con una certa insistenza è la durata millenaria della Repubblica di Venezia, come se questo dovesse legittimare l’instaurazione di una nuova “repubblica veneta” nel nordest italiano.

A tal proposito è opportuno ricordare che la Repubblica di Venezia fu uno Stato veneziano, non veneto come si vuol furbescamente far credere. Sotto la Serenissima le città erano amministrate da podestà (per lo più veneziani) scelti a Venezia dall’aristocrazia lagunare. Quindi i veneti complessivamente considerati non si sono mai autodeterminati in un loro governo, non hanno mai avuto un proprio Stato: semplicemente a un certo punto – verso la fine del ‘300 – una città veneta si è imposta su tutte le altre e ha dettato la propria legge fino a quando non arrivò Napoleone (1797). Quale stato “veneto” dunque? A comandare erano i veneziani, mentre in terraferma si prendevano ordini e in larghissima parte si lavorava la terra. Che poi i veneziani fossero amministratori illuminati e liberali è un dato di fatto, ma non si capisce bene perché tale merito dovrebbe essere esteso a padovani, trevigiani e veronesi. E’ un po’ troppo comodo prendersi meriti altrui, mi sembra.
Aggiungo che l’indipendenza di Venezia durò mille anni (come quella di Roma del resto, che nessuno però pensa di ripristinare) ma il suo dominio sulla terraferma veneta durò decisamente meno, qualcosa come quattro secoli. Lo Stato veneziano al massimo del suo splendore andava da Brescia all’isola di Cipro, passando per l’Istria e la Dalmazia. Si capisce dunque come l’omogeneità etnica e culturale dei cittadini della Repubblica non fosse propriamente il suo forte: parlare di uno stato nazionale dei veneti è abbastanza ‘discutibile’, visto c’erano comunque lombardi, ladini, friulani, tedeschi, greci e slavi (questi poi erano tantissimi, basti vedere quanti veneti portano ancora oggi il cognome “Schiavon” e affini, dal veneziano “s’ciavo” che significa appunto “slavo”).

E perché i veneziani conquistarono la terraferma veneta nel ‘300? Erano forse spinti da amore fraterno e patriottico per i vicini “connazionali” veneti? No, il motivo fu puramente strategico e militare: da un lato c’era il desiderio di annullare la potenza della vicina e rivale Padova, dall’altro era diventato ormai troppo pericoloso mantenere il confine di Stato a Mestre, e dunque per difendere meglio la laguna si ritenne opportuno conquistare altri territori ad ovest.

E’ giusto ricordare poi che la Repubblica di Venezia poté nascere e svilupparsi per una serie di eventi e condizioni storiche particolarissime: un iniziale rapporto di dipendenza dall’Impero bizantino, i commerci con l’Oriente, la fondamentale importanza del Mediterraneo per l’economia di quei secoli, le crociate (la quarta in particolare), i privilegi concessi dai sovrani orientali nei loro porti… tutto questo cosa c’entra con oggi? Sarebbe stato anacronistico per un sistema economico industriale (‘800), figuriamoci per questo sistema economico finanziario! Che senso ha paragonare quell’esperienza storica al Veneto attuale? Cosa c’è di ripetibile in quella storia?

Venezia nel ‘600 finì per perdere tutti i suoi possedimenti orientali e dopo l’arrivo dei Turchi e la colonizzazione delle Americhe (a cui non partecipò, e già questo dovrebbe far pensare) divenne – da attivissimo impero mediterraneo qual era – un piccolo Stato sempre meno rilevante nello scacchiere internazionale. Chiusa tra le sponde dell’Adriatico, la Venezia del ‘700 era ormai solo il ricordo sbiadito della potenza che fu, e quando Napoleone arrivò in Italia ci mise ben poco a smembrarla e a venderla subito dopo agli Austriaci col trattato di Campoformio. Questa fu l’ingloriosa fine della Repubblica di Venezia, stretta fra due colossi che se la scambiarono più volte (pacificamente e non) nel giro di quindici anni. Durante il Risorgimento – sotto la guida di Manin e Tommaseo – i veneziani non ebbero nessuna remora nel combattere contro l’Austria nel nome dell’Italia, probabilmente consapevoli che piccoli e da soli – nell’era degli Imperi e degli Stati nazionali – non sarebbero andati da nessuna parte, come la loro storia più recente confermava.

Ah, gran parte dei documenti ufficiali della Repubblica di Venezia erano redatti in italiano. Ma questa è un’altra storia.

Seconda guerra mondiale: scenari alternativi per l’Italia

L’Italia, come tutti sanno, ha perduto la seconda guerra mondiale. In questo articolo però ho voluto immaginare quali avrebbero potuto essere le modificazioni territoriali in caso di esiti differenti. Gli scenari che ho preso in considerazione sono tre: la vittoria della guerra da parte del nazifascismo nel ’41; la vittoria della Germania dopo l’armistizio italiano; la vittoria degli Alleati senza l’armistizio italiano.

Se l’Italia avesse vinto la guerra probabilmente avrebbe ottenuto la Corsica e il Nizzardo dalla Francia, Malta dall’Inghilterra, la Dalmazia e Lubjana dalla Jugoslavia e Corfù dalla Grecia. Questi del resto erano i piani di Mussolini, che con l’entrata in guerra sperava di costruire la cosiddetta ‘Grande Italia’, ampliando ulteriormente anche i possedimenti coloniali in Africa a scapito dei francesi (Tunisia) e degli Inglesi (Egitto). Credo si possa escludere invece la possibilità che l’Italia annettesse al proprio territorio anche l’Albania (già controllata dal ’39) e la Grecia o parte consistente di essa: si tratta di regioni che gli irredentisti non hanno mai considerato italiane, e che dunque tutt’al più sarebbe entrate sotto il controllo italiano, conservando una loro (parvente) autonomia.

Questo era forse lo scenario meno probabile. L’Italia nel settembre del ’43 firma l’armistizio con gli Alleati: qui ipotizziamo una vittoria tedesca della guerra. Cosa ne sarebbe stato del nostro Paese? Sicuramente sarebbe rimasto fascista e avrebbe cambiato forma di governo, da monarchia a repubblica. Ma soprattutto sarebbe diventato uno Stato satellite del Terzo Reich, e a causa della sua resa incondizionata al nemico nel ’43 avrebbe subito forti menomazioni territoriali a vantaggio della Germania. In questa ricostruzione i tedeschi annettono al Reich il Sud-Tirolo, Trento, Belluno, il Friuli e l’intera Venezia Giulia. Si tratta di territori che la Germania aveva effettivamente annesso dopo l’occupazione dell’Italia, e che dunque, in caso di sconfitta degli Alleati, sarebbero sicuramente rimasti sotto la sua sovranità.

E’ presumibile che se l’Italia non avesse chiesto l’armistizio nel ’43 (preferendo terminare la guerra al fianco dei tedeschi) avrebbe subito un trattamento più severo a conflitto concluso. Si può ipotizzare una soluzione identica a quella adottata con la Germania, e cioè: perdita di territori a favore degli Alleati e divisione in due del Paese. In questa ricostruzione, l’Italia cede alla Francia la Valle d’Aosta, Briga e Tenda e alla Jugoslavia tutta la Venezia Giulia (Gorizia e Trieste comprese). Al Nord viene costituita la Repubblica Democratica Italiana, uno Stato socialista sotto il controllo sovietico (a causa della maggiore vicinanza geografica al blocco orientale.) Al Sud invece rimane il Regno d’Italia, sotto il controllo statunitense; lo Stato non cambia forma di governo e resta una monarchia dato l’appoggio della maggior parte dei cittadini meridionali al Re, come dimostrato dal referendum del ’46.