“Le mie prigioni”, Silvio Pellico

Chi non ha mai sfogliato Le mie prigioni potrebbe pensare a un vecchio testo politico dalla prosa ammuffita e grondante di retorica, buono tutt’al più per chi si occupa di storia patria. Ebbene, nulla di tutto ciò. Certo, il capolavoro di Pellico è scritto in un italiano ottocentesco e la sua ambientazione non è attuale, ma dalle pagine di questo celebre libello emerge soprattutto un grande senso di umanità. Al cuore della trattazione, infatti, non stanno gli ideali politici del rivoluzionario, bensì i sentimenti del prigioniero, i suoi dolori, le sue speranze, il suo attaccamento alla vita.

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Nelle Mie prigioni Pellico racconta con stile asciutto e diretto il suo personale incubo iniziato nelle carceri di Milano e Venezia e terminato ai confini dell’Impero Austriaco, in Moravia, nella tetra fortezza dello Spielberg. L’accusa di affiliazione alla Carboneria lo spinge lentamente verso il baratro, mettendolo di fronte a una prova fisica e morale difficilissima. Dopo la condanna a quindici anni di carcere duro, lo scrittore vive con dignitosa rassegnazione e senza rancore un’esistenza ignobile segnata dalla solitudine e tormentata dalle malattie causate dall’ambiente malsano del carcere. Con sforzo enorme tenta di rimanere aggrappato al mondo, nella convinzione che il male inflittogli sia ordinato a un suo giovamento.

Confinato in una terra lontana che non gli appartiene, strappato dall’affetto dei propri cari, costretto in antri freddi, umidi e bui, con una catena al piede, un tavolaccio di legno per letto e un rancio da fame, Pellico può contare unicamente sulla propria immaginativa per non impazzire. Compone, filosofa, poeta e legge avidamente i pochissimi libri che gli vengono concessi. Cerca di imporsi una ferrea disciplina dello spirito e di scacciare dal cuore ogni forma di cinismo, risentimento e odio, comprendendo che finirebbero per peggiorare la sua esistenza.

Alla nuda cronaca degli anni di prigionia, la narrazione interseca un caldo dialogo interiore, un vivido discorso dell’anima dove affiorano ricordi di una vita perduta e maturano confortanti riflessioni sull’uomo e su Dio. La filosofia e la fede sono infatti le fiaccole che Pellico si sforza di tenere accese per impedire alle sue tenebre di parlargli e per nutrire di sostanza le interminabili giornate del prigioniero.

Fortunatamente, a donare un minimo di incoraggiamento e di colore ci sono anche delle presenze umane. La prigione è un mondo parallelo popolato di figure che di tanto in tanto spezzano il duro isolamento del carcerato: sono gli altri prigionieri, i secondini, i medici e chiunque altro per occasione entri in contatto con quel desolante cosmo di reietti e dimenticati. I personaggi che il protagonista incontra nell’arco della sua prigionia restano scolpiti nella mente e sono forse l’immagine più dolce che rimane al termine della lettura. C’è il mutolino, il bimbo senza parola che si affeziona a Pellico e torna a fargli visita davanti alle sbarre della cella di Milano; il povero e sprovveduto Maroncelli, carbonaro e amico di Silvio, protagonista dell’episodio più commovente della storia; l‘ingenua Zanze, figlia quindicenne del custode dei Piombi a Venezia, che rimane colpita dalla sventura dello scrittore e si intrattiene spesso a conversare con lui. Ma più di tutti resta impresso il vecchio caporale Schiller, carceriere di Pellico allo Spielberg, probabilmente la figura più nobile di tutto il racconto. Schiller è pur sempre un anello della catena oppressiva austriaca, ma l’autore lo descrive come un giusto che compatisce l’amaro destino dei prigionieri e fa tutto ciò che è in suo potere per alleviarne il dolore.

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Silvio Pellico e Piero Maroncelli condotti allo Spielberg (25-26 marzo 1822), A. Scibaldi, copia da C.F. Biscarra, olio su tela, 1938

Silvio Pellico cominciò a scrivere i propri ricordi di prigionia nel 1831, soltanto dopo la scarcerazione. L’opera uscì a Torino un anno più tardi ed ottenne un successo travolgente, tanto da diventare il libro italiano più letto nell’Ottocento. La censura non poté nulla contro un testo che si dichiarava espressamente apolitico e che in effetti non conteneva un solo attacco esplicito nei confronti dell’Austria. Nonostante ciò, come disse il cancelliere Metternich, esso arrecò più danno all’Impero di una battaglia perduta. La descrizione degli eventi infatti porta il lettore a solidarizzare con il prigioniero e a detestare i mandanti di tante inutili sofferenze. L’atto d’accusa, anche se non espresso, si legge tra le righe, risultando forse ancora più incisivo.

Le mie prigioni costituiscono in definitiva una splendida testimonianza, una lettura edificante a cui sarà utile andare non solo per approfondire una pagina importante della nostra storia nazionale, ma anche per conoscere l’esperienza di un uomo fuori dal comune, trovando nella sua abnegazione e nei suoi valori uno stimolo a superare ostilità e momenti bui.

Perché tenere un diario

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Esistono svariati motivi per tenere un diario personale dove annotare giorno per giorno le proprie esperienze e i propri pensieri. Al di là del piacere personale di poter ricostruire una propria memoria storica, la ragione principale che dovrebbe spingere ad adottare quest’abitudine è l’opportunità di avere una maggiore consapevolezza di se stessi. Purtroppo i ricordi – anche quando non svaniscono del tutto – hanno comunque qualcosa di corrotto e sbiadito; al contrario le parole scritte rimangono ed offrono una testimonianza diretta e veritiera del proprio passato. Mi è capitato spesso di rileggere alcune mie vecchie pagine di diario e di trovarvi fatti ed emozioni che avevo completamente rimosso o di cui conservavo un ricordo differente.

Se si vuole raggiungere una più alta coscienza di se stessi è fondamentale riconoscere come è mutato nel corso del tempo il nostro stato d’animo e sapere con quali sentimenti abbiamo vissuto determinate esperienze. Può essere uno stimolo per migliorarsi e maturare interiormente, evitando di commettere gli stessi errori in futuro.

Un diario è un eccellente strumento di indagine della propria personalità non solo quando lo si sfoglia indietro per rileggere vecchie pagine, ma anche mentre si scrive: infatti tradurre in parole scritte un’emozione o un’esperienza appena vissuta richiede un’attività di introspezione non indifferente, che ci costringe prima di tutto a chiarire con noi stessi quale particolare significato attribuiamo ai fatti della nostra vita.

Scrivere aiuta anche a sfogarsi. Se si è frustrati o insoddisfatti per qualche motivo, fermarsi qualche minuto per fissare i nostri sentimenti placa il malumore.

Qualcuno potrebbe obiettare che prendere nota di quello che si vive quotidianamente sia un esercizio poco utile per il fatto che oggettivamente la maggior parte delle giornate trascorre in modo molto simile, ma proprio quest’ultima circostanza può costituire in realtà un incentivo o a fare qualcosa di diverso ogni giorno o ad osservare più attentamente tanti piccoli particolari a cui solitamente non diamo un grande peso. Quindi sotto questo punto di vista la scrittura può addirittura servire da molla per trascorrere le giornate in modo meno banale, sia in senso attivo che contemplativo.

Non è necessario scrivere delle pagine in un italiano impeccabile (a meno che non si voglia farne un romanzo da pubblicare!). Personalmente rileggo più volte i miei scritti, anche a distanza di mesi, e correggo sempre quei passaggi dove trovo che un concetto non sia stato espresso in modo fluido. Tuttavia quello più che conta è che dalle parole scritte traspaia con sufficiente chiarezza il nostro vissuto. Errori di sintassi o di punteggiatura non influiscono sempre in modo decisivo in questo senso.

Meglio il vecchio diario cartaceo o un qualsiasi programma di scrittura sul computer? Ho sperimentato entrambi, ma da tempo per ragioni di praticità salvo le mie riflessioni su un file (curando comunque di stamparle periodicamente per non correre il rischio di perdere mesi di annotazioni). La scrittura a mano è più impegnativa, anche perché quando si impugna una penna si cerca sempre di non sbagliare per non dover poi correggere errori o fare “potacci”. Questo problema al computer non esiste. E’ tutto molto più immediato. Senza contare che la privacy normalmente desiderata per questo genere di scritti è più efficacemente tutelata da una password piuttosto che da nascondigli più o meno ingegnosi e scomodi in giro per la casa. Sento però di dover spezzare una lancia a favore del cartaceo laddove quest’ultimo permette a differenza di un qualsiasi file di vedere frasi cancellate e prime stesure, che a modo loro offrono un quadro ancora più completo sul pensiero o l’esperienza raccontata.

Un diario di viaggio: “Istria” di Carlo Yriarte

istriaNel 1875 lo scrittore francese Carlo Yriarte scrive di un suo lungo viaggio attraverso la costa dell’Adriatico che da Venezia lo porta a Trieste, in Istria, nel golfo del Quarnero e in Dalmazia. Avendo già letto il diario relativo al tragitto in Dalmazia (di cui ho dato una recensione qui) ed essendone rimasto soddisfatto, ho voluto procurarmi il resoconto del precedente passaggio in Istria, finendo così per fare il viaggio dell’autore al contrario.
Mi sono avvicinato a quest’opera con una curiosità ancora maggiore rispetto a quella precedente, perché in fondo l’Istria dell’800 era una terra vicinissima all’Italia per cultura, lingua e composizione etnica: gli italiani infatti erano netta maggioranza nei centri abitati e sulle coste, mentre gli slavi erano presenti soprattutto nelle campagne, che popolavano quasi interamente. L’idea di veder raccontata l’Istria di allora da un viaggiatore straniero mi attirava parecchio, perché credevo fosse una garanzia di imparzialità e di equidistanza tra le due diverse etnie della regione. Devo ammettere invece di essere andato incontro a una piccola delusione.
Yriarte infatti nella sua descrizione di persone, luoghi e situazioni è particolarmente attratto da tutto ciò che appare lontano dal mondo moderno e finisce dunque per illustrarci quasi solo la parte slava della popolazione, più pittoresca sia nell’abbigliamento che nella vita quotidiana rispetto alla parte italiana, che era invece totalmente somigliante a qualsiasi altra popolazione occidentale. Questa impostazione narrativa tuttavia lascia davvero a desiderare se si considera che gli italiani dell’Istria avevano anch’essi un antico e interessantissimo bagaglio di tradizioni, dialetti ed usanze: avrei senz’altro gradito leggerne un resoconto nel diario di Yriarte. L’incompletezza nella descrizione dei caratteri della popolazione locale è il vero limite dell’opera, che però presenta comunque qualche aspetto degno di nota. Infatti, oltre alla precisione e all’erudizione con cui l’autore ci descrive via via la storia delle città istriane e dei loro monumenti, all’inizio del diario e in un altro paio di passaggi troviamo l’amara conferma di uno scontro nazionale in atto fin da allora:

“E’ impossibile al viaggiatore straniero di non riconoscere l’antagonismo flagrante tra l’elemento italiano e quello slavo”

Già sotto il dominio asburgico dunque covavano in Istria quelle rivalità e quei dissapori nazionali che le sarebbero stati fatali negli anni a venire, specialmente dopo l’ultimo conflitto mondiale, da cui il tessuto etnico della piccola penisola adriatica è uscito completamente stravolto. Si tratta di un fatto confermato da molte altre fonti e attorno al quale una certa storiografia dovrebbe sicuramente riflettere.

L’Italia come Venezia?

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“Ve lo ripeto: non si tratta di omicidio, ma di suicidio. Venezia si è uccisa. Ogni civiltà, ogni paese che non riesca più a trovare in sé le forze morali per reagire a grandi cambiamenti è destinata a soccombere.
(…) Nessuno che non sia suddito di Venezia o di qualsiasi altra sovranità di questa penisola può capire che la nostra indolenza è una forma di superbia estetica. Superbia, badate, non orgoglio… quello lo abbiamo perso da tempo…
Dio ha concesso agli italiani privilegi unici e di questa superiorità noi abbiamo prima goduto, poi abusato, e ora che non siamo più in grado di reggerci da soli, la superbia ci induce all’indolenza, perché sempre saremo satolli di bellezza”

(“Il Serenissimo Borghese”, Alberto Frappa Raunceroy)

Navigando sul web ho trovato questa citazione a mio parere attualissima anche se riferita a un contesto lontano da quello odierno: la caduta della Repubblica di Venezia.  Il 12 maggio 1797 – dopo secoli di indipendenza – cadeva la Serenissima, attaccata dal giovane generale francese Napoleone Bonaparte. La storiografia è sostanzialmente unanime nel riconoscere tra le principali cause della caduta di Venezia non solo la sua drammatica indolenza di fronte al nemico in avvicinamento ma soprattutto l’avanzato stato di decadenza economica e morale in cui versava ormai da tempo l’antica repubblica marinara. Ed è proprio qui che il parallelo con l’Italia di oggi sorge in me spontaneo. Mi domando: l’Italia farà la fine di Venezia?