“La terra tra le mani. L’epopea veneta nella bonifica dell’Agro Pontino dopo la Grande Guerra”, Monica Zornetta

Maggio_TerraUn interessante caso di migrazione interna è quello che negli anni ’30 del secolo scorso coinvolse migliaia di contadini veneti, i quali parteciparono alle gigantesche opere di bonifica del regime fascista nelle terre dell’Agro Pontino (Lazio) per poi stabilirsi definitivamente in quegli stessi territori, dove man mano che l’intervento umano sottraeva la terra al mortale abbraccio delle paludi e della malaria si costruivano nuove cittadine come Littoria (oggi Latina), Sabaudia, Pomezia ed altre.
Le poverissime condizioni del Veneto di allora, determinate sia dagli alti tassi di crescita demografica sia dall’arretratezza diffusa dell’economia locale, spinsero molte famiglie a cercare fortuna in qualsiasi luogo offrisse loro la speranza di un lavoro e di una sistemazione più dignitosa di quella goduta nella terra natale, e ciò non solo all’estero ma anche all’interno dei confini nazionali. Queste aspirazioni di miglioramento degli standard di vita crearono una forte mobilità interna che il regime fascista si propose di regolare nei minimi dettagli sfruttandola a vantaggio di grandi lavori pubblici e bonifiche. Lo spostamento di migliaia di contadini da zone ad alta crescita demografica (come il Veneto) a terre quasi disabitate (come quelle soggette a bonifica) servì anche ad arginare il fenomeno della migrazione nelle grandi città, fortemente osteggiato dal fascismo che vedeva nella vita urbana, secondo le parole di Mussolini, “la causa di effetti negativi sulla salute, la moralità, la fecondità della popolazione, sulla crescita e sanità fisica”. Meglio dunque la creazione di nuovi borghi e città interamente popolati da famiglie rurali che vi potessero infondere il proprio spirito anziché smarrirlo trasferendosi in metropoli come Milano, Torino o Roma. Un’Italia rurale rappresentava altresì una prospettiva più rassicurante di un’Italia industrializzata coi suoi agguerriti movimenti operai, ben organizzati e difficilmente controllabili. Secondo il regime serviva anche eliminare “la schiavitù del pane straniero” e avviare il Paese a una nuova politica agraria che mettesse sempre più terreni a disposizione dell’agricoltura. La cosiddetta “battaglia del grano” aveva bisogno dunque di un piano di estensione delle zone produttive, e la bonifica di vasti territori paludosi si rivelava utile allo scopo.

lavori bonificaAgli inizi degli anni ’20 del secolo scorso il Paese contava ancora diverse zone dove a causa della fitta presenza di acquitrini e pozze d’acqua stagnante si moriva di malaria, specialmente lungo il Tirreno (Maremma, Agro Romano, Agro Pontino) e l’Adriatico (laguna veneta, foce del Po). Le paludi erano infatti l’habitat ideale di una particolare zanzara del genere anopheles, che tramite la puntura trasmetteva un protozoo chiamato plasmodium, responsabile della malattia. Nel 1924 ben 4.040 italiani morirono di malaria e i numeri degli anni precedenti non sono molto diversi. Fra i territori martoriati l’Agro Pontino era sicuramente il più esteso. A causa di questa sua piaga, per circa duemila anni rimase quasi interamente disabitato. Nessuna strada lo percorreva. Johann Wolfang Goethe lo aveva definito il “pestilento stagno. Solo poche migliaia di persone vi stanziavano prima delle opere di bonifica e comunque non vi rimanevano mai tutto l’anno: i cosiddetti lestraioli infatti (così chiamati perché vivevano all’interno di poverissime capanne in giunco dette lestre) abbandonavano l’Agro Pontino all’arrivo della bella stagione, che coincideva con il ritorno delle zanzare anopheles. Lo stile di vita dei lestraioli era poco più che primitivo: questi individui vivevano raccogliendo rane e sanguisughe da rivendere sul mercato romano, oppure praticavano la caccia o l’allevamento di pecore.
Fu anche per porre fine a questo stato miserevole di cose che si progettarono le grandi opere di bonifica. I contadini provenienti dal Veneto ma anche dal Friuli e dalla Romagna non andarono semplicemente ad infittire la numerosa manodopera necessaria a questi lavori di scavo e prosciugamento delle paludi. A partire dagli anni ’30 molti di loro, dopo essere stati accuratamente selezionati dal Commissariato per la migrazione e la colonizzazione interna, si trasferirono nei territori recentemente appoderati per lavorare la terra e popolare i nuovi borghi che via via andavano formandosi. La prospettiva era quella di divenire proprietari di un pezzo di terra e di un’abitazione, oltre che quella di migliorare la propria condizione sociale. Ciò nonostante, le condizioni di vita che si presentarono a questi emigranti interni non furono affatto semplici: il duro lavoro imposto e l’aspetto del tutto sconosciuto della nuova sistemazione rendevano la prima permanenza a dir poco traumatica. Anche il rapporto con i locali non fu inizialmente positivo. Si registrava infatti da ambedue le parti una reciproca diffidenza basata non solo su pregiudizi campanilistici, ma anche su opposte fedi politiche: i coloni veneti erano in gran parte fascisti e ammiratori del Duce, mentre i locali erano tendenzialmente socialisti. “Fu la disgrazia comune, la guerra – spiega Annibale Folchi nel suo “Agro Pontino. Nelle corti dell’Onc” – a fondere i dolori e le storie dei coloni e dei locali, che si ritrovarono uniti poi nella rimozione delle macerie per ricostruire casa e lavoro”.

Annunci

“La morte della patria”, Ernesto Galli Della Loggia

morte patria

L’espressione “morte della patria”, dal sapore tragico e dalle implicazioni radicali, si legge per la prima volta nel De profundis di Salvatore Satta del 1948: “La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo“. A questa citazione è ispirato il titolo del pamphlet di Ernesto Galli Della Loggia, secondo il quale la crisi dell’idea di nazione in Italia ha avuto inizio con l’umiliante sconfitta militare patita nell’ultima guerra mondiale: l’armistizio dell’8 settembre – seguito dal crollo dell’intero apparato statale italiano e dall’occupazione del suolo patrio da parte di eserciti stranieri – avrebbe infatti rappresentato un durissimo colpo ad ogni successiva costruzione politica incentrata sull’ideale di patria, qualunque essa fosse. Quel concetto di nazione che risaliva ai tempi del Risorgimento ed aveva segnato la vita pubblica dello Stato unitario fin dalla sua creazione risentì grandemente degli eventi del ’43-’45, che furono da molti vissuti come la dolorosa rivelazione di una fino ad allora inconfessabile debolezza morale del popolo italiano. A livello politico, questo scoramento collettivo non poteva non tradursi nell’affermazione di schemi e dottrine che prescindessero dal concetto di nazione o che quanto meno non ne facessero un proprio punto centrale. Non a caso le due principali ideologie del dopoguerra italiano furono di ispirazione internazionalista: il cattolicesimo politico della Dc e il marxismo del Pci. L’idea di patria restava in entrambi i casi ai margini.

Strettamente legate alla “morte della patria” sono inoltre alcune rilevanti questioni storiche mai sufficientemente indagate, che riguardano da vicino le origini della nostra Repubblica. In particolare, l’autore dedica un’approfondita riflessione sulle difficoltà incontrate fin dal dopoguerra dalla nostra Resistenza a fungere da matrice di una nuova identità nazionale che potesse in qualche modo cancellare l’onta della sconfitta militare e ricostruire su basi democratiche un sentimento comunitario e civile, oltre che una memoria storica accettata e condivisa. Nonostante i molti sforzi compiuti dalla storiografia tradizionale per raffigurare la Resistenza come un evento di riscossa patriottica, i fatti testimonierebbero in realtà un movimento resistenziale fortemente diviso al suo interno per divergenza di valori politici e di obiettivi, privo di un leader carismatico in cui tutti potessero riconoscersi (un De Gaulle italiano, per intenderci) e soprattutto limitato pesantemente dal proprio ruolo subalterno rispetto allo straniero (l’Urss nel caso del Pci, gli Alleati per tutte le altre forze del CLN). Le forze della Resistenza erano unite sul versante dell’antifascismo, ma non possedevano una comune idea di nazione e di patria, essendo troppo divaricate, anzi contrapposte, le loro rispettive ideologie. Risultava poi particolarmente problematica ai fini della definizione di una nuova identità nazionale l’ideologia del Pci, che con particolare riferimento al confine orientale (Trieste, Istria) mostrò a più riprese un’inquietante inclinazione anti-nazionale, piegata agli interessi “di una presunta patria socialista diversa dalla propria”.

Per quanto la Resistenza abbia conosciuto in molti casi anche un’ispirazione patriottica (come testimoniano quelle “innumerevoli lettere dei condannati a morte antifascisti, che terminano con le parole ‘viva l’Italia’ o altre analoghe”) secondo Galli Della Loggia l’esistenza di un conflitto ideologico al suo interno e di un insanabile scontro all’esterno coi fascisti (scontro di per sé “incompatibile con qualsivoglia cultura politica ispirata al concetto di nazione”, in quanto basato sull’idea di una lotta tra due Italie opposte ed acerrime nemiche) non le hanno consentito purtroppo di svolgere quel ruolo di momento fondativo di una rinnovata identità nazionale che molti nel corso dei decenni hanno voluto attribuirle.

Il trattato di pace del 1947 avrebbe comportato per l’Italia una consistente perdita di sovranità, che tuttavia negli anni successivi venne generalmente accettata dalla popolazione come naturale ed inevitabile, a testimonianza di una ormai erosa concezione di indipendenza ed interesse nazionale. Ad acuire tale processo contribuì inoltre una progressiva ed incalzante americanizzazione dei costumi e delle forme di intrattenimento, dalla musica ai film. L’Italia si avviava così alla propria modernizzazione in una “condizione di assoluta debolezza politica del dato nazionale”.

Secondo Galli Della Loggia negli ultimi anni si starebbe assistendo tuttavia ad un risveglio del sentimento nazionale, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Con riferimento al caso italiano, questa inversione di rotta sarebbe giustificata dalla “crescente consapevolezza di un prezzo particolare che l’Italia ha pagato […] a causa dell’assenza dell’idea di nazione, e dell’espulsione del sentimento di patria dallo spirito pubblico”. La crisi morale imperante in tutti i settori della politica e dell’amministrazione sarebbe infatti una diretta conseguenza della mancanza di una base di solidarietà e di un sentimento di comune appartenenza, che sono invece necessari al buon funzionamento di qualsiasi Stato.

Il saggio di Galli Della Loggia è ampiamente condivisibile in diverse sue coraggiose ed amare constatazioni, anche se a mio parere avrebbe meritato un maggior approfondimento su questioni di assoluta centralità che invece vengono appena accennate, come la diffusione capillare a livello internazionale di orientamenti ostili al concetto di patria e favorevoli piuttosto ad una progressiva integrazione culturale e politica tra Stati differenti (specialmente qui in Europa).  Una più esaustiva e convincente analisi della “morte della patria” in Italia avrebbe richiesto un raffronto tra il caso del nostro Paese e quello degli altri Stati europei, per definire meglio quanto vi sia di specificamente italiano in questo fenomeno e quanto esso invece sia stato determinato da una mutata coscienza internazionale sul concetto di patria.

“Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale”, curato da Tommaso Piffer

malghePorzus

…essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l’Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente” – Pier Paolo Pasolini

Il 7 febbraio del 1945, quando la guerra era ormai prossima alla conclusione, si consumò in Friuli quello che può considerarsi l’episodio più doloroso e controverso della Resistenza italiana: la strage alle malghe di Porzûs di venti partigiani della Brigata Osoppo, avvenuta non per mano delle autorità tedesche, ma di altri partigiani, un commando di GAP comunisti guidati da Mario Toffanin, detto “Giacca”. La vicenda, ancora oggi poco studiata ma oggetto di aspri dibattiti, storici e non, si colloca nel più ampio contesto del confine orientale italiano e più precisamente della contesa sulle terre del Friuli e della Venezia Giulia: dovevano rimanere italiane o diventare jugoslave? Le formazioni comuniste italiane – passate sotto il comando del IX Corpus sloveno – avevano sposato incondizionatamente le mire annessionistiche del nazionalismo jugoslavo, cosicché nel campo antifascista le formazioni Osoppo (di ispirazione cattolica e liberale) rimasero le uniche a difendere l’italianità di quelle terre, divenendo dunque un ostacolo sempre più ingombrante per il movimento partigiano facente capo a Tito, risoluto ad annettere quei territori alla nuova Jugoslavia comunista.
Il libro Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale, curato da Tommaso Piffer ed edito da Il Mulino, approfondisce un tema scottante e a lungo tempo minimizzato dalla storiografia, perché capace più di ogni altro di compromettere l’immagine unitaria ed oleografica della nostra Resistenza. L’intento dell’opera, redatta con l’ausilio delle più recenti acquisizioni documentali in materia, non è quello di screditare un intero periodo storico, ma di dare attraverso un esame distaccato ed imparziale delle fonti il giusto risalto storico alla strage, costituendo essa la massima espressione della conflittualità interna al movimento partigiano italiano, in special modo al confine orientale, dove le frizioni ideologiche endogene all’antifascismo finirono per sovrapporsi con esiti tragici ad antiche rivendicazioni territoriali straniere, da taluni appoggiate per mera opportunità politica, oltre che per affinità ideologica.
Ad un tradizionale lettura storica che mette in luce unicamente il contrasto tra fascismo ed antifascismo, il saggio di Piffer oppone un’analisi più complessa, secondo la quale il predetto conflitto, di per sé evidente ed innegabile, si intrecciava con quello trilaterale tra fascismo, democrazia e comunismo, che in alcune zone ebbe “un’intensità non dissimile da quella tra le stesse forze antifasciste e il nazismo” e che nonostante ciò fu negletto dall’indagine storiografica del dopoguerra in quanto “la ricostruzione dell’identità democratica dell’Europa occidentale attorno al valore dell’antifascismo richiedeva inevitabilmente di mettere da parte la natura ambivalente del fronte che aveva sconfitto il nazismo”.
L’opera ha un respiro ampio, perché non circoscrive l’attenzione alla sola strage di Porzûs ma spazia dedicando diversi capitoli a temi di ordine più generale, propedeutici ad una corretta contestualizzazione dell’eccidio, come il rapporto tra il PCI di Togliatti e il maresciallo Tito, il fascino esercitato dal comunismo jugoslavo su quello italiano, le strategie adottate normalmente dalle formazioni partigiane comuniste italiane e le modalità adottate dal movimento partigiano jugoslavo per la presa del potere nel proprio Paese. Una trattazione a vasto raggio dunque che demolisce interamente la tesi per tanto tempo invalsa della strage “incidente”, isolata od opera di poche teste calde del mondo partigiano. Le responsabilità del PCI e della sua politica sul confine orientale (anti-nazionale o come minimo rinunciataria rispetto alle bramosie annessionistiche jugoslave) appaiono infatti evidenti, e dopo essere state a lungo oscurate emergono oggi come un nervo ancora scoperto per molti, non solo nel campo politico ma anche in quello storiografico, col risultato che la strada per chi intende gettare luce su quegli avvenimenti resta purtroppo impervia e in salita. Il libro di Piffer è senz’altro un eccellente punto di partenza in questo senso, un saggio obiettivo ed equilibrato che evitando abilmente le trappole del dibattito politico aiuta a comprendere con maggior chiarezza una delle più tristi ed oscure pagine della storia d’Italia.

“Nata in Istria”, Anna Maria Mori

istriaCos’è oggi l’Istria? Probabilmente un semplice nome sulla cartina geografica oppure, come ancora accade, una fiamma di discordia tra opposte fazioni politiche. Dici “Istria” e a seconda del credo politico dell’interlocutore ti senti rispondere “fascismo, fascisti” oppure “foibe, esodo, comunismo”. Nient’altro. Sembra del tutto smarrita la curiosità per questo triangolo di terra, per la sua storia millenaria, il suo splendido mare, le sue cittadine, la sua struggente bellezza.
La scrittrice Anna Maria Mori, esule istriana nata a Pola, ci accompagna nella terra della sua infanzia, questa meravigliosa penisola dell’Adriatico, un tempo Italia, oggi divisa tra Croazia e Slovenia, per raccontarcene non solo le dolorose vicende dei tempi più recenti, ma anche il fascino, la natura, i luoghi e le tradizioni.
“Volevo ritrovare la mia bellezza di nata in Istria” afferma l’autrice, che aggiunge: “non sarà meglio dirsi e dire: ‘io vengo da una grande bellezza’, che non ‘io vengo da una grande tragedia’?” Ed è così che piano piano, in un viaggio di ricordi lontani ma nitidissimi, l’Istria viene restituita a se stessa, ai suoi boschi, al suo mare, ai suoi odori, ai suoi colori, ai suoi sapori, alle sue ricette e al suo dialetto, così simile a quello veneziano. Perché il ricordo non può essere solo quello orrendo e straziante delle foibe, ma deve abbracciare tutto quel piccolo mondo perduto, fatto di vita quotidiana, di natura e di pietre, che in quelle terre sembrano parlare più degli uomini.
“Nata in Istria” (vincitore del Premio Recanati 2006) ha il merito di recuperare l’umanità frammentata e dispersa dopo il doloroso esodo del dopoguerra. Lo fa dando voce anche ai protagonisti di quella storia, esuli e rimasti, tutti uniti dalla stessa malinconia e dallo stesso amore per il loro paese.
Come lettore, sento di dover ringraziare l’autrice: il suo è un ritratto delicato e insieme appassionato che rinfranca lo spirito.

Il massacro della divisione Acqui a Cefalonia – parte 1

“Tanti anni fa, quando ero ancora bambino, ogni volta che scoppiava un incendio e s’alzava del fumo, mio padre diceva che la Acqui stava salendo in cielo”

Anziano abitante dell’isola greca di Cefalonia

italiani_dovete_morireItaliani dovete morire” dello scrittore Alfio Caruso (edito da TEA) racconta l’eccidio della divisione Acqui per mano della Wermacht  sull’isola greca di Cefalonia nel settembre del 1943, durante la seconda guerra mondiale. Una vicenda tragica e per certi versi controversa, che costituisce una delle pagine più nobili della storia del nostro tanto vituperato esercito. Nonostante ciò, non sono molti purtroppo gli italiani che conoscono quello che successe a Cefalonia in quei giorni. A loro discolpa bisogna tuttavia ricordare come che del massacro della Acqui da parte dei tedeschi si sia sempre parlato pochissimo, se non addirittura taciuto.
Solo negli ultimi anni la storia di questi sfortunati soldati ha cominciato ad essere divulgata e a conoscere finalmente quella dignità istituzionale che fino a prima le era stata quasi negata. Ma cosa accadde a Cefalonia nel settembre del ’43 perché la memoria di quei fatti conoscesse una strada così tormentata, a differenza delle altri stragi naziste di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine?

L’opera di Alfio Caruso – priva di note – ricostruisce gli eventi di quelle settimane attraverso una forma letteraria che si situa a mezza via tra il romanzo e il saggio storico: del primo troviamo una narrazione protesa all’introspezione psicologica dei personaggi, alla descrizione dei loro sentimenti e dell’atmosfera di morte e di coraggio in cui vissero; del secondo abbiamo invece un’attenzione minuziosa per dati storici oggettivi come la composizione della divisione, il suo armamento, i suoi spostamenti, unita ad un’analisi della sequenza dei fatti che portarono alla tragedia dell’eccidio basata principalmente sulla memoria di alcuni superstiti. A conclusione abbiamo poi una riflessione dell’autore sulla portata della strage presso stampa, politica ed opinione pubblica.

I fatti

Tutto inizia nell’ottobre del ’40, con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia (“Spezzeremo le reni alla Grecia” proclamò Mussolini). Quella che doveva una breve e rapida conquista si trasforma subito in un incubo per le nostre truppe: l’accanita resistenza greca non permette agli italiani di avanzare, anzi, li fa addirittura retrocedere da dove erano partiti, in Albania. Serve l’intervento tedesco per sbloccare la situazione: nella primavera del ’41 le forze dell’Asse occupano interamente il territorio greco. All’Italia vanno quasi tutta la Grecia continentale e le Isole Ionie, tra le quali Cefalonia spicca per importanza strategica: a breve distanza dal fondamentale porto di Patrasso, l’isola costituisce di fatto la porta d’ingresso al Mar Egeo. Il suo controllo è dunque necessario per tenere in mano la Grecia.
Isole Ionie.svg

Sbarcati a Cefalonia nell’aprile del ’41 come invasori, gli italiani della divisione Acqui ottengono in breve tempo il rispetto e la stima della popolazione locale. Non si verifica alcun episodio di violenza o di ricorso alle armi, al punto tale che il clima di quell’occupazione è stato da molti descritto come qualcosa di simile a una lunga villeggiatura. Gli italiani intrecciano anche storie d’amore con le ragazze del posto, arrivando in alcuni casi al matrimonio. Sono circa dodici mila gli uomini della Acqui, guidati dal generale Gandin. Molti hanno dimenticato ormai come si spara. Assieme a loro sull’isola ci sono anche duemila soldati tedeschi.

Con la deposizione di Mussolini nel luglio del ’43 molti sentono che la fine della guerra contro gli anglo-americani è ormai vicina e con essa il ritorno in Patria, alle proprie case. Essi sono però ignari dei preparativi tedeschi in vista della futura uscita dell’Italia dal conflitto: con l’operazione Achse la Germania intende disarmare completamente il Regio Esercito e spedire i suoi soldati in campi di internamento, al fine di evitare che costituiscano una forza di resistenza nella successiva occupazione dell’Italia.

La tragedia per la divisione Acqui inizia l’otto settembre, quando gli ufficiali e i soldati apprendono dalla radio la notizia dell’armistizio firmato dal governo di Roma. Nel giro di poche ore arrivano due ordini contrastanti che gettano la divisione nel caos. Da un lato quello di Badoglio, che dice: “Ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze armate italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza“. Come si vede, non viene fatto esplicitamente il nome della Germania. Dall’altro lato un ordine dal comando di Atene del generale Vecchiarelli esorta a consegnare le armi ai tedeschi esattamente come previsto dal piano Achse : “Siano lasciati ai reparti tedeschi subentranti armi collettive e tutte artiglierie con relativo munizionamento”.

La maggioranza della divisione non vuole però saperne di farsi disarmare: si tratta infatti di un atto disonorevole per un soldato. Molti lo considerano contrario al giuramento di fedeltà prestato al Re e alla Patria. A Cefalonia poi i tedeschi sono solo duemila: le forze italiane sono sei volte tanto. Comincia dunque a farsi strada la volontà di fronteggiare le poche truppe della Wermacht presenti nell’isola, se esse non permetteranno alla divisione il ritorno in Italia con le proprie armi. I sostenitori più accesi di questa posizione sono gli ufficiali Pampaloni e Apollonio, che esercitano una forte pressione sul generale Gandin perché interrompa ogni trattativa coi tedeschi sulla cessione delle armi. Gandin vive una lacerante lotta interiore: fosse per lui probabilmente accoglierebbe le richieste della Germania, consapevole del fatto che un’eventuale resistenza avrebbe ben poche possibilità di riuscita. Se infatti i tedeschi a Cefalonia sono solo duemila, quelli in continente sono molti di più e soprattutto dispongono di una forza aerea che le truppe italiane non sarebbero assolutamente in grado di contrastare. Il generale gode fra l’altro di ottimi rapporti col Terzo Reich, quindi è sicuramente predisposto a concludere un accordo che eviti lo scontro. D’altra parte, decretando il disarmo della propria divisione, Gandin ne perderebbe completamente il controllo, perché la volontà delle truppe è palesemente contraria a una simile soluzione. La falsa promessa tedesca di un pronto ritorno in Italia dei soldati non ottiene credito nella divisione, convinta (a ragione) che vi si celi un inganno.

Gandin intavola lunghe ed estenuanti trattative col tenente-colonnello Barge, al fine di raggiungere una soluzione onorevole e soddisfacente per la Acqui. Le alternative proposte dai tedeschi sono tre: continuare la guerra con loro, contro di loro o farsi disarmare e tornare in Italia. Gandin guadagna tempo, forse sperando in un intervento da Roma. Ma in patria regna il caos e nessuno per lunghi giorni dà una solo indicazione al generale, il quale ignora che le forze armate distribuite sul suolo nazionale sono ormai allo sbaraglio. Nel frattempo la Acqui freme: l’impressione è che non obbedirebbe mai a un eventuale ordine di cessione della armi e che sarebbe anzi disposta in caso a ribellarsi contro il proprio generale, considerato ormai da molti un traditore.
Il giorno della svolta è il 13 settembre: arrivano quasi nelle stesse ore l’ultimatum tedesco del generale Lanz e un chiaro ordine del governo italiano, a firma del generale Rossi: “Considerate le truppe tedesche come nemiche”. Il generale Gandin dunque – forte anche di una consultazione da lui stesso voluta tra i membri della divisione e convinto verosimilmente che al messaggio di Rossi seguiranno degli aiuti militari, supera gli indugi e rifiuta la proposta tedesca di disarmo. La divisione si prepara dunque a combattere. Lo scontro inizia il 15 settembre e dura più di una settimana, fino al 22.

Gli italiani hanno dalla loro una presenza più capillare sul territorio, oltreché una nettissima maggioranza numerica. I partigiani greci dell’ELAS (organizzazione di matrice comunista) assicurano la propria collaborazione, previo rifornimento di armi, munizioni e viveri. Purtroppo per la Acqui non si faranno mai più rivedere. Inizialmente i tedeschi – anche se meglio armati – soffrono l’azione italiana ma con l’arrivo di nuovi battaglioni sull’isola e soprattutto grazie all’intervento dei temutissimi aerei Ju-77, più noti come Stukas, guadagnano posizioni e giorno dopo giorno fiaccano sempre di più la resistenza italiana guidata da Gandin. Il generale non si dà pace: come è possibile che dall’Italia non arrivi nessun aiuto alla Acqui? Eppure l’isola di Cefalonia non è un presidio qualsiasi, ma un punto centrale per gli equilibri nel Mediterraneo, trattandosi della porta d’accesso al Mar Egeo. Anche ammesso che il governo italiano non sia nelle condizioni di inviare rinforzi, è davvero possibile che gli anglo-americani siano così disinteressati alla sua sorte? Gandin continua a inviare richieste d’aiuto al governo di Brindisi ma ignora suo malgrado l’amara realtà: i termini dell’armistizio non permettono all’Italia di intraprendere iniziative militari senza il previo consenso degli Alleati, i quali avrebbero senz’altro interesse a conquistare Cefalonia, ma ne sono impossibilitati da logiche geopolitiche secondo le quali i Balcani sono pertinenza di Stalin. Giungere in armi in quelle terre significherebbe dunque provocare l’ira dell’Unione Sovietica. La divisione Acqui è abbandonata a se stessa.

Gli scontri con la Wermacht sono sempre più disperati. In pochi giorni sono sbarcate sull’isola forze tedesche numericamente pari a quelle italiane, meglio armate e forti della copertura degli Stukas. Il fatto più tragico però è il trattamento riservato dai tedeschi ai prigionieri della Acqui: vengono uccisi a mitragliate a seguito della cattura, contro ogni consuetudine e convenzione internazionale sul trattamento dal riservare ai prigionieri. Ma per i tedeschi gli italiani sono traditori e non meritano di essere trattati secondo gli usi e le regole della guerra.

Dopo la resa del 22 settembre la vendetta tedesca, ben lontana dal placarsi, arriva al suo apice. Al massacro di migliaia di soldati che avevano ormai alzato bandiera bianca, si aggiunge l’ordine di Hitler dalla Germania di giustiziare tutti gli ufficiali, compreso i comandi  e dunque il generale Gandin. Il 24 settembre essi vengono prima radunati presso la tristemente nota “casetta rossa” e poi fucilati a piccoli gruppi lì nelle vicinanze: muoiono così circa in 400.

I segni della strage vengono occultati con roghi e affondamento dei cadaveri in mare. Diciassette marinai italiani sono prima costretti a gettare i corpi al largo e poi uccisi.
La tragedia non si ferma qui, perché gran parte dei superstiti viene imbarcata verso il continente per essere trasferita successivamente  nei campi di concentramento in Germania, ma le navi naufragano a breve distanza dalle coste dell’isola per cause che rimangono ancora oggi incerte (si è parlato di mine poste dagli stessi italiani prima del ’43 al largo dell’isola o di bombardamenti alleati).

E’ difficile purtroppo arrivare a una stima esatta di quanti italiani siano morti in quei giorni a Cefalonia. E’ certo che a perire in combattimento furono circa 1.300 ma la maggior parte delle vittime si deve alle esecuzioni sommarie successive alla resa, tra le 4.000 e le 5.000. Più incerto invece è il computo dei morti durante il trasporto in nave. Alfio Caruso parla di 3.000 caduti, altre fonti ne riportano la metà.

Continua >>

“Una nazione allo sbando”, Elena Aga Rossi

elenaaga rossi
L’otto settembre del ’43 è una data spartiacque nella storia del nostro Paese: l’armistizio con gli anglo-americani segna infatti in modo indelebile non solo il corso della guerra ma anche gli anni immediatamente a seguire, aprendo la strada al nuovo ordine politico che si sarebbe poi instaurato in Italia a conflitto concluso e che conosciamo ancora oggi. Eppure, molti testi di storia dedicano soltanto poche righe a questo evento epocale, come se non avesse alcuna importanza indagare l’intreccio di situazioni che portò alla scelta di uscire dalla guerra condotta fino a quel momento assieme alla Germania. Le modalità della resa italiana e in particolare il pessimo comportamento della dirigenza politica e militare di allora sembrano aver interessato poco i nostri storici, nonostante abbiano avuto un impatto devastante sulla società italiana del tempo.

Non si può dimenticare infatti che gli italiani nel settembre del ’43 assistettero impotenti alla dissoluzione del proprio Stato, delle sue istituzioni e del suo esercito: l’Italia cessava di essere un Paese indipendente e sovrano, poiché i suoi destini erano ormai esclusivamente nelle mani di eserciti stranieri (quello tedesco e quelli alleati) che da Nord a Sud ne occupavano il territorio. I nostri soldati venivano lasciati senza ordini precisi, finendo così alla mercé dei tedeschi, desiderosi di vendicare il “tradimento” italiano. L’ignobile fuga da Roma del re, istituzione simbolo dell’unità nazionale fin dai tempi del Risorgimento, aggravò un quadro di per sé già drammatico per una popolazione ormai priva di punti di riferimento. Come ne uscì il nostro sentimento patriottico da una simile tragedia? Benedetto Croce nel suo diario scrisse: “Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente“.

Il libro di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando – 8 settembre 1943” (edito da Il Mulino) descrive gli eventi e i personaggi che portarono all’armistizio con gli Alleati. La principale fonte dell’opera è costituita da documenti d’archivio inglesi, americani e italiani. Il periodo analizzato dalla scrittrice è quello dei famosi “quarantacinque giorni” che passarono dalla deposizione di Mussolini all’otto settembre, nei quali la classe politica e militare italiana cercò infruttuosamente un accordo per uscire dalla guerra con gli Alleati, inflessibili nell’applicazione del principio della resa incondizionata (‘se volete arrendervi, dovete farlo alle nostre condizioni’). Il terrore che i tedeschi potessero venire a sapere di queste trattative e il desiderio di conservare comunque l’onore nei loro confronti segnarono le mosse dei vertici italiani, i quali, nonostante stessero per firmare un armistizio con gli angloamericani, non predisposero  alcuna misura per proteggere il Paese da una prevedibilissima invasione nazista.
Emerge dunque un quadro caratterizzato dall’incapacità decisionale e dalla debolezza della nostra classe dirigente, in particolare del capo del governo Pietro Badoglio, di cui l’autrice scrive:

“Taylor pretese di parlare con Badoglio e si fece portare a casa del maresciallo, che stava tranquillamente dormendo. Apparso in pigiama davanti ai suoi ospiti, Badoglio si limitò a confermare le affermazioni di Carboni. Per due volte, nei due momenti più tragici della nostra storia recente, la notte di Caporetto e la notte tra il 7 e l’8 settembre del 1943, le sorti del nostro Paese sono state affidate a Badoglio e in entrambi i casi Badoglio andò a dormire

Dopo l’annuncio dell’armistizio, la nazione fu abbandonata a se stessa: il re, il governo e molti generali preferirono salvare la propria pelle piuttosto che difendere il loro Paese dall’inevitabile reazione degli ormai ex-alleati. Ai primi momenti di felicità e commozione per l’uscita dell’Italia dalla guerra seguì quasi immediatamente la tragedia dell’invasione tedesca, a cui i militari non erano stati minimamente preparati. La maggior parte si fece disarmare senza opporre resistenza nella speranza di tornare subito a casa (cosa che non accadde: furono spediti nei campi di internamento in Germania), altri invece – spinti da un sentimento di onore militare – si rifiutarono di lasciare le armi e diedero vita ad accese lotte contro i soldati della Wermacht: la più celebre di tutte è sicuramente quella che si svolse in Grecia, a Cefalonia, e che vide come protagonista la divisione Acqui del generale Gandin. Infine, una parte decise di continuare la guerra al fianco della Germania, aderendo così alla Repubblica Sociale di Mussolini.

Seguirono due anni di lotta cruenta, che lasciarono segni incancellabili nella nostra storia nazionale. Il modo in cui quella drammatica situazione fu gestita dalla nostra classe dirigente mise l’Italia in pessima luce agli occhi di tutto il mondo. Da una parte gli Alleati si aspettavano un Paese maggiormente capace di fornire un contributo nella lotta ai tedeschi. Lo sfacelo delle istituzioni e dell’esercito italiano non esisteva neppure nelle loro peggiori previsioni. D’altra parte le forze dell’Asse (la Germania in particolare) ci consideravano ormai dei “traditori” che avevano lasciato vilmente il campo proprio nel momento della difficoltà.

Le domande principali che ci si può porre riguardo all’otto settembre sono le seguenti: l’armistizio con gli angloamericani era davvero inevitabile? I nostri vertici politici e militari potevano agire in modo diverso prima e dopo il suo annuncio? Perché mostrarono tanta incompetenza in un momento così grave della nostra storia? E ancora: quello dell’Italia fu un vero tradimento nei confronti della Germania o è possibile individuare delle scusanti? Era veramente praticabile da parte dell’Italia un capovolgimento di fronte contro i vecchi alleati?

Tutti quesiti a cui l’opera di Elena Aga Rossi cerca di dare una risposta, guardando la vicenda da diverse angolature, senza pregiudizi ideologici e con l’ausilio di una mole ragguardevole di documenti e fonti storiche.

“L’Italia e il confine orientale”, Marina Cattaruzza

cattaruzza

Da qualche anno ormai si parla sempre più spesso delle complesse vicende che hanno coinvolto il confine orientale italiano, in particolar modo la città di Trieste (ma non solo). La nostra attenzione è catturata soprattutto dai fatti della Seconda guerra mondiale e al loro immediato seguito: la repressione attuata prima dal fascismo e poi dal nazismo, la lotta partigiana nella Venezia Giulia, la Risiera di San Sabba, le foibe e infine l’esodo degli italiani dalle terre passate alla Jugoslavia col Trattato di pace (1947).

Come spesso accade quando gli avvenimenti storici sono così vicini all’occhio di chi li guarda, non si riesce purtroppo ad analizzarli con quella serenità d’animo e con quel distacco emotivo che sarebbero invece necessari per una loro corretta comprensione. Nessuno oggi naturalmente si scalderebbe nel discutere delle guerre puniche o dello scontro tra guelfi e ghibellini nell’Italia medievale: si tratta evidentemente di vicende troppo distanti dal nostro attuale vissuto per accendere gli animi. Ma se si parla di guerre e stragi avvenute pochi decenni fa, con reduci e testimoni ancora in vita, ovviamente il discorso cambia e il confine tra attualità, politica e storia diviene terribilmente labile, anzi, in alcuni circostanze scompare del tutto. Questo è esattamente il caso delle tormentate e controverse vicende che si verificarono in Istria e nei ditorni di Trieste e Gorizia durante gli anni ’40: mi riferisco in particolare alle foibe e all’esodo, su cui attualmente il dibattito politico e storiografico è andato intensificandosi dopo quasi mezzo secolo di oblio.

Per quel che mi riguarda, ho avvicinato queste tematiche all’incirca due anni e mezzo fa, dopo aver letto per caso su internet una cronostoria dei principali avvenimenti che coinvolsero la città di Trieste dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino al 1954, anno del ritorno della città sotto la sovranità italiana. Mi accorsi subito di possedere scarse conoscenze su un argomento che però mi incuriosiva parecchio. Questo mi ha spronato a continuare la ricerca e a consultare diverse fonti, ed è così che recentemente mi sono imbattuto in quest’ottimo lavoro storiografico, L’Italia e il confine orientale della professoressa triestina Marina Cattaruzza, edito da Il Mulino nel 2007.

Il proposito dell’autrice è sicuramente ambizioso: raccontare gli ultimi centocinquant’anni di una storia controversa e non condivisa – quella della Venezia Giulia – partendo dal Risorgimento fino alla tanto discussa istituzione della Giornata del Ricordo in Italia nel 2004, passando per la due guerre mondiali, l’impresa di Fiume, il fascismo, la costituzione del TLT, etc…

Bisogna riconoscere l’assoluta difficoltà della redazione di un’opera che rendesse conto in modo esauriente ma allo stesso tempo sintetico di un periodo così lungo, travagliato, poco conosciuto e ricco di sfumature contrastanti. La professoressa Cattaruzza riesce brillantemente nel suo intento, dando senz’altro dimostrazione di equilibrio e d’imparzialità. I fatti storici sono via via esposti dall’autrice secondo il loro nudo svolgimento, senza retorica nè ideologia. Si legge tra le righe un’attenzione certosina nel rendere conto delle vicende giuliane con la maggiore moderazione possibile. Questo è indubbiamente il principale merito dell’opera, ma non l’unico. Ve ne sono almeno altri due ai miei occhi: il primo consiste nella scelta di analizzare la vicenda del confine orientale a partire dall’epoca risorgimentale. Generalmente infatti la storiografia sul tema tralascia del tutto questa fase storica, preferendo iniziare dall’immediato primo dopoguerra, vale a dire dall’annessione italiana della Venezia Giulia avvenuta nel 1920 col trattato di Rapallo. Il torto principale di queste ricostruzioni storiografiche sta essenzialmente nel sottovalutare sia il legame ideale e storico tra irredentismo italiano e Risorgimento (approfondito invece in modo davvero soddisfacente dalla Cattaruzza) sia lo scontro tra gli opposti nazionalismi, italiano e slavo, che affonda le proprie radici proprio nell’epoca tardo-risorgimentale (aspetto questo invece meno curato dall’autrice, ma comunque messo in luce).

L’altro merito che bisogna riconoscere alla professoressa Cattaruzza sta nella particolare attenzione per le trattative diplomatiche che riguardarono il confine orientale, dal Patto di Londra (1915) al più recente Trattato di Osimo (1975). I vari accordi internazionali che interessarono la Venezia Giulia nel secolo scorso sono in quest’opera quasi sviscerati, analizzati nel loro progressivo sviluppo, dando così al lettore piena contezza degli interessi (sia nazionali che di parte) di volta in volta in gioco.

Il lavoro della professoressa Cattaruzza manca forse nella trattazione dei due temi più scottanti della recente storia giuliana: le foibe e l’esodo degli italiani. Le due vicende sono analizzate per sommi capi, probabilmente per la preoccupazione dell’autrice di non esporsi eccessivamente e di tenersi il più possibile al di sopra delle parti. Va detto comunque che l’ampia trattazione della resistenza guidata dal maresciallo Tito ed in particolare delle motivazioni che la ispirarono (non solo antifasciste, ma anche annessionistiche e nazionaliste) offrono comunque al lettore un quadro esauriente per comprendere adeguatamente il contesto in cui i suddetti tragici eventi si verificarono. Molto interessante a tal proposito è senz’altro la ricostruzione della progressiva delegittimazione della resistenza italiana non comunista nella Venezia Giulia.

Spunti a mio parere illuminanti si rinvengono infine nella riflessione dell’autrice sul difficile rapporto tra la Giornata del Ricordo (10 febbraio) e il “mito” della Resistenza.

Chiunque voglia approcciare o anche solo approfondire la conoscenza di quella terra travagliata e contesa che fu la Venezia Giulia del secolo scorso troverà sicuramente in quest’opera un riferimento prezioso.

Lo strano destino del leone alato

Volo_su_Vienna,_lapide_commemorativa_2

Cento anni fa il leone di San Marco era probabilmente il simbolo più potente degli irredentisti, vale a dire di quelli che alla vigilia della Grande Guerra – non ritenendo ancora compiuto il processo di unificazione nazionale – aspiravano all’annessione italiana di nuovi territori: Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia. Il nord-est italiano e le terre della Dalmazia (appartenute per secoli a Venezia) si ritenevano ben rappresentate da quel simbolo carico di storia.

Gabriele D’Annunzio nell’agosto del ’18 (a guerra non ancora conclusa) volava sui cieli di Vienna con una squadriglia detta “La Serenissima”, proprio come l’antica repubblica veneziana. Sul proprio aeroplano il poeta aveva fatto raffigurare un leone di Venezia con la scritta “Iterum rudit leo”, cioè “Il leone ruggisce ancora”.

E’ curioso notare come in meno di cento anni il famoso leone alato si sia trasformato da simbolo di chi voleva fare l’Italia più grande a simbolo di chi la vuole dividere. La Liga Veneta prima, la Lega Nord poi e ora i vari movimenti secessionisti del Veneto ne hanno fatto il proprio emblema in opposizione al tricolore italiano.

Una cosa è certa: il leone marciano è un simbolo fortemente evocativo, anche per la sua natura sacrale (nasce pur sempre come l’effige di un apostolo). Se la politica del secolo scorso e quella di oggi hanno continuato e continuano a farne uso, significa che è ben lontano dall’essere consegnato alla storia.

I meriti dell’esercito italiano nei Balcani raccontati da un ebreo

regio esercito

Contro la storiografia dominante che dipinge solo a tinte fosche l’operato dell’esercito italiano nei Balcani durante la seconda guerra mondiale si erge l’importante testimonianza di un cittadino israelita di origini dalmate presente all’epoca dei fatti. Si tratta un professore di storia contemporanea di Gerusalemme, tale Menachem Shelah: egli – nativo della Dalmazia occupata nel ’41-’43 dall’esercito italiano – è stato salvato dalla furia genocida degli ustascia e dei nazisti assieme a migliaia di altri suoi connazionali grazie all’operato degli ufficiali e dei soldati italiani stanziati nei Balcani.

Agli inizi degli anni ’90 Shelah ha sentito la necessità di ringraziare quegli italiani con un libro: “Un debito di gratitudine: storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli ebrei in Dalmazia (1941-’43)”. L’opera racconta di come i soldati dell’esercito italiano si adoperarono per salvare migliaia di ebrei dei Balcani, che erano nel frattempo diventanti obiettivo della pulizia etnica non solo nazista ma anche ustascia (i nazionalisti croati appoggiati dalle forze dell’Asse).

“Erano circa 80 mila – scrive Shelah – gli ebrei che vivevano in Jugoslavia all’inizio della guerra. Ne restavano 13 mila 500 alla fine del conflitto. Di questi, un terzo doveva la vita agli italiani… Per più di due anni, dall’aprile del 1941 al settembre del 1943, gli italiani avevano steso una rete protettiva sugli ebrei della Croazia che erano riusciti a sfuggire ai loro carnefici ustascia e tedeschi. Li avevano salvati mentre tutto attorno infuriava la bufera della soluzione finale”

L’operato dei soldati italiani non andò tuttavia a vantaggio dei soli ebrei. A tal proposito, un noto esperto militare, lo statunitense Edward Luttwak, ha commentato:

“Non si deve credere che gli italiani proteggessero solo gli ebrei: l’esercito agì come forza d’interposizione fra croati e serbi, per meglio dire impedì alle bande croate di massacrare tanti civili appartenenti all’etnia serba. Fu uno slancio che accomunò i generali dello stato maggiore e i militari di grado inferiore, fino all’ultimo caporale. E fu dettato soprattutto da spirito umanitario”

Com’è noto, l’occupazione nazista della Jugoslavia e il conseguente sfaldamento del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni ebbero l’effetto di riaccendere le secolari e mai assopite rivalità etniche in Jugoslavia. Ustascia e cetnici (i primi croati, i secondi serbi) si resero protagonisti di una delle pagine più sanguinose della storia europea, con centinaia di migliaia di vittime civili in tutto il territorio jugoslavo. A differenza di quanto accadde più tardi negli anni ’90, dove i serbi più di altri si macchiarono di crimini atroci, nel periodo 41-45 furono i croati, forti dell’appoggio tedesco, a spargere più sangue. Costoro erano gli ustascia guidati dall’ultra-nazionalista Ante Pavelic, amico di Hitler e di Mussolini. Gli ustascia – che ottennero in quegli anni un proprio stato nazionale – perseguitarono i serbi e gli ebrei, massacrandone impunemente e senza freno a migliaia:

“Il sangue scorreva a fiumi, migliaia di donne venivano violentate, i bambini erano fatti a pezzi, i campi, i villaggi, le città erano dati alle fiamme”.

In questo terribile scenario, i soldati italiani furono gli unici a tentare di limitare questa carneficina benedetta dai nazisti, salvando non solo molti ebrei ma anche diversi serbi. Sul punto ritengo opportuno lasciar parlare Shelah:

“[prima della guerra] vivevano in promiscuità serbi di religione greco-ortodossa e croati cattolici. […] Con l’avvento al potere degli ustascia la situazione cambiò: teste calde croate, sia del posto sia venute da fuori, attaccarono gli insediamenti serbi, saccheggiando e uccidendo con una ferocia inaudita. Le case serbe furono arse, i beni saccheggiati, uomini, donne e bambini messi a morte con terribile efferatezza. Quegli stessi croati che fino a quel momento avevano salutato cortesemente, anche se freddamente, i loro vicini serbi si univano ora all’orgia di sangue. […] I pochi militari italiani restati nella zona erano esterrefatti, e l’orrore da essi provato vedendosi costretti ad assistere a scene così inumane è documentato dalle decine di strazianti rapporti inviati in quel periodo al Comando e a Roma. In uno di tali documenti un ufficiale italiano racconta che dopo che la sua unità ebbe consegnato ai croati il villaggio in cui era accampata, apparve un prete croato che disse di essere il nuovo comandante. L’italiano chiese quali ordini il «nuovo comandante» avesse ricevuto dai suoi superiori e l’ustascia rispose: «Un solo ed unico ordine: sgozzare tutti i cani serbi». L’ufficiale italiano, che in un primo momento aveva creduto che quello volesse scherzare, fu subito inorridito vedendo che i croati già avevano iniziato il macello. In breve tempo tutti i serbi del posto furono uccisi. In quel periodo, gli italiani cercarono di proteggere contro gli ustascia i serbi e gli ebrei locali e in mancanza di direttive ufficiali, i comandi delle diverse unità militari operarono di propria spontanea iniziativa

Certo, non mancarono i casi opposti di ossequio ai nazisti e alle direttive anti-ebraiche del regime, ma nel complesso Shelah fa intendere che gli italiani adottarono una linea diversa da quella degli alleati tedeschi, mostrando disprezzo e disgusto per l’inutile macelleria che si consumava sotto i loro occhi.

“Del comportamento degli italiani in Jugoslavia è lecito dire che fu il meno pesante, in confronto a quello delle altre forze ivi operanti. Gli italiani si sforzarono almeno di non colpire innocenti, cosa che non può certo essere detta riguardo al comportamento degli ustascia, dei cetnici e delle altre bande armate, compresi i partigiani di Tito”.

E’ importante sottolineare che gli italiani mantennero un comportamento analogo anche in Grecia e in Francia. Fausto Bocchetti spiega che a muovere i nostri soldati non fu solo uno spirito umanitario, ma anche un alto senso dell’onore militare:

“Credo che la motivazione dei generali fosse la difesa dell’onore militare. Era disonorevole rastrellare inermi civili e spedirli a morire in nome di un principio razziale”

I soldati italiani, se in alcune circostanze hanno eccesso anche loro nella violenza, in moltissime altre (la maggioranza dei casi, secondo Shelah) hanno dato prova di coraggio e di umanità, dimostrando di agire secondo coscienza e non solo in base agli ordini inumani spesso loro impartiti.

Shelah conclude: “Proprio come non dobbiamo mai dimenticare ciò che hanno commesso contro di noi i nostri nemici, così dobbiamo sempre ricordare l’opera compiuta dai nostri amici”.

Discorso di apertura dell’Assemblea Costituente

“L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnatoci nella storia del mondo”

viva-l-italia-foto_MarcoRuggieri@flickr

Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati alle urne non solo per scegliere tra monarchia e repubblica ma anche per eleggere i propri candidati all’Assemblea Costituente, vale a dire quell’assemblea che aveva il compito di scrivere la nuova costituzione italiana.

La Costituente si riunisce per la prima volta a Montecitorio circa tre settimane dopo, il 25 giugno. A presiederla provvisoriamente è il suo membro più anziano, il celebre giurista siciliano Vittorio Emanuele Orlando, nato a Palermo nel 1860, già Presidente del Consiglio tra il 1917 e il 1919.

E’ proprio lui a pronunciare il discorso di apertura dell’Assemblea, un discorso fortemente intriso di amor patrio e che inizia col ricordo commosso delle genti giuliano-dalmate, impedite a votare a differenza di tutti gli altri italiani perché soggette a dominio straniero, e destinate di lì a poco a un esodo di massa.

Si continua poi ricordando quanto sia necessario l’armonia nazionale in un momento tanto difficile e si evidenzia quanto serva soprattutto l’accettazione della nuova forma di governo, la repubblica, anche da parte di chi ha votato la monarchia (cioè la metà degli italiani); infine non si lesinano critiche alle condizioni di pace che gli Alleati intendono infliggere all’Italia (il trattato di pace verrà firmato un anno più tardi, nel 1947, e sarà pesantissimo per il nostro Paese).

Quello che più mi ha colpito nel leggere questo discorso è la ricorrenza con cui Orlando richiama la “patria”, una parola che sembra oggi bandita dal vocabolario dei nostri politici (un caso unico in tutto l’Occidente mi pare). Si parla sempre e unicamente di “Stato”, ma lo Stato è solo un freddo concetto giuridico, mentre la patria rappresenta un valore superiore: esiste anche senza lo Stato ed è fatta di storia, di cultura, di lingua, di terra e soprattutto di una comunità nazionale.
Ed è proprio da qui che bisognerebbe ripartire oggi, perché dalle difficoltà si può uscire solo se uniti e se animati da un valore più alto del proprio tornaconto, e cioè l’interesse del Paese.

Costituente_aula

Onorevoli colleghi! Una regola costantemente osservata di diritto parlamentare vuole che un’Assemblea che proviene da un’elezione non possa iniziare alcuna sua funzione se non dopo essersi costituita. Eppure, anche rifuggendo da ogni enfasi, questa adunanza ha una solennità storica che supera quella regola e consente, se non anche richiede, che chi ha il compito di procedere alla semplice formalità rituale, esprima un suo saluto inaugurale. Poiché, intanto, il vecchio, anzi il più vecchio cui il compito fu riservato, può questa volta, per il ciclo stesso degli anni della sua troppo lunga vita, oltre che per gli eventi di essa, rappresentare tutto il passato di una storia che si è chiusa, nel saluto che egli vi rivolge si comprende, nel tempo stesso, un congedo commosso e un augurio fervente. È l’augurio di quel passato verso di voi, cui è affidato l’avvenire della Patria nostra in quest’ora tragica di essa, di quest’Italia che, pur fra errori e colpe che abbiamo potuto commettere, noi abbiamo amato d’immenso amore e servito con devozione assoluta. (Vivi applausi).

Ed è, questo saluto, rivolto ad un’Assemblea nella quale il popolo italiano, per la prima volta nella sua storia, si può dire rappresentato nella sua totalità perfetta, senza distinzione né di sesso, né di classi, né di regioni o di genti, se anche, sotto quest’ultimo aspetto, si rinnovelli nel ricordo il dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati applausi — Grida di Viva Trieste italiana! e di Viva Trieste repubblicana!), le quali però, se non han votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia. (Vivissimi prolungali applausi).

In quest’Assemblea, dunque, il popolo italiano è sovrano, ma, anche, il solo sovrano, l’arbitro assoluto della decisione del proprio destino. Sarebbe vana la ricerca se meglio convenga per il progresso politico e civile di un popolo il processo di evoluzione o di rivoluzione. Questa indagine suppone una facoltà di scelta che, purtroppo spesso, la storia non consente ai popoli. Nel caso infatti dell’Italia, quell’ordinamento che dal 1848 aveva retto lo Stato per tre quarti di secolo, e che aveva dimostrato una flessibilità ed una capacità di progresso veramente prodigiose, era stato metodicamente distrutto con un procedimento in cui la frode si sommava con la violenza, di guisa che nell’anno che seguì il colpo di Stato del 1925 si può dire che nessuna, dico nessuna delle istituzioni dello Stato libero era più rimasta vigente. Compito formidabile, dissi, di ricostruzione ab imis cui codesta Assemblea dovrà accingersi, in un momento in cui nella eterna battaglia fra la libertà e la tirannide sembra che i popoli cerchino un ubi consistam fra il tramonto del Governo parlamentare e il delinearsi di un ordine nuovo in cui i partiti da semplici forze politiche verrebbero assumendo figura e caratteri di natura giuridica costituzionale, come organizzazioni delle masse sociali rappresentative del lavoro, considerando quest’ultimo come il fattore ormai assolutamente prevalente nella produzione e nella distribuzione della ricchezza. (Approvazioni). Che questa sia la tendenza, si può affermare; ma i modelli mancano e il travaglio continua.

Questo è il compito a voi affidato, e che dovrete adempiere con piena libertà di scelta e di decisione, la quale però ha un limite che fu fissato direttamente dalla stessa volontà popolare, con un atto che può qualificarsi di democrazia diretta. E questo limite consiste in ciò: la forma di governo, per quanto riguarda la qualità del Capo dello Stato, è la Repubblica. L’istituto che vi corrisponde è dunque diventato il simbolo dell’unità dello Stato; è attraverso di esso che la Nazione d’Italia si personifica come organica unità indissolubile. Vi corrisponde una radicale trasformazione del dovere civico essenziale, che è di onorare questo simbolo, di servirlo con assoluta fedeltà e lealtà, come rappresentativo della Patria stessa, al di sopra e malgrado qualsiasi altra opinione o sentimento o ideale che si sia professato o che possa ancora essere professato. (Vivi applausi).

Questo dovere non nasce soltanto da disciplina verso una legalità formale, verso quello che si suole chiamare l’ordine costituito.

Poiché esso si confonde coi doveri verso la Patria, importa quella devozione appassionata che arriva sino al sacrificio della vita, ogni qual volta contro quel simbolo si addensi un pericolo o sovrasti una minaccia.

Bisogna con storica lealtà dichiarare che l’esempio di questa virtù di sacrificio, che supera le pregiudiziali ideologiche, è stato dato quando un’inversa situazione dell’ordine costituito pose i repubblicani di fronte all’adempimento di quel dovere: servire la Patria, anche se ordinata in una forma di governo contrastante coi propri ideali. Io personalmente ho un debito a questo riguardo, se penso quale fervida collaborazione abbiano prestato, durante l’altra guerra e specialmente dopo Caporetto, uomini politici che si chiamavano Eugenio Chiesa, Ubaldo Comandini, Leonida Bissolati, e sotto un altro aspetto, cioè come solidarietà piena nelle speranze e nell’angoscia patriottica, Filippo Turati ed i suoi compagni del partito socialista. (Vivissimi applausi). Ma in quest’aula parlamentare gioverà ancor meglio un ricordo dell’ordine puramente parlamentare. Aurelio Saffi, il più puro fratello spirituale di Giuseppe Mazzini, eletto alla Camera dei Deputati per le legislature VIII e IX, vi prese parte e prestò giuramento; eletto in due legislature successive, egli invece rifiutò di giurare e non assunse l’ufficio. L’apparente contraddizione egli giustificò con due lettere nobilissime, per ciò che, egli diceva, «sono oggi cessate le cause per le quali in altri tempi era debito di ogni Italiano di subordinare le proprie opinioni politiche alla suprema questione dell’esistenza nazionale».

Orbene, è oggi dovere di onore di seguir quest’esempio, oggi che la situazione rispettiva delle due fedi si è rovesciata. E questi ricordi di abnegazione patriottica al di sopra dei partiti hanno una gravità solenne, in quest’ora, mentre — per usare l’espressione di Saffi — una minaccia contro l’esistenza stessa della Patria appare con una terribilità che supera quella delle ore più fosche della nostra storia, di questi ultimi anni intendo, se si concretassero e diventassero definitive le notizie che ci pervengono circa i patti e le condizioni di una pace che sarebbe orribile. Essa ci umilia con l’offesa sanguinosa ai marinai, ai soldati, agli aviatori, ai partigiani che han combattuto e son morti a decine di migliaia, trasformandoli in mercenari poiché si sarebbero battuti per uno straniero che ci considerava e continua a considerarci come nemici. (Vivissimi applausi). Essa ci mutila, separandoci da genti che sono carne della nostra carne e sangue del nostro sangue; ci toglie l’indipendenza mettendoci a discrezione di chiunque voglia aggredirci, disarmati entro i confini indifesi; essa ci spoglia con le riparazioni, mentre siamo nella più catastrofica indigenza; essa ci sottrae le colonie, il cui valore è tutto costituito dal nostro lavoro. Se ciò avvenisse, un’ombra resterebbe gettata nei secoli sull’onore di chi ci avrebbe chiamato a combattere per una causa, la quale ora ci si dice che non era la nostra. Qui non si tratta di fare ricerche da legulei sulla diversa portata delle formule usate; se, avuto riguardo alla qualità delle persone che parlavano o per il contenuto preciso delle parole usate, si sia trattato di impegni, o di affidamenti, o di promesse; che importano le parole, che importano le qualità ufficiali di chi le pronunziava, quando vi è il fatto, generatore del più sacro degli impegni: il fatto che ci fu chiesto e fu accettato un contributo di sangue? Non diventava per ciò solo comune la causa per cui si combatteva? Ed è possibile rinnegare quest’obbligo e imporci una pace non solo punitiva, ma crudelmente punitiva? Noi confidiamo ancora che questo scempio della giustizia sia risparmiato, ma riaffermiamo che non intendiamo cadere nell’abisso di questa pace.

L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnato a noi nella storia del mondo. (Vivi applausi). Noi aspetteremo la nostra rivincita non in forma di una guerra, che ferventemente deprechiamo in nome della civiltà in pericolo; ma poiché ci si vuole distruggere, la nostra rivincita consisterà nella nostra risurrezione, nella quale abbiamo una fede fermissima. (Vivi applausi).

Frattanto, in questo pericolo mortale che ci minaccia dall’estero, un imperativo categorico si pone verso l’interno: l’unione, la pacificazione, la concordia. Un appello solenne ne segue, perché ogni italiano, a qualunque partito, a qualunque classe appartenga, ogni risentimento, ogni dissenso, ogni rancore, ogni interesse, ogni pensiero insomma, subordini alla maestà di questo comando: la concordia nazionale perché si salvi l’Italia, perché viva l’Italia. Vorrei ardentemente che queste fossero le ultime mie parole, affinché esse restassero impresse con l’autorità austera dell’al di là: Viva l’Italia! (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati generali applausi).

Seconda guerra mondiale: scenari alternativi per l’Italia

L’Italia, come tutti sanno, ha perduto la seconda guerra mondiale. In questo articolo però ho voluto immaginare quali avrebbero potuto essere le modificazioni territoriali in caso di esiti differenti. Gli scenari che ho preso in considerazione sono tre: la vittoria della guerra da parte del nazifascismo nel ’41; la vittoria della Germania dopo l’armistizio italiano; la vittoria degli Alleati senza l’armistizio italiano.

Se l’Italia avesse vinto la guerra probabilmente avrebbe ottenuto la Corsica e il Nizzardo dalla Francia, Malta dall’Inghilterra, la Dalmazia e Lubjana dalla Jugoslavia e Corfù dalla Grecia. Questi del resto erano i piani di Mussolini, che con l’entrata in guerra sperava di costruire la cosiddetta ‘Grande Italia’, ampliando ulteriormente anche i possedimenti coloniali in Africa a scapito dei francesi (Tunisia) e degli Inglesi (Egitto). Credo si possa escludere invece la possibilità che l’Italia annettesse al proprio territorio anche l’Albania (già controllata dal ’39) e la Grecia o parte consistente di essa: si tratta di regioni che gli irredentisti non hanno mai considerato italiane, e che dunque tutt’al più sarebbe entrate sotto il controllo italiano, conservando una loro (parvente) autonomia.

Questo era forse lo scenario meno probabile. L’Italia nel settembre del ’43 firma l’armistizio con gli Alleati: qui ipotizziamo una vittoria tedesca della guerra. Cosa ne sarebbe stato del nostro Paese? Sicuramente sarebbe rimasto fascista e avrebbe cambiato forma di governo, da monarchia a repubblica. Ma soprattutto sarebbe diventato uno Stato satellite del Terzo Reich, e a causa della sua resa incondizionata al nemico nel ’43 avrebbe subito forti menomazioni territoriali a vantaggio della Germania. In questa ricostruzione i tedeschi annettono al Reich il Sud-Tirolo, Trento, Belluno, il Friuli e l’intera Venezia Giulia. Si tratta di territori che la Germania aveva effettivamente annesso dopo l’occupazione dell’Italia, e che dunque, in caso di sconfitta degli Alleati, sarebbero sicuramente rimasti sotto la sua sovranità.

E’ presumibile che se l’Italia non avesse chiesto l’armistizio nel ’43 (preferendo terminare la guerra al fianco dei tedeschi) avrebbe subito un trattamento più severo a conflitto concluso. Si può ipotizzare una soluzione identica a quella adottata con la Germania, e cioè: perdita di territori a favore degli Alleati e divisione in due del Paese. In questa ricostruzione, l’Italia cede alla Francia la Valle d’Aosta, Briga e Tenda e alla Jugoslavia tutta la Venezia Giulia (Gorizia e Trieste comprese). Al Nord viene costituita la Repubblica Democratica Italiana, uno Stato socialista sotto il controllo sovietico (a causa della maggiore vicinanza geografica al blocco orientale.) Al Sud invece rimane il Regno d’Italia, sotto il controllo statunitense; lo Stato non cambia forma di governo e resta una monarchia dato l’appoggio della maggior parte dei cittadini meridionali al Re, come dimostrato dal referendum del ’46.

Discorso di Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace del 1946

Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.

Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali?

Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire.

Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilità impone in quest’ora storica a ciascuno di noi, questo trattato è, nei confronti dell’Italia, estremamente duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l’Italia che entrasse, sia pure vestita del saio del penitente, nell’ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d’accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali l’uso della forza (come proclama l’articolo 2 dello Statuto di San Francisco) in base al “principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri”, come è detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente “l’integrità territoriale e l’indipendenza politica”, tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto. L’Italia avrebbe subìto delle sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione internazionale.

Si può credere che sia così?

Evidentemente ciò è nelle vostre intenzioni, ma il testo del trattato parla un altro linguaggio.

In un congresso di pace è estremamente antipatico parlar d’armi e di strumenti di guerra. Vi devo accennare, tuttavia, perché nelle precauzioni prese dal trattato contro un presumibile riaffacciarsi di un pericolo italiano si è andati tanto oltre da rendere precaria la nostra capacità difensiva connessa con la nostra indipendenza.

Mai, mai nella nostra storia moderna le porte di casa furono così spalancate, mai le nostre possibilità di difesa così limitate. Ciò vale per la frontiera orientale come per certe rettifiche dell’occidentale ispirate non certo ai criteri della sicurezza collettiva.

Nè questa volta ci si fa balenare la speranza di Versailles, cioè il proposito di un disarmo generale, del quale il disarmo dei vinti sarebbe solo un anticipo.

Ma in verità più che il testo del trattato, ci preoccupa lo spirito: esso si rivela subito nel preambolo.

Il primo considerando riguarda la guerra di aggressione e voi lo ritroverete tale quale in tutti i trattati coi così detti ex satelliti; ma nel secondo considerando che riguarda la cobelligeranza voi troverete nel nostro un apprezzamento sfavorevole che cercherete invano nei progetti per gli Stati ex nemici. Esso suona: “considerando che sotto la pressione degli avvenimenti militari, il regime fascista fu rovesciato … “.

Ora non v’ha dubbio che il rovesciamento del regime fascista non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma il rivolgimento non sarebbe stato così profondo, se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di mmensi sacrifici, senza l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del nord, senza l’abile azione clandestina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista (ed è qui presente uno dei suoi più fattivi rappresentanti) che spinsero al colpo di stato. Rammentate che il comunicato di Potsdam del 2 agosto 1945 proclama: “L’Italia fu la prima delle Potenze dell’Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa diede un sostanziale contributo ed ora si è aggiunta agli Alleati nella guerra contro il Giappone”.

“L’Italia ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di un Governo e istituzioni democratiche”.

Tale era il riconoscimento di Potsdam. Che cosa è avvenuto perché nel preambolo del trattato si faccia ora sparire dalla scena storica il popolo italiano che fu protagonista? Forse che un governo designato liberamente dal popolo, attraverso l’Assemblea Costituente della Repubblica, merita meno considerazione sul terreno democratico?

La stessa domanda può venir fatta circa la formulazione così stentata ed agra della cobelligeranza: “delle Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania”. Delle Forze? Ma si tratta di tutta la marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del “Corpo Italiano di Liberazione”, trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e “last but non least” dei partigiani, autori soprattutto dell’insurrezione del nord.

Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre 100 mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana.

Diciotto mesi durò questa seconda guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord spogliando, devastando, distruggendo quello che gli aerei non avevano abbattuto.

Il rapido crollo del fascismo dimostrò esser vero quello che disse Churchill: “un uomo, un uomo solo ha voluto questa guerra” e quanto fosse profetica la parola di Stimson, allora Ministro della guerra americano: “La resa significa un atto di sfida ai tedeschi che avrebbe cagionato al popolo italiano inevitabili sofferenze”.

Ma è evidente che, come la prefazione di un libro, anche il preambolo è stato scritto dopo il testo del Trattato, e così bisognava ridurre, attenuare il significato della partecipazione del popolo italiano ed in genere della cobelligeranza perché il preambolo potesse in qualche maniera corrispondere agli articoli che seguono.

Infatti dei 78 articoli del trattato la più parte corrisponde ai due primi considerando, cioè alla guerra fascista e alla resa: nessuno al considerando della cobelligeranza, la quale si ritiene già compensata coll’appoggio promesso all’Italia per l’entrata nell’ONU; compenso garantito anche a Stati che seguirono o poterono seguire molto più tardi l’esempio dell’Italia antifascista.

Il carattere punitivo del trattato risulta anche dalle clausole territoriali. E qui non posso negare che la soluzione del problema di Trieste implicava difficoltà oggettive che non era facile superare. Tuttavia anche questo problema è stato inficiato fin dall’inizio da una psicologia di guerra, da un richiamo tenace ad un presunto diritto del primo occupante e dalla mancata tregua fra le due parti più direttamente interessate.

Mi avete chiamato a Londra il 18 settembre 1945. Abbandonando la frontiera naturale delle Alpi e per soddisfare alle aspirazioni etniche jugoslave, proposi allora la linea che Wilson aveva fatta propria quando, il 23 aprile 1919, nella Conferenza della Pace a Parigi invocava “una decisione giusta ed equa, non già una decisione che eternasse la distinzione tra vincitori e vinti”.

Proponevamo inoltre che il problema economico della Venezia Giulia venisse risolto internazionalizzando il porto di Trieste e creando una collaborazione col porto di Fiume e col sistema ferroviario Danubio-Sava-Adriatico.

Era naturalmente inteso che si dovesse introdurre parità e reciprocità nel trattamento delle minoranze, che Fiume riavesse lo status riconosciuto a Rapallo, che il carattere di Zara fosse salvaguardato.

Il giorno dopo, Signori Ministri, avete deciso di cercare la linea etnica in modo che essa lasciasse il minimo di abitanti sotto dominio straniero; a tale scopo disponeste la costituzione di una Commissione d’inchiesta. La commissione lavorò nella Venezia Giulia per 28 giorni. Il risultato dell’inchiesta fu tale che io stesso, chiamato a Parigi a dire il mio avviso il 3 maggio 1946, ne approvai, sia pure con alcune riserve, le conclusioni di massima. Ma i rappresentanti jugoslavi, con argomenti di sapore punitivo, sul possesso totale della Venezia Giulia e specie di Trieste. Cominciò allora l’affannosa ricerca del compromesso e, quando lasciai Parigi, correva voce che gli Anglo-Americani, abbandonando le linee etniche, si ritirassero su quella francese.

Questa linea francese era già una linea politica di comodo, non più una linea etnica nel senso delle decisioni di Londra, perché rimanevano nel territorio slavo 180.000 italiani e in quello italiano 59.000 slavi; soprattutto essa escludeva dall’Italia Pola, e le città minori della costa istriana occidentale ed implicava quindi per noi una perdita insopportabile. Ma per quanto inaccettabile, essa era almeno una frontiera italo-jugoslava che aggiudicava Trieste all’Italia.

Ebbene, che cosa è accaduto sul tavolo del compromesso durante il giugno, perché il 3 luglio il Consiglio dei Quattro rovesciasse le decisioni di Londra e facesse della linea francese non più la frontiera tra Italia e Jugoslavia, ma quella di un cosiddetto “Territorio libero di Trieste” con particolare statuto internazionale? Questo rovesciamento fu per noi una amarissima sorpresa e provocò in Italia la più profonda reazione. Nessun sintomo, nessun cenno poteva autorizzare gli autori del compromesso a ritenere che avremmo assunto la benché minima corresponsabilità di una simile soluzione che incide nelle nostre carni e mutila la nostra integrità nazionale. Appena avuto sentore di tale minaccia il 30 giugno telegrafavo ai Quattro Ministri degli Esteri la pressante preghiera di ascoltarmi dichiarando di volere assecondare i loro sforzi per la pace, ma mettendoli in guardia contro espedienti che sarebbero causa di nuovi conflitti. La soluzione internazionale, dicevo, com’è progettata, non è accettabile e specialmente l’esclusione dell’Istria occidentale fino a Pola causerà una ferita insopportabile alla coscienza nazionale italiana.

La mia preghiera non ebbe risposta e venne messa agli atti. Oggi non posso che rinnovarla, aggiungendo degli argomenti che non interessano solo la nostra nazione, ma voi tutti che siete ansiosi della pace del mondo.

Il Territorio libero, come descritto dal progetto, avrebbe una estensione di 783 kmq. con 334.000 abitanti concentrati per 3/4 nella città capitale. La popolazione si comporrebbe, secondo il censimento del 1921, di 266.000 italiani, 49.501 slavi, 18.000 altri. Lo Stato sarebbe tributario della Jugoslavia e dell’Italia in misura eguale per la forza elettrica, comunicherebbe con il suo hinterland con tre ferrovie slave ed una italiana. Le spese necessarie per il bilancio ordinario sarebbero da 5 a 7 miliardi; il gettito massimo dei tributi potrebbe toccare il miliardo.

Trieste ed il suo porto dall’Italia hanno avuto dal 1919 al 1938 larghissimi contributi per opere pubbliche e le industrie triestine come i cantieri, le raffinerie, le fabbriche di conserve, non solo sorte in seguito a facilitazioni, esenzioni fiscali, sussidii (anche le linee di navigazione), ma sono vincolate tutte ai mercati italiani. Già ora il trattato proietta la sua ombra sull’attività produttiva di Trieste perché non si crede alla vitalità della sistemazione e alla sua efficienza economica. Come sarà possibile, obiettano i triestini, mantenere l’ordine in uno Stato non accetto né agli uni né agli altri, se oggi ancora gli Alleati, che pur vi mantengono forze notevoli, non riescono a garantire la sicurezza personale?

Il problema interno è forse il più grave. Ogni gruppo etnico chiederebbe soccorso ai suoi e le lotte si complicherebbero col sovrapporsi del problema sociale, particolarmente acuto e violento in situazioni come quelle di un emporio commerciale e industriale. Come farà l’ONU ad arbitrare e ad evitare che le lotte politiche interne assumano carattere internazionale?

Voi rinserrate nella fragile gabbia d’uno statuto i due contendenti con razioni scarse e copiosi diritti politici e voi pretendete che non vengano alle mani e non chiamino in aiuto gli slavi, schierati tutti all’intorno a 8 chilometri di distanza, e gli italiani che tendono il braccio attraverso un varco di due chilometri?

Ovvero pensate davvero di fare del porto di Trieste un emporio per l’Europa Centrale? Ma allora il problema è economico e non politico. Ci vuole una compagnia, un’amministrazione internazionale, non uno Stato; un’impresa con stabili basi finanziarie, non una combinazione giuridica collocata sulle sabbie mobili della politica!

Per correre il rischio di tale non durevole spediente, voi avete dovuto aggiudicare l’81% del territorio della Venezia Giulia agli jugoslavi (ed ancora essi se ne lagnano come di un tradimento degli Alleati, e cercano di accaparrare il resto a mezzo di formule giuridiche costituzionali del nuovo Stato); avete dovuto far torto all’Italia rinnegando la linea etnica, avete abbandonata alla Jugoslavia la zona di Parenzo-Pola, senza ricordare la Carta Atlantica che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali, anzi ne aggravate le condizioni stabilendo che gli italiani della Venezia Giulia passati sotto la sovranità slava che opteranno per conservare la loro cittadinanza, potranno entro un anno essere espulsi e dovranno trasferirsi in Italia abbandonando la loro terra, le loro case, i loro averi, che più? i loro beni potranno venire confiscati e liquidati, come appartenenti a cittadini italiani all’estero, mentre l’italiano che accetterà la cittadinanza slava sarà esente da tale confisca.

L’effetto di codesta vostra soluzione è che, fatta astrazione dal Territorio libero, 180.000 italiani rimangono in Jugoslavia e 10 mila slavi in Italia (secondo il censimento del 1921) e che il totale degli italiani esclusi dall’Italia, calcolando quelli di Trieste, è di 446.000; né per queste minoranze avete minimamente provveduto, mentre noi in Alto Adige stiamo preparando una generosa revisione delle opzioni ed è già stato raggiunto un accordo su una ampia autonomia regionale da sottoporsi alla Costituente.

A qual pro dunque ostinarsi in una soluzione che rischia di creare nuovi guai, a qual pro voi vi chiuderete gli orecchi alle grida di dolore degli italiani dell’Istria – ho presente una sottoscrizione di Pola – che sono pronti a partire, ad abbandonare terre e focolari pur di non sottoporsi al nuovo regime?

Lo so, bisogna fare la pace, bisogna superare la stasi, ma se avete rinviato di un anno la questione coloniale, non avendo trovato una soluzione adeguata, come non potreste fare altrettanto per la questione giuliana? C’è sempre tempo per commettere un errore irreparabile. Il Trattato sta in piedi anche se rimangono aperte alcune clausole territoriali. E’ una pace provvisoria: ma anche da Versailles a Cannes si dovette procedere per gradi. Altre questioni rimangono aperte o sono risolte nel Trattato negativamente. Non posso ritenere, per esempio, che i nostri rapporti con la Germania si possano considerare definiti con l’art. 67 di codesto Trattato, il quale impone all’Italia la rinuncia a qualsiasi reclamo, compresi i crediti contro la Germania e i cittadini germanici fino alla data dell’8 maggio 1945, dopo cioè che l’Italia era in guerra con la Germania da diciannove mesi.

I nostri tecnici calcolano a circa 700 miliardi di lire, cioè a circa 3 miliardi di dollari, la somma che possiamo reclamare dalla Germani per il periodo della cobelligeranza; e noi ci dovremmo semplicemente rinunciare? Non può essere questo un provvedimento definitivo; bisognerà pur riparlarne quando si farà la pace con la Germania: e allora non è questo un altro argomento per provare che il completo assestamento d’Europa non può avvenire che dopo la pace con la Germania? Stabiliamo le basi fondamentali del Trattato; l’Italia accetterà di fare i sacrifici che può.

Mettiamoci poi a tavolino, noi e gli jugoslavi in prima linea, e cerchiamo un modo di vita, una collaborazione, perché senza questo spirito le formule del Trattato rimarranno vuote.

Non è a dire con ciò che per tutto il resto il Trattato sia senz’altro accettabile.

Alcune clausole economiche sono durissime. Così per esempio l’art. 69 che concede ad ogni Potenza Alleata o Associata il diritto di sequestrare, ritenere o liquidare tutti i beni italiani all’estero, salvo restituire la eventuale quota eccedente i reclami delle Nazioni Unite. L’applicazione generale di tale articolo avrebbe conseguenze insopportabili per la nostra economia. Ci attendiamo che tali disposizioni vengano modificate soprattutto se – come non dubito – si darà modo ai miei collaboratori di esprimersi a fondo su questo come su ogni altro argomento, in seno alle competenti Commissioni. Così ancora all’art. 62 ci si impone una rinuncia contraria al buon diritto e alle norme internazionali, la rinuncia cioè a qualsiasi credito derivante dalle Convenzioni sul trattamento dei prigionieri.

Logica conseguenza della cobelligeranza è anche che a datare dal 13 ottobre 1943 lo spirito con cui devono essere regolati i rapporti economici tra noi e gli Alleati sia diverso. Non si tratta più di spese di occupazione, previste all’epoca dell’armistizio per un breve periodo, ma di spese di guerra sul fronte italiano. Ad esse il Governo italiano vuole contribuire nei limiti delle sue possibilità economiche, me nei modi che di tale capacità tengano conto.

In quanto alle riparazioni, pur essendo disposti a sopportare sacrifici, dobbiamo escludere che si facciano gravare sull’economia italiana oneri imprecisati e per un tempo indeterminato e nei riguardi dei territori ceduti o liberati si dovrà tener conto degli enormi investimenti da noi fatti per opere pubbliche per lo sviluppo culturale e materiale di tali Paesi. Se le clausole del trattato ci venissero imposte nella loro totalità e crudezza, noi, firmando, commetteremmo un falso perché l’Italia, nel momento attuale, con una diminuzione dei salari reali di oltre il 50% e del reddito nazionale di oltre il 45, ha già visto ridurre la sua capacità di produzione fino al punto da non poter acquistare all’estero le derrate alimentari e le materie prime. Ulteriori peggioramenti provocherebbero il caos monetario, l’insolvenza e la perdita della nostra indipendenza economica. A che ci gioverebbe allora essere ammessi ai benefici del Consiglio economico e sociale dell’ONU?

Prendiamo atto con soddisfazione che nella Conferenza dei Quattro – seduta del 10 maggio – la proposta di affidare all’Italia sotto forma di amministrazione fiduciaria le sue colonie ha incontrato consensi. Confidiamo che tale assenso trovi pratica applicazione nel momento di deliberare. In tale attesa, purché non si chiedano rinuncie preventive, non facciamo obbiezioni al rinvio né al prolungamento dell’attuale regime di controllo militare in quei territori. Ma noi ci attendiamo che l’amministrazione di quei territori durante l’anno di proroga sia, in conformità della legge internazionale, affidata almeno per un’equa parte ai funzionari italiani, sia pure sotto il controllo delle autorità occupanti. E facciamo viva istanza perché decine e decine di migliaia di profughi dalla Libia, Eritrea e Somalia che vivono in condizioni angosciose in Italia o in campi di concentramento della Rhodesia o nel Kenya possano ritornare alle loro sedi.

Circa le questioni militari, le nostre obbiezioni potranno più propriamente essere esposte nella Commissione rispettiva. Basti qui riaffermare che la flotta italiana, dopo essersi data tutta alla cobelligeranza e aver operato in favore della causa comune per tre anni e fino a tutt’oggi sotto propria bandiera agli ordini del Comando Supremo del Mediterraneo, non può oggi, per ovvie ragioni morali e giuridiche, venir trattata come bottino di guerra. Ciò non esclude che nello spirito degli accordi Cunningham – De Courten, essa contribuisca entro giustificati limiti a restituzioni o compensi.

Signori Ministri, Signori Delegati, per mesi e mesi ho atteso invano di potervi esprimere in una sintesi generale il pensiero dell’Italia sulle condizioni della sua pace, ed oggi ancora comparendo qui nella veste di ex-nemico, veste che non fu mai quella del popolo italiano, innanzi a Voi, affaticati dal lungo travaglio o anelanti alla conclusione, ho fatto uno sforzo per contenere il sentimento e dominare la parola, onde sia palese che siamo lungi dal voler intralciare ma intendiamo costruttivamente favorire la vostra opera, in quanto contribuisca ad un assetto più giusto del mondo.

Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri apparentemente contrastanti.

Da una parte egli deve esprimere l’ansia, il dolore, l’angosciosa preoccupazione per le conseguenze del Trattato, dall’altra riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace.

Tale fede nutro io pure e tale fede sono venuti qui a proclamare con me i miei due autorevoli colleghi, l’uno già Presidente del Consiglio, prima che il fascismo stroncasse l’evoluzione democratica dell’altro dopoguerra, il secondo Presidente dell’Assemblea Costituente Repubblicana, vittima ieri dell’esilio e delle prigioni e animatore oggi di democrazia e di giustizia sociale: entrambi interpreti di quell’Assemblea a cui spetterà di decidere se il Trattato che uscirà dai vostri lavori sarà tale da autorizzarla ad assumerne la corresponsabilità, senza correre il rischio di compromettere la libertà e lo sviluppo democratico del popolo italiano.

Signori Delegati, grava su voi la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra, cioè all’indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi. Come italiano non vi chiedo nessuna concessione particolare, vi chiedo solo di inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni Paese che nella guerra hanno combattuto e sofferto per una mèta ideale. Non sostate sui labili espedienti, non illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a quella mèta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla.

E’ in questo quadro di una pace generale e stabile, Signori Delegati, che vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia: un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano.

Discorso di Giacomo Matteotti

Il 30 Maggio del 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti, prendendo la parola alla Camera dei Deputati, denunciò i brogli e le violenze messe in atto dal Partito Fascista durante le elezioni del 6 Aprile e chiese l’annullamento di quest’ultime. Scomparso il 10 giugno dello stesso anno, il suo corpo venne ritrovato due mesi dopo in un bosco a pochi chilometri da Roma.

Qui desidero riportare integralmente l’ultimo discorso di Matteotti, quello che gli costò la vita, e dal quale sono passati con oggi esattamente 84 anni.

Presidente “Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha facoltà”. Matteotti “Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa (Vive interruzioni alla destra e al centro)”. Lupi “È passato il tempo in cui si parlava per le tribune!”. Matteotti “Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. Interruzioni alla destra e al centro) Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza.

Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti… (Interruzioni)”. Voci al centro “Ed anche più!”. Matteotti “… cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente sieno di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti – Proteste – Interruzioni alla destra e al centro)”.

Maraviglia “In contestazione non c’è nessuno, diversamente si asterrebbe!”. Matteotti “Noi contestiamo…”. Maraviglia “Allora contestate voi!”. Matteotti “Certo sarebbe maraviglia se contestasse lei! L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso – come ha dichiarato replicatamente – avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se… (Vivaci interruzioni a destra e al centro Movimenti dell’onorevole presidente del Consiglio)”. Voci a destra “Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra! (Applausi alla destra e al centro)”. Matteotti “Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza dei mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… (Rumori, proteste e interruzioni a destra) Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito…”. Maraviglia “Hanno votato otto milioni di italiani!”. Matteotti “… se cioè egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra)”. Una voce a destra “E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?”. Farinacci “Potevate fare la rivoluzione!”. Maraviglia “Sarebbero stati due milioni di eroi!”. Matteotti “A rinforzare tale proposito dei Governo, esiste una milizia armata… (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di “Viva la milizia”)”. Voci a destra “Vi scotta la milizia!”. Matteotti “… esiste. una milizia armata… (Interruzioni a destra, rumori prolungati)”. Voci “Basta! Basta!”. Presidente “Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento”.

Matteotti “Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra)”. Voci a destra “E le guardie rosse?”. Matteotti “Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. (Commenti) In aggiunta e in particolare… (Interruzioni), mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero… (Interruzioni, rumori)”. Farinacci “Erano i balilla!”. Matteotti “È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro)”. Voce al centro “Hanno votato i disertori per voi!”. Gonzales “Spirito denaturato e rettificato!”. Matteotti “Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal presidente del Consiglio che affidava al militi fascisti la custodia delle cabine (Rumori).

A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso. e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti)”. Voci a destra “Perché avete paura! Perché scappate!”. Matteotti “Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle (Vivi rumori. Interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra). E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati) I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede… (Interruzioni, rumori)”. Greco “È ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!”. Matteotti “E allora sciogliete il Parlamento”. Greco “Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati”.

Matteotti “Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati… (Vivi rumori)”. Maraviglia “Ma parli sulla proposta dell’onorevole Presutti”. Matteotti “Richiami dunque lei all’ordine il Presidente! La presentazione delle liste – dicevo – deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei. circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate “provocazioni”, sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)”. Bastianini “Questo lo dice lei!”. Voci dalla destra “Non è vero, non è vero”. Matteotti “Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata… (Rumori)”. Maraviglia “Non è vero. Lo inventa lei in questo momento”. Farinacci “Va a finire che faremo sul serio quello .che non abbiamo fatto!”. Matteotti “Fareste il vostro mestiere!”. Lussu “È la verità, è la verità!…”. Matteotti “A Melfi… (Rumori vivissimi – Interruzioni) a Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia fu bastonato perfino un notaio (Rumori vivissimi)”. Aldi-Mai “Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e in nessun ricorso è accennato il fatto di cui parla l’on. Matteotti”. Farinacci “Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione!”. Matteotti “A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati”. Voci “Perché erano falsi”. Matteotti “Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!”.

Farinacci “Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?”. Matteotti “Ci sono”. Una voce dal banco delle commissioni “No, non ci sono, li inventa lei”. Presidente “La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui”. Matteotti “Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti”. Teruzzi “Che non esistono!”. Matteotti “Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi (Rumori, interruzioni)”. Voci a destra “Lo provi”. Matteotti “La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto.

Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite”. Una voce dal banco della giunta “Dove furono impedite?”. Matteotti “A Melfi, a Iglesias, in Puglia… devo ripetere? (Interruzioni, rumori) Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile”. Una voce “Non è vero! Parli l’onorevole Mazzoni! (Rumori)”.

Matteotti “Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori). Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales”. Teruzzi “Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. lo, per un anno, sono andato a casa con la pena di morte sulla testa!”. Matteotti “Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919”. Voci “Non è vero! non è vero!”. Finzi, sottosegretario di Stato per l’interno “Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!”. Matteotti “Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero. sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio.

Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni)”. Finzi “Non è così!”. Matteotti “Porterò i giornali vostri che lo attestano”. Finzi “Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà”. Matteotti “L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) e, signori che mi interrompete, anche qui nell’assemblea? (Rumori a destra)”. Teruzzi “È ora di finirla con queste falsità”. Matteotti “L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)”. Una voce “Non è vero, non fu impedito niente (Rumori)”. Matteotti “Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli doveva parlare… (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all’estrema sinistra)”. Presidente “Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda”. Matteotti “L’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito…”. Voci “Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!”. Gonzales “I fatti non sono improvvisati! (Rumori)”.

Matteotti “Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea… (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola, e che fu impedita… (Oh, oh! – Rumori)”. Voci da destra “Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!”. Matteotti “Vuol dire dunque che il termine “sovversivo” ha molta elasticità!”. Greco “Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti”. Matteotti “L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città …”. Presutti “Dica bande armate, non corpi armati!”. Matteotti “Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!”. Voci di destra “Per paura! Per paura! (Rumori – Commenti)”.

Farinacci “Vi abbiamo invitati telegraficamente!”. Matteotti “Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che “qualcuno di noi ha provocato” e come “in seguito a provocazioni” i fascisti “dovettero” legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)”. Voci da destra “L’avete studiato bene!”. Pedrazzi “Come siete pratici di queste cose, voi!”. Presidente “Onorevole Pedrazzi!”. Matteotti “Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!”. Voci a destra “Avevano paura!”. Turati Filippo “Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i briganti, avevano paura (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra)”. Una voce “Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato”. Turati Filippo “Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra)”. Presidente “Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti!”.

Matteotti “Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra – Rumori prolungati)”. Presidente “Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi…”. Matteotti “Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)”. Casertano presidente della Giunta delle elezioni “Chiedo di parlare”. Presidente “Ha facoltà di parlare l’onorevole presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta”. Matteotti “Onorevole Presidente!…”. Presidente “Onorevole Matteotti, se ella vuoi parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente”. Matteotti “Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!”. Presidente “Parli, parli”. Matteotti “I candidati non avevano libera circolazione… (Rumori. Interruzioni)”. Presidente “Facciano silenzio! Lascino parlare!”. Matteotti “Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero (Commenti)”. Una voce “Erano disoccupati!”. Matteotti “No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate”. Voci da destra “E quando li boicottate voi?”. Farinacci “Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!”. Matteotti “Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto… (Rumori)”. Voci “E Berta? Berta!”. Matteotti “… conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe – stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori) Ma i candidati – voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi – i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra) Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi – anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante – risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo – e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere – fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza – con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni… (Vivissimi rumori al centro e a destra)”. Una voce a destra “Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!”. Matteotti “Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la “regola del tre”. Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente”. Finzi “Evidentemente lei non c’era! Questo metodo non fu usato!”. Matteotti “Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato”. Finzi “Lo provi”. Matteotti “In queste regioni tutti gli elettori…”. Ciarlantini “Lei ha un trattato, perché non lo pubblica?”. Matteotti “Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori)”. Voci “No! No!”. Matteotti “Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio (Vivi rumori interruzioni)”. Suardo “L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall’Aula. (Rumori – Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l’onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest’Aula. (Applausi, commenti)”. Teruzzi “L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni, on. Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra)”. Presidente “Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!”. Matteotti “lo posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo”. Torre Edoardo “Basta, la finisca! (Rumori, commenti) . Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori – Alcuni deputati scendono nell’emiciclo). Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti – Rumori)”. Voci “Vada in Russia!”. Presidente “Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!”. Matteotti “Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera). Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno (Rumori) … per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza”. Voci alla destra “Accettiamo (Vivi applausi a destra e al centro)”. Matteotti “[…]

Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra – Vivi rumori)”.