“Le famiglie che hanno ‘fatto’ Trieste: i Livaditi”, articolo di Marco Pozzetto

L’articolo che segue, a firma dello storico Marco Pozzetto (1925-2006), è stato pubblicato nel 1981 sulla rivista mensile triestina La Bora (anno 5, n. 1 – dicembre 1980 – gennaio 1981).
Con una prosa briosa, l’autore ci descrive i capostipiti di un’antica famiglia di immigrati greci trapiantati a Trieste: i Livaditi. Estrosi e buontemponi, propensi al litigio, dediti al commercio ma anche alla bella vita, i Livaditi furono tra i principali esponenti della comunità greca triestina tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
Nella parte finale dell’articolo, seppur con qualche imprecisione, viene tratteggiata la figura dello scrittore Demetrio (1833-1897), ultimo grande esponente della famiglia.

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Trieste, Via Mazzini (già Via Nuova) nella prima metà del Novecento.

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“Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito”, Elena Aga Rossi

CefaloniaPer lo storico, la vicenda di Cefalonia resta una delle più difficili da raccontare e da spiegare, sia per i molti interrogativi lasciati aperti dalle lacune della documentazione sia per lo stratificarsi di ricostruzioni e finanche travisamenti succedutisi negli anni

Elena Aga Rossi

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nell’isola greca di Cefalonia si consumò il più sanguinoso scontro armato nei Balcani tra l’esercito italiano e quello tedesco. I combattimenti – originati dal rifiuto della Divisione Acqui di consegnare le armi all’ormai ex alleato – si protrassero per poco più di una settimana ed ebbero il loro tragico epilogo nel criminale eccidio di centinaia di militari italiani che si erano già arresi. Continua a leggere ““Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito”, Elena Aga Rossi”

“Le donne al parlamento”, Aristofane

aristofaneCommedia teatrale del 392 a.C.. Ad Atene lo Stato vive una crisi profonda e nessuno sa più cosa inventarsi per risollevarne le sorti. Stufe e avvilite da una democrazia corrotta dove ognuno pensa solo al proprio tornaconto, Prassagora e le altre donne della città decidono in gran segreto di travestirsi da uomini e di infiltrarsi in massa nell’assemblea cittadina al posto dei mariti per far approvare un decreto rivoluzionario che attribuisca loro tutti i poteri politici. E ci riescono: forti della maggioranza artificiosamente raggiunta, le donne di Atene destituiscono gli uomini da ogni carica e prendono le redini del governo.

Ci sono ottime ragioni per cui le donne si dimostreranno all’altezza del comando della città, più dei loro stessi mariti. La coraggiosa e intraprendente Prassagora ne illustra almeno due: innanzitutto, in quanto madri, garantiranno la pace evitando che i loro figli vadano in guerra; in secondo luogo, essendo già amministratrici e tesoriere nelle loro case, faranno sicuramente un ottimo uso del denaro pubblico senza sperperarlo.

Dopo un’iniziale e diffusa perplessità, anche gli uomini sembrano convincersi dalla bontà del rovesciamento delle parti: “pare sia l’unica cosa che ancora non è successa nella nostra città” dice Cremete all’amico Belpiro, marito di Prassagora.

Alla confusione dei ruoli sociali segue quella dei beni personali e dei rapporti familiari: mirando all’attuazione di un programma di totale uguaglianza, le donne sanciscono l’abolizione della proprietà privata e dei legami di parentela a favore di un sistema dove tutti mettano in comune sostanze, figli, mariti, mogli, padri e madri. Così non ci saranno più debitori e creditori, ladri e derubati, adulteri e tradimenti e scompariranno finalmente anche i tribunali. Infine, siccome tutte le donne, anche quelle brutte o anziane, hanno diritto ad essere amate, un divertente decreto prevede che qualsiasi uomo, prima di avere rapporti con una bella giovane, debba fare l’amore con una vecchia. La commedia termina proprio con la scena di tre anziane che si contendono avidamente un ragazzo il quale stava dirigendosi dalla propria amata sperando di eludere la nuova legge.

Con Le donne al parlamento (titolo originale: Ecclesiazuse) il commediografo ateniese Aristofane aggiunge un altro pezzo al suo filone utopico e sviluppa in chiave farsesca un’idea che alla sua epoca doveva apparire veramente ridicola, più o meno come oggi potrebbe sembrare a noi quella di un governo di quattordicenni. Il potere politico affidato alle donne è la bizzarria su cui si fonda l’intero assetto comico dell’opera e dalla quale l’autore fa derivare una serie di situazioni ancora più stravaganti e perciò destinate ad accendere l’ilarità del pubblico, al tempo interamente maschile. L’emarginato si trasforma in forza egemone e mette in atto un completo capovolgimento della società, che si ritrova improvvisamente indifferenziata. Invece di ristabilire l’ordine minacciato dalla crisi, le donne ne stabiliscono uno del tutto nuovo; invece di riportare Atene alle sue gloriose tradizioni e virtù, si inventano una morale e delle regole sbalorditive che dovrebbero fare della città una specie di paradiso in terra dove non si fanno più guerre o cause in tribunale e dove tutti hanno garantito il pane e l’amore. Ad andare in scena è la fantasia, o meglio l’irrealtà.

Per quanto quest’opera possa a prima vista apparire straordinariamente attuale almeno nel suo tema principale, cioè quello della partecipazione politica femminile, in realtà una più attenta analisi suggerisce una quasi totale mancanza di seri spunti di riflessione per noi moderni e per le nostre democrazie. Come lettore mi sono domandato se la satira che ispira questa commedia voglia trasmettere un messaggio di generale scetticismo e disincanto circa le qualità morali di tutti, donne e uomini. Tuttavia, credo che a voler interpretare in questo modo l’opera si cada nel rischio di piegarla eccessivamente a prospettive che non appartengono né al tempo né al sistema di valori dell’autore. Aristofane infatti non prende sul serio l’idea di un governo di donne, nemmeno in termini di paradosso. Se proprio si vuole cercare un intento politico nella sua commedia, lo si può individuare al massimo nella critica alla situazione di crisi e corruzione in cui versava l’Atene dell’epoca, e magari (anche se qui forse è spingersi troppo oltre) in una denuncia delle possibili degenerazioni della democrazia. Nulla di più: il vero obiettivo sembrerebbe infatti quello di suscitare il riso negli spettatori attraverso la rappresentazione di una realtà grottesca e irrealizzabile.

Equità e diritto nella Grecia classica

Chiunque – anche chi non ha alcuna familiarità col diritto – avrà senz’altro constatato che in molte situazioni la giustizia e le leggi non coincidono. Non sono pochi infatti i casi in cui l’applicazione rigida e formale di una norma giuridica è tale da produrre risultati iniqui, cioè da ripugnare il comune sentimento di giustizia. Questa particolare circostanza – da cui il brocardo latino “summum ius, summa iniuria” – è stata motivo di riflessione fin dall’antichità. Il concetto di equità ha infatti una storia millenaria che trae origine dal mondo greco e arriva fino ai giorni nostri.

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L’equità presso i greci era nota col termine di epieikeia, che etimologicamente differisce dal latino aequitas: questo indica la parità e l’eguaglianza, quello la convenienza e la moderazione. Epieikèies infatti significa letteralmente “conveniente”. La dottrina dell’epieikeia – che tanta influenza ebbe nei secoli successivi, anche presso i canonisti – è stata formulata nel IV secolo a.C da Aristotele, al quale va senz’altro il merito di aver per primo ragionato sulle implicazioni giuridiche dell’equità. Non è un caso dunque se tutte le ricostruzioni storiche sul tema partono proprio dal filosofo di Stagira. Detto questo, bisogna però ricordare che non fu Aristotele ad inventare il concetto di epieikeia, già esistente nello spirito greco e nominato frequentemente anche da autori più antichi. E quindi, prima di analizzare i celebri scritti dell’Etica Nicomachea e della Retorica, ripercorrerò brevemente la storia della nozione di equità antecedente la riflessione aristotelica.

L’equità nell’esperienza pre-aristotelica

Nelle sue Storie, Erodoto – vissuto nel VI sec. a.C. – oppone il diritto all’equità:“L’ostinazione è una cosa riprovevole: non cercare di sanare un male con un altro male! Molti al rigido diritto preferiscono l’equità più ragionevole”. Abbiamo inoltre notizia di risoluzioni equitative delle controversie nell’Atene del V secolo a.C. : i cittadini che erano sorteggiati per adempiere alle funzioni giudiziarie nel tribunale popolare (Eliea) si impegnavano – prestando il cosiddetto “giuramento eliastico” – a decidere le cause in conformità alla legge (nòmos) e all’opinione più giusta (gnòme dikaiotàte). Gli studiosi si sono divisi sul significato da attribuire a quest’ultimo riferimento: alcuni vi hanno visto una fonte suppletiva in caso di lacune legislative, altri la possibilità di emanare sentenze che salvaguardassero l’equità del caso anche a costo di allontanarsi dal tenore letterale della legge. Vista l’assenza di un vero e proprio principio di legalità presso gli antichi greci, la seconda interpretazione probabilmente coglie più nel segno.
Il testo del giuramento eliastico non riporta la parola “epieikeia” e tuttavia in esso troviamo ancora una volta opposti il diritto stretto (espresso dai nòmoi) e una giustizia che evidentemente si situa al di fuori della legge (la gnòme dikaiotate).
Anche Platone (maestro di Aristotele) affronta in alcune delle sue opere la questione dell’epieikeia, seppur incidentalmente. I brani di riferimento in materia sono contenuti nel Politico e nelle Leggi, dove il filosofo si occupa di stabilire quale sia il governo ideale. Nel Politico – secondo le parole dello studioso Jager – troviamo come tesi centrale quella per cui “il perfetto monarca sarà sempre preferibile alla perfetta legislazione, perché la legge irrigidita nella scrittura non si può adattare con sufficiente prontezza al mutare delle situazioni. Platone infatti afferma: “Una legge, anche se comprendesse perfettamente ciò che è migliore e nello stesso tempo più giusto per tutti, non sarebbe mai in grado di dare gli ordini migliori”.
Un monarca saggio rende inutile la giustizia legale: egli stesso è epieikeies, cioè equo, capace di individuare in ogni situazione la soluzione più adatta. Più tardi però Platone si rende conto dell’eccessivo idealismo di questa sua prospettiva: il monarca perfetto non esiste e dunque il rischio concreto è quello di finire vittime degli abusi di un tiranno. Nell’opera successiva Le Leggi capovolge perciò la propria visione, sostenendo che il governo delle leggi sia senz’altro la migliore opzione politica nella realtà. Un simile governo tuttavia non può conoscere deviazioni o turbative, di qualsiasi genere esse siano: affinché l’autentica giustizia possa realizzarsi, secondo Platone è necessario che delle leggi sia dia un’applicazione rigorosa. In una simile cornice, l’epieikeia (qui intesa come mitezza ed indulgenza) risulta dannosa e pericolosa: “L’equità, infatti, e l’indulgenza sono un’infrazione del significato compiuto e perfetto della giustizia autentica”.
L’epieikeia dunque, già prima di Aristotele, viene configurata in termine antitetici rispetto al diritto. A volte se ne auspica l’utilizzo, altre volte – come in Platone – si vuole mettere in guardia da essa e dai suoi presunti effetti distorsivi.

L’epieikeia aristotelica

Ora possiamo venire ad Aristotele. Per ricostruire la sua dottrina dell’epieikeia, è necessario partire anzitutto dal testo dell’Etica Nicomachea (libro V).
Dopo aver analizzato il rapporto intercorrente fra equo (epieikeies) e giusto (dikaios), ed aver specificato che l’equo “è sì giusto, ma non il giusto secondo la legge”, il filosofo aggiunge che esso deve essere considerato come il “correttivo della giustizia legale”, infatti: “è questa la natura dell’equo: un correttivo della legge, laddove essa è difettosa a causa della sua universalità”.
Il punto è fondamentale, dal momento che tutta la dottrina di Aristotele in tema di equità verte sul carattere universale della norma a causa del quale molto spesso la legge risulta difettosa: di alcuni casi infatti “non è possibile trattare correttamente in universale”. Il legislatore dunque è costretto ad approssimare, prendendo in considerazione solo l’id quod plerumque accidit, vale a dire ciò che si verifica nella maggior parte dei casi.
L’errore non sta nella legge né nel legislatore, ma “nella natura della cosa, giacché la natura delle azioni ha proprio questa intrinseca caratteristica”.
Come in molte altre circostanze, Aristotele mostra un orientamento diverso da quello del proprio maestro Platone, e a differenza di quest’ultimo che considerava l’equità uno sviamento dall’autentica giustizia, egli ritiene necessario farvi ricorso proprio con riferimento a quella minoranza di casi sui quali il legislatore non ha potuto porre il proprio sguardo.
“Quando dunque la legge parla in universale, ed in seguito avviene qualcosa che non rientra nell’universale, allora è legittimo, laddove il legislatore ha trascurato qualcosa e non ha colto nel segno, per aver parlato in generale, correggere l’omissione, e considerare prescritto ciò che il legislatore stesso direbbe se fosse presente, e che avrebbe incluso nella legge se avesse potuto conoscere il caso in questione”.
Il legislatore, dovendo disciplinare in generale una determinata fattispecie concreta, è impossibilitato nel valutarla in tutte le sue sfumature, o per meglio dire in tutti i suoi mutamenti, ed è dunque costretto a modellare la norma tenendo in considerazione solo ciò che si verifica nella maggior parte dei casi. Questo però non significa che la corrispondente minoranza non sia disciplinata. La norma c’è e vale anche per quei casi, e tuttavia mal si adatta ad essi perché il legislatore – costretto a generalizzare – ha dovuto ometterli dalla propria valutazione.
Quello che propone Aristotele dunque è la disapplicazione della legge per far posto ad una norma che il giudice ha il compito di individuare ponendosi nell’ottica del legislatore: “Equo è chi non è pignolo nell’applicare la giustizia fino al peggio, ma è piuttosto portato a tenersi indietro, anche se ha il conforto della legge”.
Aristotele approfondisce ulteriormente il tema nella Retorica. Qui, dopo aver ribadito che “l’equo sembra essere giusto, ma esso è il giusto che va oltre la legge scritta” afferma:
“Ciò avviene in parte per volere dei legislatori, in parte non per loro volere: il secondo caso è quando sfugge loro qualcosa, il primo quando essi non possano prescrivere esattamente, ma sia necessario dare una formula generale, che non vale universalmente, ma solo per lo più”.
La legge dunque può rivelarsi difettosa non solo per le ragioni precedentemente esposte (generalizzazione della norma) ma anche per una semplice svista del legislatore. In entrambi i casi l’epieikeia interviene suppletivamente, come fonte formale di diritto. Ci sono inoltre casi in cui il giudizio si basa sempre ed esclusivamente su valutazione equitative, a prescindere da quanto prescrive la legge: più precisamente, si tratta dei casi in cui le parti preferiscono un arbitrato. A tal proposito Aristotele scrive: “[essere equi] è preferire un arbitrato piuttosto che una lite in tribunale: infatti l’arbitrato bada all’equità, il giudice alla legge; e l’arbitrato è stato inventato proprio per questo, per dar forza all’equità”.
L’epieikeia svolge infine un’ultima funzione secondo Aristotele: essa infatti può fungere anche da criterio ermeneutico della legge, e in questa veste si manifesta come interpretazione del dato normativo non secondo il tenore letterale della norma ma in conformità allo spirito della legge. Sempre nella Retorica troviamo il seguente passaggio: “Essere equi significa essere indulgenti verso i casi umani, cioè badare non alla legge, ma al legislatore, e non alla lettera della legge, ma allo spirito del legislatore”.
In conclusione possiamo affermare che per Aristotele l’equità è “il diritto del caso singolo” e può svolgere, a seconda dei casi, una funzione suppletiva, correttiva o ermeneutica.

Nulla dies sine linea

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Nulla dies sine linea” è un motto latino che letteralmente significa “nessun giorno senza una linea“. La frase fu attribuita dallo scrittore romano Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXXV, 36) al pittore greco Apelle, vissuto nel IV secolo a.C., il quale non lasciava passare una sola giornata della propria vita senza tracciare almeno una linea delle sue opere, al fine di mantenere l’esercizio e di raggiungere il più alto livello possibile nella sua arte.
Nulla dies sine linea” sta dunque a significare la necessità dell’abnegazione e della costanza nel perseguimento dei propri obiettivi e nel perfezionamento delle proprie doti.

La passione

PaoloFrancescaGradara[1]Il termine passione è usato comunemente in senso positivo, come sinonimo di amore (che nella nostra cultura è quanto di meglio possa capitare nella vita di una persona). In altre situazioni assume un valore neutro, come quando viene utilizzato nel suo significato di passatempo o di particolare inclinazione a qualche attività: “quali sono le tue passioni?” è la domanda che tutti quanti ci siamo sentiti fare almeno qualche volta durante una nuova conoscenza o un colloquio di lavoro.

Forse ci si dimentica però che la parola passione nasce con un significato ben diverso. Dal latino patire, la passione è infatti prima di tutto una sofferenza fisica o dell’animo, qualcosa da cui si è schiacciati e che si è costretti proprio malgrado a subire. Non a caso il termine passivo condivide la stessa origine.

Nel mondo antico, anche per l’influsso della morale stoica, la passione era percepita come qualcosa di nocivo per l’animo: “le passiones diventano irrequietezza, quell’essere mosso e agitato senza direzione che distrugge la calma del saggio. La parola passio riceve così un senso accentuamente peggiorativo: ogni stato di irrequietezza e di agitazione provocato dalle cose del mondo va evitato per quanto possibile; compito del saggio è di non incontrare il mondo, almeno interiormente, di non farsi turbare da esso, di essere impassibile*. Riflettendoci con un po’ di attenzione, è davvero complesso trovare un’opera letteraria dell’antichità dove la passione non dispieghi i suoi effetti distruttivi: si pensi all’Iliade e alla guerra tra Troiani e Achei scatenata dall’amore di Elena per Paride; all’odio cieco di Achille causato dalla morte dell’amato Patroclo; o al travolgente sentimento di Didone per Enea nel più celebre poema di Virgilio; e ancora, all’ira di Medea che divorata dalla gelosia per Giasone arriva ad uccidere i due figli da lui avuti. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. In tutti questi casi la passione si presenta come una perturbazione dell’animo portatrice di sventure e di violenza.

Con l’avvento del Cristianesimo, la parola mantiene la sua accezione negativa di dolore e sofferenza, con particolare riferimento al Cristo e alla sua passione. Sant’Agostino definisce passio come motus animi contra rationem, moto interiore contrario alla ragione. Rimane dunque ferma l’idea greco-romana di una forza impetuosa e travolgente che minaccia di allontanare l’uomo dalla felicità e di spezzare i delicati equilibri che sorreggono la sua vita. Anche nelle opere letterarie del Medio-Evo infatti la passione conosce quasi solo esiti tragici: è il caso dell’amore tra Paolo e Francesca, a cui Dante dedica un canto della Divina Commedia, o della struggente storia di Tristano e Isotta, di origini celtiche, ma anche del tradimento di Ginevra, moglie di re Artù, col cavaliere Lancillotto. Che dire poi del dolore cantato nella poesia dei trovatori per la donna amata?

In definitiva, la nostra attuale concezione di passione è ben lontana dal suo significato originario ed autentico di sofferenza. Non è affatto semplice però affermare cosa abbia condotto a questo radicale mutamento di senso del termine, accentuatosi in particolare nell’ultimo secolo, con una vastissima produzione letteraria, cinematografica e musicale tesa in gran parte a dipingere la passione amorosa non come qualcosa di distruttivo ma di nobile e gratificante.

* E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblica nella tarda antichità latina e nel Medioevo, Milano, 1970

Il massacro della divisione Acqui a Cefalonia – parte 1

“Tanti anni fa, quando ero ancora bambino, ogni volta che scoppiava un incendio e s’alzava del fumo, mio padre diceva che la Acqui stava salendo in cielo”

Anziano abitante dell’isola greca di Cefalonia

italiani_dovete_morireItaliani dovete morire” dello scrittore Alfio Caruso (edito da TEA) racconta l’eccidio della divisione Acqui per mano della Wermacht  sull’isola greca di Cefalonia nel settembre del 1943, durante la seconda guerra mondiale. Una vicenda tragica e per certi versi controversa, che costituisce una delle pagine più nobili della storia del nostro tanto vituperato esercito. Nonostante ciò, non sono molti purtroppo gli italiani che conoscono quello che successe a Cefalonia in quei giorni. A loro discolpa bisogna tuttavia ricordare come che del massacro della Acqui da parte dei tedeschi si sia sempre parlato pochissimo, se non addirittura taciuto.
Solo negli ultimi anni la storia di questi sfortunati soldati ha cominciato ad essere divulgata e a conoscere finalmente quella dignità istituzionale che fino a prima le era stata quasi negata. Ma cosa accadde a Cefalonia nel settembre del ’43 perché la memoria di quei fatti conoscesse una strada così tormentata, a differenza delle altri stragi naziste di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine?

L’opera di Alfio Caruso – priva di note – ricostruisce gli eventi di quelle settimane attraverso una forma letteraria che si situa a mezza via tra il romanzo e il saggio storico: del primo troviamo una narrazione protesa all’introspezione psicologica dei personaggi, alla descrizione dei loro sentimenti e dell’atmosfera di morte e di coraggio in cui vissero; del secondo abbiamo invece un’attenzione minuziosa per dati storici oggettivi come la composizione della divisione, il suo armamento, i suoi spostamenti, unita ad un’analisi della sequenza dei fatti che portarono alla tragedia dell’eccidio basata principalmente sulla memoria di alcuni superstiti. A conclusione abbiamo poi una riflessione dell’autore sulla portata della strage presso stampa, politica ed opinione pubblica.

I fatti

Tutto inizia nell’ottobre del ’40, con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia (“Spezzeremo le reni alla Grecia” proclamò Mussolini). Quella che doveva una breve e rapida conquista si trasforma subito in un incubo per le nostre truppe: l’accanita resistenza greca non permette agli italiani di avanzare, anzi, li fa addirittura retrocedere da dove erano partiti, in Albania. Serve l’intervento tedesco per sbloccare la situazione: nella primavera del ’41 le forze dell’Asse occupano interamente il territorio greco. All’Italia vanno quasi tutta la Grecia continentale e le Isole Ionie, tra le quali Cefalonia spicca per importanza strategica: a breve distanza dal fondamentale porto di Patrasso, l’isola costituisce di fatto la porta d’ingresso al Mar Egeo. Il suo controllo è dunque necessario per tenere in mano la Grecia.
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Sbarcati a Cefalonia nell’aprile del ’41 come invasori, gli italiani della divisione Acqui ottengono in breve tempo il rispetto e la stima della popolazione locale. Non si verifica alcun episodio di violenza o di ricorso alle armi, al punto tale che il clima di quell’occupazione è stato da molti descritto come qualcosa di simile a una lunga villeggiatura. Gli italiani intrecciano anche storie d’amore con le ragazze del posto, arrivando in alcuni casi al matrimonio. Sono circa dodici mila gli uomini della Acqui, guidati dal generale Gandin. Molti hanno dimenticato ormai come si spara. Assieme a loro sull’isola ci sono anche duemila soldati tedeschi.

Con la deposizione di Mussolini nel luglio del ’43 molti sentono che la fine della guerra contro gli anglo-americani è ormai vicina e con essa il ritorno in Patria, alle proprie case. Essi sono però ignari dei preparativi tedeschi in vista della futura uscita dell’Italia dal conflitto: con l’operazione Achse la Germania intende disarmare completamente il Regio Esercito e spedire i suoi soldati in campi di internamento, al fine di evitare che costituiscano una forza di resistenza nella successiva occupazione dell’Italia.

La tragedia per la divisione Acqui inizia l’otto settembre, quando gli ufficiali e i soldati apprendono dalla radio la notizia dell’armistizio firmato dal governo di Roma. Nel giro di poche ore arrivano due ordini contrastanti che gettano la divisione nel caos. Da un lato quello di Badoglio, che dice: “Ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze armate italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza“. Come si vede, non viene fatto esplicitamente il nome della Germania. Dall’altro lato un ordine dal comando di Atene del generale Vecchiarelli esorta a consegnare le armi ai tedeschi esattamente come previsto dal piano Achse : “Siano lasciati ai reparti tedeschi subentranti armi collettive e tutte artiglierie con relativo munizionamento”.

La maggioranza della divisione non vuole però saperne di farsi disarmare: si tratta infatti di un atto disonorevole per un soldato. Molti lo considerano contrario al giuramento di fedeltà prestato al Re e alla Patria. A Cefalonia poi i tedeschi sono solo duemila: le forze italiane sono sei volte tanto. Comincia dunque a farsi strada la volontà di fronteggiare le poche truppe della Wermacht presenti nell’isola, se esse non permetteranno alla divisione il ritorno in Italia con le proprie armi. I sostenitori più accesi di questa posizione sono gli ufficiali Pampaloni e Apollonio, che esercitano una forte pressione sul generale Gandin perché interrompa ogni trattativa coi tedeschi sulla cessione delle armi. Gandin vive una lacerante lotta interiore: fosse per lui probabilmente accoglierebbe le richieste della Germania, consapevole del fatto che un’eventuale resistenza avrebbe ben poche possibilità di riuscita. Se infatti i tedeschi a Cefalonia sono solo duemila, quelli in continente sono molti di più e soprattutto dispongono di una forza aerea che le truppe italiane non sarebbero assolutamente in grado di contrastare. Il generale gode fra l’altro di ottimi rapporti col Terzo Reich, quindi è sicuramente predisposto a concludere un accordo che eviti lo scontro. D’altra parte, decretando il disarmo della propria divisione, Gandin ne perderebbe completamente il controllo, perché la volontà delle truppe è palesemente contraria a una simile soluzione. La falsa promessa tedesca di un pronto ritorno in Italia dei soldati non ottiene credito nella divisione, convinta (a ragione) che vi si celi un inganno.

Gandin intavola lunghe ed estenuanti trattative col tenente-colonnello Barge, al fine di raggiungere una soluzione onorevole e soddisfacente per la Acqui. Le alternative proposte dai tedeschi sono tre: continuare la guerra con loro, contro di loro o farsi disarmare e tornare in Italia. Gandin guadagna tempo, forse sperando in un intervento da Roma. Ma in patria regna il caos e nessuno per lunghi giorni dà una solo indicazione al generale, il quale ignora che le forze armate distribuite sul suolo nazionale sono ormai allo sbaraglio. Nel frattempo la Acqui freme: l’impressione è che non obbedirebbe mai a un eventuale ordine di cessione della armi e che sarebbe anzi disposta in caso a ribellarsi contro il proprio generale, considerato ormai da molti un traditore.
Il giorno della svolta è il 13 settembre: arrivano quasi nelle stesse ore l’ultimatum tedesco del generale Lanz e un chiaro ordine del governo italiano, a firma del generale Rossi: “Considerate le truppe tedesche come nemiche”. Il generale Gandin dunque – forte anche di una consultazione da lui stesso voluta tra i membri della divisione e convinto verosimilmente che al messaggio di Rossi seguiranno degli aiuti militari, supera gli indugi e rifiuta la proposta tedesca di disarmo. La divisione si prepara dunque a combattere. Lo scontro inizia il 15 settembre e dura più di una settimana, fino al 22.

Gli italiani hanno dalla loro una presenza più capillare sul territorio, oltreché una nettissima maggioranza numerica. I partigiani greci dell’ELAS (organizzazione di matrice comunista) assicurano la propria collaborazione, previo rifornimento di armi, munizioni e viveri. Purtroppo per la Acqui non si faranno mai più rivedere. Inizialmente i tedeschi – anche se meglio armati – soffrono l’azione italiana ma con l’arrivo di nuovi battaglioni sull’isola e soprattutto grazie all’intervento dei temutissimi aerei Ju-77, più noti come Stukas, guadagnano posizioni e giorno dopo giorno fiaccano sempre di più la resistenza italiana guidata da Gandin. Il generale non si dà pace: come è possibile che dall’Italia non arrivi nessun aiuto alla Acqui? Eppure l’isola di Cefalonia non è un presidio qualsiasi, ma un punto centrale per gli equilibri nel Mediterraneo, trattandosi della porta d’accesso al Mar Egeo. Anche ammesso che il governo italiano non sia nelle condizioni di inviare rinforzi, è davvero possibile che gli anglo-americani siano così disinteressati alla sua sorte? Gandin continua a inviare richieste d’aiuto al governo di Brindisi ma ignora suo malgrado l’amara realtà: i termini dell’armistizio non permettono all’Italia di intraprendere iniziative militari senza il previo consenso degli Alleati, i quali avrebbero senz’altro interesse a conquistare Cefalonia, ma ne sono impossibilitati da logiche geopolitiche secondo le quali i Balcani sono pertinenza di Stalin. Giungere in armi in quelle terre significherebbe dunque provocare l’ira dell’Unione Sovietica. La divisione Acqui è abbandonata a se stessa.

Gli scontri con la Wermacht sono sempre più disperati. In pochi giorni sono sbarcate sull’isola forze tedesche numericamente pari a quelle italiane, meglio armate e forti della copertura degli Stukas. Il fatto più tragico però è il trattamento riservato dai tedeschi ai prigionieri della Acqui: vengono uccisi a mitragliate a seguito della cattura, contro ogni consuetudine e convenzione internazionale sul trattamento dal riservare ai prigionieri. Ma per i tedeschi gli italiani sono traditori e non meritano di essere trattati secondo gli usi e le regole della guerra.

Dopo la resa del 22 settembre la vendetta tedesca, ben lontana dal placarsi, arriva al suo apice. Al massacro di migliaia di soldati che avevano ormai alzato bandiera bianca, si aggiunge l’ordine di Hitler dalla Germania di giustiziare tutti gli ufficiali, compreso i comandi  e dunque il generale Gandin. Il 24 settembre essi vengono prima radunati presso la tristemente nota “casetta rossa” e poi fucilati a piccoli gruppi lì nelle vicinanze: muoiono così circa in 400.

I segni della strage vengono occultati con roghi e affondamento dei cadaveri in mare. Diciassette marinai italiani sono prima costretti a gettare i corpi al largo e poi uccisi.
La tragedia non si ferma qui, perché gran parte dei superstiti viene imbarcata verso il continente per essere trasferita successivamente  nei campi di concentramento in Germania, ma le navi naufragano a breve distanza dalle coste dell’isola per cause che rimangono ancora oggi incerte (si è parlato di mine poste dagli stessi italiani prima del ’43 al largo dell’isola o di bombardamenti alleati).

E’ difficile purtroppo arrivare a una stima esatta di quanti italiani siano morti in quei giorni a Cefalonia. E’ certo che a perire in combattimento furono circa 1.300 ma la maggior parte delle vittime si deve alle esecuzioni sommarie successive alla resa, tra le 4.000 e le 5.000. Più incerto invece è il computo dei morti durante il trasporto in nave. Alfio Caruso parla di 3.000 caduti, altre fonti ne riportano la metà.

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