“Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49”, Paul Ginsborg

Uno dei testi più coinvolgenti e meglio scritti sul Risorgimento italiano è senza dubbio quello dello storiografo inglese Paul Ginsborg dedicato alla rivoluzione di Venezia contro l’Austria, avvenuta nel biennio 1848-49 sotto la guida di Daniele Manin. La difesa a oltranza della città lagunare dai tentativi di riconquista delle forze imperiali ha occupato per lungo tempo uno spazio speciale nell’immaginario patriottico italiano, per delle ragioni che non sono difficili da comprendere: lo sfondo di una città tra le più romantiche al mondo, la stoica resistenza dei suoi abitanti (costretti alla resa solo dalla mancanza di viveri) e l’eroismo di tanti combattenti affluiti da ogni parte d’Italia non potevano che conferire un’aura di mito a quegli avvenimenti.

Il grande protagonista: Daniele Manin

1426344_443565822415603_412871019_nArtefice nonché protagonista principale di quell’incredibile anno e mezzo di ribellione ed autogoverno veneziano fu Daniele Manin, uno dei leader più amati e stimati del Risorgimento italiano. Paul Ginsborg lo descrive come un uomo prudente, onesto, avveduto, equilibrato e animato da una sorta di culto della ragione. Lontano anni luce dallo stereotipo del capopopolo rivoluzionario o del comandante dall’indole focosa alla Giuseppe Garibaldi, Manin rimase sempre fedele alla sua impostazione borghese, il che tuttavia non gli impedì di prendere il potere grazie a una rivolta e di raccogliere consensi tra tutte le classi sociali, comprese quelle più povere. Furono proprio il suo successo trasversale e l’enorme considerazione in cui era tenuto dall’intera cittadinanza veneziana a consentire il proseguimento della resistenza anti-austriaca anche nei momenti più gravi, lì dove chiunque altro avrebbe probabilmente fallito.

Prima della rivoluzione Manin era già conosciuto a Venezia, ma non per la sua professione. Come avvocato infatti pare non godesse di particolari guadagni o soddisfazioni. Piuttosto aveva cominciato da tempo e in diverse sedi una lotta politica col governo austriaco affinché le terre italiane rette da casa Asburgo ottenessero una maggiore autonomia amministrativa e condizioni economiche più favorevoli. In principio la sua fu una battaglia serrata ma condotta nei confini della legalità. Ad ispirarlo non erano soltanto congetture di natura economica, ma anche quelle idee liberal-nazionali alle quali fu conquistato fin da ragazzo. Di convincimenti repubblicani, il suo sogno era che un giorno Venezia potesse cancellare l’onta di Campoformio e ritornare alla sua antica indipendenza per costituire liberamente assieme agli altri Stati della penisola una repubblica confederale italiana, le cui modalità di funzionamento avrebbero dovuto decidersi in un’assemblea nazionale a Roma.

Incarcerato dall’Austria sui principi del 1848, venne liberato a furor di popolo assieme a Niccolò Tommaseo nel marzo dello stesso anno. Decisivo fu il suo contributo al buon esito della rivoluzione che ebbe luogo nei giorni immediatamente successivi e con la quale i veneziani riuscirono a cacciare autorità e truppe straniere dal loro territorio. Una volta proclamata la repubblica il 22 marzo con la dichiarata intenzione di formare “uno di que’ centri che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di questa Italia in un sol tutto”, Manin si dimostrò molto abile nel compattare la popolazione di Venezia verso il perseguimento dell’indipendenza dall’Austria e a mantenere nel contempo quell’ordine pubblico che rischiava di essere compromesso dalla repentina caduta del potere imperiale. Questi e molti altri meriti furono però accompagnati anche da errori più o meno gravi che secondo Ginsborg influirono in modo decisivo sul fallimento finale del tentativo indipendentista veneziano. Anzitutto Manin non si rivelò in grado di predisporre nel lungo periodo un’adeguata e vincente strategia militare, la quale avrebbe potuto essere conseguita mediante l’immediata formazione di un esercito popolare veneziano. In secondo luogo errò fatalmente nel marginalizzare i contadini della terraferma e le province venete limitrofe nel contesto del movimento insurrezionale e del governo della neonata repubblica. Un coinvolgimento più profondo di queste realtà avrebbe potuto infatti rafforzare la sua posizione non solo nei confronti del nemico esterno, ma anche del sovrano piemontese Carlo Alberto, il quale negli sconvolgimenti politici del ’48 vide più un’occasione per allargare il proprio regno che la possibilità di costituire finalmente un’Italia unita.

La società veneziana nel corso della rivoluzione

11006379_638254046280112_2156276819168349991_nEccezion fatta per la nobiltà e l’alto clero, che consideravano maggiormente tutelate le proprie prerogative sotto il regime precedente, tutte le classi sociali di Venezia abbracciarono la causa nazionale italiana e il nuovo ordine politico, sperando di trovare in essi la realizzazione di desideri e domande a lungo covati. Ad ogni modo, la repubblica instaurata da Manin accese l’entusiasmo popolare non solo per la promessa di più diritti e di una maggiore giustizia sociale rispetto all’impianto reazionario asburgico, ma anche per evidenti e giustificate ragioni storiche. Infatti nel cuore dei veneziani il nome “repubblica” rievocava il ricordo di un passato glorioso, come testimoniato dal patriota Calucci: “una generazione non basta a far dimenticare la storia di quattordici secoli; e se pochi erano vissuti sotto la vecchia repubblica, tutti invece ne avevano sentito parlare dai nostri padri colle lagrime agli occhi”. L’orgoglio municipale ebbe un ruolo fondamentale nella rivoluzione veneziana, dal principio all’epilogo, e fu tra gli elementi che permisero di tenere unita la città e di protrarre la lotta contro l’austriaco anche quando il destino appariva ormai tristemente segnato.

Con ciò non si deve tuttavia ritenere che la situazione cittadina fosse immune da scontri e frizioni interne, che traevano origine sia dalla contrapposizione di differenti indirizzi politici sia dalle diverse appartenenze di classe. Nel primo caso bisogna registrare che al partito repubblicano si oppose col tempo un partito ‘fusionista’ che sosteneva un migliore avvenire per Venezia sotto il regno sabaudo di Carlo Alberto. Nel secondo caso, non si può nascondere la verificazione di sporadici episodi di malcontento popolare contro le fasce più agiate della cittadinanza, le quali in più occasioni sentirono minacciate le loro proprietà. Nel corso della sua esperienza rivoluzionaria Venezia visse dunque anche dei momenti critici (a partire dal fallimento dell’esperienza fusionista, terminata ingloriosamente con la dipartita dei commissari piemontesi da poco insediatisi nel capoluogo veneto), ma l’idea comune e l’operato di Manin furono tali da garantire sempre la pace e l’equilibrio sociale, fino agli ultimi infelici giorni dell’agosto del 1849.

Paul Ginsborg: impostazione storiografica e stile

969169_441618522610333_733006888_nLa chiarezza espositiva e la fluidità del discorso di Paul Ginsborg richiamano indubbiamente lo stile di un altro storico inglese che si è occupato a fondo di cose italiane: Denis Mack Smith. Differente tuttavia appare l’impostazione teorica da cui prende le mosse Gisnborg, il quale nella redazione dell’opera si è ispirato evidentemente alla riflessione critica di Gramsci sul Risorgimento. Ne è testimonianza non solo la grande attenzione rivolta alle tematiche socio-economiche e alle divisioni di classe presenti all’epoca in Veneto e a Venezia, ma anche e soprattutto l’approfondita analisi dedicata alle ragioni del fallimento della rivoluzione borghese di Manin e più in generale dei repubblicani italiani del ’48. Partendo dall’idea gramsciana del Risorgimento come rivoluzione mancata, Ginsborg si interroga sui motivi che non hanno consentito a Venezia di portare a termine con successo il suo tentativo indipendentista e anti-reazionario, in un momento storico in cui i repubblicani ebbero la grande opportunità di porsi alla testa del movimento risorgimentale. Il fitto esame degli errori commessi da Manin nell’anno e mezzo di rivoluzione appare obiettivo, solido e ben argomentato.
Ciò detto, è bene ricordare che nessuna delle insurrezioni europee del ’48 ebbe successo. In un contesto internazionale di fallimenti, la rivoluzione veneziana fu tuttavia la più duratura.

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Niccolò Tommaseo e la fusione di Venezia col Piemonte

22marzo

Nel marzo del 1848, anticipando Milano di pochi giorni, la città di Venezia si ribella all’Austria e si autoproclama repubblica. A guida della rivolta c’è il giovane e stimato avvocato Daniele Manin, liberato dalle carceri austriache assieme all’amico Niccolò Tommaseo, celebre letterato e liberale di origini dalmate. Il nuovo Stato veneziano, sorto sulle ceneri della gloriosa repubblica marinara, viene costituito con l’intento di una successiva e progressiva unione al resto dell’Italia, come dichiarato dallo stesso Manin: “Con questo non intendiamo già di separarci dai nostri fratelli italiani, ma anzi formeremo uno di que’ centri, che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di quest’Italia in un sol tutto”.
Tuttavia la politica dell’unione “a piccoli passi” propugnata dai veneziani trova l’ostacolo del re piemontese Carlo Alberto, il quale dopo pochi mesi chiede anche a loro di accettare la sua monarchia. Così nel luglio del 1848, su indicazione dello stesso Daniele Manin, i delegati dell’Assemblea di Venezia accettano la fine della repubblica e la conseguente annessione al Regno di Sardegna, consapevoli della difficile posizione della città lagunare nel caso di una prolungata lotta in solitaria contro l’Austria.
Non si tratta però di una scelta indolore. Fra i più convinti oppositori dell’opzione annessionistica c’è il dalmata Niccolò Tommaseo, secondo il quale, se da un lato “Venezia per certo non può né deve rimanersene sola”, dall’altro il Piemonte farebbe meglio a rinunciare ai suoi intenti di fusione, per permettere invece la nascita di una confederazione italiana, all’interno della quale, salva l’unità nazionale, Venezia e le altre regioni d’Italia possano governarsi in autonomia per tutto ciò che “non riguarda le utilità generali dello Stato”.

tommaseo

4 luglio 1848

Giacchè siamo, o cittadini, al secondo punto, cioè se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, o associarsi al Piemonte, non debbo tacere che la questione, posta così, sempre più mi dimostra l’inopportunità del trattarla in queste strette di guerra.

Perché potrebb’essere che l’aggregazione deliberata adesso paresse atto invalido a chi la giudicherà con animo riposato, e preparasse fomiti di discordie e rivoluzioni; potrebb’essere che l’aggregazione intempestiva nocesse al Piemonte stesso, suscitando le pestifere gare municipali, delle quali vediamo già un doloroso principio. In tale frangente né Venezia né il Piemonte può conoscere quale sia veramente il suo meglio.

Detto questo perché la coscienza me l’imponeva, ripeto che il domandare se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, non è porre la questione nel debito modo. Venezia per certo non può né deve rimanersene sola; ma può il tempo e deve inevitabilmente condurre tal mutamento nelle pubbliche cose, che la solitudine di Venezia venga a aver fine in molti altri modi che quest’uno dell’aggregarsi al Piemonte. Posta così la questione, e vietatoci ormai dalla prima deliberazione dell’assemblea d’indugiare, ne segue di necessità quella che chiamano fusione. Or poich’io non accetto le due premesse, posso non dare il mio voto; ma debbo insieme adoprarmi, quant’è in me, a rendere men pregiudicevole alle sorti avvenire d’Italia il voto altrui. Dirò dunque gl’inconvenienti che son più da temere nell’associazione al Piemonte; perch’altri ne cerchi in tempo i rimedi.

Il Piemonte finora è poco noto al rimanente di Italia; ch’anzi, non molti anni fa, si reputava esso stesso non essere Italia. Converrà dunque, per forza d’istruzioni che abbiano riguardo alle varie nature e alle tradizioni delle stirpi varie, far sì che ogni dispetto e sospetto tra le diverse provincie si dilegui. Il Piemonte, che per bocca di parecchi suoi benemeriti e valorosi scrittori nelle dottrine era guelfo, cioè amico al papato, ne’ fatti della politica è alquanto ghibellino, in questi rispetti, che mostra talvolta certa mal gelata gelosia della civile autorità del pontefice, che ha dato finora troppa parte ai patrizi nelle pubbliche cose. Bisogna che il settentrione d’Italia s’inchini al mezzogiorno laddove il mezzogiorno prevale per civiltà più antica e per italianità più profonda: bisogna che ogni privilegio di nascita o di titolo sia rotto ormai con un giogo. Il Piemonte entrando in possessione del Lombardo e del Veneto, se ascolta le cupidigie e le ambizioni di pochi malcauti, tratterà le provincie come conquista, tenterà di sottrarre a mano a mano delle fatte promesse, disputerà della sedia del regno, della sede del parlamento, dei commerciali vantaggi; si chiamerà addosso gl’impacci de’ grandi Stati e de’ piccoli municipi; e quanto maggiormente ampliato il suo regno, tanto più municipali saranno gl’intendimenti suoi. Bisogna al contrario che il Piemonte molto dia, acciocchè molto gli sia dato, se pure e’ non vuol perdere quello stesso ch’egli ha. Gli bisogna non soverchiare s’e’ non vuol essere soverchiato; non diffidare s’e’ non vuol perire per l’altrui diffidenza. Gli bisogna non solo rispettare i veri diritti municipali viventi nelle varie parti dello Stato novello, ma, dove non sono crearli, ridurli a uniformità; rispettare l’eredità inviolabile delle memorie, acciocchè il suo non paia dominio straniero. Gli bisogna a ciascuna provincia lasciare che, salva l’unità, si governi, quanto può, da se stessa; che le facoltà, le forze, i vantaggi sieno per tutte le parti in modo equabili distribuiti. Adesso che Germania, e Austria stessa, è forzata a mettersi per le vie liberali, tocca al Piemonte far sì che dagli stranieri in equità non sia vinto. Tocca a Venezia determinare ben chiare le condizioni del cedere, e non solamente richiedere che un’assemblea costituisca il suo patto politico, ma specificatamente richiedere che il parlamento alternamente s’aduni nel seno suo; che ella elegga i suoi magistrati e maestri; che la sua marineria mercantile e guerriera rifiorisca; che in quanto non riguarda le utilità generali dello Stato, ella da altra città non dipenda. Molto può certamente Venezia ed il Veneto apprendere dal Piemonte: le abitudini d’amministrazione regolare e ferma, la solidità degli studi, le istituzioni militari naturate nel popolo. E può il Piemonte altresì dalle altre parti d’Italia attingere un qualche bene, se voglia non assorbire l’Italia in sé, ma viemeglio italianarsi, egli stesso.

Due cose principalmente può e deve Venezia e Lombardia dal Piemonte richiedere, che tutta Italia, fino all’ultimo confine segnato dalla favella, compreso il Friuli e quel che chiamano Tirolo italiano, sia libero: e che in vincoli di confederazione si unisca il Piemonte all’altre regioni d’Italia; che una dieta istituiscasi in Roma, nella qual dieta ragionare de’ comuni diritti e doveri. Sarà questo l’indizio delle fraterne volontà del Piemonte, se tra il mezzogiorno e il settentrione d’Italia si stringeranno per opera sua patti di concordia generosa.
Conchiudo. Se volete associazione e non sudditanza, ponete bene le condizioni; giacché la vostra debolezza, per grave che sia, non distrugge i vostri diritti, i diritti de’ figli vostri, non toglie gli altrui doveri.*

* Da Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano – Storia e testi, Laterza, 1968-1999

“Nell’Italia soggetta all’Austria – Vicende dei miei anni d’insegnamento”, Ernst Gnad

GnadIl professore boemo Ernst Gnad ha solo vent’anni quando viene mandato in Italia dal governo austriaco ad insegnare la lingua tedesca ai giovani studenti delle scuole del Regno Lombardo-Veneto. Dal 1853 il tedesco è diventato infatti un insegnamento obbligatorio in tutti i territori della corona perché, come avverte il Piano ministeriale asburgico, “veramente è indispensabile che in un grande Impero almeno le persone colte delle sue parti possano intendersi tra loro”. Succede così che il giovane Gnad, grazie alla sua passione per la lingua e le lettere italiane, ottiene ben presto una cattedra in Veneto, in una terra per lui fino ad allora sconosciuta e solo immaginata. E’ il 1856.

Nel suo libro di memorie pubblicato ad Innsbruck nel 1904, l’autore racconta con dovizia di particolari gli anni trascorsi nelle città di Padova, Udine e Venezia, regalandoci un interessantissimo e prezioso resoconto del clima sociale e politico che fermentava in quegli anni in una regione ostile al governo dell’Austria e desiderosa di un riscatto nazionale.

A causa delle agitazioni politiche del tempo (siamo in pieno Risorgimento) la situazione che Ernst Gnad deve affrontare in Italia non è certamente delle più agevoli per chi come lui è tedesco e al servizio dell’”oppressore” austriaco. Suo malgrado, comprende fin dall’inizio che per ottenere la stima o quanto meno il rispetto della popolazione locale – a partire da colleghi ed allievi – deve compiere enormi sforzi. Una volta arrivato viene subito avvertito: “Sono tempi difficili. I giovani non vogliono saperne del tedesco e ti daranno molto da fare”. Infatti i problemi non tardano a manifestarsi per il giovane professore, che deve dar fondo a tutte le sue energie e alla sua razionalità per svolgere in modo accettabile la propria professione. Il rapporto con gli studenti è complicato, perché gli episodi di insubordinazione contro l’insegnamento del tedesco nelle scuole italiane sono all’ordine del giorno: intere classi che escono al momento della lezione o scene mute durante le prove di profitto, unite ad altre manifestazioni di aperta sfida all’autorità. Ciò nonostante, Ernst Gnad riesce ad imporsi in più frangenti e soprattutto a guadagnarsi la considerazione e talvolta anche la simpatia dei propri alunni, che in più di un’occasione gli confessano privatamente di disertare le sue lezioni non per astio nei suoi confronti o disinteresse verso la materia ma per ragioni prettamente politiche.

Le manifestazioni patriottiche del Veneto di allora trovano grande spazio nella narrazione dell’autore, il quale, pur essendo un fedele e devoto suddito asburgico, non mostra mai alcun risentimento nei confronti degli italiani e del loro desiderio di rivincita nazionale, di cui anzi sembra quasi comprendere le ragioni più sincere e profonde.

Per il resto, il libro è un interessante e curioso susseguirsi di eventi di vita quotidiana narrati da un giovane che, fin dall’inizio della sua permanenza in Italia, rimane affascinato dalla luminosità del cielo e dal calore del sole che si trovano al di qua delle Alpi e non può fare a meno di provare buoni sentimenti per una popolazione che definisce “singolare […], un misto di di mediocrità e di grandezza, di errori e di virtù, come se si trattasse di un bambino viziato dal suo limpido cielo felice”, capace col proprio carattere “di dare un bagliore di amabilità e di grazia ai suoi difetti e alla sua sgarbatezza”.

Costretto a ritornare in patria dopo l’unione del Veneto al Regno d’Italia nel 1866, Ernst Gnad riceve con sua sorpresa dalla nuova amministrazione italiana la lusinghiera proposta di rimanere insegnante a Padova cambiando semplicemente materia e passando al greco antico. Per un sentimento di fedeltà al suo Paese non gli è però possibile accettare. Torna tuttavia a Padova qualche mese più tardi per salutare e ringraziare conoscenti e colleghi, e proprio in quell’occasione viene accolto calorosamente anche dai suoi vecchi studenti, rallegrati e festanti per l’imminente visita di Giuseppe Garibaldi in città, alla quale assiste personalmente.

L’Italia come Venezia?

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“Ve lo ripeto: non si tratta di omicidio, ma di suicidio. Venezia si è uccisa. Ogni civiltà, ogni paese che non riesca più a trovare in sé le forze morali per reagire a grandi cambiamenti è destinata a soccombere.
(…) Nessuno che non sia suddito di Venezia o di qualsiasi altra sovranità di questa penisola può capire che la nostra indolenza è una forma di superbia estetica. Superbia, badate, non orgoglio… quello lo abbiamo perso da tempo…
Dio ha concesso agli italiani privilegi unici e di questa superiorità noi abbiamo prima goduto, poi abusato, e ora che non siamo più in grado di reggerci da soli, la superbia ci induce all’indolenza, perché sempre saremo satolli di bellezza”

(“Il Serenissimo Borghese”, Alberto Frappa Raunceroy)

Navigando sul web ho trovato questa citazione a mio parere attualissima anche se riferita a un contesto lontano da quello odierno: la caduta della Repubblica di Venezia.  Il 12 maggio 1797 – dopo secoli di indipendenza – cadeva la Serenissima, attaccata dal giovane generale francese Napoleone Bonaparte. La storiografia è sostanzialmente unanime nel riconoscere tra le principali cause della caduta di Venezia non solo la sua drammatica indolenza di fronte al nemico in avvicinamento ma soprattutto l’avanzato stato di decadenza economica e morale in cui versava ormai da tempo l’antica repubblica marinara. Ed è proprio qui che il parallelo con l’Italia di oggi sorge in me spontaneo. Mi domando: l’Italia farà la fine di Venezia?

Lo strano destino del leone alato

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Cento anni fa il leone di San Marco era probabilmente il simbolo più potente degli irredentisti, vale a dire di quelli che alla vigilia della Grande Guerra – non ritenendo ancora compiuto il processo di unificazione nazionale – aspiravano all’annessione italiana di nuovi territori: Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia. Il nord-est italiano e le terre della Dalmazia (appartenute per secoli a Venezia) si ritenevano ben rappresentate da quel simbolo carico di storia.

Gabriele D’Annunzio nell’agosto del ’18 (a guerra non ancora conclusa) volava sui cieli di Vienna con una squadriglia detta “La Serenissima”, proprio come l’antica repubblica veneziana. Sul proprio aeroplano il poeta aveva fatto raffigurare un leone di Venezia con la scritta “Iterum rudit leo”, cioè “Il leone ruggisce ancora”.

E’ curioso notare come in meno di cento anni il famoso leone alato si sia trasformato da simbolo di chi voleva fare l’Italia più grande a simbolo di chi la vuole dividere. La Liga Veneta prima, la Lega Nord poi e ora i vari movimenti secessionisti del Veneto ne hanno fatto il proprio emblema in opposizione al tricolore italiano.

Una cosa è certa: il leone marciano è un simbolo fortemente evocativo, anche per la sua natura sacrale (nasce pur sempre come l’effige di un apostolo). Se la politica del secolo scorso e quella di oggi hanno continuato e continuano a farne uso, significa che è ben lontano dall’essere consegnato alla storia.

Indipendenza veneta?

manin

Un argomento che  leghisti e secessionisti di varia sorta tirano fuori con una certa insistenza è la durata millenaria della Repubblica di Venezia, come se questo dovesse legittimare l’instaurazione di una nuova “repubblica veneta” nel nordest italiano.

A tal proposito è opportuno ricordare che  la Repubblica di Venezia fu uno Stato veneziano, non veneto come si vuol far credere. Sotto la Serenissima le città erano amministrate da podestà (per lo più veneziani) scelti a Venezia dall’aristocrazia lagunare. Quindi i veneti complessivamente considerati non si sono mai autodeterminati in un loro governo, non hanno mai avuto un proprio Stato: semplicemente a un certo punto – verso la fine del ‘300 – una città veneta si è imposta su tutte le altre e ha dettato la propria legge fino a quando non arrivò Napoleone (1797). Quale stato “veneto” dunque? A comandare erano i veneziani, mentre in terraferma si prendevano ordini e in larghissima parte si lavorava la terra. Che poi i veneziani fossero amministratori illuminati e liberali è un dato di fatto, ma non si capisce bene perché un tale merito dovrebbe essere esteso a padovani, trevigiani e veronesi. E’ un po’ troppo comodo prendersi meriti altrui, mi sembra.
Aggiungo che l’indipendenza di Venezia durò mille anni (come quella di Roma del resto, che nessuno però pensa di ripristinare) ma il suo dominio sulla terraferma veneta durò decisamente meno, qualcosa come quattro secoli. Lo Stato veneziano al massimo del suo splendore andava da Brescia all’isola di Cipro, passando per l’Istria e la Dalmazia. Si capisce dunque come l’omogeneità etnica e culturale dei cittadini della Repubblica non fosse propriamente il suo forte: parlare di uno stato nazionale dei veneti è abbastanza ‘discutibile’, visto c’erano comunque lombardi, ladini, friulani, tedeschi, greci e slavi (questi poi erano tantissimi, basti vedere quanti veneti portano ancora oggi il cognome “Schiavon” e affini, dal veneziano “s’ciavo” che significa appunto “slavo”).

E perché i veneziani conquistarono la terraferma veneta nel ‘300? Erano forse spinti da amore fraterno e patriottico per i vicini “connazionali” veneti? No, il motivo fu puramente strategico e militare: da un lato c’era il desiderio di annullare la potenza della vicina e rivale Padova, dall’altro era diventato ormai troppo pericoloso mantenere il confine di Stato a Mestre, e dunque per difendere meglio la laguna si ritenne opportuno conquistare altri territori ad ovest.

E’ giusto ricordare poi che la Repubblica di Venezia poté nascere e svilupparsi per una serie di eventi e condizioni storiche particolarissime: un iniziale rapporto di dipendenza dall’Impero bizantino, i commerci con l’Oriente, la fondamentale importanza del Mediterraneo per l’economia di quei secoli, le crociate (la quarta in particolare), i privilegi concessi dai sovrani orientali nei loro porti…tutto questo cosa c’entra con oggi? sarebbe stato anacronistico per un sistema economico industriale (‘800), figuriamoci per questo sistema economico finanziario! che senso ha paragonare quell’esperienza storica al Veneto attuale? cosa c’è di ripetibile in quella storia?

Venezia nel ‘600 finì per perdere tutti i suoi possedimenti orientali, e dopo l’arrivo dei Turchi e la colonizzazione delle Americhe (a cui non partecipò, e già questo dovrebbe far pensare) divenne  – da attivissimo impero mediterraneo qual era – un piccolo Stato sempre meno rilevante nello scacchiere internazionale. Chiusa tra le sponde dell’Adriatico, la Venezia del ‘700 era ormai solo il ricordo sbiadito della potenza che fu, e quando Napoleone arrivò in Italia ci mise ben poco a smembrarla e a venderla subito dopo agli Austriaci col trattato di Campoformio. Questa fu l’ingloriosa fine della Repubblica di Venezia, stretta fra due colossi che se la scambiarono (pacificamente e non) almeno un paio di volte nel giro di quindici anni. Durante il Risorgimento – sotto la guida di Manin e Tommaseo – i veneziani non ebbero nessuna remora nel combattere contro l’Austria nel nome dell’Italia, probabilmente consapevoli che piccoli e da soli – nell’era degli Imperi e degli Stati nazionali – non sarebbero andati da nessuna parte, come la loro storia più recente confermava.

Ah, gran parte dei documenti ufficiali della Repubblica di Venezia erano redatti in italiano. Ma questa è un’altra storia.

“L’ultima ora di Venezia”, Arnaldo Fusinato

Una poesia composta dal veneto Arnaldo Fusinato, dedicata alla sua Venezia ridotta agli stenti dopo una lunga insurrezione contro l’Austria. La lirica venne composta nel 1849, ed è a mio avviso la più toccante poesia che sia stata scritta sulla famosa città veneta.

I fatti

Il 16 Marzo 1848 Venezia insorse contro l’Austria precedendo di due giorni le Cinque Giornate di Milano. Stremata dalla fame e dalle malattie la città veneta dovette chiedere la resa il 19 Agosto dell’anno successivo e il giorno 22 venne firmata la capitolazione, che riportava la gloriosa repubblica sotto la soggezione austriaca.

venezia14.jpg

È fosco l’aere,
il cielo è muto;
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia !

Fra i rotti nugoli
dell’occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l’aria bruna
l’ultimo gemito
della laguna.

Passa una gondola
della città:
– Ehi, della gondola,
qual novità ? –
– Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca ! –

No, no, non splendere
su tanti guai,
sole d’Italia,
non splender mai !
E su la veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna.

Venezia ! L’ultima
ora è venuta;
illustre martire,
tu sei perduta …
Il morbo infuria,
il pan ti manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca !

Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncâro ai liberi
tuoi dì lo stame …
Viva Venezia !
muore di fame !

Su le tue pagine
scolpisci, o storia,
l’altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
– Tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame ! –

Viva Venezia !
L’ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il pan ci manca …
sul ponte sventola
bandiera bianca !

 

 

 

Ed ora infrangasi
qui su la pietra,
finché è libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l’ultimo canto,
l’ultimo bacio,
l’ultimo pianto !

Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero;
vivrai nel tempio
qui del mio core
come l’immagine
del primo amore.

Ma il vento sibila
ma l’ombra è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca …
sul ponte sventola
bandiera bianca !