“Anime baltiche”, Jan Brokken

animeAi nostri occhi, le regioni del Baltico appaiono come un’entità misteriosa e lontana dalla vicende storiche che ci riguardano. “Macchioline su una carta”: così il generale inglese H. H. Wilson definì Lituania, Lettonia ed Estonia durante la conferenza di pace di Parigi del 1919. Eppure, basterebbe una breve ricerca per scoprire che si tratta delle stesse terre che hanno dato i natali a uomini come Immanuel Kant, Hannah Arendt, Mark Rothko, Romain Gary ed altri ancora. Dietro ai paesi baltici esiste quindi una storia più interessante di quella che possiamo pensare: è questo il messaggio principale che lo scrittore olandese Jan Brokken ha voluto trasmettere ai suoi lettori con Anime baltiche (pubblicato in Italia da Iperborea nel 2014), un libro che non è solo un viaggio in questo remoto e semisconosciuto angolo d’Europa, ma anche tra arte, letteratura, cinema e musica, i segni più tangibili di una vicinanza culturale da molti nemmeno immaginata.

Attraverso la vita di alcuni celebri personaggi, l’autore racconta le vicissitudini di queste terre di confine, dove la convivenza di tedeschi, ebrei, russi, lituani, lettoni ed estoni ha prodotto nell’ultimo secolo violenti e drammatici conflitti, che hanno cambiato per sempre un mosaico etnico che aveva pochi pari in Europa per varietà e complessità. Che dire, ad esempio, della città prussiana di Königsberg, dove nel Settecento nacque il filosofo tedesco Kant? Oggi si chiama Kaliningrad, in onore a un bolscevico sovietico, e si trova in territorio russo. E Vilnius, l’attuale capitale della Lituania? All’inizio del Novecento era abitata da circa 100.000 ebrei, che costituivano il 40% della popolazione locale. Oggi, dopo l’Olocausto, non ne restano che poche centinaia. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Le storie che Brokken ci descrive sono per lo più spaccati di vite sradicate, che hanno usato l’arte per reagire alle brutture della storia, nella speranza di un nuovo inizio. Lo scrittore Roman Gary esorcizzò nei suoi romanzi un passato triste e per lui inconfessabile. La filosofa ebrea Hannah Arendt parlò di quella “banalità del male” che tante vittime aveva mietuto in Europa negli anni dell’ultima guerra. Lo scultore lituano Jacques Lipchitz raffigurò nelle sue opere quell’angoscia che provò da bambino quando riuscì a sopravvivere fortunosamente a un pogrom. Il compositore estone Arvo Pärt espresse magistralmente nei suoi concerti quella spiritualità a lungo repressa durante il dominio sovietico.
In queste terre di dolorosi sconvolgimenti, solo la natura sembra essere rimasta identica a prima, con le sue fitte selve incontaminate, il mare gelido, le strade ghiacciate e i venti del nord che si abbattono su castelli in rovina e palazzi decadenti. Una natura a tratti maligna e in triste armonia con i tanti drammi umani del secolo passato.
Quello che emerge dalle pagine di Anime baltiche è un piccolo mondo perduto e dimenticato, che meriterebbe tuttavia di essere conosciuto più da vicino. La sua storia, in fondo, è anche quella della nostra Europa.

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“Per la pace perpetua”, Immanuel Kant

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Nel 1795 il filosofo tedesco Immanuel Kant immagina un progetto politico che possa permettere all’umanità di raggiungere definitivamente l’obiettivo della pace. Il suo saggio Per la pace perpetua risente profondamente degli sconvolgimenti internazionali del tempo – primi fra tutti la rivoluzione americana e quella francese – e dei principi liberali e repubblicani che li ispirarono. L’intero testo infatti è fortemente permeato dagli stessi ideali illuministici di libertà, uguaglianza giuridica dei cittadini e sovranità popolare che si ritrovano anche nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e nella Costituzione statunitense. Ed è proprio dal modello americano che Kant trae spunto per teorizzare una federazione universale di popoli come condizione primaria e necessaria per la fine di ogni guerra.

Una caratteristica fondamentale dell’opera è la pretesa da parte del suo autore dell’attuabilità del disegno politico-giuridico in essa enunciato. Non siamo dunque di fronte a un testo utopico, non almeno nelle intenzioni di Kant, che crede fermamente nella realizzazione di una pace mondiale secondo i metodi da lui indicati. A ciò contribuisce sicuramente una convinzione radicata fra gli intellettuali del suo tempo e giunta con successo fino ai giorni nostri, vale a dire quella di un’umanità in continuo progresso rispetto al passato, sotto ogni punto di vista: morale, sociale, economico e giuridico. In uno scenario simile nulla è precluso all’uomo, nemmeno la pace “perpetua”: se essa non è ancora realtà è solo perché il progresso umano non è arrivato al punto da garantirla, ma prima o poi, inevitabilmente, la conseguirà.

Gli articoli preliminari

Il progetto politico kantiano si divide in più parti: gli Articoli preliminari, gli Articoli definitivi, due Supplementi e un’Appendice. Negli Articoli preliminari troviamo enunciati sei principi internazionali che gli Stati dovrebbero far propri per evitare i conflitti. Non è erroneo ritenere che gran parte di essi siano ancora attuali:

1. “Nessun trattato di pace deve essere ritenuto tale se stipulato con la tacita riserva di argomenti per una guerra futura”

In questo caso infatti non si avrebbe una pace, che per definizione è duratura, ma una semplice tregua.

2. “Nessuno Stato indipendente deve poter essere acquistato da un altro mediante eredità, scambio, compera o donazione”

Di tutte i sei articoli preliminari è sicuramente il meno attuale, ma al tempo di Kant era frequente che interi stati fossero acquistati o ceduti come un qualsiasi oggetto. Ciò era dovuto a una concezione feudataria del potere statale, dove il territorio di un Paese era concepito come proprietà del sovrano e non invece come spazio storico, culturale e sociale di un’intera comunità nazionale.

3. “Col tempo gli eserciti permanenti devono essere aboliti”

Per Kant gli eserciti permanenti (cioè quelli armati, addestrati e spesso disposti ai confini dello Stato anche in tempo di pace) sono una minaccia continua per gli altri Stati.

4. “Non si devono contrarre debiti pubblici in vista di conflitti esterni dello Stato”

Cercare finanziamenti per eventuali guerre future non fa che aumentarne la probabilità.

5. “Nessuno Stato si deve intromettere con la forza nella costituzione di un altro Stato”

In questo articolo troviamo espresso quello che da qualche decennio a questa parte siamo soliti chiamare “principio di autodeterminazione dei popoli”. Kant pone tuttavia un’eccezione, che suona attualissima: “Non si può dire lo stesso quando uno stato, per discordie interne, fosse diviso in due parti, ognuna delle quali rappresentasse in sé un singolo stato che accampasse pretese sul tutto; dove il portare aiuto a uno di loro da parte di uno Stato esterno non può considerarsi come intromissione nella costituzione dell’altro (poiché altrimenti v’è anarchia)”.

6. “Nessuno Stato in guerra deve permettersi atti di ostilità tali da rendere impossibile la reciproca fiducia nella pace futura”

Anche la guerra deve avere le sue regole, altrimenti si risolverebbe in uno sterminio totale dove l’unica pace possibile sarebbe quella “basata sul grande cimitero del genere umano”.

Gli articoli definitivi

Le sei condizioni appena enunciate non sono tuttavia sufficienti a garantire la pace perpetua fra i popoli. Infatti, a tal fine è necessario che i singoli Stati assumano una determinata costituzione al loro interno, quella repubblicana, e che improntino i loro rapporti verso l’esterno seguendo non la divisione ma l’unione mediante una lega di popoli, ovvero una federazione di Stati liberi.
Riguardo al primo punto, precisando che col termine “repubblica” Kant intende non tanto un governo senza re, quanto quello che noi oggi intendiamo per “democrazia” (cioè l’opposto di una forma di governo dispotica), nel primo articolo definitivo si afferma che solo una costituzione repubblicana fondata sulla libertà dei cittadini e sulla loro eguaglianza può prevenire efficacemente interventi militari del proprio Stato: “se si richiede il consenso ai cittadini per decidere se la guerra debba o no debba essere fatta, niente di più naturale del pensare che, dovendo far ricadere su di sé tutta la calamità della guerra, essi ci penseranno sopra a lungo prima di iniziare un gioco così malvagio”. Kant aggiunge che la forma di governo deve necessariamente essere rappresentativa, perché altrimenti il regime diventerebbe dispotico e violento e non potrebbe più essere considerato repubblicano.
Il secondo articolo definitivo può probabilmente considerarsi il cuore del progetto kantiano e insieme il punto più ambizioso e di più difficile realizzazione: “il diritto internazionale deve fondarsi su una federazione di stati liberi”. Riprendendo la teoria contrattualistica di Hobbes, Kant argomenta che come gli individui, per garantire la propria sicurezza ed incolumità, sono usciti dallo stato di natura per approdare a una forma di vita civile costituendosi in Stato, così anche gli Stati per allontanare da sé il rischio della guerra devono darsi leggi comuni ed unirsi in una lega di popoli. E’ opportuno sottolineare che Kant non pensa a un gigantesco Stato unico dove tutte le peculiarità nazionali siano appiattite: il suo ideale è quello di una federazione universale, dove ciascuno stato conservi le proprie leggi, in una forma di governo possibilmente repubblicana (primo articolo definitivo). Egli tuttavia è anche consapevole del fatto che gli Stati sono restii a cedere porzioni della propria sovranità e dunque afferma che all’idea di una repubblica universale può essere sostituita “il surrogato negativo di una lega permanente e sempre più estesa che respinga la guerra e freni il torrente delle tendenze ostili e contrarie al diritto, anche se con il costante pericolo della sua rottura”.
Il terzo articolo definitivo affronta il tema dell’ospitalità dello straniero che intenda stabilirsi momentaneamente sul territorio altrui. Premesso che il commercio e il libero scambio tra i popoli riduce sensibilmente il rischio di guerre, perché due o più popoli in stretti legami economici saranno incentivati a conservare un buon rapporto e a non spezzarlo con le armi, lo straniero deve essere pacificamente accolto sul suolo nazionale: “sino a quando se ne sta pacificamente al suo posto, non va trattato da nemico”. Ciascun uomo infatti gode di un diritto “di comune possesso della superficie della terra, sulla quale, essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma alla fine devono rassegnarsi a coesistere”.

Accordo tra morale e politica

Dopo aver rivendicato con orgoglio il diritto dei filosofi ad essere ascoltati dagli Stati per evitare la guerra, nonostante ciò possa per questi ultimi rivelarsi umiliante, Kant affronta il difficile tema della discordanza che in molti casi può darsi tra morale e politica, con tutte le implicazioni negative che ne possono derivare per il mantenimento della pace. Il riferimento è all’operato di tutti quegli uomini politici che badando esclusivamente al proprio tornaconto o alla potenza della nazione di appartenenza attuano prevaricazioni e prepotenze su altri Stati, finendo così per far prevalere le ragioni del potere su quelle della pace. La soluzione può essere una sola: il primato della morale e del diritto sulla politica: “il diritto deve essere sacro per l’uomo, anche se questo può costare grossi sacrifici al potere dominante […] ; ogni politica deve piegare le ginocchia davanti alla morale, e solo così si può sperare di giungere, sebbene lentamente, a un grado in cui risplenderà durevolmente”. Come valutare però se una determinata politica è compatibile con la morale? Kant propone il criterio della pubblicità del diritto, ossia: quando il proposito di una determinata azione può essere confessata pubblicamente senza che da ciò ne derivi alcun rischio per la pace, allora tale azione può sicuramente considerarsi priva di qualsiasi marchio di immoralità.

Il diritto di mentire secondo Benjamin Constant

Il filosofo francese Benjamin Constant (diciottesimo secolo) affronta il tema della menzogna: assodato che dire la verità è un dovere, è lecito mentire in talune circostanze?

salvator rosaL'allegoria della menzogna

Constant parla di principi fondamentali, ovvero regole etiche e sociali assolutamente giuste e imprescindibili (come il principio d’eguaglianza, ad esempio) e afferma quanto segue: “Tutti hanno in odio i principi: gli uni perchè li considerano portatori dei mali del passato, gli altri perché vi scorgono le cause del moltiplicarsi delle difficoltà attuali”. Molto spesso infatti i principi risultano inapplicabili alle circostanze, ma ciò non significa che siano ingiusti. Constant sostiene che ogni principio necessita di un principio intermedio che lo renda adatto alla situazione. Ecco un esempio:

Che nessun uomo possa essere vincolato da leggi che egli stesso non abbia contribuito a istituire, costituisce un principio universale ugualmente vero in tutte le epoche e in ogni circostanza. In una società molto ristretta questo principio può trovare immediata applicazione e non necessita di principi intermedi per entrare nella consuetudine. Ma in una combinazione diversa, in una società molto numerosa, al principio che abbiamo appena citato occorre aggiungerne un altro, un principio intermedio. Questo principio intermedio è che gli individui possono concorrere alla formazione delle leggi sia in prima persona, sia attraverso i propri rappresentanti. Chiunque volesse applicare il primo principio a una società numerosa, senza rifarsi al principio intermedio, finirebbe inevitabilmente per sovvertirla: e tuttavia tale sovvertimento, pur attenstando l’ignoranza e l’inettitudine del legislatore, non proverebbe nulla contro il principio”.

Dopo questa argomentazione sulla necessità di scoprire i principi intermedi che rendano applicabili quelli fondamentali, Constant affronta il tema della menzogna in questi termini: la verità è un principio fondamentale, ma assunto in modo incondizionato e isolato renderebbe impossibile ogni forma di società.

“La prova a riguardo ci è fornita dalle immediate conseguenze che un filosofo tedesco [Immanuel Kant] ha tratto da questo principio, arrivando a sostenere che la menzogna detta a un assassino che ci chiedesse se un nostro amico, che egli sta seguendo, non sia rifugiato in casa nostra, sarebbe un crimine”.

Constant cita polemicamente Kant: dire la verità è un dovere, ma rispettarlo sempre, senza mediazioni, è assurdo. Qual è dunque il principio intermedio che rende applicabile quello fondamentale della verità?

“Dire la verità è un dovere, ma solo nei confronti di chi ha diritto alla verità. Ora, nessuno ha diritto a una verità che nuoce ad altri. Ecco, a mio avviso, come il principio sia divenuto applicabile”.

“Il Castello”, Franz Kafka

kafkaUn romanzo incompiuto, che nega al lettore di capire a pieno la fitta simbologia che lo domina, un libro chiaramente metaforico ma quasi impossibile da interpretare: questo è il Castello di Kafka.

La trama, in breve: l’agrimensore K. viene assunto da un misterioso Conte, che gli dà la possibilità di esercitare la sua professione in un villaggio, fino a prima sconosciuto a K.; questo villaggio ha la sua sede governativa e burocratica nell’inaccessibile Castello, abitato da funzionari, segretari e politici di vario tipo. La gente del villaggio è totalmente soggetta al Castello, nessuno ci è mai stato, ma tutti obbediscono alle sue ordinanze senza battere ciglio. Anche gli uomini del Castello sono inarrivabili, e agli occhi dei cittadini devono apparire come delle mezze divinità. K. arriva al villaggio, ma viene costantemente ostacolato nell’esercizio della sua professione dagli abitanti e soprattutto dalla lentezza dell’apparato burocratico del Castello. K. non può tollerare una simile situazione, e decide di incontrare chi di dovere per chiedere spiegazioni; la persona in questione è Klamm, uomo del Castello, che tutti hanno quasi timore di nominare e per il quale qualsiasi abitante del villaggio prova un ingiustificato ed esagerato sentimento di rispetto (come per tutti gli uomini del Castello del resto). Nel frattempo K. seduce Frieda, l’amante di Klamm, che forse lo può portare più vicino a lui. Aspettando l’incontro chiarificatore, K. intraprende con Frieda il lavoro di bidello in una scuola elementare, ma poco dopo Frieda lo lascerà. Intanto K. ottiene un incontro con un segretario di Klamm: forse è l’occasione giusta per rimettere tutto a posto, e invece no: il segretario è stato mandato solo per comunicargli che Frieda deve tornare all’Albergo dei Signori, cioè nel luogo in cui si trovava prima che K. se ne innamorasse. Il romanzo si interrompe sostanzialmente qui.

Che cos’è il Castello? Che cosa rappresenta? Senza un finale è difficile dare una risposta a queste domande. Forse è meglio partire da quello che possiamo definire ‘sicuro’. Il protagonista ad esempio, l’agrimensore K.

K. veste alla perferzione il prototipo del protagonista kafkiano: solo contro tutti, immerso in un mondo e in una realtà che non gli appartengono e di cui non riesce a comprendere i meccanismi. K. è ragione ed etica allo stesso momento, ma nessuno lo capisce, anzi, tutti lo emarginano in nome di un concetto di giustizia chiaramente rovesciato rispetto a quello a cui si riferisce K. Ma questo concetto di giustizia è lo stesso a cui si rifà inevitabilmente anche il lettore, che dunque non può fare a meno di immedesimarsi nel protagonista e di compatirlo.

Cosa vuole K. infine? Un semplice incontro chiarificatore con le autorità, null’altro. Del resto è stato chiamato in quel villaggio per esercitare la sua professione. Perchè tutti glielo impediscono? E soprattutto, perchè il Castello non muove un dito a suo favore o almeno non dimostra un minimo di comprensione per la sua situazione? Il povero K. si trova a combattere da solo contro un sistema governato da una burocrazia tanto illogica quanto lenta, e non trova nessun appoggio al villaggio; lì sono abituati al sistema, e non lo ritengono ingiusto. Per loro è così, punto. Il pazzo ai loro occhi è K., che pretende addirittura di parlare con Klamm, di mettersi in contatto col Castello. ‘Ma chi crede di essere?’ è come se si domandassero costantemente.

Franz_Kafka_from_National_Library_IsraelIl Castello è inarrivabile. Il Castello vede e domina tutto dall’alto. E’ evidente che se potesse K. lo salirebbe, ma non gli è concesso, è impensabile una cosa del genere. Qui si può partire con le intepretazioni. Il Castello è forse l’Infinito, l’Assoluto, Dio? Difficile da credere, perchè in comune con queste entità ha solo la caratteristica di non essere raggiungibile, con la naturale solennità che ne consegue. Il Castello è pensabile ma non conoscibile, come il noumeno di Kant. Ma probabilmente cercare somiglianze tra il Castello e idee di matrice filosofica o religiosa non ci conduce sulla strada giusta.

Il Castello non è solo l’irraggiungibile, ma anche l’assenza di comunicazione, il dispotismo, l’ingiustizia, la tirannia. Tutti obbediscono a quello che viene deciso lassù, nessuno si permette di discutere o di chiedere chiarimenti o addirittura di esprimere la propria idea. Non esiste democrazia al villaggio, ma quello che è più preoccupante è che non esiste nemmeno sete di democrazia. K. è il primo a portarne, ma tutti lo prendono per stupido o qualcosa del genere. Sotto questo punto di vista il Castello è il paradigma del dispotismo e della cieca obbedienza del popolo ignorante e inetto. Ma il Castello è anche assenza di logos, di parola, di discorso, perchè manca comunicazione. Il Castello comanda, il villaggio obbedisce. Questo non è dialogo. K. dunque finisce in un sistema anti-democratico, in cui gli uomini del potere disdegnano addirittura la vista di quelli che effetivamente sono i loro sudditi e in cui i ‘sudditi’ provano una forte complesso di inferiorità rispetto al Castello.

Il Castello potrebbe essere semplicemente il paradigma dello Stato degradato, dove il rapporto paritetico tra cittadini e detentori del potere è pura utopia e dove la democrazia è solo un miraggio. Questa è una lettura politica. Ma se ne potrebbe proporre anche una antropologica: il Castello è la chiusura e la solitudine dell’Uomo, che si arrocca in cima, in alto e non ascolta nulla e nessuno. Oppure la solitudine potrebbe essere quella di K., vittima di una società insensibile ai problemi del singolo e che punta solo ad andare avanti, senza farsi scrupolo di nessuno.