“Le famiglie che hanno ‘fatto’ Trieste: i Livaditi”, articolo di Marco Pozzetto

L’articolo che segue, a firma dello storico Marco Pozzetto (1925-2006), è stato pubblicato nel 1981 sulla rivista mensile triestina La Bora (anno 5, n. 1 – dicembre 1980 – gennaio 1981).
Con una prosa briosa, l’autore ci descrive i capostipiti di un’antica famiglia di immigrati greci trapiantati a Trieste: i Livaditi. Estrosi e buontemponi, propensi al litigio, dediti al commercio ma anche alla bella vita, i Livaditi furono tra i principali esponenti della comunità greca triestina tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
Nella parte finale dell’articolo, seppur con qualche imprecisione, viene tratteggiata la figura dello scrittore Demetrio (1833-1897), ultimo grande esponente della famiglia.

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Trieste, Via Mazzini (già Via Nuova) nella prima metà del Novecento.

“Allorché, verso l’anno 1773 le persecuzioni e le malversazioni esercitate dai Turchi verso i pacifici abitanti delle contrade greche raggiunsero il loro massimo grado, molti di questi si decisero a fuggire, e vennero a stabilirsi a Trieste…”. Tra questi anche “i tre fratelli Livaditi colla loro madre”, annota concisamente la cronaca greca.

Famiglia piuttosto anomala tra gli immigrati greci che, in particolare nella prima generazione, reputarono Trieste come una specie di “terra di conquista” in cui raggiungere con la massima fretta possibile posizioni preminenti nella attività più congeniali a ognuno: dalla bottega di tipo più o meno levantino alle posizioni direzionali o comunque preminenti nei vari settori del mondo economico; rimanevano loro poco tempo e voglia per le attività che oggi vengono definite del tempo libero. Per i Livaditi – Diamante (1744-1810), Stamati (1749-1812) e Michele (1752-1818) – questo schema è valido fino ad un certo punto; buontemponi, amanti del buon vivere, i tre fratelli riuscirono a portare a livello d’arte la propensione al litigio, famigliare o pubblico che fosse.

Al loro arrivo a Trieste Diamante aveva 29 anni, Michele 21; si misero in commercio la cui esatta natura è ancora sconosciuta. Probabilmente investivano i proventi negli stabili, raggiungendo un notevole benessere, ma non grandi ricchezze: evidentemente non furono posseduti dal demone della rivalsa. Amavano banchettare, con grande disappunto della madre che vollero eternare sul portale dell’opulenta casa di Via Mazzini 5, inaugurata nel 1800: la eternarono però nell’atto di mostrare la lingua a coloro che entrano…

Un grosso carteggio del Tribunale Commerciale e Marittimo conferma il curioso comportamento dei tre fratelli. Proprietari di un magazzino a Riborgo – demolito negli anni ’30 del nostro secolo – i Livaditi, ancora in unica ditta, aprirono una finestrucola sul confinante cortile magazzino di proprietà di Graziadio Isaia Minerbi, commerciante all’ingrosso. Probabilmente avevano bisogno della circolazione dell’aria per le merci, per cui non pensarono di accordarsi con il vicino. Questi, credendo ad uno sgarbo dei greci a lui, in quanto ebreo, decise di applicare l’antica regola del dente per dente… Forò infatti il muro, pressapoco sotto la finestrucola, infilando nel foro una trave di legno che sporgeva per un mezzo metro nel magazzino dei Livaditi e che forse aveva prodotto qualche piccolo danno alle mercanzie immagazzinate: tutte le operazioni venivano naturalmente eseguite durante la notte con la complicità delle tenebre. I Livaditi si rivolsero al Tribunale con una circoscritta denuncia per danni contro Minerbi, mobilitando scribani, traduttori, avvocati, né per dire il vero, Minerbi fu di meno; la causa si trascinò per due anni e in ogni udienza vennero portati argomenti nuovi, sempre più astratti e altrettanto inconsistenti. Alla fine il giudice esasperato convocò l’architetto Andrea Fister affinché eseguisse una perizia. Questi con gli aiutanti perse una mezza giornata davanti al muro incriminato cercando disperatamente, si può dire, i danni che non trovò; stese quindi la perizia di quattro pagine che concluse scrivendo di non capire quale fosse l’oggetto del contenzioso e che, secondo lui tecnico, “La lunga causa è dovuta al semplice gusto dei contendenti di litigare”, per cui a suo avviso la causa sarebbe da comporre pacificamente, cosa che il giudice accettò con notevole solerzia. Il documento finale, sulla carta ufficiale azzurra, porta le firme dei Livaditi parzialmente in caratteri greci, quella di Minerbi in splendida svolazzante calligrafica della scuola ebraica di Livorno, le firme di Fister, degli avvocati, dei traduttori, del giudice – con il sigillo del Tribunale – e infine, per presa visione, del Governatore in persona, il conte Pompeo Brigido…

Sono abbastanza curiosi anche i testamenti dei tre fratelli. Diamante che fu probabilmente considerato fino alla morte come capo-famiglia, lasciò 3.000 fiorini (90 milioni 1980) alla chiesa greca “nell’obbligo di fare tutto l’occorrente per il suo funerale”, 33.000 fiorini (990 milioni) variamente divisi tra le due figlie e la moglie e il resto ai quattro figli maschi; non sono riuscito ad appurare in cosa consistette “il resto”. A differenza del fratello, Stamati lasciò agli estranei qualche decina di fiorini, mentre la casa ed alcune botteghe andavano alla moglie e ai nove figli.
Complicatissimo e rivelatore infine il testamento di Michele: “… in primo luogo lascio al mio figlio Antonio, il primogenito, il magazzeno che oggi è occupato dallo Spezziere e l’altro che è occupato dal Barbiere… Gli lascio un debito di fiorini mille da pagare alla Nazione quando li ricercano, e se non li ricercano da pagare l’interesse, senza nessuna contrarietà perché ha debito la casa. Camere non gli lascio, perché si era comportato male verso di lui genitori, ma lo lascio in libertà, se Dio gli da stato d’averne autorità di alzare un appartamento e di tenere cinque camere e un pezzo di soffitta per li legni…”. Dopo l’altrettanto dettagliato elenco dei crediti e dei debiti riguardanti i beni da lasciare agli altri due tre figli, Michele Livaditi continua: “… lascio a Diamantula un terzo della casa detta Spitale che mi appartiene, e di pagare due mila che ha la casa nella di lei parte, ma se per caso di rendesse avanti di maritarsi, quello che ricavasse sia per essa e nient’altro che la benedizione di Dio, di non poter fare niente senza il permesso della madre e dei fratelli…”.

Linguaggio contorto, da cui però si ricava il fatto sconosciuto, ma di notevole importanza, che la “Nazione greca” rivestisse sistematicamente il ruolo di banchiere dei connazionali che avevano fornito la prova di correttezza commerciale; questa, che si sapeva essere stata una delle funzioni delle comunità ebraiche, dovrà pertanto essere estesa anche ai greci, almeno a quelli di Trieste, benché non ne faccia cenno Stefani nel suo libro sui Greci del Settecento, né le altre storie, ivi compresa quella ufficiale del 1882. La politica perseguita dalla “nazione” o con la terminologia del tardo Settecento, della “Banca della Nazione” spiega anche perché la percentuale del patrimonio immobiliare greco teresiano era di gran lunga superiore a quella che competerebbe alla percentuale dei greci residenti a Trieste.

Una novità è pure quella della originaria destinazione del Palazzo destinato attualmente a “Casa delle Aste” in piazza Goldoni e noto come Ospedale dei Greci; infatti, il testamento di Michele Livaditi lo assegna ai figli, come casa di abitazione.

La generazione successiva dei Livaditi comprendeva ben ventun membri tra maschi e femmine, ma nessuno che emergesse in modo particolare.

Un Diamante Livaditi (1833-1897), salvo errori figlio del semidiseredato Antonio1, quindi appartenente alla quarta generazione triestina, appare come personaggio piuttosto importante nella storia ottocentesca della città; nel 1857 fondò “La Ciarla”, giornale nazionalistico che venne soppresso dopo due anni per ordine della polizia. Terminata quell’esperienza, nel 1859 Livaditi assieme ad Attilio Hortis diresse la sezione triestina della Società Nazionale Italiana2; Tamaro lo annovererà tra i volontari garibaldini. Si dedicò anche alla letteratura con ottime traduzioni dal greco: pubblicò le “Operette morali” che furono definite di tipo leopardiano e un “Galateo letterario”. Sono stati verosimilmente i meriti politico-letterari del Diamante Livaditi il pretesto per destinare una via cittadina ai “Livaditi, antica famiglia triestina”.

Marco Pozzetto

Note di Giovanni Pistolato

1 Il suo nome era Demetrio, non Diamante, come erroneamente indicato dall’articolista. Demetrio Livaditi era figlio di Alessandro, commerciante greco nato a Trieste nel 1797.

2 Altra imprecisione: Demetrio Livaditi non diresse la sezione triestina della Società Nazionale Italiana dopo la chiusura della Ciarla, ma nel periodo della sua pubblicazione (il giornale infatti era strettamente legato all’attività segreta della Società). Suo collaboratore fu l’avvocato Arrigo Hortis, capo del locale partito liberal-nazionale, e non il figlio Attilio (nato solamente nel 1850).

“Dialogo del Giorno e della Notte”, Demetrio Livaditi

In questo dialogo dello scrittore triestino e mio avo Demetrio Livaditi (1833-1897) il Giorno e la Notte dibattono su chi tra loro sia più grande e arrechi il maggior beneficio agli uomini. Il Giorno rimprovera alla Notte di essere sinonimo di barbarie e di ignoranza, oltreché causa della maggior parte dei delitti, mentre la Notte ribatte ricordando che solo grazie ad essa gli uomini possono riposarsi e dimenticare i mali che li affliggono da svegli. Un breve scritto a sfondo filosofico, che si lascia leggere con piacere nonostante le diverse espressioni tipiche dell’italiano ottocentesco e ormai desuete.

SoleLuna

Notte. Giorno, oh giorno.

Giorno. Che vuoi tu da me? Che posso io aver di comune con chi io odio e fuggo continuamente?

Nott. Se tu mi fuggi, io però ti son sempre alle spalle, e qualche volta ti raggiungo, come quando il tuo sole è deriso e sconfitto in battaglia dalla mia maggiore ancella, la luna, sicché di bel mezzogiorno si fa notte oscura.

Gior. Intendi tu forse delle eclissi? Ma quanto tempo, o misera, dura il tuo dominio sopra di me?

Nott. Quel tanto che mi basta per provarti com’io sia più potente di te, e di gran lunga.

Gior. Odi vantamenti. Come se costei non fosse quella madre d’ogni delitto, quella inspiratrice di tristi pensieri, nemica d’ogni cosa bella; tanto che gli uomini per esprimere una condizione cieca, disordinata e confusa, hanno pigliato figuratamente il suo nome, a meglio significarla. Sicchè sulle loro bocche la è divenuta una parola stessa con la caligine, la barbarie e con l’ignoranza.

Nott. Come se a me importasse molto di quello che di me dicono o possono dire gli uomini. Pure, se volessi riassumere il conto delle tante cose che sopra di me si scrissero da’ tuoi uomini, ti potrei mostrare che io fui e sono assai più amata e stimata da loro che non sei tu, con tutta la tua luce e con tutti i tuoi bagliori.

Gior. Perchè qualche tisicuzzo di questi disperati poetini, che, com’egli non hanno uno straccio da mettersi in dosso, dormono di giorno e vegliano la notte sui libri, schifando il consorzio umano, ti avrà lodato con alcuno scrittarello che sentirà la lucerna un miglio discosto; tu vorresti anche inferire che sei nobile ed utile al pari di me.

Nott. Per la nobilità non vo’ disputare, che non veramente che cosa ella si sia: in quanto alla utilità, io ti sfido a negarmela.

Gior. Che utilità può venire da te che sei la madre della oscurità e delle tenebre? Or si dà egli cosa utile che non si veda?

Nott. Ecco, che lo star continuamente in compagnia degli uomini e mirare le loro azioni, le quali non tendono che all’acquisto di quelle cose di cui essi sono mancanti, ti ha guasto il cervello in modo che stimi una cosa non dover essere utile, s’ella non si vegga e non si maneggi.

Gior. Questa è la mia opinione; ma posto che fosse altrimenti, dimmi un poco, a chi e come sei tu utile in qualche cosa?

Nott. Ti par poco il riposo e la pace che vengono da me, per cui la più parte delle creature hanno comodità di ridurre di nuovo insieme le forze adoperate durante il giorno? E tante importanti operazioni della natura non si compiono forse la notte, come sono molte di quelle che riguardano la vegetazione; le quali poi sono cagione di rendere la terra così adorna e piacente com’ella è?

Gior. Io non so a chi gioverebbe la bellezza che tu di’, la quale, del resto, è opera tutta mia, quando gli uomini l’avessero a mirare e considerare per mezzo tuo.

Nott. Tu torni in campo con gli uomini come se a loro diletto e comodo fosse surto questo universo. Or non ci han egli tanti animali che nella notte, veggendo meglio che non fa l’uomo, pigliano sollazzo nella natura? E se essi godono di ciò che all’uomo non è dato in questo cotale partito, perché diremo che per solo l’uomo, ogni cosa fu fatta e ordinata? Pur ti vo’ consentire questo, che egli è atto per la disposizione del suo ingegno a convertire in suo prò molte più cose che gli animali non possono; ma veramente questi non saprebbero che farne, non avendo essi creato d’intorno a sé tanti bisogni e tante superfluità come ha fatto l’uomo.

Gior. Questo non ha che far nulla con la utilità grande che io gli arreco. Io sono come a dire il tutto per lui, e tu proprio un bel nulla, quando già non fossi cagione di disturbare le sue azioni molestandolo e spaventandolo co’ tuoi ladri.

Nott. Se i latrocini, gli omicidi, le violenze e gli altri atti o crudeli o turpi si commettono le più volte mentre dura il mio imperio sopra la terra; queste cose hanno il loro corso anche di giorno, e sono si può dir rare e singolari operazioni in rispetto delle usure, de’ contratti dolosi, delle frodi, delle battaglie e d’altri infiniti negozi di questo genere, che si compiono alla luce tua; consumandosi costantemente la notte dagli uomini nel dormire o nel darsi buon tempo.

Gior. Belli esercizi, affè mia.

Nott. Vorrei che mi dicessi, prima di sentenziare così, se tu stimi che la vita ordinaria degli uomini sia un processo di azioni vili o malvagie, oppure il contrario.

Gior. A dire il vero non posso negare che la maggior parte degli uomini s’hanno tutti una macchia d’uno stesso inchiostro, e che nella loro vita s’accozzano comunemente tre qualità che li rende o tristi a dirittura, o codardi, o aridi al ben fare. Ma per questo, che io credo doversi in gran parte attribuire all’ignoranza in cui i più di essi sono lasciati macerare, che ne vorresti tu infierire?

Nott. Abbi un po’ di pazienza e dimmi se, al tuo giudizio, l’uomo sia infelicissimo sulla terra, e provi inimico ogni bene; oppure se credi che esso sia atto a godere con efficacia?

Gior. Parmi che egli sia infelice anzichenò, e che non goda se non raramente.

Nott. Se dunque sei persuaso di tali cose, non ti sarà malagevole di chiarirti eziandio, come il tempo che gli uomini passano a dormire, non lo potendo occupar in opere turpi o volgari, sia per loro il tempo più onesto che abbiano; e non avendo agio di sentire i travagli della vita reale, sia il tempo più felice che godano nella loro vita.

Gior. Menandoti buono lo sproposito di dispaiare l’onestà delle operazioni, come se quella non consistesse appunto in queste; io vorrei vedere come uno stato d’insensibilità quale si è quello del sonno, possa essere e dirsi felice o infelice.

Nott. Ed io vo’ che tu mi dica se il non sentire i mali propri della vita e gli effetti del patimento, s’ha da tener in conto di guadagno o di perdita?

Gior. Dunque la miglior cosa che possa far l’uomo si è quella di dormir sempre?

Nott. Nè più né meno.

Gior. Tu mi consumi il tempo in ciance, ed io ho altro che fare; chè quei buoni americani di là del mare mi attendono; i quali, se per avventura badassero a te, gran dubbio sarebbe dello avvenir loro i negozi con quella prosperità che a tutti è manifesta.

Nott. Domanda loro di grazia se ciascuno di essi separatamente è più felice che uno di questi boriosi europei; e me lo saprai dire domani. Buon viaggio.

Gior. Buona permanenza.