“Il generale Della Rovere”, Indro Montanelli

457504-MontanelliILGENERALE300-280x431Questo racconto non parla di un generale. Non di uno vero, almeno. Siamo nel 1944, a Milano, durante l’occupazione nazista. Il protagonista è Giovanni Bertone, un uomo che si divide tra postriboli, tavoli da gioco e arresti in carcere, vivendo di mezzucci e ruberie di vario genere. Durante gli ultimi anni della guerra, millantando amicizie con ufficiali tedeschi e promettendo liberazioni o riduzioni di pena, estorce denaro a famiglie disperate i cui cari sono stati fatti prigionieri dalla Gestapo. Il gioco però dura poco, perché Bertone viene denunciato alla polizia e smascherato dai nazisti, i quali, pur avendo sufficienti capi d’imputazione da mandarlo contro un muro, decidono più ingegnosamente di servirsi delle sue capacità di affabulatore e lo infiltrano nel carcere di San Vittore come spia. Qui dovrà fingere di essere un capo della Resistenza, il generale Fortebraccio Della Rovere, e carpire quante più informazioni possibili dai partigiani detenuti. Inizialmente il piano sembra funzionare. Il colonnello Müller lo prende in simpatia e tra i due si instaura una certa complicità. Poi però, dopo alcune settimane di detenzione, Bertone si cala così bene nella parte del generale Della Rovere da crederci per davvero. Sente il dramma dei prigionieri come una realtà che lo riguarda sempre più da vicino. Un senso di umanità affiora nel suo animo e lo spinge nelle ultime battute a un gesto eroico e inatteso, col quale riuscirà a riscattare interamente un’esistenza ignobile.

Scritto dal giornalista Indro Montanelli, che si ispirò a un personaggio realmente esistito e da lui stesso conosciuto nel carcere di San Vittore, Il generale della Rovere ha senza dubbio un sapore teatrale: il protagonista infatti recita dall’inizio alla fine, prima per uno scopo vile e poi per uno nobile, ritrovando paradossalmente se stesso e la propria dignità nei panni dell’aristocratico generale Della Rovere, da lui completamente diverso sia per virtù che per temperamento. Il racconto descrive così la parabola di un uomo “che era stato un personaggio squallido, un pappone, un baro…e che poi è morto meglio, molto meglio di come era vissuto”. Ed è probabilmente questo il motivo per cui la storia tocca la nostra sensibilità: a vario titolo e con le dovute differenze siamo tutti un po’ Bertone, con le nostre viltà, mancanze e piccolezze, che desidereremmo cancellare d’un colpo con un gesto deciso e coraggioso.

Montanelli e il film di Rossellini

Non è un mistero che Il generale Della Rovere sia conosciuto più per il film di Rossellini che per il racconto di Montanelli. Ciò è dovuto non solo al fatto che la pellicola con l’interpretazione di Vittorio De Sica vinse il Leone d’Oro a Venezia, ma anche alla singolare circostanza che vide il film proiettato prima della pubblicazione del libro. Montanelli infatti diede a Rossellini il soggetto per la sua opera cinematografica, ma il romanzo uscì successivamente, pochi mesi più tardi.

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“Una storia, non una pagina di Storia”

Il protagonista del libro è ispirato a un personaggio conosciuto in prima persona da Indro Montanelli durante la sua prigionia nel carcere di San Vittore nel 1944. Questo ha scatenato diverse polemiche già all’epoca del film di Rossellini, poiché Giovanni Bertoni (questo il vero nome) era da molti noto a Milano come spia e uomo losco. Alle stesse persone non sembrava giusto che tra i sessantasette detenuti fucilati dai nazisti a Fossoli proprio Bertoni si fosse aggiudicato la fama di uomo coraggioso ed eroico.
Anche per questo Montanelli si sentì in dovere di specificare che il racconto “non pretende di essere assolutamente vero, sebbene abbia per protagonista un personaggio realmente esistito […]. L’ho scritto come una storia, non come una pagina di Storia”. In un’intervista concessa a Michele Brambilla nel 2000 approfondì la questione dicendo: “Quello che mi ha affascinato, che mi ha spinto a scrivere questo libro, è un fatto certo e incontestabile: il modo in cui morì Bertoni. Era solo una spia? Ma allora perché i nazisti lo fucilarono?”.

“Pertini? Sono altri i grandi d’Italia”, Indro Montanelli

Il 16 giugno 1997 Indro Montanelli dalle pagine del Corriere della Sera lanciava un duro attacco all’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il celebre giornalista considerava l’ex partigiano un uomo onesto ma demagogico e di scarsa levatura sia intellettuale che politica.

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Pertini? Sono altri i grandi d’Italia

Caro Montanelli, Rilevo con disappunto come la figura di Sandro Pertini sia stata rimossa dalla memoria degli italiani e dei loro degni rappresentanti politici. Solo il Corriere, se non sbaglio, gli ha dedicato ultimamente un servizio su Sette. Perche’ tutto cio’? Vorrei da lei inoltre un giudizio su quest’uomo che personalmente stimo degno di ben altra considerazione. Fabio Mazzacane, Pistoia

Caro Mazzacane, Lei ha bussato alla porta sbagliata. Dalla memoria degl’italiani sono stati rimossi gli Einaudi, i De Gasperi, i Saragat, i La Malfa, i Vanoni, che nella politica del nostro Paese hanno contato molto piu’ di Pertini. Il quale fu certamente un uomo onesto, coraggioso e coerente con le proprie idee (anche perche’ ne aveva pochissime). Ma le stesse qualita’ si possono attribuire anche a coloro che ho nominato e che vi aggiungevano quella di una sagacia politica, di cui Pertini fu sempre sprovvisto. Nel suo stesso partito non esercitava alcun peso, era considerato un “compagno” di tutto affidamento, ma bizzarro, imprevedibile e sempre pronto a qualche colpo di teatro. Nenni, che gli voleva bene, mi disse una volta: “Io non sono certamente un uomo di cultura e alla cultura non attribuisco, per un politico, una decisiva importanza. Ma qualcosa so, qualche libro l’ho letto, anche grazie a Mussolini quando mi mando’ al confino a Ponza. C’era anche Sandro. Lui, l’unica cosa che leggeva era L’Intrepido. Il resto del tempo lo passava a giocare a briscola o a scopa coi nostri guardiani. Alle nostre discussioni sul futuro dell’Italia e del partito non partecipava quasi mai, e quando lo faceva, era solo per invocare il popolo sulle barricate, per lui la politica era solo quella”. Lei mi chiedera’ come fece un uomo cosi’ sprovveduto a diventare Presidente della Repubblica. Lo divento’ appunto perche’ era sprovveduto, e come tale forniva buone garanzie di non interferenza agli uomini del potere vero, totalmente in mano ai partiti. Quello che forse nessuno aveva previsto, ma che si rivelo’ un particolare del tutto innocuo, era il suo demagogismo. Pertini aveva il fiuto del pubblico, e ne secondava alla perfezione tutti i vizi e vezzi. Dal video ogni tanto pronunziava terribili requisitorie contro la classe politica, come se lui non vi avesse mai appartenuto, come fece al momento del terremoto dell’Irpinia, quando accuso’ il parlamento di avere bocciato i disegni di legge per le misure di difesa in caso di emergenza, dimenticandosi che il Presidente della Camera che li aveva respinti era stato lui. Non perdeva occasione di dare spettacolo seguendo in lacrime tutti i funerali, baciando torme di bambini, e insomma toccando sempre quel tasto del patetico a cui noi italiani siamo particolarmente sensibili. I suoi alluvionali discorsi di Capodanno erano autentiche sceneggiate. Ma in sette anni di Presidenza, di sostanziale e sostanzioso fece poco o nulla. Della corruzione che dilagava (e dalla quale bisogna riconoscere non si lascio’ mai infettare), o non si accorse, o preferi’ non accorgersi. Comunque, un segno del suo passaggio al Quirinale non mi sembra che lo abbia lasciato. Ce lo ricordiamo come un brav’uomo pittoresco e un po’ folcloristico, che seppe far credere alla gente di essere un “diverso” dagli uomini politici, mentre invece era sempre stato uno di loro e non aveva mai vissuto d’altro che di politica. Non c’e’ da vergognarsi di avere avuto un Presidente come Pertini. Ma non vedo cosa ci sia da ricordarne.