“La terra tra le mani. L’epopea veneta nella bonifica dell’Agro Pontino dopo la Grande Guerra”, Monica Zornetta

Maggio_TerraUn interessante caso di migrazione interna è quello che negli anni ’30 del secolo scorso coinvolse migliaia di contadini veneti, i quali parteciparono alle gigantesche opere di bonifica del regime fascista nelle terre dell’Agro Pontino (Lazio) per poi stabilirsi definitivamente in quegli stessi territori, dove man mano che l’intervento umano sottraeva la terra al mortale abbraccio delle paludi e della malaria si costruivano nuove cittadine come Littoria (oggi Latina), Sabaudia, Pomezia ed altre.
Le poverissime condizioni del Veneto di allora, determinate sia dagli alti tassi di crescita demografica sia dall’arretratezza diffusa dell’economia locale, spinsero molte famiglie a cercare fortuna in qualsiasi luogo offrisse loro la speranza di un lavoro e di una sistemazione più dignitosa di quella goduta nella terra natale, e ciò non solo all’estero ma anche all’interno dei confini nazionali. Queste aspirazioni di miglioramento degli standard di vita crearono una forte mobilità interna che il regime fascista si propose di regolare nei minimi dettagli sfruttandola a vantaggio di grandi lavori pubblici e bonifiche. Lo spostamento di migliaia di contadini da zone ad alta crescita demografica (come il Veneto) a terre quasi disabitate (come quelle soggette a bonifica) servì anche ad arginare il fenomeno della migrazione nelle grandi città, fortemente osteggiato dal fascismo che vedeva nella vita urbana, secondo le parole di Mussolini, “la causa di effetti negativi sulla salute, la moralità, la fecondità della popolazione, sulla crescita e sanità fisica”. Meglio dunque la creazione di nuovi borghi e città interamente popolati da famiglie rurali che vi potessero infondere il proprio spirito anziché smarrirlo trasferendosi in metropoli come Milano, Torino o Roma. Un’Italia rurale rappresentava altresì una prospettiva più rassicurante di un’Italia industrializzata coi suoi agguerriti movimenti operai, ben organizzati e difficilmente controllabili. Secondo il regime serviva anche eliminare “la schiavitù del pane straniero” e avviare il Paese a una nuova politica agraria che mettesse sempre più terreni a disposizione dell’agricoltura. La cosiddetta “battaglia del grano” aveva bisogno dunque di un piano di estensione delle zone produttive, e la bonifica di vasti territori paludosi si rivelava utile allo scopo.

lavori bonificaAgli inizi degli anni ’20 del secolo scorso il Paese contava ancora diverse zone dove a causa della fitta presenza di acquitrini e pozze d’acqua stagnante si moriva di malaria, specialmente lungo il Tirreno (Maremma, Agro Romano, Agro Pontino) e l’Adriatico (laguna veneta, foce del Po). Le paludi erano infatti l’habitat ideale di una particolare zanzara del genere anopheles, che tramite la puntura trasmetteva un protozoo chiamato plasmodium, responsabile della malattia. Nel 1924 ben 4.040 italiani morirono di malaria e i numeri degli anni precedenti non sono molto diversi. Fra i territori martoriati l’Agro Pontino era sicuramente il più esteso. A causa di questa sua piaga, per circa duemila anni rimase quasi interamente disabitato. Nessuna strada lo percorreva. Johann Wolfang Goethe lo aveva definito il “pestilento stagno. Solo poche migliaia di persone vi stanziavano prima delle opere di bonifica e comunque non vi rimanevano mai tutto l’anno: i cosiddetti lestraioli infatti (così chiamati perché vivevano all’interno di poverissime capanne in giunco dette lestre) abbandonavano l’Agro Pontino all’arrivo della bella stagione, che coincideva con il ritorno delle zanzare anopheles. Lo stile di vita dei lestraioli era poco più che primitivo: questi individui vivevano raccogliendo rane e sanguisughe da rivendere sul mercato romano, oppure praticavano la caccia o l’allevamento di pecore.
Fu anche per porre fine a questo stato miserevole di cose che si progettarono le grandi opere di bonifica. I contadini provenienti dal Veneto ma anche dal Friuli e dalla Romagna non andarono semplicemente ad infittire la numerosa manodopera necessaria a questi lavori di scavo e prosciugamento delle paludi. A partire dagli anni ’30 molti di loro, dopo essere stati accuratamente selezionati dal Commissariato per la migrazione e la colonizzazione interna, si trasferirono nei territori recentemente appoderati per lavorare la terra e popolare i nuovi borghi che via via andavano formandosi. La prospettiva era quella di divenire proprietari di un pezzo di terra e di un’abitazione, oltre che quella di migliorare la propria condizione sociale. Ciò nonostante, le condizioni di vita che si presentarono a questi emigranti interni non furono affatto semplici: il duro lavoro imposto e l’aspetto del tutto sconosciuto della nuova sistemazione rendevano la prima permanenza a dir poco traumatica. Anche il rapporto con i locali non fu inizialmente positivo. Si registrava infatti da ambedue le parti una reciproca diffidenza basata non solo su pregiudizi campanilistici, ma anche su opposte fedi politiche: i coloni veneti erano in gran parte fascisti e ammiratori del Duce, mentre i locali erano tendenzialmente socialisti. “Fu la disgrazia comune, la guerra – spiega Annibale Folchi nel suo “Agro Pontino. Nelle corti dell’Onc” – a fondere i dolori e le storie dei coloni e dei locali, che si ritrovarono uniti poi nella rimozione delle macerie per ricostruire casa e lavoro”.

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Il massacro della divisione Acqui a Cefalonia – parte 1

“Tanti anni fa, quando ero ancora bambino, ogni volta che scoppiava un incendio e s’alzava del fumo, mio padre diceva che la Acqui stava salendo in cielo”

Anziano abitante dell’isola greca di Cefalonia

italiani_dovete_morireItaliani dovete morire” dello scrittore Alfio Caruso (edito da TEA) racconta l’eccidio della divisione Acqui per mano della Wermacht  sull’isola greca di Cefalonia nel settembre del 1943, durante la seconda guerra mondiale. Una vicenda tragica e per certi versi controversa, che costituisce una delle pagine più nobili della storia del nostro tanto vituperato esercito. Nonostante ciò, non sono molti purtroppo gli italiani che conoscono quello che successe a Cefalonia in quei giorni. A loro discolpa bisogna tuttavia ricordare come che del massacro della Acqui da parte dei tedeschi si sia sempre parlato pochissimo, se non addirittura taciuto.
Solo negli ultimi anni la storia di questi sfortunati soldati ha cominciato ad essere divulgata e a conoscere finalmente quella dignità istituzionale che fino a prima le era stata quasi negata. Ma cosa accadde a Cefalonia nel settembre del ’43 perché la memoria di quei fatti conoscesse una strada così tormentata, a differenza delle altri stragi naziste di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine?

L’opera di Alfio Caruso – priva di note – ricostruisce gli eventi di quelle settimane attraverso una forma letteraria che si situa a mezza via tra il romanzo e il saggio storico: del primo troviamo una narrazione protesa all’introspezione psicologica dei personaggi, alla descrizione dei loro sentimenti e dell’atmosfera di morte e di coraggio in cui vissero; del secondo abbiamo invece un’attenzione minuziosa per dati storici oggettivi come la composizione della divisione, il suo armamento, i suoi spostamenti, unita ad un’analisi della sequenza dei fatti che portarono alla tragedia dell’eccidio basata principalmente sulla memoria di alcuni superstiti. A conclusione abbiamo poi una riflessione dell’autore sulla portata della strage presso stampa, politica ed opinione pubblica.

I fatti

Tutto inizia nell’ottobre del ’40, con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia (“Spezzeremo le reni alla Grecia” proclamò Mussolini). Quella che doveva una breve e rapida conquista si trasforma subito in un incubo per le nostre truppe: l’accanita resistenza greca non permette agli italiani di avanzare, anzi, li fa addirittura retrocedere da dove erano partiti, in Albania. Serve l’intervento tedesco per sbloccare la situazione: nella primavera del ’41 le forze dell’Asse occupano interamente il territorio greco. All’Italia vanno quasi tutta la Grecia continentale e le Isole Ionie, tra le quali Cefalonia spicca per importanza strategica: a breve distanza dal fondamentale porto di Patrasso, l’isola costituisce di fatto la porta d’ingresso al Mar Egeo. Il suo controllo è dunque necessario per tenere in mano la Grecia.
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Sbarcati a Cefalonia nell’aprile del ’41 come invasori, gli italiani della divisione Acqui ottengono in breve tempo il rispetto e la stima della popolazione locale. Non si verifica alcun episodio di violenza o di ricorso alle armi, al punto tale che il clima di quell’occupazione è stato da molti descritto come qualcosa di simile a una lunga villeggiatura. Gli italiani intrecciano anche storie d’amore con le ragazze del posto, arrivando in alcuni casi al matrimonio. Sono circa dodici mila gli uomini della Acqui, guidati dal generale Gandin. Molti hanno dimenticato ormai come si spara. Assieme a loro sull’isola ci sono anche duemila soldati tedeschi.

Con la deposizione di Mussolini nel luglio del ’43 molti sentono che la fine della guerra contro gli anglo-americani è ormai vicina e con essa il ritorno in Patria, alle proprie case. Essi sono però ignari dei preparativi tedeschi in vista della futura uscita dell’Italia dal conflitto: con l’operazione Achse la Germania intende disarmare completamente il Regio Esercito e spedire i suoi soldati in campi di internamento, al fine di evitare che costituiscano una forza di resistenza nella successiva occupazione dell’Italia.

La tragedia per la divisione Acqui inizia l’otto settembre, quando gli ufficiali e i soldati apprendono dalla radio la notizia dell’armistizio firmato dal governo di Roma. Nel giro di poche ore arrivano due ordini contrastanti che gettano la divisione nel caos. Da un lato quello di Badoglio, che dice: “Ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze armate italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza“. Come si vede, non viene fatto esplicitamente il nome della Germania. Dall’altro lato un ordine dal comando di Atene del generale Vecchiarelli esorta a consegnare le armi ai tedeschi esattamente come previsto dal piano Achse : “Siano lasciati ai reparti tedeschi subentranti armi collettive e tutte artiglierie con relativo munizionamento”.

La maggioranza della divisione non vuole però saperne di farsi disarmare: si tratta infatti di un atto disonorevole per un soldato. Molti lo considerano contrario al giuramento di fedeltà prestato al Re e alla Patria. A Cefalonia poi i tedeschi sono solo duemila: le forze italiane sono sei volte tanto. Comincia dunque a farsi strada la volontà di fronteggiare le poche truppe della Wermacht presenti nell’isola, se esse non permetteranno alla divisione il ritorno in Italia con le proprie armi. I sostenitori più accesi di questa posizione sono gli ufficiali Pampaloni e Apollonio, che esercitano una forte pressione sul generale Gandin perché interrompa ogni trattativa coi tedeschi sulla cessione delle armi. Gandin vive una lacerante lotta interiore: fosse per lui probabilmente accoglierebbe le richieste della Germania, consapevole del fatto che un’eventuale resistenza avrebbe ben poche possibilità di riuscita. Se infatti i tedeschi a Cefalonia sono solo duemila, quelli in continente sono molti di più e soprattutto dispongono di una forza aerea che le truppe italiane non sarebbero assolutamente in grado di contrastare. Il generale gode fra l’altro di ottimi rapporti col Terzo Reich, quindi è sicuramente predisposto a concludere un accordo che eviti lo scontro. D’altra parte, decretando il disarmo della propria divisione, Gandin ne perderebbe completamente il controllo, perché la volontà delle truppe è palesemente contraria a una simile soluzione. La falsa promessa tedesca di un pronto ritorno in Italia dei soldati non ottiene credito nella divisione, convinta (a ragione) che vi si celi un inganno.

Gandin intavola lunghe ed estenuanti trattative col tenente-colonnello Barge, al fine di raggiungere una soluzione onorevole e soddisfacente per la Acqui. Le alternative proposte dai tedeschi sono tre: continuare la guerra con loro, contro di loro o farsi disarmare e tornare in Italia. Gandin guadagna tempo, forse sperando in un intervento da Roma. Ma in patria regna il caos e nessuno per lunghi giorni dà una solo indicazione al generale, il quale ignora che le forze armate distribuite sul suolo nazionale sono ormai allo sbaraglio. Nel frattempo la Acqui freme: l’impressione è che non obbedirebbe mai a un eventuale ordine di cessione della armi e che sarebbe anzi disposta in caso a ribellarsi contro il proprio generale, considerato ormai da molti un traditore.
Il giorno della svolta è il 13 settembre: arrivano quasi nelle stesse ore l’ultimatum tedesco del generale Lanz e un chiaro ordine del governo italiano, a firma del generale Rossi: “Considerate le truppe tedesche come nemiche”. Il generale Gandin dunque – forte anche di una consultazione da lui stesso voluta tra i membri della divisione e convinto verosimilmente che al messaggio di Rossi seguiranno degli aiuti militari, supera gli indugi e rifiuta la proposta tedesca di disarmo. La divisione si prepara dunque a combattere. Lo scontro inizia il 15 settembre e dura più di una settimana, fino al 22.

Gli italiani hanno dalla loro una presenza più capillare sul territorio, oltreché una nettissima maggioranza numerica. I partigiani greci dell’ELAS (organizzazione di matrice comunista) assicurano la propria collaborazione, previo rifornimento di armi, munizioni e viveri. Purtroppo per la Acqui non si faranno mai più rivedere. Inizialmente i tedeschi – anche se meglio armati – soffrono l’azione italiana ma con l’arrivo di nuovi battaglioni sull’isola e soprattutto grazie all’intervento dei temutissimi aerei Ju-77, più noti come Stukas, guadagnano posizioni e giorno dopo giorno fiaccano sempre di più la resistenza italiana guidata da Gandin. Il generale non si dà pace: come è possibile che dall’Italia non arrivi nessun aiuto alla Acqui? Eppure l’isola di Cefalonia non è un presidio qualsiasi, ma un punto centrale per gli equilibri nel Mediterraneo, trattandosi della porta d’accesso al Mar Egeo. Anche ammesso che il governo italiano non sia nelle condizioni di inviare rinforzi, è davvero possibile che gli anglo-americani siano così disinteressati alla sua sorte? Gandin continua a inviare richieste d’aiuto al governo di Brindisi ma ignora suo malgrado l’amara realtà: i termini dell’armistizio non permettono all’Italia di intraprendere iniziative militari senza il previo consenso degli Alleati, i quali avrebbero senz’altro interesse a conquistare Cefalonia, ma ne sono impossibilitati da logiche geopolitiche secondo le quali i Balcani sono pertinenza di Stalin. Giungere in armi in quelle terre significherebbe dunque provocare l’ira dell’Unione Sovietica. La divisione Acqui è abbandonata a se stessa.

Gli scontri con la Wermacht sono sempre più disperati. In pochi giorni sono sbarcate sull’isola forze tedesche numericamente pari a quelle italiane, meglio armate e forti della copertura degli Stukas. Il fatto più tragico però è il trattamento riservato dai tedeschi ai prigionieri della Acqui: vengono uccisi a mitragliate a seguito della cattura, contro ogni consuetudine e convenzione internazionale sul trattamento dal riservare ai prigionieri. Ma per i tedeschi gli italiani sono traditori e non meritano di essere trattati secondo gli usi e le regole della guerra.

Dopo la resa del 22 settembre la vendetta tedesca, ben lontana dal placarsi, arriva al suo apice. Al massacro di migliaia di soldati che avevano ormai alzato bandiera bianca, si aggiunge l’ordine di Hitler dalla Germania di giustiziare tutti gli ufficiali, compreso i comandi  e dunque il generale Gandin. Il 24 settembre essi vengono prima radunati presso la tristemente nota “casetta rossa” e poi fucilati a piccoli gruppi lì nelle vicinanze: muoiono così circa in 400.

I segni della strage vengono occultati con roghi e affondamento dei cadaveri in mare. Diciassette marinai italiani sono prima costretti a gettare i corpi al largo e poi uccisi.
La tragedia non si ferma qui, perché gran parte dei superstiti viene imbarcata verso il continente per essere trasferita successivamente  nei campi di concentramento in Germania, ma le navi naufragano a breve distanza dalle coste dell’isola per cause che rimangono ancora oggi incerte (si è parlato di mine poste dagli stessi italiani prima del ’43 al largo dell’isola o di bombardamenti alleati).

E’ difficile purtroppo arrivare a una stima esatta di quanti italiani siano morti in quei giorni a Cefalonia. E’ certo che a perire in combattimento furono circa 1.300 ma la maggior parte delle vittime si deve alle esecuzioni sommarie successive alla resa, tra le 4.000 e le 5.000. Più incerto invece è il computo dei morti durante il trasporto in nave. Alfio Caruso parla di 3.000 caduti, altre fonti ne riportano la metà.

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“Una nazione allo sbando”, Elena Aga Rossi

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L’otto settembre del ’43 è una data spartiacque nella storia del nostro Paese: l’armistizio con gli anglo-americani segna infatti in modo indelebile non solo il corso della guerra ma anche gli anni immediatamente a seguire, aprendo la strada al nuovo ordine politico che si sarebbe poi instaurato in Italia a conflitto concluso e che conosciamo ancora oggi. Eppure, molti testi di storia dedicano soltanto poche righe a questo evento epocale, come se non avesse alcuna importanza indagare l’intreccio di situazioni che portò alla scelta di uscire dalla guerra condotta fino a quel momento assieme alla Germania. Le modalità della resa italiana e in particolare il pessimo comportamento della dirigenza politica e militare di allora sembrano aver interessato poco i nostri storici, nonostante abbiano avuto un impatto devastante sulla società italiana del tempo.

Non si può dimenticare infatti che gli italiani nel settembre del ’43 assistettero impotenti alla dissoluzione del proprio Stato, delle sue istituzioni e del suo esercito: l’Italia cessava di essere un Paese indipendente e sovrano, poiché i suoi destini erano ormai esclusivamente nelle mani di eserciti stranieri (quello tedesco e quelli alleati) che da Nord a Sud ne occupavano il territorio. I nostri soldati venivano lasciati senza ordini precisi, finendo così alla mercé dei tedeschi, desiderosi di vendicare il “tradimento” italiano. L’ignobile fuga da Roma del re, istituzione simbolo dell’unità nazionale fin dai tempi del Risorgimento, aggravò un quadro di per sé già drammatico per una popolazione ormai priva di punti di riferimento. Come ne uscì il nostro sentimento patriottico da una simile tragedia? Benedetto Croce nel suo diario scrisse: “Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente“.

Il libro di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando – 8 settembre 1943” (edito da Il Mulino) descrive gli eventi e i personaggi che portarono all’armistizio con gli Alleati. La principale fonte dell’opera è costituita da documenti d’archivio inglesi, americani e italiani. Il periodo analizzato dalla scrittrice è quello dei famosi “quarantacinque giorni” che passarono dalla deposizione di Mussolini all’otto settembre, nei quali la classe politica e militare italiana cercò infruttuosamente un accordo per uscire dalla guerra con gli Alleati, inflessibili nell’applicazione del principio della resa incondizionata (‘se volete arrendervi, dovete farlo alle nostre condizioni’). Il terrore che i tedeschi potessero venire a sapere di queste trattative e il desiderio di conservare comunque l’onore nei loro confronti segnarono le mosse dei vertici italiani, i quali, nonostante stessero per firmare un armistizio con gli angloamericani, non predisposero  alcuna misura per proteggere il Paese da una prevedibilissima invasione nazista.
Emerge dunque un quadro caratterizzato dall’incapacità decisionale e dalla debolezza della nostra classe dirigente, in particolare del capo del governo Pietro Badoglio, di cui l’autrice scrive:

“Taylor pretese di parlare con Badoglio e si fece portare a casa del maresciallo, che stava tranquillamente dormendo. Apparso in pigiama davanti ai suoi ospiti, Badoglio si limitò a confermare le affermazioni di Carboni. Per due volte, nei due momenti più tragici della nostra storia recente, la notte di Caporetto e la notte tra il 7 e l’8 settembre del 1943, le sorti del nostro Paese sono state affidate a Badoglio e in entrambi i casi Badoglio andò a dormire

Dopo l’annuncio dell’armistizio, la nazione fu abbandonata a se stessa: il re, il governo e molti generali preferirono salvare la propria pelle piuttosto che difendere il loro Paese dall’inevitabile reazione degli ormai ex-alleati. Ai primi momenti di felicità e commozione per l’uscita dell’Italia dalla guerra seguì quasi immediatamente la tragedia dell’invasione tedesca, a cui i militari non erano stati minimamente preparati. La maggior parte si fece disarmare senza opporre resistenza nella speranza di tornare subito a casa (cosa che non accadde: furono spediti nei campi di internamento in Germania), altri invece – spinti da un sentimento di onore militare – si rifiutarono di lasciare le armi e diedero vita ad accese lotte contro i soldati della Wermacht: la più celebre di tutte è sicuramente quella che si svolse in Grecia, a Cefalonia, e che vide come protagonista la divisione Acqui del generale Gandin. Infine, una parte decise di continuare la guerra al fianco della Germania, aderendo così alla Repubblica Sociale di Mussolini.

Seguirono due anni di lotta cruenta, che lasciarono segni incancellabili nella nostra storia nazionale. Il modo in cui quella drammatica situazione fu gestita dalla nostra classe dirigente mise l’Italia in pessima luce agli occhi di tutto il mondo. Da una parte gli Alleati si aspettavano un Paese maggiormente capace di fornire un contributo nella lotta ai tedeschi. Lo sfacelo delle istituzioni e dell’esercito italiano non esisteva neppure nelle loro peggiori previsioni. D’altra parte le forze dell’Asse (la Germania in particolare) ci consideravano ormai dei “traditori” che avevano lasciato vilmente il campo proprio nel momento della difficoltà.

Le domande principali che ci si può porre riguardo all’otto settembre sono le seguenti: l’armistizio con gli angloamericani era davvero inevitabile? I nostri vertici politici e militari potevano agire in modo diverso prima e dopo il suo annuncio? Perché mostrarono tanta incompetenza in un momento così grave della nostra storia? E ancora: quello dell’Italia fu un vero tradimento nei confronti della Germania o è possibile individuare delle scusanti? Era veramente praticabile da parte dell’Italia un capovolgimento di fronte contro i vecchi alleati?

Tutti quesiti a cui l’opera di Elena Aga Rossi cerca di dare una risposta, guardando la vicenda da diverse angolature, senza pregiudizi ideologici e con l’ausilio di una mole ragguardevole di documenti e fonti storiche.

“L’Italia e il confine orientale”, Marina Cattaruzza

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Da qualche anno ormai si parla sempre più spesso delle complesse vicende che hanno coinvolto il confine orientale italiano, in particolar modo la città di Trieste (ma non solo). La nostra attenzione è catturata soprattutto dai fatti della Seconda guerra mondiale e al loro immediato seguito: la repressione attuata prima dal fascismo e poi dal nazismo, la lotta partigiana nella Venezia Giulia, la Risiera di San Sabba, le foibe e infine l’esodo degli italiani dalle terre passate alla Jugoslavia col Trattato di pace (1947).

Come spesso accade quando gli avvenimenti storici sono così vicini all’occhio di chi li guarda, non si riesce purtroppo ad analizzarli con quella serenità d’animo e con quel distacco emotivo che sarebbero invece necessari per una loro corretta comprensione. Nessuno oggi naturalmente si scalderebbe nel discutere delle guerre puniche o dello scontro tra guelfi e ghibellini nell’Italia medievale: si tratta evidentemente di vicende troppo distanti dal nostro attuale vissuto per accendere gli animi. Ma se si parla di guerre e stragi avvenute pochi decenni fa, con reduci e testimoni ancora in vita, ovviamente il discorso cambia e il confine tra attualità, politica e storia diviene terribilmente labile, anzi, in alcuni circostanze scompare del tutto. Questo è esattamente il caso delle tormentate e controverse vicende che si verificarono in Istria e nei ditorni di Trieste e Gorizia durante gli anni ’40: mi riferisco in particolare alle foibe e all’esodo, su cui attualmente il dibattito politico e storiografico è andato intensificandosi dopo quasi mezzo secolo di oblio.

Per quel che mi riguarda, ho avvicinato queste tematiche all’incirca due anni e mezzo fa, dopo aver letto per caso su internet una cronostoria dei principali avvenimenti che coinvolsero la città di Trieste dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino al 1954, anno del ritorno della città sotto la sovranità italiana. Mi accorsi subito di possedere scarse conoscenze su un argomento che però mi incuriosiva parecchio. Questo mi ha spronato a continuare la ricerca e a consultare diverse fonti, ed è così che recentemente mi sono imbattuto in quest’ottimo lavoro storiografico, L’Italia e il confine orientale della professoressa triestina Marina Cattaruzza, edito da Il Mulino nel 2007.

Il proposito dell’autrice è sicuramente ambizioso: raccontare gli ultimi centocinquant’anni di una storia controversa e non condivisa – quella della Venezia Giulia – partendo dal Risorgimento fino alla tanto discussa istituzione della Giornata del Ricordo in Italia nel 2004, passando per la due guerre mondiali, l’impresa di Fiume, il fascismo, la costituzione del TLT, etc…

Bisogna riconoscere l’assoluta difficoltà della redazione di un’opera che rendesse conto in modo esauriente ma allo stesso tempo sintetico di un periodo così lungo, travagliato, poco conosciuto e ricco di sfumature contrastanti. La professoressa Cattaruzza riesce brillantemente nel suo intento, dando senz’altro dimostrazione di equilibrio e d’imparzialità. I fatti storici sono via via esposti dall’autrice secondo il loro nudo svolgimento, senza retorica nè ideologia. Si legge tra le righe un’attenzione certosina nel rendere conto delle vicende giuliane con la maggiore moderazione possibile. Questo è indubbiamente il principale merito dell’opera, ma non l’unico. Ve ne sono almeno altri due ai miei occhi: il primo consiste nella scelta di analizzare la vicenda del confine orientale a partire dall’epoca risorgimentale. Generalmente infatti la storiografia sul tema tralascia del tutto questa fase storica, preferendo iniziare dall’immediato primo dopoguerra, vale a dire dall’annessione italiana della Venezia Giulia avvenuta nel 1920 col trattato di Rapallo. Il torto principale di queste ricostruzioni storiografiche sta essenzialmente nel sottovalutare sia il legame ideale e storico tra irredentismo italiano e Risorgimento (approfondito invece in modo davvero soddisfacente dalla Cattaruzza) sia lo scontro tra gli opposti nazionalismi, italiano e slavo, che affonda le proprie radici proprio nell’epoca tardo-risorgimentale (aspetto questo invece meno curato dall’autrice, ma comunque messo in luce).

L’altro merito che bisogna riconoscere alla professoressa Cattaruzza sta nella particolare attenzione per le trattative diplomatiche che riguardarono il confine orientale, dal Patto di Londra (1915) al più recente Trattato di Osimo (1975). I vari accordi internazionali che interessarono la Venezia Giulia nel secolo scorso sono in quest’opera quasi sviscerati, analizzati nel loro progressivo sviluppo, dando così al lettore piena contezza degli interessi (sia nazionali che di parte) di volta in volta in gioco.

Il lavoro della professoressa Cattaruzza manca forse nella trattazione dei due temi più scottanti della recente storia giuliana: le foibe e l’esodo degli italiani. Le due vicende sono analizzate per sommi capi, probabilmente per la preoccupazione dell’autrice di non esporsi eccessivamente e di tenersi il più possibile al di sopra delle parti. Va detto comunque che l’ampia trattazione della resistenza guidata dal maresciallo Tito ed in particolare delle motivazioni che la ispirarono (non solo antifasciste, ma anche annessionistiche e nazionaliste) offrono comunque al lettore un quadro esauriente per comprendere adeguatamente il contesto in cui i suddetti tragici eventi si verificarono. Molto interessante a tal proposito è senz’altro la ricostruzione della progressiva delegittimazione della resistenza italiana non comunista nella Venezia Giulia.

Spunti a mio parere illuminanti si rinvengono infine nella riflessione dell’autrice sul difficile rapporto tra la Giornata del Ricordo (10 febbraio) e il “mito” della Resistenza.

Chiunque voglia approcciare o anche solo approfondire la conoscenza di quella terra travagliata e contesa che fu la Venezia Giulia del secolo scorso troverà sicuramente in quest’opera un riferimento prezioso.

El Alamein

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Il 3 novembre del 1942 si concludeva l’ultima battaglia di El Alamein tra le forze dell’Asse (Germania e Italia) e le truppe inglesi guidate dal generale Montgomery. La battaglia vide la sconfitta degli italo-tedeschi e segnò un passaggio fondamentale nelle sorti dell’intero conflitto.

A mio parere i soldati italiani di El Alamein combattevano una guerra sbagliata dalla parte sbagliata, ma non per questo va dimenticato il coraggio con cui molti di loro si batterono nonostante la tragica inferiorità di mezzi. Quello stesso coraggio fu riconosciuto anche dai nemici di allora, gli inglesi, che dei soldati italiani dissero:

“Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore”
(Winston Churchill)

“Nessun soldato al mondo è riuscito, né riuscirà mai a fare quello che oggi gli italiani hanno fatto davanti a noi “
(Theodor Moller, giornalista inglese)

“I resti della divisione Folgore hanno resistito oltre ogni limite delle possibilità umane”
(Radio Londra 11 novembre 1942)

“Gli ultimi superstiti della Folgore sono stati raccolti esanimi nel deserto. La Folgore è caduta con le armi in pugno. Nessuno si è arreso. Nessuno si è fatto disarmare”        
(BBC, 3 dicembre 1942)

“La resistenza opposta dai mezzi della divisione Folgore è stata invero ammirevole”
(Reuter, Londra, 11 Novembre 1942 )

“Gli italiani si sono battuti molto bene. La divisione paracadutisti Folgore ha resistito al di là di ogni possibile speranza” (Radio Cairo, 8 Novembre 1942 )

Seconda guerra mondiale: scenari alternativi per l’Italia

L’Italia, come tutti sanno, ha perduto la seconda guerra mondiale. In questo articolo però ho voluto immaginare quali avrebbero potuto essere le modificazioni territoriali in caso di esiti differenti. Gli scenari che ho preso in considerazione sono tre: la vittoria della guerra da parte del nazifascismo nel ’41; la vittoria della Germania dopo l’armistizio italiano; la vittoria degli Alleati senza l’armistizio italiano.

Se l’Italia avesse vinto la guerra probabilmente avrebbe ottenuto la Corsica e il Nizzardo dalla Francia, Malta dall’Inghilterra, la Dalmazia e Lubjana dalla Jugoslavia e Corfù dalla Grecia. Questi del resto erano i piani di Mussolini, che con l’entrata in guerra sperava di costruire la cosiddetta ‘Grande Italia’, ampliando ulteriormente anche i possedimenti coloniali in Africa a scapito dei francesi (Tunisia) e degli Inglesi (Egitto). Credo si possa escludere invece la possibilità che l’Italia annettesse al proprio territorio anche l’Albania (già controllata dal ’39) e la Grecia o parte consistente di essa: si tratta di regioni che gli irredentisti non hanno mai considerato italiane, e che dunque tutt’al più sarebbe entrate sotto il controllo italiano, conservando una loro (parvente) autonomia.

Questo era forse lo scenario meno probabile. L’Italia nel settembre del ’43 firma l’armistizio con gli Alleati: qui ipotizziamo una vittoria tedesca della guerra. Cosa ne sarebbe stato del nostro Paese? Sicuramente sarebbe rimasto fascista e avrebbe cambiato forma di governo, da monarchia a repubblica. Ma soprattutto sarebbe diventato uno Stato satellite del Terzo Reich, e a causa della sua resa incondizionata al nemico nel ’43 avrebbe subito forti menomazioni territoriali a vantaggio della Germania. In questa ricostruzione i tedeschi annettono al Reich il Sud-Tirolo, Trento, Belluno, il Friuli e l’intera Venezia Giulia. Si tratta di territori che la Germania aveva effettivamente annesso dopo l’occupazione dell’Italia, e che dunque, in caso di sconfitta degli Alleati, sarebbero sicuramente rimasti sotto la sua sovranità.

E’ presumibile che se l’Italia non avesse chiesto l’armistizio nel ’43 (preferendo terminare la guerra al fianco dei tedeschi) avrebbe subito un trattamento più severo a conflitto concluso. Si può ipotizzare una soluzione identica a quella adottata con la Germania, e cioè: perdita di territori a favore degli Alleati e divisione in due del Paese. In questa ricostruzione, l’Italia cede alla Francia la Valle d’Aosta, Briga e Tenda e alla Jugoslavia tutta la Venezia Giulia (Gorizia e Trieste comprese). Al Nord viene costituita la Repubblica Democratica Italiana, uno Stato socialista sotto il controllo sovietico (a causa della maggiore vicinanza geografica al blocco orientale.) Al Sud invece rimane il Regno d’Italia, sotto il controllo statunitense; lo Stato non cambia forma di governo e resta una monarchia dato l’appoggio della maggior parte dei cittadini meridionali al Re, come dimostrato dal referendum del ’46.

Discorso di Giacomo Matteotti

Il 30 Maggio del 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti, prendendo la parola alla Camera dei Deputati, denunciò i brogli e le violenze messe in atto dal Partito Fascista durante le elezioni del 6 Aprile e chiese l’annullamento di quest’ultime. Scomparso il 10 giugno dello stesso anno, il suo corpo venne ritrovato due mesi dopo in un bosco a pochi chilometri da Roma.

Qui desidero riportare integralmente l’ultimo discorso di Matteotti, quello che gli costò la vita, e dal quale sono passati con oggi esattamente 84 anni.

Presidente “Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha facoltà”. Matteotti “Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa (Vive interruzioni alla destra e al centro)”. Lupi “È passato il tempo in cui si parlava per le tribune!”. Matteotti “Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. Interruzioni alla destra e al centro) Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza.

Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti… (Interruzioni)”. Voci al centro “Ed anche più!”. Matteotti “… cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente sieno di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti – Proteste – Interruzioni alla destra e al centro)”.

Maraviglia “In contestazione non c’è nessuno, diversamente si asterrebbe!”. Matteotti “Noi contestiamo…”. Maraviglia “Allora contestate voi!”. Matteotti “Certo sarebbe maraviglia se contestasse lei! L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso – come ha dichiarato replicatamente – avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se… (Vivaci interruzioni a destra e al centro Movimenti dell’onorevole presidente del Consiglio)”. Voci a destra “Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra! (Applausi alla destra e al centro)”. Matteotti “Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza dei mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… (Rumori, proteste e interruzioni a destra) Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito…”. Maraviglia “Hanno votato otto milioni di italiani!”. Matteotti “… se cioè egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra)”. Una voce a destra “E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?”. Farinacci “Potevate fare la rivoluzione!”. Maraviglia “Sarebbero stati due milioni di eroi!”. Matteotti “A rinforzare tale proposito dei Governo, esiste una milizia armata… (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di “Viva la milizia”)”. Voci a destra “Vi scotta la milizia!”. Matteotti “… esiste. una milizia armata… (Interruzioni a destra, rumori prolungati)”. Voci “Basta! Basta!”. Presidente “Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento”.

Matteotti “Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra)”. Voci a destra “E le guardie rosse?”. Matteotti “Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. (Commenti) In aggiunta e in particolare… (Interruzioni), mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero… (Interruzioni, rumori)”. Farinacci “Erano i balilla!”. Matteotti “È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro)”. Voce al centro “Hanno votato i disertori per voi!”. Gonzales “Spirito denaturato e rettificato!”. Matteotti “Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal presidente del Consiglio che affidava al militi fascisti la custodia delle cabine (Rumori).

A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso. e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti)”. Voci a destra “Perché avete paura! Perché scappate!”. Matteotti “Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle (Vivi rumori. Interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra). E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati) I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede… (Interruzioni, rumori)”. Greco “È ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!”. Matteotti “E allora sciogliete il Parlamento”. Greco “Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati”.

Matteotti “Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati… (Vivi rumori)”. Maraviglia “Ma parli sulla proposta dell’onorevole Presutti”. Matteotti “Richiami dunque lei all’ordine il Presidente! La presentazione delle liste – dicevo – deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei. circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate “provocazioni”, sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)”. Bastianini “Questo lo dice lei!”. Voci dalla destra “Non è vero, non è vero”. Matteotti “Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata… (Rumori)”. Maraviglia “Non è vero. Lo inventa lei in questo momento”. Farinacci “Va a finire che faremo sul serio quello .che non abbiamo fatto!”. Matteotti “Fareste il vostro mestiere!”. Lussu “È la verità, è la verità!…”. Matteotti “A Melfi… (Rumori vivissimi – Interruzioni) a Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia fu bastonato perfino un notaio (Rumori vivissimi)”. Aldi-Mai “Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e in nessun ricorso è accennato il fatto di cui parla l’on. Matteotti”. Farinacci “Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione!”. Matteotti “A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati”. Voci “Perché erano falsi”. Matteotti “Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!”.

Farinacci “Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?”. Matteotti “Ci sono”. Una voce dal banco delle commissioni “No, non ci sono, li inventa lei”. Presidente “La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui”. Matteotti “Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti”. Teruzzi “Che non esistono!”. Matteotti “Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi (Rumori, interruzioni)”. Voci a destra “Lo provi”. Matteotti “La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto.

Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite”. Una voce dal banco della giunta “Dove furono impedite?”. Matteotti “A Melfi, a Iglesias, in Puglia… devo ripetere? (Interruzioni, rumori) Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile”. Una voce “Non è vero! Parli l’onorevole Mazzoni! (Rumori)”.

Matteotti “Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori). Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales”. Teruzzi “Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. lo, per un anno, sono andato a casa con la pena di morte sulla testa!”. Matteotti “Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919”. Voci “Non è vero! non è vero!”. Finzi, sottosegretario di Stato per l’interno “Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!”. Matteotti “Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero. sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio.

Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni)”. Finzi “Non è così!”. Matteotti “Porterò i giornali vostri che lo attestano”. Finzi “Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà”. Matteotti “L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) e, signori che mi interrompete, anche qui nell’assemblea? (Rumori a destra)”. Teruzzi “È ora di finirla con queste falsità”. Matteotti “L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)”. Una voce “Non è vero, non fu impedito niente (Rumori)”. Matteotti “Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli doveva parlare… (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all’estrema sinistra)”. Presidente “Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda”. Matteotti “L’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito…”. Voci “Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!”. Gonzales “I fatti non sono improvvisati! (Rumori)”.

Matteotti “Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea… (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola, e che fu impedita… (Oh, oh! – Rumori)”. Voci da destra “Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!”. Matteotti “Vuol dire dunque che il termine “sovversivo” ha molta elasticità!”. Greco “Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti”. Matteotti “L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città …”. Presutti “Dica bande armate, non corpi armati!”. Matteotti “Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!”. Voci di destra “Per paura! Per paura! (Rumori – Commenti)”.

Farinacci “Vi abbiamo invitati telegraficamente!”. Matteotti “Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che “qualcuno di noi ha provocato” e come “in seguito a provocazioni” i fascisti “dovettero” legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)”. Voci da destra “L’avete studiato bene!”. Pedrazzi “Come siete pratici di queste cose, voi!”. Presidente “Onorevole Pedrazzi!”. Matteotti “Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!”. Voci a destra “Avevano paura!”. Turati Filippo “Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i briganti, avevano paura (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra)”. Una voce “Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato”. Turati Filippo “Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra)”. Presidente “Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti!”.

Matteotti “Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra – Rumori prolungati)”. Presidente “Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi…”. Matteotti “Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)”. Casertano presidente della Giunta delle elezioni “Chiedo di parlare”. Presidente “Ha facoltà di parlare l’onorevole presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta”. Matteotti “Onorevole Presidente!…”. Presidente “Onorevole Matteotti, se ella vuoi parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente”. Matteotti “Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!”. Presidente “Parli, parli”. Matteotti “I candidati non avevano libera circolazione… (Rumori. Interruzioni)”. Presidente “Facciano silenzio! Lascino parlare!”. Matteotti “Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero (Commenti)”. Una voce “Erano disoccupati!”. Matteotti “No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate”. Voci da destra “E quando li boicottate voi?”. Farinacci “Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!”. Matteotti “Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto… (Rumori)”. Voci “E Berta? Berta!”. Matteotti “… conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe – stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori) Ma i candidati – voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi – i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra) Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi – anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante – risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo – e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere – fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza – con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni… (Vivissimi rumori al centro e a destra)”. Una voce a destra “Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!”. Matteotti “Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la “regola del tre”. Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente”. Finzi “Evidentemente lei non c’era! Questo metodo non fu usato!”. Matteotti “Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato”. Finzi “Lo provi”. Matteotti “In queste regioni tutti gli elettori…”. Ciarlantini “Lei ha un trattato, perché non lo pubblica?”. Matteotti “Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori)”. Voci “No! No!”. Matteotti “Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio (Vivi rumori interruzioni)”. Suardo “L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall’Aula. (Rumori – Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l’onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest’Aula. (Applausi, commenti)”. Teruzzi “L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni, on. Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra)”. Presidente “Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!”. Matteotti “lo posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo”. Torre Edoardo “Basta, la finisca! (Rumori, commenti) . Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori – Alcuni deputati scendono nell’emiciclo). Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti – Rumori)”. Voci “Vada in Russia!”. Presidente “Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!”. Matteotti “Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera). Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno (Rumori) … per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza”. Voci alla destra “Accettiamo (Vivi applausi a destra e al centro)”. Matteotti “[…]

Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra – Vivi rumori)”.