“Prima comparsa di Fra Cappuccio”, Arnaldo Fusinato

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Illustrazione tratta dal giornale letterario triestino La Ciarla

Son Fra Cappuccio (al secolo Frontino)/Quondam buon uomo, ed ora cappuccino“. Si presenta così Arnaldo Fusinato in una poesia inviata nell’aprile 1859 al giornale la Ciarla, periodico letterario triestino diretto dallo scrittore italo-greco Demetrio Livaditi. Vestendo i panni immaginari di un frate (come aveva già fatto per il Pungolo sotto lo pseudonimo di “Fra Fusina”), il poeta veneto mette in versi con tono scherzoso il suo appello alla libertà di stampa, contro le limitazioni imposte dal regime austriaco dell’epoca.
Non mancano inoltre le allusioni di stampo patriottico. Siamo a pochi giorni dallo scoppio della Seconda guerra d’indipendenza, e Fusinato scrive: “…un cuore, come a voi, m’arde nel petto/che spera, come voi, ma spera e tace…”. Impossibile poi non notare il parallelo implicito tra la resurrezione di Cristo e il risorgimento dell’Italia contenuto nei seguenti versi: “E’ ver, son giorni di mestizia questi/Ma questi dì non dureranno eterni/Verrà la Pasqua a rallegrare i mesti/Chè Dio ne’ suoi voleri alti e supremi/Ha disposto che dopo la Passione/Venga la Pasqua di Resurrezione”.
A causa del suo pronunciato colore nazionale, pochi giorni dopo il giornale la Ciarla fu costretto a cessare le proprie pubblicazioni.

Scusate della Ciarla, o redattore,
Se un intruso fra i piedi vi si caccia;
Ho le mie carte in regola, o signore,
E per servirvi ho ancor buone le braccia;
Son Fra Cappuccio (al secolo Frontino)
Quondam buon uomo, ed ora cappuccino.

Per cui temere non dovete mai
Ch’io, rotto il santo fren che ci governa,
Vi tiri sovra l’animo de’ guai,
Con grave danno della vita eterna.
Il mio dir sarà sempre naturale,
Conforme alla prudenza e alla morale.

Aspra impresa al dì d’oggi è in un giornale
Scrivere, in cui l’ahi! Troppo spinto zelo
Ti osserva tutto a suon di cannocchiale,
E cerca di trovare nell’uovo il pelo;
Pure ogni detto, ogni fola, ogni ciancia
Cercherò di pesar nella bilancia.

E ve le spedirò le mie poesie
Dopochè le avrà ben purgate il vaglio;
Anzi se mai coteste fantasie
Paresser degne a voi d’un qualche taglio
V’infondo ampio poter, tagliate pure,
Che star bramo lontan dalle censure.

E d’ogni altro giornale a preferenza
Il vostro ho scelto, perché a mio giudizio,
Altri molti, sebbene in apparenza
Vi si mostrino scevri da ogni vizio
Pure, scusate il franco complimento
Fuori son belli, e han la magagna drento.

O troppo ciancia parlator molesto
O sputa a ogni quistion filosofemi;
Con lance iniqua, giudice son chiesto,
Pene e lodi dispensa e biasimi e premi;
Srive è ver, ma scrivendo o piange o scherza,
Coi lazzi punge, e bestemmiando sferza.

Il simpatico vostro che indossosi
Del galantuomo sempre la divisa
E al suo mandato ognor fedel serbossi,
Mi fece innamorar di lui per guisa
Che non posso capir più nella pelle
Se non gli mando anch’io di me novelle.

Dunque se non vi spiace, anch’io mi metto
Nelle man vostre e mi fo a voi seguace,
Chè un cuore, come a voi, m’arde nel petto,
Che spera, come voi, ma spera e tace…
Spera che grato siavi anche il mio braccio,
E mi stringiate del fraterno abbraccio.

Ma mi dirà taluno: Ora che tutto
E’ disposto a cilicio, a penitenza,
Come nasconder puoi l’interno lutto
E mostrarti brioso in apparenza;
E scriver versi di stile faceto
Col cor compunto e l’animo inquieto?

E’ ver, son giorni di mestizia questi,
Ma questi dì non dureranno eterni.
Verrà la Pasqua a rallegrare i mesti;
Chè Dio ne’ suoi voleri alti e supremi
Ha disposto che dopo la Passione
Venga la Pasqua di Resurrezione.

Verrà la Pasqua e allor vestita a festa
La Chiesa Santa si farà più bella;
Squillerà il bronzo a render manifesta
Della nuova mercè l’era novella;
E il sacro cereo ardente innalzerà
Di fede, di speranza e carità.

Rispettabile pubblico e cortese,
Egregia Redazione della Ciarla,
A voi confido a tutto rischio e spese
Questa poesia, che abbiate a giudicarla;
Ch’io intanto attenderò la decisione
Titubando in judici expectatione.

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“Ricordo di Marie A.”, Bertolt Brecht

Nuvola

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l’amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d’estate
c’era una nube ch’io mirai a lungo:
bianchissima nell’alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell’amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l’ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall’alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento
.

(traduzione di Roberto Fentonani)

Lo strano destino del leone alato

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Cento anni fa il leone di San Marco era probabilmente il simbolo più potente degli irredentisti, vale a dire di quelli che alla vigilia della Grande Guerra – non ritenendo ancora compiuto il processo di unificazione nazionale – aspiravano all’annessione italiana di nuovi territori: Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia. Il nord-est italiano e le terre della Dalmazia (appartenute per secoli a Venezia) si ritenevano ben rappresentate da quel simbolo carico di storia.

Gabriele D’Annunzio nell’agosto del ’18 (a guerra non ancora conclusa) volava sui cieli di Vienna con una squadriglia detta “La Serenissima”, proprio come l’antica repubblica veneziana. Sul proprio aeroplano il poeta aveva fatto raffigurare un leone di Venezia con la scritta “Iterum rudit leo”, cioè “Il leone ruggisce ancora”.

E’ curioso notare come in meno di cento anni il famoso leone alato si sia trasformato da simbolo di chi voleva fare l’Italia più grande a simbolo di chi la vuole dividere. La Liga Veneta prima, la Lega Nord poi e ora i vari movimenti secessionisti del Veneto ne hanno fatto il proprio emblema in opposizione al tricolore italiano.

Una cosa è certa: il leone marciano è un simbolo fortemente evocativo, anche per la sua natura sacrale (nasce pur sempre come l’effige di un apostolo). Se la politica del secolo scorso e quella di oggi hanno continuato e continuano a farne uso, significa che è ben lontano dall’essere consegnato alla storia.

Jaufré Rudel e l’amor de lonh

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Contessa, che è mai la vita?
È l’ombra di un sogno fuggente.
La favola breve è finita,
Il vero immortale è l’amor

Nella Francia meridionale del XII secolo nacque un genere poetico destinato a lasciare il segno nella storia della letteratura occidentale: la poesia dei trovatori. I trovatori proposero coi loro versi una concezione dell’amore tutta nuova, sia rispetto alla tradizione classica – dove l’amore era concepito quasi esclusivamente nella sua accezione erotica e sensuale – sia rispetto a quella cristiano-medioevale – dove l’amore assumeva tinte quasi peccaminose ed era in ogni caso confinato al solo ambito del matrimonio.

Questo ‘nuovo’ amore dei trovatori francesi era anzitutto impossibile, irraggiungibile e non corrisposto. I trovatori cantavano i loro sentimenti per donne (di rango nobile) che non gli appartenevano e che mai sarebbero potute appartenergli, perché sposate, promesse ad altri uomini o lontane. L’amore di questi poeti dunque non coincideva col possesso, ma col desiderio. Trattandosi di un amore impossibile, la sua dimensione non era e non poteva essere quella del matrimonio. Ma agli occhi dei trovatori questo amore era più puro ed intenso di ogni altro: non si nutriva di piacere corporeo, ma di solo sentimento, un sentimento così forte e profondo da assumere quasi i contorni della fede. La donna cantata in queste poesie è così idealizzata da non sembrare nemmeno umana, ma piuttosto angelica: giovane, bella, dal cuore gentile.

Giaufré Rudel ch’usò la vela e ‘l remo
A cercar la sua morte

E’ con questi versi che Francesco Pretarca ricorda uno dei principali rappresentanti di quel genere letterario, Jaufré Rudel, principe di Blaia (Francia). La sua poetica passò alla storia come ‘amor de lonh’, che letteralmente significa ‘amore di lontano’: Rudel infatti cantava il proprio amore -non corrisposto- per una donna lontana, la contessa di Tripoli (Siria). La figura di questo poeta affascinò moltissimi letterati anche nei secoli successivi. Quello che forse più di ogni altra cosa lasciò meravigliati fu la coincidenza tra le sue rime e la sua vita, per come ci è stata tramandata dalla leggenda. Si narra infatti che Jaufrè Rudel, principe di Blaia,  si innamorò della Contessa di Tripoli senza averla mai incontrata, solo per averne sentito parlare dai pellegrini che venivano dalla Siria. Compose diverse poesie per lei, tanto da diventare celebre per questa sua attività letteraria. Per vedere la Contessa si fece crociato e partì per l’Oriente, ma durante il viaggio in mare si ammalò e, una volta giunto in Siria, venne portato morente in un albergo. La Contessa fu informata dell’arrivo del famoso poeta e si recò presso l’albergo, dove Rudel potè finalmente vederla ed abbracciarla, prima di esalare l’ultimo respiro. La  leggenda dice infine che la Contessa sarebbe rimasta tanto toccata da un sentimento così profondo e sincero al punto da abbandonare gli onori della nobiltà e farsi monaca.

La più celebre poesia di Rudel (morto giovane, a soli 23 anni) è ‘Lanqan li jorn son long en mai’, che riporto di seguito nella sua versione originale e nella traduzione in italiano di Roberto Gagliardi.

Lanquan li jorn son lonc en mai
m’es belhs dous chans d’auzelhs de lonh,
e quan me sui partitz de lai
remembra·m d’un’amor de lonh:
vau de talan embroncx e clis,
si que chans ni flors d’albespis
no·m platz plus que l’iverns gelatz.
Allor che i giorni sono lunghi a maggio,
mi piace il dolce canto degli uccelli di lontano,
e quando mi sono partito di là
mi ricordo di un amor lontano.
Vado per il desiderio imbronciato e a capo chino,
così che né canto né fior di biancospino
mi giovano più dell’inverno gelato.
Ja mais d’amor no·m jauzirai
si no·m jau d’est’amor de lonh:
que gensor ni melhor non sai
ves nulha part, ni pres ni lonh.
Tant es sos pretz verais e fis
que lai el reng dels sarrazis
fos ieu per lieis chaitius clamatz!
Mai d’amore io godrò
se non godo di questo amor lontano,
perché non conosco (donna) più nobile e buona
in nessun luogo, vicino o lontano;
tanto è il suo pregio verace e fino
che là, nel regno dei Saraceni,
fossi io per lei tenuto prigioniero!
Iratz e jauzens m’en partrai,
s’ieu ja la vei l’amor de lonh;
mas no sai quoras la veirai,
car trop son nostras terras lonh:
assatz i a pas e camis,
e per aisso no·n sui devis…
Mas tot sia cum a Dieu platz!
Triste e gioioso me ne partirò,
dopo averlo visto, l’amore lontano:
ma non so quando la vedrò,
perché le nostre terre sono troppo lontane:
vi sono molti valichi e strade, e perciò
non posso indovinare (quando la vedrò):
ma sia tutto secondo la volontà di Dio!
Be·m parra jois quan li querrai,
per amor Dieu, l’alberc de lonh:
e, s’a lieis platz, alberguarai
pres de lieis, si be·m sui de lonh.
Adoncs parra·l parlamens fis
quan drutz lonhdas er tan vezis
qu’ab cortes ginh jauzis solatz.
Mi sembrerà certo gioia quando io le chiederò,
per amore di Dio, l’albergo lontano,
e, se a lei piaccia, abiterò presso di lei,
anche se di lontano:
dunque sarà fino il parlare,
quando l’amante lontano sarà tanto vicino,
che sarà consolato dalle belle parole.
Ben tenc lo Senhor per verai
per qu’ieu veirai l’amor de lonh;
mas per un ben que m’en eschai
n’ai dos mals, quar tan m’es de lonh.
Ai! car me fos lai pelegris,
si que mos fustz e mos tapis
fos pels sieus belhs huelhs remiratz!
So bene che il Signore è veritiero,
per questo io vedrò l’amor lontano;
ma per un bene che ne traggo
ne ho due mali, tanto sono lontano.
Ahi! perché non sono andato laggiù da pellegrino,
così che il mio bordone e la mia schiavina
fossero visti dai suoi begli occhi!
Dieus, que fetz tot quant ve ni vai
e formet sest’amor de lonh,
mi don poder, que cor ieu n’ai,
qu’ieu veia sest’amor de lonh,
veraiamen, en tals aizis,
si que la cambra e·l jardis
mi resembles totz temps palatz!
Dio che fece tutto ciò che viene e va
e creò questo amor lontano
mi dia la possibilità, che io certo lo voglio,
di vedere questo amor lontano;
veramente, con tale agio
che la camera e il giardino
mi ricordino sempre dei palazzi!
Ver ditz qui m’apella lechai
ni deziron d’amor de lonh,
car nulhs autres jois tan no·m plai
cum jauzimens d’amor de lonh.
Mas so qu’ieu vuelh m’es atahis,
qu’enaissi·m fadet mos pairis
qu’ieu ames e non fos amatz.
Dice il vero chi mi chiama ghiotto
e desideroso dell’amor lontano,
che null’altra gioia tanto mi piace
come il godere dell’amor lontano.
Ma ciò che voglio mi è negato,
che così mi dette in sorte il mio padrino,
che io amassi e non fossi amato.
Mas so qu’ieu vuelh m’es atahis.
Totz sia mauditz lo pairis
que·m fadet qu’ieu non fos amatz!
Ma ciò che voglio mi è negato,
che così mi dette in sorte il mio padrino,
che io amassi e non fossi amato!

“George Gray”, Edgar Lee Masters

Non sempre siamo capaci di vivere la nostra vita con entusiasmo, così come non sempre siamo disposti a rischiare, a metterci in gioco e a provare strade nuove. Molto spesso infatti rimaniamo in disparte, ci defiliamo e anche quando ci si prospetta la possibilità di essere felici, ci tiriamo indietro intimoriti dai rischi. La paura di vivere è il filo conduttore della vita di molte persone. Questa poesia, per me splendida, è un monito a non concludere la propria esistenza col rimpianto di non aver vissuto.

Molte volte ho studiato

la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione,

ma la mia vita.

Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porte, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio –

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

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tratta dall’Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters

“Alla sera”, Ugo Foscolo

Alla sera venne pubblicata da Foscolo nei primi mesi del 1803 ad apertura di una raccolta di undici sonetti, ed è certamente una delle più celebri composizioni di tutta la letteratura italiana ottocentesca.

La poesia esprime il sentimento di pace e di distacco dal presente che l’autore prova nel contemplare la sera, immagine della morte e del nulla. La morte in particolare (concepita in termini rigorosamente materialistici ed atei) porta Foscolo a riflettere circa la vanità e la relatività delle cose umane: il poeta vaga coi propri pensieri in una dimensione totalmente distaccata sia dal tempo storico, sia dalla propria esperienza personale, e di conseguenza tutto quanto gli sembra privo di una reale importanza. Questa cognizione delle cose porta la pace nel cuore del poeta, che lontano dalla preoccupazioni e dalle insoddisfazioni di tutti i giorni, può finalmente provare il piacere della spensieratezza. La pace della sera rendo muto qualsiasi rancore e qualsiasi infelicità che il poeta coltiva dentro di sé; paradossalmente il nulla, che è uno dei principali motivi di paura per l’Uomo, diventa sinonimo di quiete e tranquillità.

tramonto

Forse perché della fatal quïete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

“Autunno”, Vincenzo Cardarelli

Sono due giorni ormai che guardo il cielo e vedo solo nuvole e tanta pioggia, segno che ormai l’estate è conclusa. Proprio in queste ultime ore mi è tornata alla mente la poesia Autunno di Vincenzo Cardarelli…

Autunno. Già lo sentimmo venire

nel vento d’agosto,

nelle piogge di settembre

torrenziali e piangenti,

e un brivido percorse la terra

che ora, nuda e triste,

accoglie un sole smarrito.

Ora passa e declina,

in quest’autunno che incede

con lentezza indicibile,

il miglior tempo della nostra vita

e lungamente ci dice addio.

“Il passero solitario”, Giacomo Leopardi

Il passero solitario è una malinconica rievocazione dell’infelice gioventù di Leopardi. “Il tema della lirica vede un accostamento tra le abitudini del passero del titolo e il poeta stesso: il volatile trascorre isolato la primavera, così come il poeta vive in solitudine la giovinezza (che è la primavera della vita). Ma il futuro distinguerà i due destini: il passero invecchierà e morirà, infatti, senza rimpiangere le scelte compiute, le quali sono frutto dell’istinto e volute dalla natura; il poeta, al contrario, sarà certamente aggredito dal rimpianto” (Luperini).

D’in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finchè non more il giorno;

Ed erra l’armonia per questa valle.

Primavera dintorno

Brilla nell’aria, e per li campi esulta,

Sì ch’a mirarla intenerisce il core.

Odi greggi belar, muggire armenti;

Gli altri augelli contenti, a gara insieme

Per lo libero ciel fan mille giri,

Pur festeggiando il lor tempo migliore:

Tu pensoso in disparte il tutto miri;

Non compagni, non voli

Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;

Canti, e così trapassi

Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia

Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,

Della novella età dolce famiglia,

E te german di giovinezza, amore,

Sospiro acerbo de’ provetti giorni,

Non curo, io non so come; anzi da loro

Quasi fuggo lontano;

Quasi romito, e strano

Al mio loco natio,

Passo del viver mio la primavera.

Questo giorno ch’omai cede alla sera,

Festeggiar si costuma al nostro borgo.

Odi per lo sereno un suon di squilla,

Odi spesso un tonar di ferree canne,

Che rimbomba lontan di villa in villa.

Tutta vestita a festa

La gioventù del loco

Lascia le case, e per le vie si spande;

E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.

Io solitario in questa

Rimota parte alla campagna uscendo,

Ogni diletto e gioco

Indugio in altro tempo: e intanto il guardo

Steso nell’aria aprica

Mi fere il Sol che tra lontani monti,

Dopo il giorno sereno,

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera

Del viver che daranno a te le stelle,

Certo del tuo costume

Non ti dorrai; che di natura è frutto

Ogni vostra vaghezza.

A me, se di vecchiezza

La detestata soglia

Evitar non impetro,

Quando muti questi occhi all’altrui core,

E lor fia vóto il mondo, e il dì futuro

Del dì presente più noioso e tetro,

Che parrà di tal voglia?

Che di quest’anni miei? che di me stesso?

Ahi pentirommi, e spesso,

Ma sconsolato, volgerommi indietro.

“L’ultima ora di Venezia”, Arnaldo Fusinato

Una poesia composta dal veneto Arnaldo Fusinato, dedicata alla sua Venezia ridotta agli stenti dopo una lunga insurrezione contro l’Austria. La lirica venne composta nel 1849, ed è a mio avviso la più toccante poesia che sia stata scritta sulla famosa città veneta.

I fatti

Il 16 Marzo 1848 Venezia insorse contro l’Austria precedendo di due giorni le Cinque Giornate di Milano. Stremata dalla fame e dalle malattie la città veneta dovette chiedere la resa il 19 Agosto dell’anno successivo e il giorno 22 venne firmata la capitolazione, che riportava la gloriosa repubblica sotto la soggezione austriaca.

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È fosco l’aere,
il cielo è muto;
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia !

Fra i rotti nugoli
dell’occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l’aria bruna
l’ultimo gemito
della laguna.

Passa una gondola
della città:
– Ehi, della gondola,
qual novità ? –
– Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca ! –

No, no, non splendere
su tanti guai,
sole d’Italia,
non splender mai !
E su la veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna.

Venezia ! L’ultima
ora è venuta;
illustre martire,
tu sei perduta …
Il morbo infuria,
il pan ti manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca !

Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncâro ai liberi
tuoi dì lo stame …
Viva Venezia !
muore di fame !

Su le tue pagine
scolpisci, o storia,
l’altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
– Tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame ! –

Viva Venezia !
L’ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il pan ci manca …
sul ponte sventola
bandiera bianca !

 

 

 

Ed ora infrangasi
qui su la pietra,
finché è libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l’ultimo canto,
l’ultimo bacio,
l’ultimo pianto !

Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero;
vivrai nel tempio
qui del mio core
come l’immagine
del primo amore.

Ma il vento sibila
ma l’ombra è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca …
sul ponte sventola
bandiera bianca !