Repubblica o monarchia? Il voto nelle regioni

L’Italia che si presentò al voto nel giugno del 1946 per decidere tra monarchia e repubblica era un Paese diviso non solo dalle sue ultime vicissitudini belliche, ma anche da sensibilità politiche differenti che in parte possiamo riscontrare ancora oggi.

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Così la scelta tra monarchia e repubblica racconta prima di tutto un’Italia divisa tra Centro-Nord e Sud. I cittadini dell’Italia centro-settentrionale votarono in maggioranza per la repubblica (a Trento si registrò il dato più alto a livello nazionale: 85%). Quelli dell’Italia meridionale e insulare mostrarono invece un forte attaccamento alla corona sabauda, specialmente nella provincia di Napoli (dove la repubblica ottenne solo il 21,1% dei voti complessivi).

La differenza può essere spiegata prima di tutto con l’occhio rivolto ai fatti più vicini al voto: l’Italia centro-settentrionale aveva appena vissuto l’invasione tedesca e la guerra civile, e si era sentita abbandonata dal re, fuggito da Roma a Brindisi dopo l’armistizio del ’43; l’Italia meridionale dal canto suo non aveva subito le stesse lacerazioni di quella centro-settentrionale e quindi, pur nella miseria e distruzione della guerra, continuò a provare dedizione per la figura del sovrano, il quale si rifugiò proprio al Sud, mantenendo la propria carica grazie al riconoscimento degli Alleati, che nello sbandamento generale del Paese compresero la convenienza di non detronizzare Vittorio Emanuele III, rimasto ormai uno dei pochissimi punti di riferimento istituzionale (se non l’unico).

Con l’eccezione di Trento (che tramite il voto repubblicano esprimeva forti desideri di autonomia) le regioni più repubblicane d’Italia furono Toscana, Emilia, Marche, Umbria, non a caso le stesse che nei decenni successivi fornirono più voti ai partiti di sinistra. Le ideologie di ispirazione socialista, per evidenti ragioni, non si sposavano affatto con la tradizione e la simbologia monarchiche.
Ma i dati regionali raccontano anche altre realtà, che affondano le proprie radici in sensibilità politiche maturate nel corso dei secoli. Così il Piemonte fu la regione centro-settentrionale meno repubblicana, per via del suo storico legame con la casata dei Savoia. Venezia e Genova invece, che vissero per lunghi secoli l’esperienza repubblicana, mostrarono molte meno simpatie per la monarchia. Napoli e tutto il meridione non conobbero mai la repubblica nella propria storia, se non in brevissimi e transitori frangenti (come quello della Repubblica napoletana del 1799). La fedeltà ai Savoia dei meridionali si spiega dunque anche con una propensione storica alla forma monarchica, che da lunghissimi secoli, sotto dinastie e casati differenti, aveva sempre retto quelle terre.
L’Alto Adige e la Venezia Giulia (i cui destini nazionali non erano ancora stati decisi) non votarono.

I dati complessivi raccontano un Paese dove nonostante tutto la corona sabauda mantenne un forte riconoscimento a livello popolare. Lo scarto tra repubblica e monarchia non fu affatto netto, tanto che ancora oggi tiene banco la tesi dei brogli elettorali a favore della repubblica.
Sicuramente la forma repubblicana era più capace di interpretare il desiderio di rinnovamento nazionale e le nuove istanze democratiche. La monarchia infatti risultava compromessa dal suo rapporto col fascismo.
Molti italiani però vedevano nel re una figura super-partes, estranea alla politica e come tale più capace di incarnare l’unità del Paese rispetto ad un qualsiasi rappresentante scelto dai partiti con un mandato a termine. Una larga fetta della popolazione era poi affascinata dalla tradizione e dall’aspetto quasi religioso dell’istituto monarchico. Tantissimi inoltre non dimenticavano che erano stati i Savoia a unire l’Italia e vedevano dunque in essi il collegamento ideale con l’Italia risorgimentale e i suoi valori.
Non va dimenticato che Benito Mussolini si vide impossibilitato a disfarsi del re e della monarchia, il che a ben pensare è davvero una circostanza singolare in una dittatura, che di regola non conosce figure istituzionali più alte del dittatore. Quando Adolf Hitler visitò Roma nel 1938, riferendosi a Vittorio Emanuele III disse al duce queste parole: “Perché non te ne liberi?“. Il fascismo però  – a differenza di altre dittature – dovette fare i conti col larghissimo consenso popolare di cui godeva il re, e si vide costretto, per non inimicarsi l’opinione pubblica, a mantenerlo nella propria carica (ma quando ebbe l’opportunità di costituire un proprio Stato scelse con la RSI la forma repubblicana).

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“La morte della patria”, Ernesto Galli Della Loggia

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L’espressione “morte della patria”, dal sapore tragico e dalle implicazioni radicali, si legge per la prima volta nel De profundis di Salvatore Satta del 1948: “La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo“. A questa citazione è ispirato il titolo del pamphlet di Ernesto Galli Della Loggia, secondo il quale la crisi dell’idea di nazione in Italia ha avuto inizio con l’umiliante sconfitta militare patita nell’ultima guerra mondiale: l’armistizio dell’8 settembre – seguito dal crollo dell’intero apparato statale italiano e dall’occupazione del suolo patrio da parte di eserciti stranieri – avrebbe infatti rappresentato un durissimo colpo ad ogni successiva costruzione politica incentrata sull’ideale di patria, qualunque essa fosse. Quel concetto di nazione che risaliva ai tempi del Risorgimento ed aveva segnato la vita pubblica dello Stato unitario fin dalla sua creazione risentì grandemente degli eventi del ’43-’45, che furono da molti vissuti come la dolorosa rivelazione di una fino ad allora inconfessabile debolezza morale del popolo italiano. A livello politico, questo scoramento collettivo non poteva non tradursi nell’affermazione di schemi e dottrine che prescindessero dal concetto di nazione o che quanto meno non ne facessero un proprio punto centrale. Non a caso le due principali ideologie del dopoguerra italiano furono di ispirazione internazionalista: il cattolicesimo politico della Dc e il marxismo del Pci. L’idea di patria restava in entrambi i casi ai margini.

Strettamente legate alla “morte della patria” sono inoltre alcune rilevanti questioni storiche mai sufficientemente indagate, che riguardano da vicino le origini della nostra Repubblica. In particolare, l’autore dedica un’approfondita riflessione sulle difficoltà incontrate fin dal dopoguerra dalla nostra Resistenza a fungere da matrice di una nuova identità nazionale che potesse in qualche modo cancellare l’onta della sconfitta militare e ricostruire su basi democratiche un sentimento comunitario e civile, oltre che una memoria storica accettata e condivisa. Nonostante i molti sforzi compiuti dalla storiografia tradizionale per raffigurare la Resistenza come un evento di riscossa patriottica, i fatti testimonierebbero in realtà un movimento resistenziale fortemente diviso al suo interno per divergenza di valori politici e di obiettivi, privo di un leader carismatico in cui tutti potessero riconoscersi (un De Gaulle italiano, per intenderci) e soprattutto limitato pesantemente dal proprio ruolo subalterno rispetto allo straniero (l’Urss nel caso del Pci, gli Alleati per tutte le altre forze del CLN). Le forze della Resistenza erano unite sul versante dell’antifascismo, ma non possedevano una comune idea di nazione e di patria, essendo troppo divaricate, anzi contrapposte, le loro rispettive ideologie. Risultava poi particolarmente problematica ai fini della definizione di una nuova identità nazionale l’ideologia del Pci, che con particolare riferimento al confine orientale (Trieste, Istria) mostrò a più riprese un’inquietante inclinazione anti-nazionale, piegata agli interessi “di una presunta patria socialista diversa dalla propria”.

Per quanto la Resistenza abbia conosciuto in molti casi anche un’ispirazione patriottica (come testimoniano quelle “innumerevoli lettere dei condannati a morte antifascisti, che terminano con le parole ‘viva l’Italia’ o altre analoghe”) secondo Galli Della Loggia l’esistenza di un conflitto ideologico al suo interno e di un insanabile scontro all’esterno coi fascisti (scontro di per sé “incompatibile con qualsivoglia cultura politica ispirata al concetto di nazione”, in quanto basato sull’idea di una lotta tra due Italie opposte ed acerrime nemiche) non le hanno consentito purtroppo di svolgere quel ruolo di momento fondativo di una rinnovata identità nazionale che molti nel corso dei decenni hanno voluto attribuirle.

Il trattato di pace del 1947 avrebbe comportato per l’Italia una consistente perdita di sovranità, che tuttavia negli anni successivi venne generalmente accettata dalla popolazione come naturale ed inevitabile, a testimonianza di una ormai erosa concezione di indipendenza ed interesse nazionale. Ad acuire tale processo contribuì inoltre una progressiva ed incalzante americanizzazione dei costumi e delle forme di intrattenimento, dalla musica ai film. L’Italia si avviava così alla propria modernizzazione in una “condizione di assoluta debolezza politica del dato nazionale”.

Secondo Galli Della Loggia negli ultimi anni si starebbe assistendo tuttavia ad un risveglio del sentimento nazionale, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Con riferimento al caso italiano, questa inversione di rotta sarebbe giustificata dalla “crescente consapevolezza di un prezzo particolare che l’Italia ha pagato […] a causa dell’assenza dell’idea di nazione, e dell’espulsione del sentimento di patria dallo spirito pubblico”. La crisi morale imperante in tutti i settori della politica e dell’amministrazione sarebbe infatti una diretta conseguenza della mancanza di una base di solidarietà e di un sentimento di comune appartenenza, che sono invece necessari al buon funzionamento di qualsiasi Stato.

Il saggio di Galli Della Loggia è ampiamente condivisibile in diverse sue coraggiose ed amare constatazioni, anche se a mio parere avrebbe meritato un maggior approfondimento su questioni di assoluta centralità che invece vengono appena accennate, come la diffusione capillare a livello internazionale di orientamenti ostili al concetto di patria e favorevoli piuttosto ad una progressiva integrazione culturale e politica tra Stati differenti (specialmente qui in Europa).  Una più esaustiva e convincente analisi della “morte della patria” in Italia avrebbe richiesto un raffronto tra il caso del nostro Paese e quello degli altri Stati europei, per definire meglio quanto vi sia di specificamente italiano in questo fenomeno e quanto esso invece sia stato determinato da una mutata coscienza internazionale sul concetto di patria.

Il ‘mirabile podestà’ di Spalato: Antonio Bajamonti

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Fra le figure più ingiustamente dimenticate della politica italiana dell’ottocento si deve sicuramente annoverare quella del dalmata Antonio Bajamonti, podestà di Spalato dal 1860 al 1882 (eccetto per il biennio 1864-1865), in un periodo in cui la città era soggetta al dominio dell’Austria.

Ultimo italiano a ricoprire tale carica, Bajamonti seppe segnalarsi dapprima per un costante impegno alla modernizzazione della sua città e alla pace tra slavi e italiani, e successivamente – al mutare in peggio delle condizioni dei propri connazionali – per la strenua e orgogliosa difesa dei diritti della minoranza italiana della Dalmazia contro le prevaricazioni dei nazionalisti croati appoggiate dal governo asburgico.

Brevi cenni sulla presenza italiana in Dalmazia

La Dalmazia divenne una terra mistilingue e multietnica a partire dal VII secolo d.C., quando popolazioni di ceppo slavo vi calarono in massa costringendo gran parte degli autoctoni di lingua romanza a riparare in prossimità del mare. Si spiega così la bipartizione etnica che caratterizzò le località dalmate almeno fino al XIX secolo: latino-romanze nei centri della costa, slave nel contado e nei villaggi interni. Le popolazioni di lingua romanza rimasero preponderanti nelle zone costiere anche grazie alla fisionomia della regione, che rendeva più agevoli i contatti commerciali e culturali con l’altra sponda dell’Adriatico che non con il montuoso retroterra balcanico. Il dominio centenario della Repubblica di Venezia su queste terre fece il resto e contribuì a tenere in vita la componente autoctona della Dalmazia, la quale nel frattempo andava mischiandosi con l’elemento veneziano (affine per origini latine e tradizioni marittime), acquisendone persino la lingua. Allo stesso tempo l’espansione slava non conobbe un vero e proprio arresto, anzi. Molti infatti furono coloro i quali nel corso dei secoli emigrarono dai Balcani per sfuggire alla dominazione ottomana, trovando così protezione nella Dalmazia governata dalla Serenissima, la quale a sua volta trovava giovamento dalla loro manodopera e dal loro impegno militare. In molte circostanze inoltre Venezia stessa sostituì quella parte di popolazione locale perita a causa di pestilenze, malattie e calamità naturali di vario genere con immigrati di etnia slava, al fine di assicurare una pronta ripresa delle città colpite.
Con la fine della gloriosa Repubblica nel 1797, la Dalmazia passò dapprima in mano napoleonica e successivamente sotto il dominio austriaco. Agli inizi del XIX secolo gli italiani della regione erano qualcosa di più che una semplice minoranza: secondo un censimento del generale francese Marmont (1809) rappresentavano infatti il 29% della popolazione totale, quasi interamente concentrati sulle coste e nelle isole. Fu attorno alla metà del secolo – col risveglio delle coscienze nazionali – che il delicato equilibrio tra le diverse etnie delle regione cominciò a sfaldarsi.

Bajamonti: studi e inizio attività politica

Antonio Bajamonti nacque a Spalato nel 1822 da Giuseppe, magistrato, ed Elena Candido, nativa di Sebenico, frequentò il liceo della sua città e nonostante una certa propensione per le materie classiche si iscrisse nel 1841 alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Padova. Fu in quest’ambiente favorevole al circolo delle idee liberali che si appassionò alla politica e fece propria la dottrina democratica e patriottica di Giuseppe Mazzini. Quando nella primavera del 1848 Venezia insorse contro l’Austria e Spalato votò la propria unione all’antica capitale lagunare, fu tra i primi a schierarsi nella guardia nazionale della sua città natale.

Fallita l’esperienza rivoluzionaria, Bajamonti sposò la concittadina Luigia Crussevich nel 1849 ed esercitò la professione di medico, che dovette però abbandonare già nel 1851 a causa del fisico gracile. Da quel momento si dedicò incessantemente alla sua vera passione, la politica. Nel 1853 subì un breve arresto da parte delle autorità imperiali a causa dei suoi ideali mazziniani, ma pochi anni dopo, nel 1860, fu eletto podestà di Spalato coi voti degli autonomisti, un movimento politico prevalentemente italiano che in opposizione ai nazionalisti croati mirava all’autonomia della Dalmazia all’interno dell’Impero austro-ungarico, rifiutandone l’annessione alla Croazia (anch’essa dominio asburgico).

Il Partito Autonomista

Gli autonomisti dalmati, ben rappresentati da Bajamonti, furono politicamente dominanti fino agli anni ’70 del secolo XIX, tanto da incontrare inizialmente anche il consenso di diversi slavi della Dalmazia. Essi consideravano la propria terra come un ponte tra il mondo latino-occidentale e quello slavo-orientale, in accordo con l’ideale della ‘nazione dalmata’ espresso da Niccolò Tommaseo nel suo scritto Ai Dalmati. Propugnavano dunque una politica di distensione tra italiani e slavi della Dalmazia che permettesse di preservare l’originario carattere latino della regione, retaggio romano e veneziano, senza pregiudicare i diritti nazionali delle masse slave.
Funzionale al loro programma era la modernizzazione infrastrutturale della Dalmazia, giacché solo con nuove strutture ed efficaci collegamenti ad oriente e ad occidente essa avrebbe potuto fungere da ponte tra mondi diversi.

Opere pubbliche

Fu così che Bajamonti si impegnò assiduamente per portare sensibili migliorie alla sua Spalato: nel decennio 1865-1875 dotò la città dell’illuminazione a gas, di un ospedale, della diga del porto, di scuole tecniche, della Banca Dalmata e della Società operaia. Venendo incontro alle richieste nazionali avanzate dalla popolazione croata, istituì sette scuole slave e si prodigò per l’utilizzo del croato, accanto all’italiano, nei pubblici uffici. Attento anche alla vita culturale, fece costruire uno splendido teatro in stile rinascimentale, capace di tenere duemila posti. Infine, sempre a lui si devono gli imponenti lavori di restauro dell’acquedotto di Diocleziano, che permisero l’afflusso in città di notevoli quantità d’acqua dopo secoli. A sigillo di quest’ultima opera, commissionò una fontana monumentale (chiamata più tardi Bajamontusa dagli spalatini) che fu per anni motivo di vanto e d’orgoglio per la gente del posto, fino a quando nel 1947 non fu distrutta con la dinamite dai partigiani di Tito che la ritennero erroneamente un simbolo fascista (per via di una decorazione somigliante ad un fascio littorio).
Sempre di Bajamonti furono i progetti di una linea regolare di vapori tra Spalato e Pescara e di una ferrovia che da Spalato si congiungesse a Belgrado attraverso Sarajevo.
Gli storici sono unanimi nel riconoscergli un ruolo decisivo nella modernizzazione di Spalato: sotto il suo governo, la città fece quel salto di qualità tecnologico e infrastrutturale reso necessario dai tempi e dalla nuova rivoluzione industriale. Non si deve dimenticare infine che a buona parte delle opere realizzate Bajamonti partecipò attivamente col suo stesso patrimonio, accumulando anche debiti.

I contrasti con Vienna e l’oppressione degli italiani

Nonostante gli evidenti meriti nell’amministrazione di Spalato, Bajamonti dovette soffrire più volte l’ostilità del potere centrale austriaco, ormai sempre più determinato a ridurre il peso politico e sociale degli italiani nei suoi territori. Il difficile mantenimento dei confini imperiali e la minaccia proveniente dal movimento risorgimentale spinsero infatti il governo di Vienna ad appoggiare misure sfavorevoli nei confronti dei suoi sudditi italiani, considerati inaffidabili e ostili alla Corona. Vennero così avvantaggiate altre nazionalità dell’impero, come quella croata, più fedele e leale al dominio asburgico. Il 12 novembre 1866, subito dopo la sconfitta patita contro la Prussia e l’Italia nella terza guerra d’indipendenza, l’imperatore Francesco Giuseppe fece emanare quanto segue:

Sua Maestà ha espresso il preciso ordine di opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Territori della Corona, e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione – a seconda delle circostanze – delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo, mediante un adeguato affidamento di incarichi a magistrati politici ed insegnanti, nonché attraverso l’influenza della stampa in Tirolo meridionale, Dalmazia e Litorale adriatico [Trieste ed Istria]”

La slavizzazione dell’Adriatico orientale era dunque funzionale alla migliore conservazione del potere imperiale. Essa seguiva una linea già espressa anni prima dal federmaresciallo Radetzky: “Bisogna slavizzare la Dalmazia per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione
I primi ad essere colpiti da questa politica di snazionalizzazione furono i rappresentanti delle amministrazioni locali, sostituiti via via da elementi croati più ligi alla casata degli Asburgo. La lingua italiana cominciò a sparire dagli uffici pubblici, nonostante vi fosse adoperata da secoli. Le scuole italiane vennero progressivamente chiuse (alla fine del secolo ne rimasero alcune solo nella città di Zara)*. Era ormai sotto gli occhi di tutti che i nazionalisti croati, forti del sostegno asburgico, avrebbero scardinato l’assetto multietnico della Dalmazia depennando la cultura, la lingua e la rappresentanza politica italiana. Il loro obiettivo era garantire alla Croazia il pieno accesso al mare, rimuovendo lo scomodo elemento italiano insediato da secoli proprio sulle coste. Bajamonti reagì pubblicamente e vigorosamente a tali imposizioni, con discorsi infuocati alla Dieta provinciale di Zara e al Parlamento di Vienna. Il governo austriaco cominciò dunque a studiare il modo per cacciarlo dalla scena politica. Pur di allontanarlo dalla sua Spalato, si arrivò ad offrirgli anche una prestigiosa rappresentanza diplomatica nel Regno d’Italia. Ogni tentativo fu però vano, perché Bajamonti non volle saperne di abbandonare la Dalmazia e la sua lotta per i diritti degli italiani. Si dovette perciò procedere altrimenti. Nel novembre del 1880, col pretesto di alcuni tafferugli che coinvolsero la polizia austriaca, il consiglio municipale di Spalato venne sciolto e il comune commissariato. Bajamonti perdeva così il governo della città, che passò per due anni ad un commissario regio. Sempre nel 1880, dopo questi fatti, vennero chiuse tutte le scuole italiane di Spalato. Nel 1881 si registrò l’incendio doloso del teatro fatto costruire pochi anni prima ed infine nel 1882 si tennero le elezioni per il nuovo podestà, in un clima intimidatorio dove la città venne sottoposta ad occupazione militare, con una nave da guerra austriaca ancorata al porto e i suoi cannoni puntati sulla città. Fu così che vinse il partito gradito agli Asburgo, quello nazionalista croato, che fra i vari provvedimenti eliminò l’uso della lingua italiana nei rapporti con la cittadinanza.

Le ultime battaglie

Allontanato ormai definitivamente dal governo della propria città, Bajamonti continuò la propria attività politica nella Dieta dalmata (una sorta di assemblea regionale), dove si scontrò a più riprese con l’avvocato Filomeno Gaetano Bulat, suo acerrimo nemico, capo del partito nazionale croato e nuovo podestà di Spalato. Nel suo ultimo discorso tenuto nel 1887 davanti alla Dieta, Bajamonti si scagliò in particolare contro la cancellazione dell’italiano nelle pubbliche amministrazioni, ricordando la sua istituzione di sette scuole slave a Spalato nel 1860, l’introduzione del croato negli uffici e l’antica accoglienza – non corrisposta – che le popolazioni italiane riservarono in Dalmazia agli slavi sotto il governo di Venezia: “Gli italiani, anziché combattere le vostre aspirazioni, anziché calpestare i vostri diritti e schiacciare il vostro avvenire, si sono prestati, con interesse leale e vero, perché la lingua slava fosse modestamente introdotta nelle scuole e negli uffici. […] Noi fin dai primi tempi vi abbiamo accolto sui nostri lidi con affetto e sincerità e voi ce ne discacciate, con poco patriottismo e ci assegnate come unica dimora il mare: ‘u more’ – che è il vostro programma. […] Noi vi abbiamo dato istruzione e voi ci volete condannare all’ignoranza; noi non abbiamo mai pensato di sopprimere in voi il sentimento di nazionalità, né la lingua, ed alcuni di voi raccoglierebbero tutti noi in un cumulo per farci saltare in aria con un paio di chilogrammi di dinamite”.
Negli ultimi anni della sua vita Bajamonti fu schiacciato dai debiti contratti non per sé, ma per il rinnovamento della sua città. Perseguitato dai creditori, ridotto in povertà e ammalato, morì a Spalato il 13 gennaio 1891. Rimase celebre la sua amara (e profetica) affermazione: “A noi, italiani di Dalmazia, non rimane altro diritto che quello di soffrire”.

* Sul tema della della politica repressiva adottata contro gli italiani della Dalmazia sotto l’impero austriaco si rimanda all’articolo “L’agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe” di Marco Vigna, pubblicato sul Nuovo Monitore Napoletano il 20/10/2013.

“La giornata d’uno scrutatore”, Italo Calvino

giorn_scrutNegli ultimi anni ho fatto più volte lo scrutatore, all’inizio anche con una certa partecipazione emotiva: non mi sentivo, insomma, un semplice scribacchino temporaneamente funzionale all’apparato burocratico statale, ma mi piaceva pensare di essere un ingranaggio necessario, seppur minuscolo, alla ‘grande macchina’ della democrazia. Col tempo – direi approssimativamente da quando ho smesso di guardare alla politica con la beata ingenuità di chi pensa di cambiare il mondo – i miei sentimenti sono cambiati, e forse non solo i miei a giudicare dal lento ed inesorabile calo dell’affluenza alle urne da parte degli italiani. Ecco allora che in un tempo di crescente disaffezione verso la politica e i rituali della democrazia, pensavo che leggere questo breve racconto di Italo Calvino, La giornata d’uno scrutatore, scritto a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, potesse restituirmi a quella visione un po’ fatata degli anni scorsi. Purtroppo, non è stato così. Intanto, l’opera di Calvino descrive una situazione in cui è quasi impossibile riconoscersi per chi come me è stato recentemente al seggio, perché lontana nel tempo e del tutto peculiare: il protagonista Amerigo infatti è un intellettuale comunista che nel ’53 viene nominato scrutatore al famoso Cottolengo di Torino, un istituto cattolico dove si dà cura e assistenza ai malati di mente. Si tratta di un racconto dal sapore autobiografico, “più di riflessioni che di fatti”, come afferma lo stesso autore. Il tono, soprattutto nella prima parte, è di accesa polemica, perché il Cottolengo finisce per diventare la grande metafora del potere democristiano di quegli anni, con tutte le scorrettezze e i piccoli abusi annessi e connessi (minorati mentali legittimati al voto, incapaci di intendere e di volere portati in cabina da preti e monache, e via dicendo…). A dominare il racconto sono il rancore, un’ acida ironia e un sentimento di rassegnazione. Frequenti sono le dissertazioni, spesso di ampio respiro, sul clima politico di quegli anni ma anche sulla condizione umana, sul dolore e l’infelicità. Il quadro che ne esce è sicuramente estraneo a qualsiasi mitizzazione di quel periodo storico. Devo ammettere purtroppo che fatta eccezione per qualche spunto, la lettura mi è risultata noiosa e talvolta anche poco scorrevole.

“Nata in Istria”, Anna Maria Mori

istriaCos’è oggi l’Istria? Probabilmente un semplice nome sulla cartina geografica oppure, come ancora accade, una fiamma di discordia tra opposte fazioni politiche. Dici “Istria” e a seconda del credo politico dell’interlocutore ti senti rispondere “fascismo, fascisti” oppure “foibe, esodo, comunismo”. Nient’altro. Sembra del tutto smarrita la curiosità per questo triangolo di terra, per la sua storia millenaria, il suo splendido mare, le sue cittadine, la sua struggente bellezza.
La scrittrice Anna Maria Mori, esule istriana nata a Pola, ci accompagna nella terra della sua infanzia, questa meravigliosa penisola dell’Adriatico, un tempo Italia, oggi divisa tra Croazia e Slovenia, per raccontarcene non solo le dolorose vicende dei tempi più recenti, ma anche il fascino, la natura, i luoghi e le tradizioni.
“Volevo ritrovare la mia bellezza di nata in Istria” afferma l’autrice, che aggiunge: “non sarà meglio dirsi e dire: ‘io vengo da una grande bellezza’, che non ‘io vengo da una grande tragedia’?” Ed è così che piano piano, in un viaggio di ricordi lontani ma nitidissimi, l’Istria viene restituita a se stessa, ai suoi boschi, al suo mare, ai suoi odori, ai suoi colori, ai suoi sapori, alle sue ricette e al suo dialetto, così simile a quello veneziano. Perché il ricordo non può essere solo quello orrendo e straziante delle foibe, ma deve abbracciare tutto quel piccolo mondo perduto, fatto di vita quotidiana, di natura e di pietre, che in quelle terre sembrano parlare più degli uomini.
“Nata in Istria” (vincitore del Premio Recanati 2006) ha il merito di recuperare l’umanità frammentata e dispersa dopo il doloroso esodo del dopoguerra. Lo fa dando voce anche ai protagonisti di quella storia, esuli e rimasti, tutti uniti dalla stessa malinconia e dallo stesso amore per il loro paese.
Come lettore, sento di dover ringraziare l’autrice: il suo è un ritratto delicato e insieme appassionato che rinfranca lo spirito.

“Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo”, Emilio Gentile

Emilio GentileUna delle più recenti pubblicazioni sul tema della Grande Guerra (di cui quest’anno ricorre il centesimo anniversario) è quella dello storico italiano Emilio Gentile, “Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo”, edita da Laterza lo scorso febbraio. L’opera – accompagnata da diverse interessanti illustrazioni – offre una buona sintesi dei principali avvenimenti della prima guerra mondiale, delle sue cause e della sua eredità.

Nel 1914 la civiltà più avanzata del pianeta precipita in modo quasi inspiegabile in un conflitto di proporzioni mai viste. Tutto lo sviluppo tecnologico conseguito fino a quel momento viene messo al servizio della guerra, della distruzione totale del proprio nemico. Nel giro di pochissimi anni si passa dunque dall’idea di un progresso quale strumento al servizio dell’umanità alla verità amara di una modernità in cui “era insito un destino di catastrofe”. Per questa ragione molti intellettuali europei del tempo hanno visto nella Grande Guerra “la fine di un mondo”, vale a dire la morte della civiltà europea, la cui epoca trionfante, con la sua fede nella ragione e nel progresso, pareva ormai aver chiuso la sua parabola. Seguiranno infatti la perdita del primato europeo nel mondo, una nuova guerra mondiale, ancora più tragica della precedente, e la divisione in blocchi del vecchio continente, ridotto a sfera d’influenza di altre potenze.

Questo saggio di Emilio Gentile (che dedica anche alcuni approfondimenti alla situazione italiana), pur non aggiungendo nulla di rilevante al dibattito storiografico è sicuramente una buona opera introduttiva al tema, adatta al grande pubblico, consigliabile dunque a tutti coloro i quali vogliono approcciarsi in futuro alla Grande Guerra con un bagaglio di conoscenze che vada oltre l’ordinario apprendimento scolastico.

Il massacro della divisione Acqui a Cefalonia – parte 1

“Tanti anni fa, quando ero ancora bambino, ogni volta che scoppiava un incendio e s’alzava del fumo, mio padre diceva che la Acqui stava salendo in cielo”

Anziano abitante dell’isola greca di Cefalonia

italiani_dovete_morireItaliani dovete morire” dello scrittore Alfio Caruso (edito da TEA) racconta l’eccidio della divisione Acqui per mano della Wermacht  sull’isola greca di Cefalonia nel settembre del 1943, durante la seconda guerra mondiale. Una vicenda tragica e per certi versi controversa, che costituisce una delle pagine più nobili della storia del nostro tanto vituperato esercito. Nonostante ciò, non sono molti purtroppo gli italiani che conoscono quello che successe a Cefalonia in quei giorni. A loro discolpa bisogna tuttavia ricordare come che del massacro della Acqui da parte dei tedeschi si sia sempre parlato pochissimo, se non addirittura taciuto.
Solo negli ultimi anni la storia di questi sfortunati soldati ha cominciato ad essere divulgata e a conoscere finalmente quella dignità istituzionale che fino a prima le era stata quasi negata. Ma cosa accadde a Cefalonia nel settembre del ’43 perché la memoria di quei fatti conoscesse una strada così tormentata, a differenza delle altri stragi naziste di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine?

L’opera di Alfio Caruso – priva di note – ricostruisce gli eventi di quelle settimane attraverso una forma letteraria che si situa a mezza via tra il romanzo e il saggio storico: del primo troviamo una narrazione protesa all’introspezione psicologica dei personaggi, alla descrizione dei loro sentimenti e dell’atmosfera di morte e di coraggio in cui vissero; del secondo abbiamo invece un’attenzione minuziosa per dati storici oggettivi come la composizione della divisione, il suo armamento, i suoi spostamenti, unita ad un’analisi della sequenza dei fatti che portarono alla tragedia dell’eccidio basata principalmente sulla memoria di alcuni superstiti. A conclusione abbiamo poi una riflessione dell’autore sulla portata della strage presso stampa, politica ed opinione pubblica.

I fatti

Tutto inizia nell’ottobre del ’40, con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia (“Spezzeremo le reni alla Grecia” proclamò Mussolini). Quella che doveva una breve e rapida conquista si trasforma subito in un incubo per le nostre truppe: l’accanita resistenza greca non permette agli italiani di avanzare, anzi, li fa addirittura retrocedere da dove erano partiti, in Albania. Serve l’intervento tedesco per sbloccare la situazione: nella primavera del ’41 le forze dell’Asse occupano interamente il territorio greco. All’Italia vanno quasi tutta la Grecia continentale e le Isole Ionie, tra le quali Cefalonia spicca per importanza strategica: a breve distanza dal fondamentale porto di Patrasso, l’isola costituisce di fatto la porta d’ingresso al Mar Egeo. Il suo controllo è dunque necessario per tenere in mano la Grecia.
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Sbarcati a Cefalonia nell’aprile del ’41 come invasori, gli italiani della divisione Acqui ottengono in breve tempo il rispetto e la stima della popolazione locale. Non si verifica alcun episodio di violenza o di ricorso alle armi, al punto tale che il clima di quell’occupazione è stato da molti descritto come qualcosa di simile a una lunga villeggiatura. Gli italiani intrecciano anche storie d’amore con le ragazze del posto, arrivando in alcuni casi al matrimonio. Sono circa dodici mila gli uomini della Acqui, guidati dal generale Gandin. Molti hanno dimenticato ormai come si spara. Assieme a loro sull’isola ci sono anche duemila soldati tedeschi.

Con la deposizione di Mussolini nel luglio del ’43 molti sentono che la fine della guerra contro gli anglo-americani è ormai vicina e con essa il ritorno in Patria, alle proprie case. Essi sono però ignari dei preparativi tedeschi in vista della futura uscita dell’Italia dal conflitto: con l’operazione Achse la Germania intende disarmare completamente il Regio Esercito e spedire i suoi soldati in campi di internamento, al fine di evitare che costituiscano una forza di resistenza nella successiva occupazione dell’Italia.

La tragedia per la divisione Acqui inizia l’otto settembre, quando gli ufficiali e i soldati apprendono dalla radio la notizia dell’armistizio firmato dal governo di Roma. Nel giro di poche ore arrivano due ordini contrastanti che gettano la divisione nel caos. Da un lato quello di Badoglio, che dice: “Ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze armate italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza“. Come si vede, non viene fatto esplicitamente il nome della Germania. Dall’altro lato un ordine dal comando di Atene del generale Vecchiarelli esorta a consegnare le armi ai tedeschi esattamente come previsto dal piano Achse : “Siano lasciati ai reparti tedeschi subentranti armi collettive e tutte artiglierie con relativo munizionamento”.

La maggioranza della divisione non vuole però saperne di farsi disarmare: si tratta infatti di un atto disonorevole per un soldato. Molti lo considerano contrario al giuramento di fedeltà prestato al Re e alla Patria. A Cefalonia poi i tedeschi sono solo duemila: le forze italiane sono sei volte tanto. Comincia dunque a farsi strada la volontà di fronteggiare le poche truppe della Wermacht presenti nell’isola, se esse non permetteranno alla divisione il ritorno in Italia con le proprie armi. I sostenitori più accesi di questa posizione sono gli ufficiali Pampaloni e Apollonio, che esercitano una forte pressione sul generale Gandin perché interrompa ogni trattativa coi tedeschi sulla cessione delle armi. Gandin vive una lacerante lotta interiore: fosse per lui probabilmente accoglierebbe le richieste della Germania, consapevole del fatto che un’eventuale resistenza avrebbe ben poche possibilità di riuscita. Se infatti i tedeschi a Cefalonia sono solo duemila, quelli in continente sono molti di più e soprattutto dispongono di una forza aerea che le truppe italiane non sarebbero assolutamente in grado di contrastare. Il generale gode fra l’altro di ottimi rapporti col Terzo Reich, quindi è sicuramente predisposto a concludere un accordo che eviti lo scontro. D’altra parte, decretando il disarmo della propria divisione, Gandin ne perderebbe completamente il controllo, perché la volontà delle truppe è palesemente contraria a una simile soluzione. La falsa promessa tedesca di un pronto ritorno in Italia dei soldati non ottiene credito nella divisione, convinta (a ragione) che vi si celi un inganno.

Gandin intavola lunghe ed estenuanti trattative col tenente-colonnello Barge, al fine di raggiungere una soluzione onorevole e soddisfacente per la Acqui. Le alternative proposte dai tedeschi sono tre: continuare la guerra con loro, contro di loro o farsi disarmare e tornare in Italia. Gandin guadagna tempo, forse sperando in un intervento da Roma. Ma in patria regna il caos e nessuno per lunghi giorni dà una solo indicazione al generale, il quale ignora che le forze armate distribuite sul suolo nazionale sono ormai allo sbaraglio. Nel frattempo la Acqui freme: l’impressione è che non obbedirebbe mai a un eventuale ordine di cessione della armi e che sarebbe anzi disposta in caso a ribellarsi contro il proprio generale, considerato ormai da molti un traditore.
Il giorno della svolta è il 13 settembre: arrivano quasi nelle stesse ore l’ultimatum tedesco del generale Lanz e un chiaro ordine del governo italiano, a firma del generale Rossi: “Considerate le truppe tedesche come nemiche”. Il generale Gandin dunque – forte anche di una consultazione da lui stesso voluta tra i membri della divisione e convinto verosimilmente che al messaggio di Rossi seguiranno degli aiuti militari, supera gli indugi e rifiuta la proposta tedesca di disarmo. La divisione si prepara dunque a combattere. Lo scontro inizia il 15 settembre e dura più di una settimana, fino al 22.

Gli italiani hanno dalla loro una presenza più capillare sul territorio, oltreché una nettissima maggioranza numerica. I partigiani greci dell’ELAS (organizzazione di matrice comunista) assicurano la propria collaborazione, previo rifornimento di armi, munizioni e viveri. Purtroppo per la Acqui non si faranno mai più rivedere. Inizialmente i tedeschi – anche se meglio armati – soffrono l’azione italiana ma con l’arrivo di nuovi battaglioni sull’isola e soprattutto grazie all’intervento dei temutissimi aerei Ju-77, più noti come Stukas, guadagnano posizioni e giorno dopo giorno fiaccano sempre di più la resistenza italiana guidata da Gandin. Il generale non si dà pace: come è possibile che dall’Italia non arrivi nessun aiuto alla Acqui? Eppure l’isola di Cefalonia non è un presidio qualsiasi, ma un punto centrale per gli equilibri nel Mediterraneo, trattandosi della porta d’accesso al Mar Egeo. Anche ammesso che il governo italiano non sia nelle condizioni di inviare rinforzi, è davvero possibile che gli anglo-americani siano così disinteressati alla sua sorte? Gandin continua a inviare richieste d’aiuto al governo di Brindisi ma ignora suo malgrado l’amara realtà: i termini dell’armistizio non permettono all’Italia di intraprendere iniziative militari senza il previo consenso degli Alleati, i quali avrebbero senz’altro interesse a conquistare Cefalonia, ma ne sono impossibilitati da logiche geopolitiche secondo le quali i Balcani sono pertinenza di Stalin. Giungere in armi in quelle terre significherebbe dunque provocare l’ira dell’Unione Sovietica. La divisione Acqui è abbandonata a se stessa.

Gli scontri con la Wermacht sono sempre più disperati. In pochi giorni sono sbarcate sull’isola forze tedesche numericamente pari a quelle italiane, meglio armate e forti della copertura degli Stukas. Il fatto più tragico però è il trattamento riservato dai tedeschi ai prigionieri della Acqui: vengono uccisi a mitragliate a seguito della cattura, contro ogni consuetudine e convenzione internazionale sul trattamento dal riservare ai prigionieri. Ma per i tedeschi gli italiani sono traditori e non meritano di essere trattati secondo gli usi e le regole della guerra.

Dopo la resa del 22 settembre la vendetta tedesca, ben lontana dal placarsi, arriva al suo apice. Al massacro di migliaia di soldati che avevano ormai alzato bandiera bianca, si aggiunge l’ordine di Hitler dalla Germania di giustiziare tutti gli ufficiali, compreso i comandi  e dunque il generale Gandin. Il 24 settembre essi vengono prima radunati presso la tristemente nota “casetta rossa” e poi fucilati a piccoli gruppi lì nelle vicinanze: muoiono così circa in 400.

I segni della strage vengono occultati con roghi e affondamento dei cadaveri in mare. Diciassette marinai italiani sono prima costretti a gettare i corpi al largo e poi uccisi.
La tragedia non si ferma qui, perché gran parte dei superstiti viene imbarcata verso il continente per essere trasferita successivamente  nei campi di concentramento in Germania, ma le navi naufragano a breve distanza dalle coste dell’isola per cause che rimangono ancora oggi incerte (si è parlato di mine poste dagli stessi italiani prima del ’43 al largo dell’isola o di bombardamenti alleati).

E’ difficile purtroppo arrivare a una stima esatta di quanti italiani siano morti in quei giorni a Cefalonia. E’ certo che a perire in combattimento furono circa 1.300 ma la maggior parte delle vittime si deve alle esecuzioni sommarie successive alla resa, tra le 4.000 e le 5.000. Più incerto invece è il computo dei morti durante il trasporto in nave. Alfio Caruso parla di 3.000 caduti, altre fonti ne riportano la metà.

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