“Elementi di stile nella scrittura”, William Strunk jr

The Elements of Style è considerato tra i più validi libri di scrittura in commercio. La prima edizione risale al 1918, quando il professore universitario William Strunk jr decise di dotare i propri allievi di un agile manualetto che racchiudesse le principali regole di grammatica e di sintassi della lingua inglese. In breve tempo la fama del libro raggiunse tutti gli Stati Uniti e diversi scrittori americani lo presero come punto di riferimento per la stesura delle proprie opere. Considerato il suo successo, The Elements of Style approdò all’estero, finendo per essere tradotto anche in diversi Paesi non anglofoni, fra cui il nostro. L’edizione italiana pubblicata dalla Dino Audino Editore nel 2008 (e giunta oggi alla sesta ristampa) contiene i tagli, le integrazioni e gli adattamenti resi necessari da quelle parti del testo che si riferiscono unicamente alla lingua inglese (ad esempio, la costruzione del genitivo sassone). Nonostante le dovute modifiche, il libro ha mantenuto la sua ispirazione minimale: ai quattro capitoli originari, i curatori dell’edizione italiana hanno deciso di aggiungere solamente delle note esplicative e un’utile appendice intitolata Questioni di stile. Per il resto, l’opera si snoda in una prima parte dedicata alla grammatica (in particolare alla punteggiatura) e in una seconda parte che affronta le varie problematiche sottese alla composizione del periodo e all’uso delle forme verbali. Infine, l’autore affida a due capitoletti conclusivi la trattazione di alcune questioni di forma (come l’uso delle maiuscole, del corsivo, l’indicazione dei numerali, ecc…) e un elenco commentato di “parole ed espressioni spesso usate impropriamente”.
A proposito di questo libr
o, Stephen King scrisse: “La maggior parte dei libri sulla scrittura sono pieni di scemenze. Una rispettabile eccezione alla regola di cui sopra è The Elements of Style. Non ci sono scemenze in quel libro e, se ce ne sono, sono meno che veniali. Vi dico fin d’ora che tutti gli aspiranti scrittori dovrebbero leggere The Elements of Style”. Per quanto mi riguarda, ho letto con interesse le pagine di questo manualetto, trovandovi a più riprese delle indicazioni indubbiamente argute, che cercherò di tenere a mente per il futuro. Nel complesso, però, mi pare che il testo sia eccessivamente sintetico e che conservi un non so che di estraneo e quindi di inefficace per l’aspirante scrittore italiano. In altri termini, chi dovesse avvicinarsi a questo libro si attenda un valido sostegno per la scrittura, ma non quello strumento necessario o indispensabile che molti descrivono.

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“Nomi di donna”, Gianluca Pirozzi

nomididonnaNomi di donna – terzo libro dello scrittore Gianluca Pirozzi dopo Storie liquide e il romanzo Nell’altro – è un ciclo di racconti dedicato al mondo femminile. L’opera, che è suddivisa in quattro parti (All’aurora, Di giorno, Al tramonto e Di Notte), narra brevemente la storia di tredici donne molto diverse tra loro per vita ed esperienze, ma in fondo del tutto simili per timori, aspirazioni, volontà di amare e desiderio di esprimere quella personalità tante volte repressa da uno sfortunato e indesiderato corso che eventi esterni hanno impresso alle loro esistenze.
Ecco che ogni nome racchiude una storia, e l’autore, con uno stile elegante e uno spiccato gusto per i particolari, ci porta per mano nella vita di Monica, Nadia, Diana, Giovanna ed altre, ponendoci indirettamente questo interessante interrogativo: i nomi sono soltanto un dettaglio, un involucro neutro ed incolore o rappresentano forse qualcosa di più? Shakespeare affermava che, in fondo, quello che noi chiamiamo col nome di rosa, avrebbe sempre lo stesso profumo, anche se lo chiamassimo con un altro nome. Ma un semplice nome, a volte, non può forse celare o segnare un destino? E noi, che debito abbiamo nei confronti del nostro nome, come ha inciso concretamente sulla nostra personalità? Non si può forse affermare, addirittura, che siamo il nostro stesso nome, anche se non lo abbiamo scelto? Oppure sono state le nostre vite a riempire di significato quello che dopo tutto è solo una parola, un segno?

“Moby Dick”, Herman Melville

mobydickNon molto tempo fa qualcuno annotò che il romanzo “è una macchina per generare interpretazioni” (Umberto Eco, Postille a “Il nome della rosa”, 1983). Osservazione nient’affatto nuova, se vogliamo, ma che calza alla perfezione per un testo come Moby Dick, che nonostante i lineamenti del romanzo d’avventura e la dimensione conseguentemente realistica (accentuata dalle frequenti digressioni sulla baleneria) si presenta come un’opera dall’alto valore allegorico, tale da appassionare generazioni di letterati e lettori nella ricerca del suo significato più autentico. Moby Dick è entrato nell’immaginario collettivo non solo grazie alle ancestrali fantasie suscitate dalla lotta tra il mostro marino e il temerario capitano Achab, ma anche per la natura intrinsecamente simbolica di questa lotta. Il mito della balena bianca deve molto all’affascinante enigma interpretativo sotteso all’intera trama, la cui soluzione diventa la principale motivazione nella corsa all’ultima pagina.

Trama

La voce narrante di Moby Dick è Ismaele, un giovane maestro di scuola che vive nell’America del Nord della prima metà dell’ottocento e che non avendo nulla di particolarmente caro a terra decide di darsi alla navigazione dell’oceano. Ismaele compie i suoi primi viaggi da marinaio sulle navi mercantili e in breve tempo scopre nella vita di mare la migliore via di fuga contro le avversità dell’esistenza: “è un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso […], allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto”. Desideroso di avventure sempre più coinvolgenti, abbandona il commercio marittimo per cimentarsi nella rischiosa caccia alle balene. Si dirige dunque verso l’isola di Nantucket, il più famoso porto di baleniere degli Stati Uniti. Inconsapevole di ciò che lo attende, salpa sul Pequod, la nave del capitano Achab, il quale ha giurato vendetta contro Moby Dick, un gigantesco capodoglio bianco che nella precedente caccia gli ha mozzato una gamba. Il Pequod e tutto il suo equipaggio sono dunque lanciati all’inseguimento della balena, in una ricerca che, fin dall’inizio, sembra gravata da un’ombra di maledizione e che, per essere ispirata unicamente a un cieco desiderio di vendetta, appare folle e destinata a un esito drammatico.

Achab e la balena

I due capitoli più belli di Moby Dick sono Il cassero e La sinfonia. Entrambi descrivono con grande efficacia l’irrazionale ossessione del capitano Achab, che sceglie deliberatamente di sacrificare quanto resta della sua vita e delle proprie energie all’uccisione della balena, rinunciando a tutto il resto, a partire dalla famiglia e dai legami umani a lui più cari, senza curarsi delle tragiche conseguenze a cui rischia di andare incontro. Il tormento della vendetta consuma interamente Achab, il quale abbandona tutte le sue doti di raziocinio in preda a un delirio di onnipotenza. La balena da lui inseguita con tanta tenacia è descritta da Melville come un animale dalla forza terrificante e dall’intelligenza malvagia. Per questo motivo più di qualcuno ha pensato di interpretare la balena come l’emblema delle forze oscure della natura, se non come l’incarnazione del male stesso.

Per me la Balena Bianca è questo muro, che mi è stato spinto accanto. Talvolta penso che di là non ci sia nulla. Ma mi basta. Essa mi occupa, mi sovraccarica: io vedo in lei una forza atroce innerbata da una malizia imperscrutabile. Questa cosa imperscrutabile è ciò che odio soprattutto: e sia la Balena Bianca il dipendente o sia il principale, io sfogherò su di lei questo mio odio. Non parlarmi di empietà, marinaio: io colpirei il sole, se mi facesse offesa”.

È questo probabilmente il passaggio più esplicito del romanzo, ma ancora non ci dice molto su cosa rappresenti il duello tra il monomaniaco Achab e l’inafferrabile Moby Dick. Molti hanno paragonato Achab all’Ulisse di Dante e in effetti le somiglianze sono parecchie: entrambi i personaggi sono dominati da un unico pensiero e terminano ingloriosamente la propria parabola, inghiottiti dal mare: tuttavia, se nella vicenda dell’eroe omerico cantata dal Poeta è la sete di conoscenza a determinare la tragedia, nel personaggio di Melville non pare riscontrarsi una simile tensione. Non è la brama di conoscenza a trascinare Achab nell’abisso, ma l’insensata presunzione di poter condurre la propria azione oltre ogni limite umano. Il desiderio di vendetta è la passione che brucia lentamente Achab e che lo priva sciaguratamente della capacità di discernere tra bene e male, tra ragionevolezza e follia. Per questa ragione, nonostante i tantissimi riferimenti più o meno espliciti all’Antico Testamento, Moby Dick mi è sembrata un’epopea più greca che cristiana: a dannare Achab non è tanto un’offesa recata a Dio, ma il suo pertinace rifiuto a riconoscere l’esistenza di un confine che l’uomo non dovrebbe mai superare e di cui invece dovrebbe essere sempre consapevole e riverente.

Stile

Una delle caratteristiche più singolari del capolavoro di Melville è la mescolanza di stili che si alternano tra un capitolo e l’altro, come se l’autore avesse voluto cantarci le meraviglie della balena nel maggior numero di forme letterarie possibili. Si succedono così la narrativa tipica del romanzo d’avventura, il tono lirico del poema, la descrizione asettica del trattato scientifico e l’ispirazione manifestamente teatrale di molti dialoghi. Allo stesso tempo, non è raro che l’autore tragga spunto da una nozione di cetologia o di caccia alle balene per una riflessione a sfondo filosofico o spirituale. Una simile operazione letteraria può apparire nei suoi esiti confusionaria e disorientante, e a tratti obiettivamente lo è. Essa risponde tuttavia a una precisa scelta contenutistica ancor prima che stilistica, perché Melville, attraverso la balena, nutre l’ambiziosa pretesa di raccontarci per disteso il mondo e le leggi universali che lo governano, e non trova modo migliore di farlo se non mescolando scienze, filosofia, epica, avventura, religione e gli stili che di volta in volta meglio si addicono a queste materie. La prosa dello scrittore americano è ricca e sovrabbondante, e sacrificando spesso la mera narrazione alla pretesa poco fa descritta non c’è da stupirsi se pecca in linearità e scorrevolezza. Le pagine richiedono una costante attenzione al lettore, il quale, non senza fatica, riceve in cambio una notevole quantità di spunti di riflessione. Per questo Moby Dick è uno di quei libri che alla fine restano e lasciano il segno.

“Il generale Della Rovere”, Indro Montanelli

457504-MontanelliILGENERALE300-280x431Questo racconto non parla di un generale. Non di uno vero, almeno. Siamo nel 1944, a Milano, durante l’occupazione nazista. Il protagonista è Giovanni Bertone, un uomo che si divide tra postriboli, tavoli da gioco e arresti in carcere, vivendo di mezzucci e ruberie di vario genere. Durante gli ultimi anni della guerra, millantando amicizie con ufficiali tedeschi e promettendo liberazioni o riduzioni di pena, estorce denaro a famiglie disperate i cui cari sono stati fatti prigionieri dalla Gestapo. Il gioco però dura poco, perché Bertone viene denunciato alla polizia e smascherato dai nazisti, i quali, pur avendo sufficienti capi d’imputazione da mandarlo contro un muro, decidono più ingegnosamente di servirsi delle sue capacità di affabulatore e lo infiltrano nel carcere di San Vittore come spia. Qui dovrà fingere di essere un capo della Resistenza, il generale Fortebraccio Della Rovere, e carpire quante più informazioni possibili dai partigiani detenuti. Inizialmente il piano sembra funzionare. Il colonnello Müller lo prende in simpatia e tra i due si instaura una certa complicità. Poi però, dopo alcune settimane di detenzione, Bertone si cala così bene nella parte del generale Della Rovere da crederci per davvero. Sente il dramma dei prigionieri come una realtà che lo riguarda sempre più da vicino. Un senso di umanità affiora nel suo animo e lo spinge nelle ultime battute a un gesto eroico e inatteso, col quale riuscirà a riscattare interamente un’esistenza ignobile.

Scritto dal giornalista Indro Montanelli, che si ispirò a un personaggio realmente esistito e da lui stesso conosciuto nel carcere di San Vittore, Il generale della Rovere ha senza dubbio un sapore teatrale: il protagonista infatti recita dall’inizio alla fine, prima per uno scopo vile e poi per uno nobile, ritrovando paradossalmente se stesso e la propria dignità nei panni dell’aristocratico generale Della Rovere, da lui completamente diverso sia per virtù che per temperamento. Il racconto descrive così la parabola di un uomo “che era stato un personaggio squallido, un pappone, un baro…e che poi è morto meglio, molto meglio di come era vissuto”. Ed è probabilmente questo il motivo per cui la storia tocca la nostra sensibilità: a vario titolo e con le dovute differenze siamo tutti un po’ Bertone, con le nostre viltà, mancanze e piccolezze, che desidereremmo cancellare d’un colpo con un gesto deciso e coraggioso.

Montanelli e il film di Rossellini

Non è un mistero che Il generale Della Rovere sia conosciuto più per il film di Rossellini che per il racconto di Montanelli. Ciò è dovuto non solo al fatto che la pellicola con l’interpretazione di Vittorio De Sica vinse il Leone d’Oro a Venezia, ma anche alla singolare circostanza che vide il film proiettato prima della pubblicazione del libro. Montanelli infatti diede a Rossellini il soggetto per la sua opera cinematografica, ma il romanzo uscì successivamente, pochi mesi più tardi.

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“Una storia, non una pagina di Storia”

Il protagonista del libro è ispirato a un personaggio conosciuto in prima persona da Indro Montanelli durante la sua prigionia nel carcere di San Vittore nel 1944. Questo ha scatenato diverse polemiche già all’epoca del film di Rossellini, poiché Giovanni Bertoni (questo il vero nome) era da molti noto a Milano come spia e uomo losco. Alle stesse persone non sembrava giusto che tra i sessantasette detenuti fucilati dai nazisti a Fossoli proprio Bertoni si fosse aggiudicato la fama di uomo coraggioso ed eroico.
Anche per questo Montanelli si sentì in dovere di specificare che il racconto “non pretende di essere assolutamente vero, sebbene abbia per protagonista un personaggio realmente esistito […]. L’ho scritto come una storia, non come una pagina di Storia”. In un’intervista concessa a Michele Brambilla nel 2000 approfondì la questione dicendo: “Quello che mi ha affascinato, che mi ha spinto a scrivere questo libro, è un fatto certo e incontestabile: il modo in cui morì Bertoni. Era solo una spia? Ma allora perché i nazisti lo fucilarono?”.

“La terra tra le mani. L’epopea veneta nella bonifica dell’Agro Pontino dopo la Grande Guerra”, Monica Zornetta

Maggio_TerraUn interessante caso di migrazione interna è quello che negli anni ’30 del secolo scorso coinvolse migliaia di contadini veneti, i quali parteciparono alle gigantesche opere di bonifica del regime fascista nelle terre dell’Agro Pontino (Lazio) per poi stabilirsi definitivamente in quegli stessi territori, dove man mano che l’intervento umano sottraeva la terra al mortale abbraccio delle paludi e della malaria si costruivano nuove cittadine come Littoria (oggi Latina), Sabaudia, Pomezia ed altre.
Le poverissime condizioni del Veneto di allora, determinate sia dagli alti tassi di crescita demografica sia dall’arretratezza diffusa dell’economia locale, spinsero molte famiglie a cercare fortuna in qualsiasi luogo offrisse loro la speranza di un lavoro e di una sistemazione più dignitosa di quella goduta nella terra natale, e ciò non solo all’estero ma anche all’interno dei confini nazionali. Queste aspirazioni di miglioramento degli standard di vita crearono una forte mobilità interna che il regime fascista si propose di regolare nei minimi dettagli sfruttandola a vantaggio di grandi lavori pubblici e bonifiche. Lo spostamento di migliaia di contadini da zone ad alta crescita demografica (come il Veneto) a terre quasi disabitate (come quelle soggette a bonifica) servì anche ad arginare il fenomeno della migrazione nelle grandi città, fortemente osteggiato dal fascismo che vedeva nella vita urbana, secondo le parole di Mussolini, “la causa di effetti negativi sulla salute, la moralità, la fecondità della popolazione, sulla crescita e sanità fisica”. Meglio dunque la creazione di nuovi borghi e città interamente popolati da famiglie rurali che vi potessero infondere il proprio spirito anziché smarrirlo trasferendosi in metropoli come Milano, Torino o Roma. Un’Italia rurale rappresentava altresì una prospettiva più rassicurante di un’Italia industrializzata coi suoi agguerriti movimenti operai, ben organizzati e difficilmente controllabili. Secondo il regime serviva anche eliminare “la schiavitù del pane straniero” e avviare il Paese a una nuova politica agraria che mettesse sempre più terreni a disposizione dell’agricoltura. La cosiddetta “battaglia del grano” aveva bisogno dunque di un piano di estensione delle zone produttive, e la bonifica di vasti territori paludosi si rivelava utile allo scopo.

lavori bonificaAgli inizi degli anni ’20 del secolo scorso il Paese contava ancora diverse zone dove a causa della fitta presenza di acquitrini e pozze d’acqua stagnante si moriva di malaria, specialmente lungo il Tirreno (Maremma, Agro Romano, Agro Pontino) e l’Adriatico (laguna veneta, foce del Po). Le paludi erano infatti l’habitat ideale di una particolare zanzara del genere anopheles, che tramite la puntura trasmetteva un protozoo chiamato plasmodium, responsabile della malattia. Nel 1924 ben 4.040 italiani morirono di malaria e i numeri degli anni precedenti non sono molto diversi. Fra i territori martoriati l’Agro Pontino era sicuramente il più esteso. A causa di questa sua piaga, per circa duemila anni rimase quasi interamente disabitato. Nessuna strada lo percorreva. Johann Wolfang Goethe lo aveva definito il “pestilento stagno. Solo poche migliaia di persone vi stanziavano prima delle opere di bonifica e comunque non vi rimanevano mai tutto l’anno: i cosiddetti lestraioli infatti (così chiamati perché vivevano all’interno di poverissime capanne in giunco dette lestre) abbandonavano l’Agro Pontino all’arrivo della bella stagione, che coincideva con il ritorno delle zanzare anopheles. Lo stile di vita dei lestraioli era poco più che primitivo: questi individui vivevano raccogliendo rane e sanguisughe da rivendere sul mercato romano, oppure praticavano la caccia o l’allevamento di pecore.
Fu anche per porre fine a questo stato miserevole di cose che si progettarono le grandi opere di bonifica. I contadini provenienti dal Veneto ma anche dal Friuli e dalla Romagna non andarono semplicemente ad infittire la numerosa manodopera necessaria a questi lavori di scavo e prosciugamento delle paludi. A partire dagli anni ’30 molti di loro, dopo essere stati accuratamente selezionati dal Commissariato per la migrazione e la colonizzazione interna, si trasferirono nei territori recentemente appoderati per lavorare la terra e popolare i nuovi borghi che via via andavano formandosi. La prospettiva era quella di divenire proprietari di un pezzo di terra e di un’abitazione, oltre che quella di migliorare la propria condizione sociale. Ciò nonostante, le condizioni di vita che si presentarono a questi emigranti interni non furono affatto semplici: il duro lavoro imposto e l’aspetto del tutto sconosciuto della nuova sistemazione rendevano la prima permanenza a dir poco traumatica. Anche il rapporto con i locali non fu inizialmente positivo. Si registrava infatti da ambedue le parti una reciproca diffidenza basata non solo su pregiudizi campanilistici, ma anche su opposte fedi politiche: i coloni veneti erano in gran parte fascisti e ammiratori del Duce, mentre i locali erano tendenzialmente socialisti. “Fu la disgrazia comune, la guerra – spiega Annibale Folchi nel suo “Agro Pontino. Nelle corti dell’Onc” – a fondere i dolori e le storie dei coloni e dei locali, che si ritrovarono uniti poi nella rimozione delle macerie per ricostruire casa e lavoro”.

“Gli esami non finiscono mai”, Eduardo De Filippo

eduardoQuando all’età di venticinque anni Guglielmo Speranza ottiene finalmente la sua sospirata laurea, esulta per aver ottenuto quel “pezzo di carta” senza il quale, come gli aveva sempre ripetuto il padre, per la società sarebbe stato solo “un mazzo di scopa”. Sente in sé “il senso della responsabilità, dell’impegno, della combattività” ma soprattutto è felice perché d’ora in avanti non dovrà più sostenere nessun esame: “Ragazzi, sono finiti gli esami! Non dovrò più dare esami!”. Entusiasta del traguardo raggiunto, corre a casa della sua amata per chiederne la mano al padre, ma già in questa occasione è costretto a subire una sfilza di domande sempre più pressanti, come se fosse tornato sotto commissione: “sappiate che la vostra posizione sarà da noi guardata al microscopio […] Voi in fondo, laureandovi, non avete fatto altro che impiantare una regolare contabilità con tanto di libro mastro, nel quale gli altri, non voi, si prenderanno la briga di segnare le entrate e le uscite”.

Insomma, il giovane Speranza (un nome che sa di beffa) dovrà accorgersi fin da subito che “gli esami veri incominciano soltanto dopo di aver conquistato la laurea” e saranno quelli più difficili, perché riguarderanno il suo impegno di fidanzato, di professionista, di marito e di padre di famiglia, dove tutti – anche gli sconosciuti – si sentiranno in diritto di dire la propria sui suoi pregi e difetti, sugli obiettivi raggiunti e non raggiunti, sulla moralità del suo stile di vita e sulle sue pecche, sulla bontà delle sue azioni, sulla ragionevolezza dei suoi propositi, e via dicendo…

Esami1Gli esami non finiscono mai è l’ultima commedia del napoletano Eduardo De Filippo (1900 – 1984). Il suo successo è testimoniato dal fatto che il titolo stesso è diventato in breve tempo un famoso modo di dire. Divisa in un prologo e tre atti (in ognuno dei quali il protagonista indossa tre barbe diverse, nera, grigia e bianca, a simboleggiare le differenti età della sua vita), fu scritta nel 1973 ed inserita dall’autore nel gruppo di opere Cantata dei giorni dispari, assieme ad altre commedie come Napoli milionaria! (1945) e Filumena Marturano (1946). Nonostante il pessimismo di fondo che la fa da padrone, Gli esami non finiscono mai è un’opera che si legge agevolmente e con gusto, grazie alle diverse punte di ironia inserite tra una battuta e l’altra ed a una trama il cui intreccio non si rivela affatto complesso, anzi.

“Bianca come il latte, rossa come il sangue”, Alessandro D’Avenia

14793-bianca-come-il-latte-rossa-come-il-sangue-nel-cast-del-film-Un figlio di Re mangiava a tavola. Tagliando la ricotta, si ferì un dito e una goccia di sangue andò sulla ricotta. Disse a sua madre: “Mamma, vorrei una donna bianca come il latte e rossa come il sangue”.
“Eh, figlio mio, chi è bianca non è rossa, e chi è rossa non è bianca. Ma cerca pure se la trovi.”

Con questa citazione di Italo Calvino tratta da Fiabe italiane si apre il primo romanzo pubblicato da Alessandro D’Avenia, al quale mi sono avvicinato con curiosità per una serie di buoni motivi: il titolo, la copertina, le buone recensioni sentite in famiglia e non per ultimo il desiderio di leggere qualcosa di leggero. Sì, perché Bianca come il latte, rossa come il sangue è un libro per ragazzi, privo perciò di particolari pretese letterarie.
Nel suo romanzo d’esordio D’Avenia riprende un tema molto ricorrente, quello dell’amore impossibile. Non potrebbe definirsi altrimenti infatti il sentimento del sedicenne Leo, un adolescente come tanti altri, per la bellissima Beatrice, una ragazza dai capelli lunghi e rossi, gli occhi verdi e un terribile segreto: la leucemia che lentamente la sta spegnendo. Quando Leo lo scopre, un tumulto di emozioni e pensieri lo sconvolgono, costringendolo ad interrogarsi sul suo sogno e sugli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione.
Raccontata in una forma che si avvicina molto al diario, con una scrittura che vorrebbe ricalcare quello di un giovane liceale, la vicenda di Leo è la storia di una progressiva e necessaria crescita interiore, stimolata sia da eventi apparentemente più grandi di lui sia da due personaggi che con la forza della loro presenza e la dolcezza delle loro attenzioni lo aiuteranno a guardare le cose del mondo con occhio maturo e fiducia nell’avvenire.

“Le ceneri di Angela”, Frank McCourt

ceneriangelaIl libro Le ceneri di Angela di Frank McCourt è la storia autobiografica di una gioventù trascorsa in Irlanda tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, nella poverissima e umida cittadina di Limerick, dove anche un uovo sodo è un lusso e l’unico modo che tanti disgraziati trovano per evadere dalla propria miseria è tracannare birre al pub, bevendosi la paga dell’intera settimana.

Parliamo di un romanzo che oltre ad aver vinto il premio Pulitzer 1997 ed ispirato l’omonimo e fortunato film di Alan Parker (1999) ha anche appassionato milioni di lettori in tutto il mondo, e questo essenzialmente per l’abilità dell’autore a trattare con levità temi gravi come la fame e la miseria, senza cedere mai al pietismo o all’autocommiserazione. L’espediente scelto da McCourt per evitare queste facili trappole è presto detto: una narrazione in prima persona filtrata attraverso gli occhi di un bambino. Volgendo a proprio vantaggio quell’approccio al mondo tipicamente infantile misto di ingenuità ed ottimismo che, qualunque cosa accada, tende sempre a vedere la vita come un gioco e a ritagliare anche dalla situazione più difficile un angolo di beata spensieratezza, questa scelta espositiva permette infatti alla storia di svelarsi in maniera dolce e gradevole, anche grazie a una scrittura fluida, molto incentrata sui dialoghi, che contribuisce a rendere la lettura meno faticosa. Il frequente ricorso all’arma dell’ironia fa il resto.
Naturalmente, al di là del modo leggero con cui la storia viene raccontata, restano i duri fatti che la compongono e che inevitabilmente imprimono l’immagine di una vita trascorsa tra stenti e privazioni: una testa di maiale come pranzo di Natale o una buccia di mela messa in palio dal maestro per chi risponderà correttamente alle sue domande sono solo un paio di esempi.

Purtroppo la storia perde il suo mordente al termine dell’infanzia del protagonista e con la quasi contemporanea scomparsa di un personaggio particolarmente significativo e ben riuscito. Ad ogni modo, è una lettura che consiglio. Non solo vi farà guardare un semplice tozzo di pane con occhi diversi ma soprattutto vi lascerà un gran desiderio di visitare l’Irlanda.

“La gloria”, Giuseppe Berto

gloriaNon è possibile che la tenebra sia soltanto tenebra – né forse la luce soltanto luce – ma siccome gli uomini sembra non possano fare a meno di crudeltà e ingiustizie, io continuo ad essere la tenebra: colui che tradì, che lo consegnò ai suoi nemici, intorno al quale non si sprecano molte parole

Giuda è veramente responsabile del tradimento di Gesù? Se lo sono chiesti in molti, fedeli e non, interrogati dalla lettura di quei passi del Vangelo dove sembra che l’apostolo abbia soltanto svolto quella tragica parte che un insondabile disegno divino gli aveva assegnato: tradire il proprio maestro perché fossero adempiute le scritture; consegnare il Cristo ai suoi carnefici perché attraverso la morte potesse espiare le colpe dell’umanità.

Tra i molti che hanno trattato la questione in modo critico, e per certi versi originale, va ricordato lo scrittore moglianese Giuseppe Berto (purtroppo uno degli autori più sottovalutati della letteratura italiana del novecento) che nel suo ultimo libro La gloria (1978) ha proposto in chiave romanzata una rilettura della vicenda evangelica che assolve la figura di Giuda, strumento consapevole di un’azione terribile ma necessaria: “Parole di Qohélet: ma sulla terra uomo non c’è capace di fare bene senza far male”.

La storia di Gesù viene raccontata in prima persona dal più disprezzato degli apostoli, un giovane colto e inquieto, consumato dai dubbi e soprattutto dall’attesa di quell’uomo che ormai tutta Israele invoca: il Messia, l’Unto, colui che libererà gli ebrei dal giogo dei romani e che farà finalmente risuonare la potente voce dell’Eterno, ponendo così fine a lunghi secoli di doloroso ed inspiegabile silenzio.

Dopo mille peregrinazioni e altrettanti falsi profeti, il giovane Giuda s’imbatte in Gesù di Nazaret, un uomo enigmatico, di poche ma incisive parole, dal portamento regale e dal seducente carisma, capace di attrarre a sé un numero sempre maggiore di seguaci sia per i suoi prodigi che per il suo messaggio nuovo e rivoluzionario. Nei suoi discorsi c’è indubbiamente qualcosa di contraddittorio e di difficile da penetrare, ma nonostante ciò Giuda è tra i primi a scegliere di seguirlo e ad amarlo incondizionatamente. Fin dall’inizio gli promette il sacrificio della propria vita, convinto com’è che la liberazione di Israele possa avvenire solo sotto la sua guida. Questa promessa lega Giuda a Gesù in modo indissolubile, in una drammatica complicità che porterà le sorti di entrambi alle estreme conseguenze. “Tu la salvezza la concepivi come gloria”. Ma la salvezza non giunge per caso. C’è un oscuro disegno che deve realizzarsi e che a un certo punto chiede il sacrificio di Giuda, il quale non si sottrae all’amaro compito e tradisce Gesù, contribuendo così in modo decisivo al compimento della sua missione salvifica.

Il diario di Etty Hillesum (1941-1943)

diarioettyTrovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore”

Mentre tutto si fa buio attorno a lei, una giovane donna ebrea di ventisette anni conserva ed alimenta una luce nel proprio animo, cercando continuamente nel prossimo “quel nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile, in mezzo alla rovina delle sue azioni insensate”.
Questa giovane donna è Etty Hillesum, che col proprio diario ci ha donato non solo la testimonianza degli ultimi due anni della sua vita, ma anche e soprattutto un ricco affresco interiore, carico di profonde riflessioni personali che a differenza di quanto si può immaginare non vengono da uno spirito tormentato e afflitto, ma da un cuore costantemente pronto ad irraggiare amore e volontà di vivere in ogni situazione, anche la più drammatica.
Etty Hillesum muore ad Auschwitz nel novembre del 1943, ma prima di essere deportata in Polonia, consapevole che il cerchio attorno a lei e alla sua famiglia va sempre più stringendosi, riesce a consegnare i propri scritti all’amica Maria Tuinzing. Al termine della guerra i suoi amici tentano in più occasioni di trovare un editore che dia alle stampe quel documento prezioso. Ci vogliono quasi quarant’anni perché questo accada, ma poi il successo del diario è vasto e immediato: dalla piccola Olanda le parole e i pensieri della Hillesum arrivano presto in tutta Europa e nel resto del mondo.

Avanti, allora! È un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe”. Eshter Hillesum (per tutti Etty) vive in Olanda, nei pressi di Amsterdam. Ha una laurea in legge e una tenace passione per la letteratura, in particolare quella russa. Si iscrive infatti alla facoltà di lingue slave e quando può offre ripetizioni di russo. Vive a casa dei suoi, in una famiglia benestante, e frequenta alcuni personaggi in vista della borghesia ebraica della sua città. Non è insomma quella che si direbbe una ragazza del popolo, anche se nel corso della sua esistenza – specialmente nei suoi ultimi tragici atti – darà sempre prova di un forte senso di appartenenza alla sua gente.
Una “personalità luminosa”, una ragazza dal temperamento solare e vivace, con molti amori alle spalle e due sogni nel cassetto: viaggiare in oriente e diventare una scrittrice. Etty comincia a scrivere il suo diario su consiglio del proprio psicologo, Julius Spier, un uomo di cinquant’anni famoso per essere stato allievo di Jung e per aver sviluppato un particolare talento nel leggere la psiche dei suoi pazienti dalle loro mani. Spier diventa un punto di riferimento fondamentale per Etty, che se ne innamora e raccoglie il suo stimolo a intraprendere un lungo ed intenso percorso di introspezione attraverso la scrittura. Nato dunque con finalità “terapeutiche”, il diario della Hillesum non è un resoconto della guerra e neppure un racconto dettagliato della persecuzione degli ebrei d’Olanda. Certo, i due temi affiorano spesso nelle annotazioni dell’autrice, soprattutto nell’ultimo anno della sua vita, e sono indiscutibilmente alla base di svariate riflessioni, tanto di carattere generale quanto di natura intima e personale. Ma l’architrave del diario, decisamente scarno in termini di cronaca, è l’incessante, ostinata e talvolta dolorosa ricerca di sé, esposta nella forma di un intenso dialogo interiore, a tratti fortemente spirituale.
ettyNei propri scritti Etty mostra una spiccata inclinazione a vivere la propria esistenza dall’interno verso l’esterno, e non viceversa. Il 12 giugno del 1942 annota: “Non sono mai le circostanze esteriori, è sempre il sentimento interiore – depressione, insicurezza, o altro – che dà a queste circostanze un’apparenza triste o minacciosa”. Ed è a partire da questa convinzione che Etty cerca costantemente un’armonia dell’anima, resa tanto più utile e necessaria in un periodo tragico per le sorti del suo popolo. Individua così due modi per raggiungere la propria pace interiore e contrastare quegli innumerevoli nemici che la minacciano dall’esterno. Il primo, ovviamente, è la scrittura: “Il peggio verrà quando non mi sarà più concesso di tenere matita e carta per schiarirmi le idee di tanto in tanto. Senza questa possibilità, che per me è di un’importanza essenziale, potrei anche scoppiare e distruggermi dentro”. Il secondo è la preghiera. Etty intraprende un cammino spirituale molto impegnato, dove alterna letture della Bibbia a momenti di raccoglimento e preghiera che definisce nel proprio diario come la sua “cura” e “l’unico atto degno di un uomo rimasto di questi tempi”. Il 10 ottobre del 1942 scrive: “Com’è strana la mia storia – la storia della ragazza che non sapeva inginocchiarsi. O con una variante: della ragazza che aveva imparato a pregare. È il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei gesti che ho per un uomo. Non si può certo riversare tutto il proprio amore su una persona sola”.
Sono molte le pagine in cui Etty si rivolge direttamente a Dio, e ciò non già per disperazione (sentimento del tutto assente nei suoi scritti), bensì per una fede incrollabile che non cede neppure di fronte ad eventi gravi come quelli che sconvolgono l’Europa del suo tempo. Etty colloca Dio nel cuore degli uomini e sostiene che “non è responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi!”. Aggiunge inoltre: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirTi dai cuori devastati di altri uomini”.
Ma quello che lascia piu stupiti nel diario di Etty Hillesum è il suo continuo insistere sulla bellezza della vita e sulla sua pienezza di significato. Sono parecchie le pagine dove troviamo pensieri di questo tenore: “Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell’altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto”. L’amore che Etty prova per la propria esistenza in un momento per lei così difficile può a prima vista apparire forzato od innaturale, quando in realtà è del tutto coerente con la sua visione del mondo e la sua concezione degli uomini: “Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero”.
Qualcuno ha scritto che “se Etty continua a ripeterci che tutto è bello, è perché un’ebraica volontà di vivere fondo in fondo vuole questo in lei” (Sergio Quinzio). Può darsi, ma forse si può formulare anche un’altra spiegazione: in Etty infatti trova splendida manifestazione quella capacità tipicamente femminile di superare le avversità della vita con grazia e semplicità.

“Il giorno del giudizio”, Salvatore Satta

sattaSalvatore Satta ci accompagna in Sardegna, nella Nuoro della sua giovinezza, a cavallo tra ottocento e novecento. Questa città – descritta come un autentico luogo dell’anima – si presenta a ben vedere come tante altre, coi suoi maestri, dottori, preti, avvocati, contadini, pastori, mercanti, muratori, i quali, al di là delle profonde divisioni sociali, hanno tutti in comune lo stesso problema, “quello di vivere, di comporre col [loro] essere lo straordinario e lugubre affresco di un paese che non ha motivo di esistere”.

Giunto ormai alla vecchiaia, dopo aver abbandonato la Sardegna per il “continente” ed aver girato l’Italia per anni, l’autore torna alla sua Nuoro per un giorno e decide di visitare il cimitero: si tratta di un’esperienza intensa e rievocativa, perché ogni tomba possiede un nome capace di parlargli e di riportargli alla mente i ricordi della sua infanzia. Ed è così che immagina di restituire voce alle tante anime dimenticate che un tempo avevano popolato il Corso, il caffè Tettamanzi, il quartiere contadino di Seuna, il villaggio dei pastori di San Pietro e tanti altri luoghi, i quali, col passare dei decenni, sono stati quasi del tutto svuotati della propria essenza.

Sento che la pace dei morti non esiste, che i morti sono sciolti da tutti i problemi, meno che da uno solo, quello di essere stati vivi

Ecco che scrivere della loro vita, raccontarla a coloro che non ne sono stati testimoni, significa prendere nelle mani un fardello, quello della memoria di chi è stato ed ora non è più, sperando che questo possa in qualche modo servire. I morti di Nuoro infatti hanno bisogno di qualcuno che li liberi dal loro tormento, lo stesso che ha segnato l’inutilità e l’inesorabile lentezza della loro vita, trascorsa dalla culla alla tomba nello stesso paese, secondo un ordine e dei ritmi così consolidati da apparire l’espressione di una legge divina, al punto che quasi nessuno si è mai azzardato a metterli in discussione, e quei pochi illusi che ci hanno provato hanno assaggiato loro malgrado il sapore amaro del fallimento.

L’ineluttabilità del destino torna ciclicamente nei vari episodi che scandiscono il romanzo, il quale però è soprattutto un libro sulla solitudine, quel male profondo e inguaribile che sembra affliggere tutti i personaggi che appaiono dall’inizio alla fine della narrazione, a partire dalla figura spenta e senza speranza di Donna Vincenza, madre di sette figli e moglie dell’austero e rispettabile notaio del paese, Don Sebastiano. Il giorno del giudizio è anche il sapiente racconto della loro famiglia, o meglio, di quella dell’autore, il quale trae spunto dalle vicende della propria casa per inserirle in un contesto cittadino dove a regnare sono la ripetitività dei gesti e l’insondabile significato dell’esistenza (ammesso che ve ne sia uno).

La narrazione manca di una vera trama, poiché segue il flusso dei ricordi dell’autore. Questo rende la lettura frammentata e a tratti difficile, ma è forse l’unico difetto di un libro che sa descrivere gli eventi della vita con poesia e disincanto al tempo stesso.

Dato alle stampe quattro anni dopo la morte del suo autore, Il giorno del giudizio è stata una vera e propria sorpresa editoriale: scritto da un affermato giurista di cui fino a prima erano stati pubblicati solo testi di diritto, è riuscito in breve tempo a raggiungere un notevole successo, al punto da essere salutato da molti come uno dei principali romanzi italiani degli ultimi decenni.

“Il paese dei ciechi”, H. G. Wells

phpThumb_generated_thumbnailNessuno ti ha mai detto che «tra i ciechi l’orbo d’un occhio è re»?”.

Tra le Storie di fantasia e di fantascienza pubblicate nel 1980 dallo scrittore britannico H. G. Wells spicca un breve ed angoscioso racconto ambientato nella parte più deserta e selvaggia delle Ande ecuadoregne, dove in una misteriosa valle montana sorge il leggendario paese dei ciechi. Qui gli uomini sono colpiti da una misteriosa cecità e vivono da secoli in uno stato di completo isolamento rispetto al resto del mondo per via di un cataclisma che ha reso la loro valle inaccessibile. Un giorno, un montanaro venuto dal mondo di fuori, Nunez, perde i propri compagni durante una spedizione alpinistica e si ritrova in questo strano villaggio, dove nota fin da subito la menomazione degli abitanti, compensata da uno straordinario sviluppo degli altri sensi, in particolare udito e olfatto. Nunez inizialmente è affascinato da questo piccolo paese di cui aveva sentito parlare solo nelle leggende, ed è convinto che possedere la vista in mezzo a tanti ciechi gli permetterà in poco tempo di ottenere riverenza e di essere venerato come un essere superiore. In verità, nel paese di ciechi l’unico vedente è solo un folle che blatera di cose che non esistono e che pertanto deve essere guarito dalla pazzia che lo affligge.

Il paese dei ciechi è una storia allegorica che si presta contemporaneamente a molteplici interpretazioni, offrendo ottimi spunti di riflessione sul tema del diverso e su quello ancora più filosofico del relativismo.

“Il male oscuro”, Giuseppe Berto

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“Riuscirò mai a leggere un libro quasi del tutto privo di punteggiatura?”. Questo è ciò che mi sono domandato quando ho iniziato a sfogliare il celebre romanzo di Giuseppe Berto Il male oscuro, pubblicato nel 1964, vincitore di importanti premi letterari a livello nazionale e conosciuto appunto per questo suo originale e audace metodo narrativo, caratterizzato da periodi lunghi intere pagine e pensieri collegati l’uno all’altro mediante mere associazioni di idee. Siccome in passato non avevo mai affrontato una lettura simile, l’ho presa come una sfida con me stesso, e se prima di cominciare ero diffidente e scettico, oggi, arrivato all’ultima pagina del libro, non posso che chiamarmi decisamente soddisfatto, se non addirittura entusiasta. La scrittura di Berto è limpida e cristallina. Le parole scorrono davanti agli occhi con facilità e linearità impressionanti. Mai, davvero, avrei creduto che periodi interminabili come quelli di questo romanzo potessero essere sostenuti con così poco sforzo e risultare alla fine tanto godibili. La narrazione infatti è accompagnata da una brillante e spassosa ironia, che rende divertenti molte delle vicende raccontate, nonostante l’argomento trattato sia tutt’altro che allegro.

Ma di cosa parla il libro, qual è il suo tema? Il male oscuro è la storia di uno scrittore della provincia veneta trasferitosi a Roma, il quale aspira a realizzare il capolavoro letterario capace di portarlo finalmente alla “gloria”. Per sua sfortuna, in questo ambizioso intento è impedito da una misteriosa malattia, che si rivelerà poi essere nevrosi d’ansia, per la quale non sa darsi pace e di cui cerca disperatamente di comprendere l’origine, ripercorrendo col pensiero la sua intera vita, in particolar modo il difficile rapporto col padre morto, verso il quale prova uno smisurato senso di colpa dopo esservi stato perennemente in conflitto fin dall’infanzia. Il libro è dunque il racconto di una malattia e della ricerca di una sua cura attraverso la forma del dialogo interiore e della psicoanalisi. Si capisce allora che lo stile originale scelto dall’autore non è casuale, perché l’assenza di punteggiatura e i lunghi periodi sono la volontaria riproposizione in forma scritta del torrente di pensieri che attraversa la mente del protagonista, secondo lo schema di quello che nella letteratura novecentesca è stato definito “stream of consciousness”, cioè flusso di coscienza.

Il male oscuro, nel raccontare il travaglio psicologico di un uomo, traccia un ritratto della sofferenza umana in cui tutti quanti possiamo riconoscerci. E’ questo uno dei suoi punti di forza, assieme alla rielaborazione in chiave umoristica del passato. Pochi libri mi hanno fatto ridere come questo: mi sento dunque di consigliarlo a chi è giù di morale. La sua lezione più importante, almeno per me, è stata che qualsiasi negatività portiamo dentro è comunque attinente all’uomo, quindi nulla di inguaribile o di talmente raro da allontanarci irreparabilmente dai nostri simili. L’autoironia che permea l’intero testo è un’esortazione a evitare di prendersi troppo sul serio e di cadere in sterili vittimismi.

“Guerra del ’15”, Giani Stuparich

copertina_stuparich_bDalla stazione di Portonaccio di Roma, un ventiquattrenne di Trieste con la passione per la letteratura e l’Italia parte in guerra come volontario verso il fronte dell’Isonzo per combattere l’impero di cui è suddito e realizzare il sogno risorgimentale di una Trieste italiana. Si tratta di Giani Stuparich, figlio di padre istriano e madre ebrea, trasferitosi da pochi anni nel Regno d’Italia, a Firenze, per laurearsi in Lettere. Assieme a lui, sul treno che lo condurrà alle trincee del Carso, ci sono il fratello Carlo e l’amico Scipio Slataper. Tutti e tre fantasticano di un’avanzata rapida che li porterà in breve tempo all’amata città natale, dove potranno finalmente riabbracciare i loro cari e far sventolare il tricolore. Loro malgrado, conosceranno in pochi giorni una realtà ben diversa da quella immaginata, dove l’eroismo patriottico e i nobili ideali cedono il passo alla tragedia della morte, al sudiciume delle trincee e alle snervanti attese che precedono gli assalti:

Come un velo mi si dirada davanti agli occhi: la grande pianura che abbiamo attraversato baldanzosi, in un’aureola di gloria, si restringe in quella buca terrosa piena di cadaveri

Guerra del ’15, che nelle intenzioni dell’autore vuole essere il “documento psicologico e personale” di un “semplice gregario”, racconta “con annotazioni fatte sul momento, di giorno in giorno, anzi d’ora in ora” la durezza della vita del soldato italiano nei primi mesi della Grande guerra, con una descrizione minuta e realistica delle difficilissime condizioni ambientali ed interiori che i militari dovevano fronteggiare quotidianamente, sotto la minaccia dei proiettili nemici e l’incalzare della morte, la vera signora della guerra:

E’ la volta del nostro battaglione, il quale deve tentare la conquista delle trincee nemiche che tutta l’altra notte e tutto ieri hanno resistito ai nostri assalti. Penso, con calma, che bisognerà morire. Con calma, ma non senza commozione. In fondo, subito dopo i primi giorni, ci siamo accorti che in guerra, avanti tutto, si muore; poi si combatte, poi si vince o si perde, e da ultimo appena c’è la speranza di poter sopravvivere, feriti o incolumi; ne abbiamo discusso a lungo e tranquillamente, Carlo ed io. E se si muore, meglio morire nell’assalto. Ma si ha un bel parlarne spesso, un credersi preparati sempre; no, alla morte bisogna riprepararsi ogni volta

Giani Stuparich, che ha desiderato la guerra al punto da arruolarsi come volontario, non sembra pentirsi né della sua scelta né degli ideali patriottici che l’hanno ispirata, ma la sua convinzione iniziale pare tramutarsi lentamente in un’astratta concezione del dovere. Al pari dei suoi compagni, egli finisce inevitabilmente preda dell’amaro disincanto e dello scoramento collettivo causati dai sanguinosissimi attacchi a cui purtroppo non seguono che avanzamenti modesti, per via delle fortissime posizioni naturali difese dagli austriaci sulle alture del Carso. Trieste, che prima appariva così vicina da potervi giungere con un balzo, diventa in poco tempo lontana ed irraggiungibile, facendo sembrare vano ogni sforzo e sacrificio per avvicinarsi ad essa.
Particolarmente intensi e carichi di dolcezza sono i passaggi in cui l’autore indugia sul suo affetto per il fratello Carlo (di tre anni più giovane e che morirà appena un anno dopo) e per la madre, che li attende entrambi nella casa di Trieste senza poter comunicare con loro, perché disertori e soldati di un esercito nemico dell’Austria.
Per chi vuole leggere un resoconto fedele e realistico di quei primi mesi di guerra, senza accenti di retorica, né nazionalista né pacifista, questo è senz’altro il libro giusto.

“L’Italia e i suoi invasori”, Girolamo Arnaldi

L'Italia e i suoi invasori

Per una sorta di legge del contrappasso, l’Italia che con Roma nell’antichità aveva dominato gran parte del mondo allora conosciuto, a partire dal V secolo cominciò ad essere conquistata da popoli stranieri, che spesso invasero il suo territorio non solo per raccogliere quanti più beni e ricchezze potevano, ma anche per rimanere e mettere radici. “Se per un italiano […] ‘l’Italia è un’illusione, anzi un miraggio, un oggetto del desiderio’, sta di fatto che, per gli stranieri, l’Italia è stata per secoli, sciaguratamente per noi, un desiderio soddisfatto”.
L’Italia e i suoi invasori (Editori Laterza, 2004), scritto dall’esperto di storia medievale Girolamo Arnaldi, è un appassionante libro di divulgazione storica sul rapporto tra italiani e stranieri dalla caduta dell’Impero romano d’occidente allo sbarco delle truppe anglo-americane in Sicilia durante la seconda guerra mondiale. Mille e cinquecento anni di storia del nostro Paese sono così ripercorsi dalla penna dell’autore secondo un’originale chiave di lettura, che permette di valutare tanto i contributi positivi che dall’esterno sono arrivati alla cultura e all’identità nazionale italiana, quanto le origini di molti mali che ancora oggi ci attanagliano. In particolare risulta evidente fin dai tempo del Medioevo la mancanza di una concordia nazionale tale da consentire la difesa di interessi comuni contro aggressioni e ingerenze straniere.

“Ricordi di prigione”, Luigi Pastro

DSCN1300Circa due settimane fa, guardando tra i libri di casa, mi sono trovato tra le mani i Ricordi di prigione di un mio concittadino, Luigi Pastro, nato nel 1822 a Selva del Montello, nel trevigiano. Dato il mio interesse per la memorialistica ho iniziato subito a sfogliarne le pagine e devo ammettere che si è trattata di una piacevole scoperta. Il dottor Pastro – un giovane medico di provincia dalle umili origini – fu tra i protagonisti di un episodio del Risorgimento oggi dimenticato, ma che al tempo suscitò indignazione e commozione in tutta Europa: il processo di Mantova che dal 1852 al 1855 condannò alla morte per impiccagione diversi patrioti e rivoluzionari italiani che dopo il fallimento della prima guerra d’indipendenza avevano continuato ad opporsi alla presenza di un governo austriaco nel lombardo-veneto. La triste vicenda passò alla storia col nome di “martiri di Belfiore”, dal luogo di Mantova dove vennero eseguite le pene capitali. Pastro fu tra gli imputati di quel processo, e rinchiuso in isolamento per due anni nelle carceri di Venezia, Verona e Mantova si rifiutò sempre di confessare, nonostante le pressioni e gli abusi dei carcerieri e dell’autorità inquisitoria. Passò tutto il tempo del processo dietro le sbarre, con una catena al piede, in una cella spoglia, angusta e malsana, senza compagni di prigione, privato della possibilità di leggere, scrivere o intrattenersi in qualunque altra attività. Schiacciato dall’angoscia del suo incerto destino e dalla disperazione della solitudine, messo a durissima prova dai lunghi digiuni imposti e dalle precarie condizioni igieniche del carcere, che ne aggravarono seriamente lo stato di salute, il trevigiano Pastro dovette trovare per due anni il modo di sconfiggere il tempo, “il più fiero nemico del prigioniero”. Così tra sonetti improvvisati a voce e comunicazioni con vicini di cella realizzate grazie al “linguaggio del muro” (un codice dove ad un determinato colpo sul muro corrisponde una lettera dell’alfabeto) egli trascorse quelle penose ed interminabili giornate che lo dividevano dalla pronuncia della temuta sentenza.

Per il tema trattato, Ricordi di prigione rimanda senza dubbio al più celebre scritto di Silvio Pellico Le mie prigioni, e costituisce un’interessante pagina di storia locale e nazionale, impreziosita da valori come l’abnegazione, la dedizione agli amici e la fedeltà agli ideali di una vita.

“L’arte di amare”, Erich Fromm

arsamandiI più sono convinti che in materia di amore non ci sia proprio nulla da imparare: la vera difficoltà sta nell’individuare il soggetto da amare, la persona giusta, ma una volta che la si è trovata si crede che l’amore verrà da sé, spontaneamente, in modo del tutto naturale. Allo stesso tempo è invalsa l’idea secondo cui l’amore sia un evento casuale, qualcosa in cui imbattersi sia solo questione di fortuna.
Contrariamente a queste convinzioni radicate e diffuse, nel suo celebre saggio L’arte di amare (1956) il filosofo tedesco Erich Fromm sostiene che l’amore sia un’arte che richiede saggezza, umiltà e coraggio e che non possa in nessun caso essere disgiunta da specifiche qualità interiori maturate dall’individuo nel corso della sua esistenza. In altri termini: l’amore non è un caso, né qualcosa che si possa improvvisare, ma un’abilità ed insieme una condizione a cui si può veramente giungere solo dopo un lungo percorso di crescita interiore. Naturalmente non tutti sono capaci di amare, ma chiunque, con gli opportuni sforzi e sacrifici, può imparare.
Di certo l’opera di Fromm non è un manuale di seduzione e chiunque si appresti a leggerla con questa aspettativa ne rimarrà deluso. Obiettivamente alcuni suoi passaggi non sono di immediata comprensione, ma i numerevoli riferimenti alla letteratura, alla psicologia e alla religione ne fanno senza dubbio un saggio di notevole interesse e spessore. Nonostante sia stato scritto ben sessant’anni fa, si può a buon diritto affermare che conservi intatta la propria attualità, specialmente laddove segnala quelle criticità della società occidentale che rendono complicata l’espressione di un vero amore (l’unico anacronismo è dato dalla totale assenza di riferimenti ai quegli strumenti della tecnologia come computer e cellulari che negli ultimi vent’anni hanno cambiato le nostre vite e quindi, in parte, anche le relazioni amorose).
Diverse riflessioni sul rapporto tra amore, vita e maturità del soggetto sono destinate a rimanere scolpite nella mente del lettore, che si troverà di fronte ad uno di quei libri che hanno l’encomiabile potere di influenzare incisivamente la prospettiva su un dato argomento, portando a mettere in discussione convincimenti dati fino a prima per certi ed indiscutibili.

“La noia”, Alberto Moravia

lanoiaDino è un uomo giovane che pur avendo a disposizione denaro e ricchezze rifiuta gli agi e i lussi della bella vita che gli sarebbero garantiti dalla facoltosa madre per dedicarsi alla pittura in un modesto appartamento di Roma. E ciò non per spirito francescano o per una spiccata inclinazione artistica, bensì per sfuggire alla noia delle sue giornate, per illudersi cioè di avere un rapporto autentico con la realtà. Ma per quanto egli si sforzi di dipingere, non gli riescono che quadri mediocri: il mondo infatti continua ad apparirgli in ogni sua manifestazione un oggetto estraneo, impenetrabile e privo di significato, così che raffigurarlo su delle tele gli è semplicemente impossibile. Ecco cos’è la noia di cui soffre: non assenza di divertimento, come si potrebbe pensare, ma incomunicabilità, incapacità di instaurare un legame vero con tutto ciò che lo circonda, dalle cose alle persone. Si tratta perciò di un malessere esistenziale, che condiziona interamente la sua vita.
Nemmeno Cecilia – una giovanissima e procace popolana con la quale intreccia un’intensa relazione sessuale – sembra spezzare le catene della noia che lo imprigionano. Ma un evento inaspettato è destinato a mutare i sentimenti del protagonista per la misteriosa ed inafferrabile ragazza, che diventa il paradigma di una realtà che sfugge proprio nel momento in cui si cerca disperatamente di possederla. Fallito come artista, Dino fallirà anche come amante e in definitiva come uomo?

Per buona parte delle sue pagine il romanzo è un’autentica apnea da cui è difficile risalire: l’indolenza del protagonista e la sua incomprensibile incapacità di attribuire la minima rilevanza a qualunque oggetto o figura gli si presenti innanzi demoralizzano ed irritano il lettore, ma se si ha la pazienza di perseverare nella lettura si schiuderanno delle pagine di profonda e toccante verità.

“Ritorneranno”, Giani Stuparich

RitornerannoLo scrittore Giani Stuparich nasce a Trieste nel 1891, sotto l’impero austro-ungarico. Nel 1915, allo scoppio della guerra tra Italia ed Austria, sceglie assieme al fratello Carlo di arruolarsi come volontario per l’esercito italiano.
Il suo romanzo Ritorneranno (1941) trae spunto da queste vicende personali per raccontare la storia di una famiglia triestina dove tre giovani fratelli – Marco, Sandro e Alberto Vidali – decidono di lasciare la propria città natale ed unirsi alle truppe italiane, mentre il padre Domenico viene chiamato alle armi dall’Austria per combattere in Galizia contro l’esercito russo. L’incrollabile speranza nel loro ritorno consente alla madre Carolina e alla figlia Angela di vivere meno dolorosamente la lunghissima attesa a Trieste. “Ritorneranno” è il motivo che risuona più spesso in casa Vidali, dove la ricomposizione della famiglia finisce per confondersi con l’agognata redenzione di Trieste all’Italia.
Gli affetti familiari e l’amor di patria sono il filo conduttore dell’intero racconto. La trama tiene sospeso il lettore e riesce a farlo vibrare della tensione, dell’attesa e delle ansie dei protagonisti senza mai scadere nella retorica. La cornice all’interno della quale si delineano gli eventi è quella dolorosa e lacerante della guerra, illustrata nel corso del romanzo in tutti i suoi aspetti, compresi quelli più contraddittori: desiderata ardentemente come il mezzo necessario per conquistare la libertà e l’indipendenza, essa infatti finisce inevitabilmente per palesare anche il suo volto cruento, feroce, sanguinario, spesso distante dalla dimensione ideale dei protagonisti. “Egli poteva misurare la differenza del sentimento con cui ora tornava per la seconda volta al fuoco, da quello con cui vi era andato la prima volta. Canto abbandono, passione: il cuore era inebriato. E come lui, i suoi fratelli. Adesso invece l’animo pacato, spoglio di illusioni, il cuore quasi inerte”. Stuparich non esalta la guerra, pur essendo stato un volontario. Tuttavia Ritorneranno non può essere considerato propriamente un romanzo “contro” la guerra: rimane infatti salda la concezione del dovere insita nell’impegno bellico, così come l’indispensabilità dell’attaccamento verso la propria nazione e della lealtà verso i compagni. Tornare insieme a casa, a Trieste, e tornare da vincitori: è questo il desiderio che, malgrado tutto, malgrado gli aspetti disumani e tristi della guerra, animerà per l’intero corso della storia i fratelli Vidali.
Gran parte del romanzo è dedicata all’attesa delle due donne della famiglia, la stessa vissuta da milioni di madri, mogli, sorelle e fidanzate di quel periodo: lunga, logorante, sfibrante. Quasi infinita. Turbata spesso da lutti altrui, che sembrano presagire il proprio, e agitata così tante volte da impetuosi attacchi di nostalgia e malinconia.
Questo doppio filone narrativo consente al lettore di immedesimarsi in entrambi i drammi, quello più terribile dei soldati al fronte e quello comunque tormentato delle donne rimaste sole nelle loro case, ad attendere il ritorno dei loro cari.
Ritorneranno è infine un elogio del quotidiano, delle cose semplici, di tutte quelle piccole realtà che normalmente sembrano non aver alcun peso, ma che in tempo di guerra sono il desiderio più forte ed autentico di chiunque le abbia viste allontanarsi, forse per sempre.